10 marzo 2005

Giornalismi sotto l'Elefante.

Focus sullo stato dell'informazione a Catania. "La Sicilia" e Il "Giornale di Sicilia" a confronto.

Studio riguardante il periodo 18 dicembre 2003 -10 gennaio 2004

di Roberto S. Rossi


Introduzione

Il lavoro vuole essere un indice per la comprensione dello stato di salute dell'informazione a Catania. Descrive, per quanto reso possibile dall'esiguità della sintesi, i due quotidiani più venduti dell'isola e la loro attività nell'ambito catanese. Nel fare ciò saremo aiutati da un'analisi comparativa delle due cronache nell'arco di poco meno di un mese, dal ricordo di un doloroso fatto di cronaca accaduto a Catania venti anni fa per vedere il comportamento de La Sicilia e da un'intervista al direttore della cronaca di Catania del Giornale di Sicilia per cercare di capire il ruolo di un giornale che a Catania vende 3.500 copie contro le 60.000 del primo. Cercheremo di affrescare il contesto di Catania accennando alla situazione del mercato dei quotidiani in Sicilia e a Catania, alla figura del giornalista catanese e alle sue condizioni contrattuali, alle identità dei lettori. Il lavoro dei giornalisti, la selezione delle notizie, la rilevanza data e la loro trattazione rimane, invece, lo scopo principale dell'analisi comparativa. Emergerà chiaramente come lo storico giornale palermitano abbia, a Catania, una linea diversa da quella de La Sicilia e anche della sua stessa edizione palermitana. L'informazione risulta essere di buon livello e lontana dalle posizioni filogovernative che storicamente hanno caratterizzato i due giornali. A ragione di ciò sta la strategia del Giornale di Sicilia di erodere al quotidiano etneo la parte di lettori stanchi di un'informazione ancillare tesa alla salvaguardia degli interessi del suo editore-padrone-direttore, con tutto ciò che comporta in termini di servizio socio-culturale reso alla struttura dei potenti politici e non.
Alcune parole sulla situazione della stampa in Sicilia vanno spese per renderci conto in quale contesto operano i professionisti dell'informazione. Il mercato è diviso fra tre principali testate: Il Giornale di Sicilia, La Sicilia e La Gazzetta del Sud che vendono preminentemente nelle loro aree di appartenenza; rispettivamente Sicilia occidentale, Sicilia orientale, area del messinese e Calabria (dove il giornale messinese vende il 60% delle 60.000 copie complessive). Franco Nicastro, presidente dell'ordine dei giornalisti di Sicilia, che ha lavorato ne L'Ora e nel Giornale di Sicilia nonché nella sede regionale dell'Ansa, definisce questo contesto proto-capitalistico, un' oligopolio risultato di diversi fattori. Per primo un indice di lettura tra i più bassi in Italia: vengono distribuite infatti non più di 52 copie su mille abitanti (105 è la media nazionale), altra causa importante è l'esiguità del mercato pubblicitario: è evidente che gli investimenti al sud non potranno mai essere gli stessi delle aree più ricche del paese. Una vera concorrenza è scoraggiata anche dagli interessi in gioco dei proprietari degli stessi giornali e soprattutto da quelli di Ciancio, proprietario de La Sicilia, che ha partecipazioni azionarie anche negli altri due quotidiani. Il fatto che la concessionaria di pubblicità dei tre quotidiani è la stessa, la Publikompass (della quale lo stesso magnate sembra avere corpose partecipazioni), la dice lunga sui legami societari che intercorrono tra le tre testate.
Tale sistema lascia poco spazio a nuove iniziative e ha reso difficile la vita ad uno storico giornale che aveva scelto di rimanere indipendente seppur connotato da precise scelte ideologiche 1. Esempi lampanti di fallimento, per motivi diversi, con storie e dignità diverse, sono anche il Giornale del Sud 2, il Mediterraneo 3, Oggi Sicilia 4. Gli stessi motivi e soprattutto i magri proventi della raccolta pubblicitaria, inducono i grandi giornali nazionali, a non investire, con edizioni locali, nel mercato della Sicilia; rimangono perciò secondi giornali di approfondimento sulle questioni nazionali. L'unico esperimento tentato è quello de La Repubblica/Palermo inaugurata nel 1997 che ha trovato un discreto successo tra la fascia degli ex lettori de L'Ora e della società civile palermitana in generale. Erano gli anni in cui la primavera sociale siciliana, che cominciò dopo le stragi del 92 e che aveva visto nelle piazze siciliani che urlavano slogan contro la mafia, era al culmine. Il Gruppo Espresso/Repubblica intuì che Palermo aveva bisogno di un altro giornale, e trovò un target ben lieto dell'edizione palermitana.


1. "La Sicilia"

Quotidiano fondato nel 1945, edito dalla "Domenico Sanfilippo Editore SPA", ha una diffusione giornaliera media di circa 64.189 copie (Fonte: Ads 02). Direttore nonché editore è il controverso magnate dei media siciliani Mario Ciancio Sanfilippo, vice presidente dell'Ansa (gli uffici dell'Ansa di Catania sono ubicati nello stesso edificio del quotidiano), nonché ex presidente della Fieg. Oltre a La Sicilia possiede tutte le emittenti televisive del catanese (alcune a diffusione provinciale altre a diffusione regionale); tutte o quasi le emittenti radiofoniche (anche in questo caso a diffusione sia provinciale sia regionale). Ha partecipazioni del Gruppo Espresso/Repubblica, La 7, TELECOM, TIN e Tiscali. E' amministratore delegato della "Editrice del Sud SPA" società che edita La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari. Detiene una quota significativa della SES, società editrice della Gazzetta del Sud e dal 1982 ha una cospicua partecipazione azionaria nella Editoriale Poligrafica della famiglia Ardizzone, proprietaria del Giornale di Sicilia.
Il monopolio dell'industria dei media all'ombra dell'elefante è evidente, questo rende quasi impossibile essere giornalista a Catania se non sotto la dipendenza di Mario Ciancio Sanfilippo. Le importanti acquisizioni ottenute a ritmo incalzante nel corso di venti anni risultano inspiegabili se non nell'ottica di una espansione indisturbata da altri competitori (una delle classiche prassi mafiose nelle gare degli appalti pubblici) e favorita dalla classe politica. Tutto ciò ha reso e rende La Sicilia, che naviga in brutte acque finanziarie, irreparabilmente filogovernativo. Più che esprimere una vera e propria cultura politica, il giornale, infatti, ha sempre avuto un comportamento di servizio a qualsiasi tipo di potere cittadino; ipergarantista, non fa che affrescare una realtà di Catania comoda ai potenti politici e non.
Si presenta come un giornale "omnibus", come nella tradizione dei quotidiani a diffusione regionale. Non mira alla costruzione di una particolare identità - se non quella del quotidiano "siciliano" dei catanesi - che lo differenzi dai concorrenti, perché concorrenti a Catania non ce ne sono; tende invece ad una vasta eterogeneità di contenuti per rispondere alle esigenze informative del maggior numero di fruitori, mantenendo le caratteristiche generaliste tipiche di questo modello. Viene letto dalle classi media e media-inferiore catanese (79,7% dei lettori, Fonte: Audipress primavera 2003 ). E' il quotidiano delle istituzioni e del Catania Calcio, del commento sul fatto nazionale del giorno offerto dalla "grande" firma del giornalismo locale e delle dritte su dove andare a divertirsi la notte di capodanno. Il suo formato lenzuolo lo ricopre di un'aurea istituzionale; è il giornale dei catanesi che poca o nessuna attenzione hanno di andare fino in fondo alle questioni della società civile.
Viene comprato per abitudine, per vedere raccontata la propria realtà accomodata e accomodante nella cronaca che più che informare si occupa di rassicurare. La sua identità è basata sull'orgoglio sicilianista (dal quale pochi sono immuni) dei catanesi ed è comprato perché rappresenta una importante istituzione della città che porta, non a caso, nudo e crudo, il nome dell'isola nella testata. Il catanese che entra in edicola non chiede: "La Sicilia", ma un meno faticoso: "u giunnali", come a disconoscere l'esistenza di altri organi d'informazione. Ad un giornalaio di piazza Stesicoro (cuore pulsante del centro cittadino) chiediamo quante copie vende del Giornale di Sicilia: "non più di sette" è stata la sua risposta, in confronto ad un serafico "a centu, a centu d'o giunnali".
E' un giornale che fa comunicazione istituzionale, che spesso lavora solo sui comunicati stampa, che talvolta li pubblica così come sono e che soprattutto si è dimenticato della parola mafia. Non che ne avesse fatto mai troppo uso. Di mafia si parla solo quando succede il regolamento di conti o l'avvertimento al commerciante che non vuole pagare il pizzo, il fatto trattato con lo stile espositivo più "educato" possibile (mai un approfondimento o un commento) a cui è dedicato il paginone di sesta in cronaca cittadina, castrato per metà dalla pubblicità a colori del caciocavallo ragusano. Nella sua storia è possibile trovare imbarazzanti casi di reticenze, depistaggi, amicizie importanti e gravi casi di violazione del segreto istruttorio che hanno spesso reso servigi agli "uomini d'onore" della città. Per capire di cosa stiamo parlando sarà utile esumare un famigerato fatto di cronaca accaduto a Catania poco più di venti anni fa.

