Gioacchino Nania

San Giuseppe e la mafia. Nascita e sviluppo del fenomeno
nell'area dello Jato

Introduzione di Marcelle Padovani

 

 

Realtà mafiosa e burattinai
Nota della Casa Editrice "Edizioni della Battaglia"
a cura di Francesco Paolo Castiglione

E' incredibile la rapidità e la pervasività con cui un certo sistema speculativo violento - che oggi chiamiamo mafia - finalizzato al rapido arricchimento di individui e di gruppi familistici, sia comparso e si sia immediatamente e largamente diffuso, come maligna metastasi, in molti piccoli centri dell'agro palermitano, tra la fine del Settecento e gli anni dell'Unità italiana. Questo lavoro di Gioacchino Nania ne fornisce un esempio da manuale, scoprendo, con impressionante evidenza, lo spessore e l'incredibile ampiezza delle dinamiche mafiose che hanno agito nel piccolo centro di San Giuseppe Jato, condizionandovi, per quasi due secoli, la realtà socioeconomica e politica.

San Giuseppe Jato, naturalmente, non è il solo centro interessato al fenomeno. Molti storici, e non ultimo Salvatore Lupo, hanno indagato la realtà mafiosa della fascia agrumicola palermitana. Chi scrive, nel corso del riordino dell'archivio storico di una famiglia della buona borghesia palermitana, oriunda di Misilmeri, si è trovato a constatare, naturalmente da un limitato angolo visuale quale può essere l'archivio di una sola famiglia, lo stesso tipo di dinamiche. E' apparso chiaro, dai documenti notarili - molti dei quali relativi ai vari passaggi di proprietà dei cespiti poi pervenuti ai proprietari dell'archivio - che le leggi eversive della feudalità e della manomorta ecclesiastica e quelle relative alla liquidazione delle "promiscuità" feudali, degli usi civici e dei beni demaniali dei Comuni, hanno dapprima favorito il nascere di una forte classe di proprietari, appartenenti alla piccola nobiltà e alle professioni. A Misilmeri, centro feudale dominato dai principi della Cattolica e dai marchesi di Spedalotto, grazie a questi meccanismi e col ricorso generalizzato allo strumento dell'enfiteusi, vediamo emergere piccoli nobili come i Tasca, che ben presto si fregiano dei titoli di principi di Cutò e di Trabia, già appartenuti alle antiche famiglie dei Filangeri e dei Lanza; o come i Pilo, conti di Capaci, già feudo della rinascimentale famiglia dei Bologna. Tra i funzionari pubblici e i professionisti di Misilmeri, spicca l'elevazione sociale della famiglia Paternostro, ben presto trasferitasi a Palermo dove sarà protagonista della vita civile e politica. Tutta gente che parteciperà in diverse maniere, assieme ai facinorosi delle "squadre" di picciotti, ai moti unitari. Basti pensare a Rosolino Pilo, dei conti di Capaci.

Assieme a costoro, vediamo nitidamente emergere altri personaggi, senza che la documentazione e la logica ci aiutino a comprenderne le modalità di arricchimento. Per esempio: un carrettiere, impossidente e analfabeta, che già nel 1863, subito dopo l'avventura garibaldina, è in grado di dotare il figlio, per atto notarile, di appezzamenti di terreno e case. Naturalmente, gli atti notarili non documentano sopraffazioni, violenze e profferte di protezione. Documentano, però, l'usura; e la documentano in una dimensione insospettabile in un piccolo centro come la Misilmeri ottocentesca. Numerosissime sono le vendite con patto di riscatto entro un certo tempo e per un certo importo: nient'altro che pegni reali rilasciati ai prestatori di capitali. Quasi sempre, alla scadenza di queste vendite fittizie segue l'atto di presa di possesso del nuovo proprietario: l'usuraio. E il sistema è tanto generalizzato che i pochi notai attivi sul territorio si fanno predisporre a stampa apposite cartelle-copertine per gli atti di "Mutui privati" e relativi "Atti di quietanza", tutti elegantemente rifiniti con la cura calligrafica ottocentesca. E tra i concedenti di questi mutui, che rodono le proprietà dei debitori, troviamo anche uno di questi stessi notai attivi a Misilmeri. Quasi sempre, sulle proprietà così finite nelle mani dei prestatori di capitali, gravano canoni enfiteutici in favore degli antichi feudatari o del "Fondo per il culto", prova inoppugnabile che si tratta di cespiti assegnati ad enfiteuti in forza delle leggi eversive della feudalità e della manomorta, finiti, come si paventava da più parti, nelle mani degli usurai. Tra le righe non scritte degli atti, si può indovinare la notevole capacità di imposizione del rispetto delle condizioni usurarie da parte di questi finanziatori, in un'epoca e in un contesto dove i morti ammazzati, spesso per molto meno e quasi sempre per conflitti di proprietà, si contano a decine. Un doveroso riserbo professionale nei confronti dei committenti del riordino dell'archivio ci ha distolti da un approfondimento che pur ci tentava; speriamo che queste poche righe invoglino qualcun altro, non vincolato a riserbo alcuno, a farlo.