1.1 Il caso Fava

La sera del 5 gennaio 1984 - ad una settimana circa dalla storica intervista di Enzo Biagi trasmessa su Retequattro (ancora di proprietà Mondadori), in cui faceva nomi e cognomi del sistema mafioso di Catania - venne ucciso in via dello Stadio, davanti all'ingresso dal teatro Stabile, Giuseppe Fava, giornalista nonché scrittore e drammaturgo, fondatore un anno prima del mensile I Siciliani; storico manifesto siciliano di giornalismo d'inchiesta, unica voce, alle falde dell'Etna, di denuncia al sistema mafioso, intrecciato al potere politico ed imprenditoriale, che governava la città. Il mandante fu Benedetto Santapaola, capo della cosca mafiosa più potente e sanguinaria del catanese. Famose restano le sue inchieste, apparse nel mensile, sugli intrecci che esistevano tra alcuni costruttori del catanese ("I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa", così titolava il primo servizio dedicato alla questione, uscito nel primo numero del mensile nel gennaio del 1983), la mafia ed alcuni esponenti politici. Rimane forte il ricordo nella città etnea per un uomo che cercò più e più volte di imporre nuovi linguaggi giornalistici e soprattutto una nuova etica di cittadinanza, rimproverando spesso gli stessi lettori di connivenza col sistema mafioso con la loro reticenza nel denunciare i soprusi subiti e con la viltà del preferire una comodità civile - fatta di voti facili - piuttosto che impegnarsi nella demolizione della mafia e nella bonificazione del sistema.
All'indomani della sua morte, i commenti dei poteri forti della città non solo escludevano un movente mafioso per l'omicidio, ma si spingevano addirittura a negare ogni esistenza del fenomeno mafia nella città dell'elefante; la stampa, rappresentata in quegli anni dal quotidiano di Ciancio e dal Giornale del Sud (ad un anno dal licenziamento di Fava, vedi nota 2), non faceva che riportare le dichiarazioni istituzionali sfoggiando consumate posizioni garantiste e reiterando l'idea che "cosa nostra" non esisteva. L'onorevole Nino Drago, proconsole di Andreotti nella Sicilia orientale subito dopo la morte del giornalista dichiarò: "Catania - l'ho sostenuto e continuo a sostenerlo - è certamente non contaminata da cosche mafiose". "La mafia? E' ormai dovunque, nel mondo. Ma qui, a Catania, No. Lo escludo" sono le parole di Angelo Munzone, sindaco DC dell'epoca. Due giorni dopo la morte di Fava, lo stesso Drago si premurò di lanciare attraverso i giornali un trasparente avvertimento: "E' meglio che le indagini si chiudano in fretta - disse l'uomo politico - perché i cavalieri del lavoro sono stufi di essere sospettati, e potrebbero decidere di trasferire le loro fabbriche al nord". Le indagini si concentrano sulla ricerca di un movente "privato". Per molto tempo la morte del giornalista, nelle verità ufficiali diffuse dal quotidiano di Ciancio, fu una questione di corna. Seguì un depistaggio che continuò per oltre dieci anni.
Le parole di Claudio Fava, europarlamentare figlio di Giuseppe, riguardo alla stampa catanese, sono illuminanti:

Per cogliere il senso delle vicende di Catania, le sue fortune e le sue sventure, bisogna avere ben chiaro il ruolo che ha svolto la stampa catanese all'interno del "partito trasversale". Un ruolo determinante: cavalieri, giudici, mafiosi e politici non avrebbero potuto tessere la trama di interessi e di solidarietà, se non fossero stati protetti da La Sicilia, dalla sua capacità di filtrare le notizie, di intorbidare la verità, di tenere costantemente basso il livello di tensione nell'opinione pubblica. [Fava, 1991]



2. "Giornale di Sicilia"