Anche a San Giuseppe Jato si è avuta una prima fase di arricchimento di una nutrita classe di imprenditori e di professionisti di importanza regionale, sui cui meccanismi di elevazione sociale il lavoro di Nania non indaga. E in parallelo con l'elevazione di questo ceto, esplode, con inequivocabile nitidezza, il fenomeno mafioso; uno dei cui primi obiettivi sarà l'occupazione dell'amministrazione comunale, con la benedizione di settori del clero locale e di politici regionali e nazionali. Nessun legame tra i due fenomeni è desumibile dal pregevole lavoro di Nania; ciononostante, sembra di potersi affermare che, per una sorta di incomprensibile meccanismo - ma forse non tanto incomprensibile se lo si collega ai repentini arricchimenti e al successivo bisogno di protezione dei beni acquisiti - la potenza delle cosche mafiose locali è direttamente proporzionale alla potenza economica e sociale raggiunta da questo nuovo ceto di possidenti.

E non possiamo, a questo punto, non accennare al problema delle cosiddette "relazioni esterne".

Marcelle Padovani, nella sua bellissima introduzione, ricordando la lezione del compianto Giovanni Falcone, esclude categoricamente l'esistenza del "terzo livello" e del "grande burattinaio". Siamo d'accordo con lei, ma a certe condizioni e con alcuni distinguo. Allo stato delle indagini - culturali e giudiziarie - non siamo in grado di affermare che esista un "terzo livello"; ma possiamo affermare, senza tema di smentite, che esistono "reati di terzo livello", come dimostrano, per esempio, i "casi" Salvo, Contrada, Mandalari, Sindona, Siino, e via elencando. "Reati di terzo livello", per stigmatizzare i quali, come ben ha affermato lo storico Salvatore Lupo nel corso di un dibattito più avanti citato, la procedura giudiziaria è spesso strumento non idoneo o inadeguato, e nei cui confronti i giudizi vengono validamente pronunciati dalla storia, con maggiore incidenza, pregnanza e validità di quelli pronunciati dai magistrati. E la società civile e il mondo della cultura hanno il diritto-dovere di pronunciarli, anche in disaccordo con la magistratura: basti pensare alle assoluzioni giudiziarie di tanti importanti personaggi coinvolti nello scandalo della "Banca Romana", condannati, però, dalla storia e dalla pubblica opinione, o alle motivazioni politiche che hanno provocato la strage di Portella della Ginestra, rimaste ignote ai magistrati. Ed hanno il dovere di ricordare alla classe dirigente del Paese le sue responsabilità politiche, anche quelle di carattere etico e morale. Il magistrato persegue - quando lo fa - reati individuali; la cultura, invece, giudica fenomeni sociali e culturali che incidono positivamente o negativamente sull'evolvere dei contesti umani. Le stesse parole di Falcone vanno riferite alla situazione di molti anni fa; il magistrato ignorava alcune cose che il tempo ha poi disvelato, e subiva la pressante necessità di non prestare il fianco ad attacchi politici, possibili in quei giorni e in quel contesto, da parte di chi non aspettava che un suo passo falso per vanificare il suo intero operato. Di conseguenza, non ha toccato il tasto delle "relazioni esterne"; e anche per questo, forse, è caduto; vittima non solo di "cosa nostra", ma anche di "complicità occulte in settori deviati e corrotti delle istituzioni e del mondo politico-economico-finanziario" (Luca Tescaroli, Perché fu ucciso Giovanni Falcone, Rubettino).

In un recente, pregevole ed originale studio sociologico sulla mafia - Mafie vecchie, mafie nuove (Donzelli Editore) - lo studioso Rocco Sciarrone dedica molte pagine di acute analisi al cosiddetto "capitale sociale" della mafia, o delle mafie. Cioè, a quell'assieme di risorse che permettono alla mafia di imporsi su un territorio, di operarvi con successo e di caratterizzarsi. Componente essenziale di questo "capitale sociale" è il controllo del territorio, risultante dalla combinazione estorsione-protezione e dall'esistenza di una fittissima rete di "relazioni esterne", senza le quali la mafia non sarebbe mafia ma delinquenza comune. Relazioni esterne, nel cui ambito Sciarrone individua una scala di "prossimità" mafiosa, che va dall'imprenditore vittima dell'estorsione, che subendo la protezione mafiosa senza ribellarsi, incrementa, suo malgrado, il capitale sociale della mafia, ai "succubi", agli imprenditori "subordinati", ai "collusi" e agli "integrati". Assieme a costoro, danno vita a "relazioni esterne" politici di ogni livello istituzionale e infedeli funzionari dei pubblici uffici. Basti ricordare alcuni recenti - e tuttora insoluti - casi di assassinio di funzionari della Regione Sicilia.