Quotidiano fondato nel 1860 da Girolamo Ardizzone, edito dalla "Editoriale Poligrafica" di proprietà della famiglia Ardizzone (che possiede anche una televisione e una radio locali), anche in questo caso il direttore Antonio Ardizzone risulta essere proprietario della testata. Con una diffusione media di circa 66.967 copie è il principale giornale dell'isola. Letto preminentemente dalle classi media, medio-bassa (78,4 %, Fonte: Audipress 03), il giornale a Palermo non è dissimile, come orientamento politico e prassi professionale, da La Sicilia di Catania. Nicastro lo definisce un giornale filogovernativo, per tradizione, e di centrodestra, come richiede la contingenza, anche se, all'indomani della primavera culturale e civile dell'isola in seguito alle stragi del 92, e soprattutto per merito dell'avvento di la Repubblica/Palermo che lo ha reso più competitivo, ha attenuato questo suo carattere. Pepi, condirettore responsabile, nel febbraio del 2003, definisce le linea editoriale a Ciampi, in visita ufficiale, con queste parole: "Questo giornale è moderato, popolare e garantista". Giuseppe Mazzone, direttore della cronaca di Catania, si trova parzialmente d'accordo con questa affermazione, e tiene a dire: "Non si può dire la stessa cosa della cronaca di Catania che è diversa di quella che fa La Sicilia, dallo spirito molto più conservatore. Sicuramente, la cronaca di Catania del Giornale di Sicilia non è mai stata filo governativa, con nessuno. E' imparziale ed obiettiva". D'altronde dalle sue stesse parole appuriamo che il target di Catania è ben diverso da quello del resto dell'isola; "medio-alto, i lettori sono probabilmente dei professionisti, persone impegnate nel sociale, persone impegnate nella società civile in generale, molte del mondo della scuola e dell'industria".
Proprio qui sta la ragion d'essere della cronaca di Catania: strumento d'informazione per chi pretende un po' di più in termini qualitativi. Lungi dall'obiettività, che rimane impraticabile a Catania come nel resto del pianeta se non come mito romantico dell' advocacy journalism, dà un'interpretazione dei fatti, attraverso una cronaca fedele allo stile più espositivo possibile, e offre una selezione delle notizie consona alla visione del mondo dei suoi lettori, nonché dei suoi redattori, eminentemente legata alla tradizione culturale di sinistra di una parte della società civile catanese. Le copie vendute rimangono circa 3.500, ma Mazzone insiste nel dire: "Esiste concorrenza tra i due giornali, effettiva anche nell'ambito catanese. Il nostro lavoro è quello di assicurare la presenza a Catania del principale quotidiano dell'isola e comunque anche di vendere copie". Tremila e cinquecento copie in confronto alle sessantamila del quotidiano di Catania, sono un numero esiguo, e sarebbe impensabile parlare di concorrenza se non nella fascia di lettori impegnati ed esigenti.
La cronaca cittadina, provinciale e sportiva di Catania che è sotto la sua direzione è fatta mediamente di sette pagine per sei giorni la settimana (non esce il lunedì). I giornalisti assunti con contratto a tempo indeterminato sono due: il direttore e il vice-direttore; dai venti ai trenta sono i collaboratori, più o meno attivi, pagati ad articolo, alcuni dei quali hanno altri contratti con la TV o la radio del gruppo Ardizzone. Questa descrizione la dice lunga sulla situazione di precarietà dei giornalisti della carta stampata a Catania e in tutta la Sicilia, dove pubblicisti che collaborano anche da quindici anni non hanno la possibilità di avere un contratto di assunzione. In questa città, come probabilmente in tutto il meridione, è esasperata - da una situazione economica tragica dei quotidiani che non possono permettersi di assumere professionisti - la figura, descritta da Milly Buonanno, del "professionista surrogato" che vige in Italia fin dagli anni ottanta, ovvero del pubblicista e dell' aspirante pubblicista che svolge attività giornalistica in maniera continuativa e a titolo di principale attività, non diversamente da un professionista (Buonanno, 2003), in contrapposizione al ruolo classico del pubblicista, saltuario collaboratore, che, esterno al giornale, è spesso un professionista la cui fonte di reddito è altra dal giornalismo. Tutto ciò, è evidente, comporta gravi deficit in termini di qualità del lavoro, primo perché tali "surrogati" sono esonerati dal sottoporsi agli accertamenti di preparazione e di idoneità, secondo, con quattro euro ad articolo non paghi nemmeno le telefonate e la benzina della macchina per andare sul luogo dei fatti, pratica ancora indispensabile - soprattutto nel giornalismo locale - in certe occasioni. Lo scopo dei giovani pubblicisti, che lavorano rimettendo soldi quindi, è quello di infittire la rete di relazioni e di ampliare il capitale sociale che permetterà loro di essere protagonisti di ambigue ibridazioni professionali che li vedranno, con uno stipendio accettabile, impegnati anche negli uffici stampa delle diverse istituzioni catanesi o comunque nelle nuove professioni della comunicazione nate dal trend del contatto diretto tra istituzioni e cittadino (URP comunali, provinciali e regionali, public relation, addetti stampa, etc).
Diventa quindi parte integrante del lavoro del caotico direttore catanese affidare le notizie alle persone giuste, con nessun interesse nella questione; data l'essenziale concorrenza (Sorrentino, 1995) che c'è tra giornalista e fonte (addetto stampa) nella negoziazione della versione dei fatti.


3. Analisi

Passiamo ora al lavoro di analisi dei due inserti di cronaca, che è mirata ad indagare le differenze delle due testate riguardo alla trattazione di temi politici e sociali di Catania. L'indagine si sviluppa da una quotidiana osservazione dei due giornali, nel periodo che va da metà dicembre ai primi dieci giorni di gennaio. Si è indagato sulla selezione delle notizie, sulla composizione degli articoli e sulla loro gerarchizzazione in relazione agli spazi assegnati nelle pagina dei quotidiani. La composizione della pagina con la collocazione dell'articolo assume una certa importanza, come importante rimane la fotografia che ne viene allegata, per la lettura del frame interpretativo che chi fa il giornale vuole assegnare alla questione. Ogni articolo ha una struttura semantica, un argomento di fondo che sintetizza il contenuto globale del testo (De Giosa, 2003); tale sema viene reiterato dalla composizione del pezzo, dalla sua collocazione e dalla foto allegata (Altheide, 1996) che rende plausibile il tema di base perché affrontato con lo stesso linguaggio della realtà. Verranno riportati titoli e sottotitoli per la loro importanza nel costruire il contesto semantico entro il quale parole e frasi compiono la complessa funzione di rappresentare la realtà (De Giosa, 2003).
L'aspetto semantico degli articoli e delle pagine sarà indagato soprattutto nel primo paragrafo, agli altri saranno dedicati alcuni comportamenti che sono stati riscontrati, come l'uso della replica, la scelta e la non scelta di pubblicare determinate notizie, la scelta e la non scelta dell'uso di determinati formati giornalistici, con tutto il peso che queste pratiche hanno nella costruzione sociale della realtà che è fatta di notizie vere, ma che vengono elaborate secondo i sistemi interpretativi propri delle due testate. Gli esempi che verranno descritti sotto sono i più rappresentativi delle prassi abituali, e sono stati selezionati perché inutile riportare ogni situazione in cui tali abitudini professionali erano di volta in volta riscontrate.


3.1 "Oasi verde contro il traffico"

La differenza di esposizione delle azioni di governo dell'amministrazione comunale, nella fattispecie delle opere pubbliche, è esemplificata dalle pagine di domenica 21 dicembre.
Il giorno prima il sindaco di Catania e l'assessore alle manutenzioni inaugurano la nuova piazza Cutelli trasformata da spiazzo di cemento a grande aiuola con fontana marmorea centrale; qualche ora prima c'era stata la presentazione alla stampa, da parte dello stesso sindaco e dell'assessore ai lavori pubblici, del progetto di una maxi-rotonda a piazza Borsellino in un punto nevralgico di Catania, per quel che riguarda l'afflusso del traffico in entrata e uscita della città. E' evidente la strategia comunicativa del comune di presentare il progetto di un lavoro, che costerà un milione di euro, lo stesso giorno dell'inaugurazione festosa 5, finalizzata ad un ampio riscontro mediatico, di una piazza nel quartiere "Civita", una zona semidegradata della città. Come a dire: 'vedete come lavoriamo bene, il prossimo lavoro verrà ancora meglio'.
Ecco come si sono comportati i due giornali.
La Sicilia dedica al progetto di Piazza Borsellino il titolone della prima pagina dell'inserto: "Oasi verde contro il traffico", sopra "La città che cambia. Una grande rotatoria a piazza Borsellino" sotto una grande e spettacolare foto panoramica della ritrovata piazza Cutelli. Palese l'accordo alla strategia di comunicazione politica del comune: titolo dedicato al progetto in cantiere e foto di prima pagina a colori all'altro lavoro finito. Le prime righe: "Mentre il traffico impazza per gli acquisti di Natale, l'amministrazione comunale ha presentato un nuovo progetto in grado di rendere più fluida la circolazione in una zona nevralgica della città". Girato il paginone, l'intera pagina e dedicata al progetto e al primo giorno dell'iniziativa, del comune, di dimezzare il costo della sosta nelle strisce blu; un intervento che regala ai commercianti clienti meno attenti al tempo che passa e 52 centesimi all'ora agli automobilisti, ma che aumenta in modo esponenziale la congestione del traffico e rende infinitesimali le possibilità di trovare un parcheggio. "In due ore lo shopping è più bello" titola frivolo il pezzo che relega alle ultime due righe le lamentele degli automobilisti ritardatari. Il pezzo dedicato al progetto di Piazza Borsellino dà la parola all'assessore e al sindaco, ed è condito da foto e bozzetti. Nessun contraddittorio, nessuno spunto critico.
Il Giornale di Sicilia dedica alla festa di piazza Cutelli ¾ di foglio (formato tabloid) a pagina 3 dell'inserto di cronaca catanese, il titolo ("Civita in festa attorno a piazza Cutelli") è dedicato al clima festaiolo dell'inaugurazione della nuova piazza e non al progetto e la foto in bianco e nero ritrae alcune persone con lo sfondo delle palme della nuova piazza. Le prime righe: "Niente elefante in carne ed ossa, come venerdì mattina in via Etnea, ma una festa comunque "roboante" e con tanto di fuochi d'artificio […] e poi le canzoni dei Lunapop, un'orchestrina swing, cornamuse, la comicità pungente di Gino Castorina e la diretta televisiva su Telejoinica 6". L'attenzione è evidentemente riposta ai contenuti (troppi e troppo "roboanti" per l'inaugurazione di una piazza) della festa tesi ad avere il più ampio riscontro mediatico possibile, suggerendo al lettore una visione critica della comunicazione politica del comune. Il pezzo continua dando la parola ai cittadini (protagonisti della foto) e la frase di una donna del quartiere ("Speriamo che duri, i nostri figli non hanno dove giocare, quindi è normale che andranno a calpestare le aiuole.") offre lo spunto per lamentare la mancanza nella zona (e in gran parte di Catania) di spazi ludici dedicati ai bambini. In un quadratino di 35 righe è relegato il progetto di Piazza Borsellino (la notizia di prima pagina dell'altro quotidiano), le dichiarazioni del sindaco rimangono nelle ultime due.
Si evince quindi da parte del Giornale di Sicilia un informazione più critica che non si accontenta del ruolo di agenda amplyfing delle iniziative comunale come accade col giornale di Catania, ma che cerca addirittura di portare l'attenzione sulle carenza di strutture dedicate ai bambini, tentando un approccio di costruzione dell'agenda politica; rimane ovvia l'inutilità del tentativo di un giornale che smuove ben poca opinione pubblica. La Sicilia da parte sua offre un'interpretazione dei fatti, avvenuti il giorno prima, che ha la stessa struttura semantica del media event di piazza Cutelli costruito dall'amministrazione, con lo stesso argomento di fondo e cioè: hanno lavorato bene (foto panoramica a colori di p.zza Cutelli), lavoreranno meglio (bozzetti, titoli, sottotitoli e prime righe dell'articolo in prima dedicati a p.zza Borsellino). La figura "oasi verde" usata nel titolone richiama alla mente del catanese un'immagine di serenità ideale, un sogno (che si avvera grazie al progetto firmato dall'assessore) che si contrappone allo stress insopportabile e reale del "traffico" tentacolare di Catania sotto le feste; le altissime palme di piazza Cutelli fotografata dall'alto rendono la visione dell'oasi non più ideale (e quindi non solo una promessa) ma presente e tangibile (grazie al lavoro svolto dalla giunta comunale).

3.2 Omissioni

Dello stesso giorno è la notizia dell'avviso di garanzia pervenuto a sette manifestanti, tra i quali il segretario provinciale e importanti esponenti locali del PRC. Dieci mesi prima avevano partecipato, al porto di Catania, ad un sit-in che voleva disturbare le operazioni di sbarco di alcuni automezzi US Navy destinati alla base Usa di Sigonella. Maurizio Grosso ("'pezzo' di storia politica catanese", GdS) e compagni sono indagati per resistenza e lesione a pubblico ufficiale. E' una notizia importante tanto più che ad essere indagati non sono quattro studentelli, ma politici di una certa levatura che inverosimilmente avrebbero addirittura provocato venti giorni di prognosi ad alcuni poliziotti; è evidente il significato simbolico, a scoraggiare e a infangare il movimento pacifista, degli avvisi di garanzia che hanno colpito chi non aveva provocato il tafferuglio, ma i sette nomi più importanti del comitato antibellico.
La notizia raccoglie l'interesse del capocronaca di Catania tanto da dedicarle il rimando 7 in prima pagina del Giornale di Sicilia, e la metà alta, con una foto di repertorio del sit-in, della seconda pagina di cronaca catanese. La rilevanza data alla notizia e la composizione del pezzo, che ampio spazio dà alle parole dei manifestanti, suggeriscono ai lettori la tesi dell'avviso "simbolico". La Sicilia non parla assolutamente della questione, nessun rigo dei suoi ampi spazi gli è dedicato, tutta presa com'è a pubblicizzare progetti ed operati della giunta di Scapagnini.
Martedì 23 (lunedì il foglio palermitano non ha la cronaca di Catania e La Sicilia continua a disconoscere l'accaduto) Il Giornale di Sicilia/Catania dedica, con una foto dei manifestanti che parlano ordinatamente alla conferenza, la metà bassa della prima pagina alla conferenza stampa indetta dal comitato "Fermiamo la guerra" dando ampio respiro alle tesi dei pacifisti sull'accaduto, discordanti da quelle della polizia, e all'appello di solidarietà agli indagati firmato da esponenti politici dell'Ulivo tra cui Claudio Fava. "I pacifisti denunziati: Macché scontri", "Contestata la versione della polizia" così titola il pezzo, 60 righe nell'esiguo spazio del formato tabloid, che è sviluppato sulle dichiarazioni di tutti i militanti inquisiti e del presidente dell'Arci, tutti intervenuti alla conferenza; ciò fa supporre l'impegno e la presenza del giornalista all'incontro.
La Sicilia dedica alla notizia 50 righe in fondo all'ultimo 'lenzuolo' dell'inserto dedicato alla cronaca di Catania. L'articolo dà enfasi all'appello di solidarietà ("Lanciato appello di solidarietà per attivisti indagati" il titolo) ricostruisce gli avvenimenti, che aveva ignorato nei giorni passati, fa i nomi degli indagati e parla della firma solidale di Claudio Fava; lascia il virgolettato solo al presidente dell'Arci. Quest'ultima valutazione ci suggerisce il fatto che probabilmente il giornalista non era presente alla conferenza e che abbia costruito il pezzo a mezzo telefono o solo da un comunicato stampa. Al giornalista diamo il beneficio del dubbio poiché non abbiamo in mano nessun comunicato da confrontare e perché il pezzo doveva anche ricostruire gli avvenimenti dei giorni scorsi togliendo così spazio alle dichiarazioni dei manifestanti inquisiti eventualmente annotate durante l'incontro nella polverosa sede dell'Arci.
La decisione di inserire nella prima pagina del Giornale di Sicilia il rimando di una notizia che riguarda l'avviso di garanzia di esponenti del PRC e del movimento antibellico la dice lunga sulla natura politica dei lettori (e dei redattori) della cronaca di Catania per i quali una notizia del genere ha una rilevanza importantissima. Tanto più se due giorni dopo viene dedicata mezza prima pagina dell'inserto alle parole (quasi nude) dei manifestanti che confutano la tesi della polizia. La Sicilia da parte sua, probabilmente ha saputo la notizia dalla cronaca di Mazzone, e il giorno dopo la conferenza le dedica lo spazio in fondo all'ultima pagina, senza nemmeno mandare un cronista all'incontro, è evidente che a quella notizia interessa non dare troppa importanza.