Il libro di Sciarrone è stato presentato a Palermo, nel corso di un dibattito a cui hanno partecipato il penalista Giovanni Fiandaca, il magistrato della Procura di Palermo, Antonio Ingroia e lo storico Salvatore Lupo; dibattito pubblicato sulla prestigiosa rivista palermitana "Segno", diretta da Nino Fasullo. L'analisi di Sciarrone è apparsa a tutti convincente e scientificamente corretta. E tutti hanno lamentato l'attuale disattenzione e la colpevole sottovalutazione, riservate dall'opinione pubblica, ma soprattutto dalle istituzioni, siciliane e non, al problema mafia; un fenomeno tuttora vivo e vegeto e in fase di riorganizzazione "sommersa". Una riorganizzazione che ha l'obiettivo primario di riacquistare un pieno controllo del territorio, attraverso la ricostituzione capillare dei due basilari meccanismi: quello dell'estorsione-protezione e quello delle indispensabili relazioni esterne. Un fenomeno che, in una qualche maniera, non può non essere in itinere anche in un tradizionale centro di mafia come San Giuseppe Jato; Nania, però, non ce ne parla.

Allora, occorre che le istituzioni e l'opinione pubblica restino sveglie e vigili: non esiste, di sicuro, un grande burattinaio; ma esiste un vasto ceto di disponibili insospettabili, che conferisce consistenza e valore al "capitale sociale" della mafia.



a Salvatore Mineo,
capo dell'opposizione in consiglio comunale.
Assassinato, nel corso principale
alle ore 21 del 29 maggio 1920,
dalla mafia che spadroneggiava
al Comune di San Giuseppe Jato.
Privato, sino ad oggi,
del riconoscimento che spetta
agli uomini forti e generosi:
la memoria del proprio sacrificio.

 


Introduzione di Marcelle Padovani

 

Sono stata colpita anch'io dal valore metaforico, dal punto di vista della mafia, di San Giuseppe Jato.
Era il Natale del '98. Ero lì a intervistare il sindaco, Maria Maniscalco, per il mio giornale .
Mi saltò agli occhi la concentrazione di tematiche mafiose (ed antimafiose) che questa piccola città della provincia di Palermo accumulava.
C'era in giro la "carovana antimafia". C'erano Falcone e Borsellino sulla facciata del municipio. C'era il sindaco, impegnato a fare chiarezza nell'amministrazione comunale. C'erano le iscrizioni sui muri. E c'erano anche i "mostri di Cosa Nostra", ben presenti, quasi palpabili, i Brusca, i Di Maggio, i Siino, tramite le loro donne, imperterrite e a volte arroganti. In mezzo a una popolazione che "si sentiva presa in ostaggio sotto il tiro incrociato dei pentiti nemici" (così scrissi).
Ma mai avrei immaginato quanto questo primato "mostruoso" avesse radici così lontane e così profonde.
L'ho capito leggendo il libro di Gioacchino Nania.
L'ho letto d'un fiato, non lo dico per retorica. Oltre alle sue qualità espositive e alla sua costruzione convincente, "San Giuseppe e la mafia" mi è apparso subito come un esempio di ricerca sociologica, lo studio di una realtà locale col senso della sua rappresentatività generale. Seguendo le ricerche di don Giuseppe, principe di Camporeale, personaggio altamente emblematico, a metà strada fra Candide e Giufà, sempre in cerca di ragionamenti logici, si capisce perché, quando e come si sviluppa la mafia.
"San Giuseppe e la mafia", ricostruzione metodica dei meccanismi dell'insediamento e del radicamento mafioso sul territorio, fa capire col massimo della concretezza la funzione decisiva svolta dall'abolizione del feudalesimo, il ruolo contraddittorio della Chiesa, e quello, ancora più paradossale dello Stato, nell'affermazione di Cosa Nostra in Sicilia.
A questa lettura documentata dei processi di formazione mafiosa, che delinea un "ideal-type" alla Max Weber, si accede con stile ironico, e con la passione civile tipica di molti Siciliani illuministi: è proprio vero che il racconto "voltairiano" corrisponde bene a questa mentalità insulare alla ricerca perenne della ragione.
Sociologo e cittadino, Gioacchino Nania si dimostra così maestro nel raccontare la mafia vera, tangibile, quella che fa soffrire al quotidiano, e attraverso i secoli.
Ecco: uscendo, appunto, dalla concretezza vissuta, c'è un punto, un solo punto di analisi col quale mi permetterò di dissentire con Nania. Riguarda il "terzo livello". Lo so che la mafia ha avuto, ed ha, degli alleati anche molto potenti. Ma non credo, per dirla brevemente e prosaicamente, che ci sia qualcosa "al di sopra della mafia", degli uomini, dei livelli decisionali, degli interessi potenti e occulti che spiegherebbero la vitalità di Cosa Nostra e la difficoltà a sradicarla. Penso invece che la mafia, "essendo un fenomeno umano, ha avuto un inizio, e un culmine ed avrà una fine". E che bisogna convincersi, per lottare efficacemente contro la mafia che non c'è la mano oscura di un eventuale puparo dietro le cose di Cosa Nostra.