3.3 La pubblicità dell'assessore e la vertenza Cesame

24 dicembre, vigilia di Natale. La Sicilia/Catania apre parlando del freddo insolito di Catania e del traffico per gli acquisti, con inchiestina sul caro euro e pranzo di natale. La metà bassa della terza pagina offre ai lettori una intervista all'assessore Grasso (rapporti istituzionali, decentramento, servizi demografici e cimiteriali) confezionata dall'ufficio stampa del comune e inserita nel giornale sotto una minuscola scritta "informazione promozionale dell'azienda". L'intervista, impaginata con lo stesso formato dei normali articoli, fa il consuntivo dell'operato dell' assessorato e informa sulle prospettive e gli auspici per il 2004, il tutto corredato da una grande foto di Grasso e auguri ai catanesi di buon natale e felice anno nuovo. Ci è sembrata una cosa alquanto bizzarra che il comune paghi per uno spazio pubblicitario di tal fatta su un quotidiano e che il giornale accetti di vendere lo spazio in questo modo, tanto più che non si tratta di un caso isolato, ma di una triste consuetudine. Non sappiamo se tale operazioni siano corrette o meno; ci sembra quantomeno una bizzarra abitudine che riportiamo per "dovere di cronaca".
Tutto questo mentre nel mondo dell'imprenditoria e del sindacato catanese impazza una grave vertenza scaturita, qualche mese fa, dal fallimento della "Cesame", azienda leader mondiale nella produzione dell'arredo bagno. Cerchiamo di capire cosa è successo ricostruendo in sintesi gli avvenimenti delle ultime settimane. La "Cesame" piena di debiti aveva proposto un piano di risanamento che taglia 220 dei 370 posti di lavoro; si decide di ricorrere alla 'legge Prodi' secondo la quale il comando dell'azienda passa ad un commissario governativo per un periodo di risanamento e di rilancio del marchio al termine del quale l'azienda andrebbe rivenduta a privati. Per questo risanamento e per pagare cinque mesi di arretrati agli operai, occorrono finanziamenti da parte delle banche, le quali però non li concedono, costringendo il sindacato ad indire l'ennesima manifestazione, per il 23 dicembre. E' un grave problema che necessita di grande attenzione da parte dei catanesi; questo il pensiero di chi si occupa dell'edizione catanese del Giornale di Sicilia che decide di farne la notizia da inserire nel piccolo rimando in prima e di dedicargli lo spazio principe nella prima pagina di cronaca, annessa la foto degli operai a braccia incrociate. La Sicilia se ne occupa, fa un bel pezzo dal tono enfatico, gran titolone che apre, però, la solita ultima pagina di cronaca; 50 righe e 'ci togliamo il pensiero…'
Anche in questo caso, basta la prima pagina per capire come le priorità delle due redazioni divergono totalmente: il carattere generalista de La Sicilia (che comunque si occupa anche della vertenza "Cesame" per accontentare anche quella parte di pubblico interessato alla questione) si avverte dallo spazio dedicato al caro euro e al pranzo di natale, come si avverte l'impegno sociale rivolto alla readership esigente del Giornale di Sicilia/Catania, che invece fa della questione sindacale il servizio più importante della giornata.


3.4 Provincia mon amour

Spesso in questo mese di analisi ci siamo imbattuti, tra le pagine de La Sicilia, in articoli sulla Provincia Regionale di Catania, trattata con la consueta riverenza, e foto del presidente Lombardo. Il rapporto d'amore era nato già diversi anni fa con l'ex presidente Musumeci, otto anni alla guida dell'amministrazione provinciale, ed europarlamentare. Sotto la sua presidenza è stato completato, dai ruderi ottocenteschi dei forni per la lavorazione dello zolfo, l'importante complesso fieristico "Le Ciminiere", di raffinata bellezza architettonica. Una sala teatro del complesso è diventata lo studio televisivo di un talk-show che spessissime volte ospitava l'illustre padrone-di-casa. Seguitissimo in tutta la Sicilia, Malta e parte della Calabria, "Insieme" condotto da Salvo La Rosa, giornalista tuttofare votato a Stakhanov, è la punta di diamante del palinsesto di Antenna Sicilia, la rete più importante del gruppo Ciancio Sanfilippo. Che il bilancio della TV non sia appesantito dall'affitto della sala (non possiamo dirlo con certezza) potrebbe ingenuamente spiegare i favori culturali resi all'amministrazione provinciale, ma che tale accordo rappresenti simbolicamente l'interazione a metà tra il modello di scambio e il modello collaterale (Mazzoleni, 1998) 8 tra il sistema dei media "Ciancio" e il sistema politico catanese diventa un'asserzione non più così ingenua.


3.5 Contraddittorio: prima regola… o quasi.

E' del 30 dicembre la notizia dell'assegnazione del "reddito minimo d'inserimento" a 500 famiglie - da sommarsi alle 4000 che lo avevano già ricevuto - che dal mese di gennaio potranno beneficiare per tutto il 2004 di un assegno che va dai cinque ai seimila euro, a seconda delle condizioni economiche dei singoli nuclei familiari. La vera notizia è che i fondi di questa operazione, circa otto milioni di euro, sono stati recuperati grazie ad una politica di controlli incrociati - effettuata dall'assessore ai servizi sociali con la collaborazione di forze dell'ordine, guardia di finanza, Inps e Inail - che, nel corso del 2003, aveva smascherato alcune famiglie e scoraggiato ad andare avanti con le pratiche chi non avevano diritto al reddito minimo.
Titolone de La Sicilia: "Assistite atre 500 famiglie" e sotto "Reddito minimo d'inserimento. Con i controlli sui nuclei beneficiari risparmiati 8 milioni di euro". L'articolo parla della conferenza stampa, dei controlli che hanno consentito di beneficiare le altre famiglie e dei riscontri sociali che questi assegni comportano alle famiglie sulla soglia della povertà, sottolineando il buon lavoro di assessori e giunta. Gran foto della determina assessoriale. Nessuno spazio è concesso all'opposizione o a chiunque avesse delle riserve sul lavoro degli assessori.
Il Giornale di Sicilia: "Reddito di cinquemila euro per cinquecento catanesi poveri davvero". Il pezzo dà la notizia, pone l'accento sul fatto che "non essendoci più lo spazio per i "furbi", si sono aperte le casse per nuovi nuclei familiari" e riporta gli auspici dell'assessore al decentramento per la riduzione dei tempi di consegna degli assegni nel prossimo anno. C'è però un altro articolo, lungo più o meno come l'altro, in una cornice rettangolare col titolo "S. Cristoforo, l'opposizione denuncia" che visivamente risulta essere appena sotto il titolo di quello già descritto. Le prime righe di questo articolo sono: ""Riteniamo che una buona fetta di cittadini più disagiati di San Cristoforo (quartiere degradato di Catania, ndr) non riceva gli aiuti comunali. E che il gruppo, sebbene ristretto, di chi riceve sostegno comprenda anche i non aventi diritto"". Queste sono le parole di un consigliere della Margherita che si affanna a denunciare anche che delle 450 famiglie non abbienti del "rione difficile" solo 138 sono state aiutate e che finora hanno ricevuto soltanto una mensilità dell'assegno annuale previsto nello scorso anno.
Rispetto alla comunicazione ufficiale offerta da La Sicilia, senza alcuna replica da parte dell'opposizione, il Giornale di Sicilia/Catania non smentisce una delle principali regole del giornalismo, presentando un' intero articolo di contraddittorio inserito subito sotto il titolo e accanto alla prima colonna del pezzo che si occupa della conferenza indetta dalla giunta comunale.


3.6 Anno nuovo, vecchi problemi…

Il 5 gennaio a Catania è il giorno della memoria. Due manifestazioni e relativi dibattiti sono stati allestiti in città per ricordare Giuseppe Fava, assassinato ormai vent'anni fa. Una manifestazione con "parterre degli ospiti da talk show televisivo" (GdS) è stata organizzata dai DS con la presenza di Piero Fassino, Claudio Fava, Giancarlo Caselli e Nando Dalla Chiesa, all'altra invece partecipavano PM del processo per l'omicidio, altri giudici, giornalisti, e Riccardo Orioles primo collaboratore del giornalista scomparso e storica firma de I Siciliani, moderatrice del dibattito era Patrizia Abate, vice-direttore della cronaca di Catania del Giornale di Sicilia. Le due manifestazioni parlano di mafia, di storia, ma soprattutto di attualità, ed esprimono commenti; per quella dei grandi nomi il sistema è cambiato e sono cambiati i rapporti della mafia col potere politico ed imprenditoriale, l'altra denuncia che lo stato delle cose è grossomodo lo stesso di vent'anni fa ed invita la società civile ad impegnarsi attivamente contro cosa nostra.
Si parla anche di informazione e mafia; chiaro è il monito di Nando Dalla Chiesa che rimprovera i giornali di non occuparsi più di mafia, o di farlo solo raramente, Fassino replica dicendo che è dovere del cittadino ben informato di sfuggire al potere di agenda setting dei giornali e di documentarsi per conto proprio, Caselli li mette d'accordo dicendo che il fatto che non si parla più di mafia non dipende né dai giornali né da una società civile fiacca, ma da una precisa strategia della nuova mafia tesa a non compiere gesti eclatanti tali da richiamare forti su di se i riflettori, causa principe della stangata, in termini di arresti, subita dopo la morte di Falcone e Borsellino. Prova ne è il fatto che solo a Catania gli omicidi per anno sono passati da cifre che talvolta superavano il centinaio a numeri che non superano le dita di una mano. Dall'altra parte si accusano i giornali di scarso interesse al fenomeno, se non addirittura di connivenza, e si brama per una edizione catanese di Repubblica.
Lo stesso giorno nella prima pagina de La Sicilia/Catania il titolo principale è dedicato a Fava, le foto sono quelle della sua renoult cinque trivellata dai colpi del killer. Il giorno dopo, la quarta pagina è dedicata alle due commemorazioni, un pezzo per la manifestazione dei "grandi" e uno per quella delle associazioni. Il Giornale di Sicilia/Catania il 5 non esce perché è lunedì, il giorno dopo l'intera prima pagina è dedicata agli eventi del giorno prima, anche in questo caso un articolo per ogni manifestazione. Il tono di entrambi i giornali è commemorativo, le prese di campo contro il sistema mafioso 9 sono accuratamente virgolettate, ma ci sono e hanno la chiarezza che solo il contrasto tra nero e bianco può dare. Si discute, attraverso le parole di Claudio Fava, della sentenza definitiva della V corte di cassazione, del novembre scorso, che da un nome al killer e al mandante mafioso, ma non a quelli politici e imprenditoriali. I due giornali si vestono da paladini dell'antimafia come sempre succede nei giorni della memoria, nessuna parola di commento, nessuna opinione, però viene scovata nelle pagine dei due quotidiani, nessuna grande penna disposta a dichiarare qualcosa per un tema così scottante che non solo riguarda la mafia, ma che finisce per coinvolgere prepotentemente il ruolo dell'informazione in questo contesto.
La Sicilia/Catania del 5 gennaio dedica la spalla della prima, accanto al "Fava, il giorno della memoria", ad un fatto di cronaca di chiaro stampo mafioso: l'incendio di due autocompattatori, un'intimidazione fatta alla ditta che aveva vinto l'appalto della NU in un paese della provincia. Di due giorni dopo è la notizia di un altro attentato intimidatorio, questa volta nella principale via di Catania: l'incendio nel cantiere di un futuro punto di ristoro. Gli inquirenti non parlano coi giornalisti, ma nelle pagine dei due quotidiani e tra la gente è chiara la matrice mafiosa legata al racket delle estorsioni. La stessa notte una macchina viene investita da un cavallo in corsa che assieme ad altri quattro galoppava controsenso nella circonvallazione di Catania. La scomparsa dei cavalli non è stata denunciata da nessun allevatore. Il fatto viene riportato dai due giornali il 7 gennaio, anche in questo caso si parla di mafia, infatti a Catania l'organizzazione gestisce le corse clandestine e i macelli illegali. Il Giornale di Sicilia/Catania approfondisce la questione il giorno dopo con un articolo che parla della "zoomafia" e ne denuncia gli introiti che ammonterebbero ad un miliardo di euro l'anno. La Sicilia invece non se ne occuperà più. Giorno 10 gennaio il titolo del giorno del Giornale di Sicilia regionale è "Mafia e omicidi a Catania. Sedici condanne in Appello". L'articolo, nella cronaca cittadina, riferisce la sentenza del processo di secondo grado "Ariete 2" che condanna alcuni uomini della cosca Santapaola in merito alla serie di omicidi che, tra il 1989 e il 1993, insanguinarono la città. La Sicilia non dà la notizia, nessuna riga del giornale è dedicata alla questione.
L'incremento della parola "mafia" tra le cronache cittadine, nella settimana del ventennale della scomparsa di Fava (rispetto alle altre tre settimane di indagine dove non è stata riscontata nessuna notizia di connotazione mafiosa), fa molto pensare e, se non insospettisce, rimane quantomeno un fenomeno imbarazzante. Che parlare di mafia con tale frequenza e dando ai fatti tale rilevanza, in un momento del genere, possa rendere giovamento in termini di immagine alle due testate?
Lo stile espositivo della cronaca e gli approfondimenti che vengono affrontati, soprattutto nel Giornale di Sicilia, danno grande dignità al lavoro dei giornalisti e la qualità dell'informazione migliora. D'altronde anche Mazzone, durante l'intervista, ci dice che "il modo migliore per parlare di mafia è fare cronaca". E Nicastro nel suo articolo su "Problemi dell'informazione" dà allo stile espositivo della cronaca e al taglio enunciativo dei titoli il merito di una informazione migliore, più impegnata e meno garantista. Tuttavia riteniamo che le notizie abbiano avuto una trattazione lungi dal tracciare con esaustività i caratteri del fenomeno mafioso odierno. Ci si aspetterebbe quantomeno l'intervento di una firma autorevole sulla questione, o qualche inchiesta più approfondita che prendesse spunto dai fatti per sviluppare un discorso più impegnativo, se non proprio il giornalismo investigativo che a Fava costò la vita; e invece si sceglie la strada più "educata" e si fa cronaca minuta.
Le parole pronunciate da Giuseppe Fava durante l'intervista andata in onda il 28 dicembre 1983, otto giorni prima di morire, sulla Retequattro della Mondadori, nel programma "Film Story" condotto da Enzo Biagi ci aiutano ad affrontare un'altra riflessione:

Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità che credo abiti ormai in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il problema della mafia è molto più tragico, più importante, un problema di vertice dell'organizzazione della nazione ed un problema che rischia di portare alla rovina, al decadimento culturale e definitivo l'Italia. I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee, i mafiosi stanno in parlamento, i mafiosi a volta sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione.

Le quattro notizie di mafia che hanno impegnato i giornalisti nell'ultima settimana sono state: avvertimenti legati al racket delle estorsioni, zoomafia impegnata a macellare clandestinamente dei cavalli e la fine del processo che vede condannati sedici uomini di Santapaola (notizia che La Sicilia non ha nemmeno dato). Tutte cose che Fava definirebbe "roba da piccola criminalità". Inoltre le prese di posizione forti contro "cosa nostra" vengono solo nei giorni della memoria, l'interesse al fenomeno dura il tempo della riflessione conseguente alla commemorazione. La mafia viene raccontata facendo cronaca, fondamentale, ma insufficiente quando invece ci si aspetterebbe approfondimento e commenti. Tutto questo fa pensare molto e, seppure consapevoli del fatto che le cose sono un po' cambiate, che Fava non deve essere per forza l'esempio da seguire, ma tenendo vivo il monito di Caselli che parla di una nuova mafia, riorganizzata, forte e più furba, attenta al clamore dei media, ci sembra che da entrambi i giornali poco venga fatto per raccontare il fenomeno mafioso a Catania, che non si accontenta di essere solo estorsioni e corse clandestine, ma ancora, con arroganza, parte integrante del sistema.


Conclusioni

Giornalismi sotto l'elefante dunque, non giornalismo, ma giornalismi. Perché esistono tanti modi di fare giornalismo, di raccontare e di interpretare la quotidianità, esistono tanti modi di essere giornalista. Giornalista può essere Vespa, Costanzo, può essere Milena Gabanelli che riesce a fare col videogiornalismo e con meno soldi un programma di successo. Giornalista può essere Giuseppe Mazzone che cerca tutti i giorni, nella sua redazione polverosa di ansia e di vecchi giornali, di interloquire con un pubblico particolare, particolarmente difficile e dal quale non vengono grossi introiti. Giornalista può essere Riccardo Orioles che ora fa l'operaio, quando può, e poi si accontenta di raccontare lo straordinario passato che lo ha coinvolto e i suoi trasferimenti da una casa ad una stanza fino alla strada, e che ancora sogna di fare un giornale "diverso" a Catania: "basta che mi procuriate una branda e un pasto caldo al giorno".
Giornalismi sotto l'elefante, dove il sistema, lungi dalle tendenze nazionali degli ultimi periodi continua ad essere "fragile". Dove il monopolio di Ciancio detta le regole del mercato. Dove c'è un modo di fare informazione che ha nel suo DNA la consuetudine dell'accordo, del mescolamento coi poteri forti, di un'alleanza tesa a far rimanere le cose come stanno; il DNA che ci è stato raccontato da Sciascia, lo stesso DNA che ha portato Ciancio ad essere il magnate assoluto dei media a Catania, con importanti partecipazioni in tutta la Sicilia e in Puglia. La Sicilia da anni continua ad arrancare, ma rimane per essere un foglio di ringraziamento, una voce passiva di bilanci ben altrimenti attivi.
Se l'orientamento de La Sicilia è filogovernativo, come è stato dimostrato dall'analisi, il suo stato di giunnali (unico degno di attenzione da parte del grande pubblico catanese), lo rende inevitabilmente generalista; e anche qui la scelta è quella della tradizione, quella di fare dei quotidiani regionali giornali omnibus. La tradizione è normale se non c'è mercato che smuova le acque. A La Sicilia conviene così, che tutto rimanga com'è, e forse è anch'esso un giornale-partito che accoglie e condivide con il suo pubblico l'idea e la prassi della conservazione e del disimpegno come stile di vita
Dall'altra parte abbiamo una voce, il Giornale di Sicilia, che sceglie di essere a Catania un'informazione di qualità lontana dai servigi reverenziali, presenti in altre edizioni del giornale, anche se ribadiamo il tentativo in tutta l'isola di migliorarsi, dovuto probabilmente alla forte presenza, nella sua più importante area di diffusione, del giornale fondato da Scalfari. La scelta del Giornale di Sicilia a Catania è spiegata da una ragione di immagine; il quotidiano più importante della Sicilia non poteva essere una brutta copia del suo principale avversario. Esiste inoltre una effettiva concorrenza tra i due giornali a Catania per quel che riguarda il target di un'opinione pubblica colta ed esigente: come ci ha confermato lo stesso capocronaca, il giornale viene letto da professionisti impegnati nella società civile stanchi dell'informazione di Ciancio. Gli stessi lettori auspicherebbero una quanto più prossima presenza di Repubblica in città e lo stesso Mazzone ci dice che sarebbe una cosa molto positiva: "Più giornali ci sono meglio è per tutti" afferma consapevole del fatto che sarebbe soprattutto il suo target ad essere esposto. Sicuramente Repubblica sarebbe una grossa spinta al miglioramento del panorama informativo della città etnea - che rimane viziato da un monopolio imbarazzante, da un numero di lettori tra i più bassi in Italia, da contratti pubblicitari insufficienti e da reclutamenti ventennali - ma anche qui galleggia l'ombra di Ciancio e delle sue strategie finanziarie, infatti le sue partecipazioni nel Gruppo Espresso/Repubblica e l'accordo per cui i suoi stabilimenti stampano l'edizione siciliana di Repubblica smorzano questa speranza.

 

 

Note


1. Si parla evidentemente de "L'Ora" di Palermo, che l'8 maggio 1992 saluta i suoi lettori con un "Arrivederci" sparato sull'intera prima pagina, sarà il suo canto del cigno. Tra la fine del 2000 e il 2001 l'editore Boschetti tentò di riaprire il giornale, ma l'impresa fallì miseramente per motivi economici e per la mancanza di un retroterra professionale adeguato al nome della testata. Quotidiano indipendente della sera, legato al PCI, "L'Ora" di Palermo era nato nell'aprile del 1900 per volere della famiglia Florio, capofila della borghesia illuminata della Palermo di inizio secolo. Vede il suo maggiore sviluppo negli anni "ruggenti" della direzione di Vittorio Nisticò dal 1954 al 1975. E' il periodo in cui si costruisce un modello impareggiabile di pratica e di cultura professionali con le denuncie del malgoverno, le battaglie civili e le inchieste sulla mafia, una parola che fino agli anni settanta non veniva neppure pronunciata [Nicastro, 2003]. Proprio in quel periodo, esattamente il 24 Marzo del 1955 Sciascia comincia la sua collaborazione col giornale; il rapporto, durato fino alla morte dello scrittore antimafia per antonomasia, diede vita ad alcune centinaia di articoli. Sempre in quell'arco di tempo, il 16 Settembre del 1970, scompare un giornalista della testata, Mauro De Mauro; non verrà mai più ritrovato, si stava occupando del caso Mattei per conto del regista Francesco Rosi autore del film sul presidente dell'ENI morto nel ottobre del '62 e che si era avvalso della sua collaborazione per il film sul bandito Giuliano. Nella prima pagina de l'Ora del 21 settembre 1970 c'era solo un grande titolo a nove colonne: "Aiutateci", e sotto, un disperato appello:"Le sole indagini della polizia non bastano. Partecipate alle nostre ricerche".

2. Nato nel 1980 a Catania in concorrenza all'egemonia de "La Sicilia". Il giornale ebbe un discreto successo finché venne diretto da Giuseppe Fava (fino alla fine del 1982). Nato come voce libera e indipendente, fu il giornale che cominciò a parlare di mafia a Catania in un periodo in cui non si conosceva nemmeno l'esistenza del fenomeno in città. Il lavoro del direttore e dei suoi collaboratori non tardò ad ottenere diversi tipi di feedback: l'affezione da parte di migliaia di lettori, una bomba fatta brillare nel magazzino della carta e le pressioni dell'editore nei confronti di Fava per fargli cambiare rotta quando entrò nella società Gaetano Graci, imprenditore edile, all'epoca non ancora toccato dall'accusa di essere in rapporto con le famiglie mafiose. Fava si licenziò, il giornale cambiò e perse i lettori che aveva conquistato; non aveva più motivo di esistere.

3. Creatura di Boschetti (lo stesso editore de "L'Ora", ndr), giornale un po' squattrinato, un po' garibaldino, nel 1995 si era presentato come la "nuova voce della Sicilia" con la pretesa, tanto ambiziosa quanto confusa, di raccogliere l'eredità del "L'Ora". […] Riuscì a sopravvivere quatto anni […]. Più che il peso dei debiti a decretarne la fine fu l'assenza di un ruolo, aggravata da una crisi di identità appannata dalla disperata ricerca di sostegni a destra e a manca sul mercato politico. [Nicastro, 2003]

4. "Da che parte stiamo? Semplice, Stiamo dalla parte della gente, rispolveriamo un vecchio slogan che vuole i giornali cani da guardia dei diritti del cittadino". La frase è tratta dell'editoriale d'esordio (1 ottobre 1997) che prometteva un'informazione utile, indipendente e attenta ai temi concreti della realtà locale. Il giornale finì per essere un dispensatore di stereotipi riguardo a una Sicilia frenata nel suo sviluppo da un centro romano sordo e distante; contrastò il governo Prodi e finì per essere un giornale di destra. Non riuscì a trovare un adeguato bacino di lettori, nemmeno tra il pubblico di centrodestra.


5. Scapagnini, Il sindaco di Catania, è avvezzo a uscite plateali: la settimana prima si era messo a capo di un corteo in via Etnea (la principale di Catania) con tanto di elefante in carne ed ossa, per celebrare la chiusura per ferie del cantiere per la ripavimentazione della strada. "La Sicilia/Catania" dedicò alla questione la prima pagina insieme ad altre iniziative dell'amministrazione quali il dimezzamento del costo della sosta nel periodo delle feste e della gratuità dell'autobus nei giorni 24, 25, 26, 31 dicembre.

6. Una delle televisioni di proprietà di Mario Ciancio Sanfilippo

7. Ogni edizione provinciale del Giornale di Sicilia esce con l'ultimo titolo della prima pagina dedicata alla notizia più importante della cronaca locale.

8. Mazzoleni individua quattro modelli di interazione tra media e politica: Avversario (esemplificato dal 'watchdog' e dall' 'advocacy journalism'); Collaterale, in base al quale esiste una concordanza degli interessi e degli scopi dei due attori, un parallelismo tra media e politica che genera un giornalismo dimezzato appiattito nella sua azione e nella sua identità, si esprime, nel suo massimo grado, soprattutto negli organi di partito; Di Scambio, in cui la mutua dipendenza tra giornalisti e politici si esprime attraverso il baratto di favori reciprochi per garantire agli uni notizie importanti e agli altri visibilità e attraverso pressioni blandizie e concessioni da parte del sistema della politica nei confronti dei gatekeepers, il rapporto di scambio muta a seconda del effettivo grado di potere della politica nei confronti dei media e viceversa; Di Competizione, quando il sistema dei media entra in competizione col sistema della politica mettendosi sullo stesso piano del legislatore e proponendo policy di governo alternative. Il giornale "interventista" di cui ci parla Sorrentino il cui classico esempio rimane Repubblica.

9. Per "sistema mafioso" non ci riferiamo solo al fenomeno mafia, ma a tutto quel contesto, in cui attori sono anche certi politici, burocrati, imprenditori, che rende possibile gli affari della mafia. Parte di questo contesto è anche la paura dei cittadini e il conseguente comportamento omertoso.


 

Bibliografia

Strazzeri, Nicastro, Sergi, Concetta, De Giosa. Il giornalismo locale in Italia/il Sud in "Problemi dell'informazione", 2003, num 3, pag. 319 - 382

Mazzoleni Giampiero, "La comunicazione politica", Il Mulino, Bologna, 1998

Fava Claudio, "La mafia comanda a Catania 1960 - 1991", Laterza, Bari, 1991

"La Sicilia", cronaca di Catania, 18 dicembre 03 - 10 gennaio 04

"Giornale di Sicilia", cronaca di Catania, 18 dicembre 03 - 10 gennaio 04

http://www.lasicilia.it

http://www.gds.it

http://italy.indymedia.org/news/2003/01/146418.php

http://www.ildito.it

http://www.claudiofava.it/memoria.htm (per gli articoli di Giuseppe Fava)

http://www.audipress.it

http://www.publikompass.it

http://www.adsnotizie.it

https://liste.racine.ra.it/pipermail/sissco/2001-October/002045.html

http://www.amicisciascia.it/html/lavori/scritte/libri/6.html

http://www.misteriditalia.com/casomattei/scomparsa.html

 

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