Trainava l'aratro, il carretto e 'a stravula. Trasportava covoni, frumento, paglia, fieno, uva, mosto, legna ed anche le persone. Percorrendo infinite circonferenze pisava grano, fave, favetta, pruvènna e cìciri. Produceva il concime. Partecipava all'occupazione delle terre.Si rendeva utile anche quando riposava: nella stalla, ricavata all'interno dell'abitazione,emanava calore. Mai un lamento.Sembrava (o forse era?) una macchina. Solo il padrone sapeva che il mulo aveva un'anima. No! Non era istinto! Secondo lui il mulo capiva le difficoltà della famiglia e…lavorava…lavorava. Nella solitudine e nel silenzio della campagna al mulo raccontava tutto: i suoi segreti, le aspirazioni, le angosce, le paure. Ed anche i rancori. Era un amico vero. Solamente a una cosa teneva il mulo: la festa di Tagliavia. E lui l'accontentava. Il dì di festa, dopo averlo lavato e strigliato, montava 'a vardedda, la sella delle occasioni, e, con una coffa di pruvenna, via! Al santuario. Lì comprava due bandierine con l'immagine della Madonna che attaccava al testale già adorno di fiori di campo. Certo! Non è che quel giorno sembrasse un cavallo! Era però un mulo felice. Come il suo padrone."Avvenuta la rapina, com'era costume in quei tempi, mi recai a trovare Santo Termini capo della delinquenza che imperava in paese e ne ebbi assicurazione che avrebbe spiegato il suo interessamento per il recupero degli animali, avendo io fatto atto di prontezza per il pagamento del prezzo che egli avrebbe fissato per il riscatto degli animali…e mi diede in cambio un mulo vecchio che io poi rivendetti, dopo circa 15 giorni, per lire 1050. Io non volevo cambiare il mulo con quest'altro più vecchio ma temendo le rappresaglie a malincuore dovetti cedere e me ne tornai piangendo a San Giuseppe Jato." (Giuseppe Piediscalzi al giudice Triolo, 1926)

Tutte le fonti relative all'Archivio di Stato di Palermo (ASP), all'Archivio Storico Diocesano di Monreale (ASDM) e all'Archivio Comunale e Parrocchiale di San Giuseppe Jato sono inedite. Si precisa inoltre che le fonti riferite ai siti WEB di Internet risultano consultabili, alla data di pubblicazione del presente lavoro, presso gli indirizzi riportati.L'autore accetta precisazioni, consigli, complimenti oltre ad eventuali insulti. Ma non oltre. Si rammenta ai lettori che attentati, sparatorie e affini sono severamente vietati, e talvolta puniti, dalla legge. Ringrazio gli amici Guido Agnello, Francesco Paolo Castiglione, Giuseppe Grippi, Pino Guarneri, Antonio Jovane, Domenico La Porta, Lino Maniscalco, Enzo Micciché, Mario Scamardo, Enrico Simonetti, Pippo Taormina, per le lunghe discussioni, soprattutto a tavola, nell'analisi del fenomeno. Un ringraziamento particolare a Maria Teresa Anelli di Roma per la sua preziosa disponibilità.

 


Prologo


Internet da Paradiso

La mattina del 6 gennaio 2000 alle ore 7.00 don Giuseppe Beccadelli Bologna, Principe di Camporeale, attraverso il motore di ricerca AltaVista iniziava a navigare in Internet. Aveva appena digitato il tema della sua ricerca - Dammusi - ed immediatamente una lunga teoria di pagine Web si era messa a scorrere sul monitor.
Internet! Che grande invenzione! Collegava gli angoli più remoti della terra consentendo l'accesso a miliardi e miliardi di informazioni. Risultava, nel campo delle comunicazioni, la più grande tra le realizzazioni della comunità internazionale. Aveva un solo difetto: la rete delle reti era sprovvista di un collegamento con l'aldilà.
Il Padreterno, inizialmente un po' scettico, si era ben presto reso conto della mancanza. Nella sua infinita sapienza e bontà non poteva consentire che di un tale strumento, che tanti uomini rendeva felici sulla terra, fosse privo proprio l'aldilà dove la felicità dei trapassati avrebbe dovuto essere completa. In occasione del Giubileo 2000, per la cronaca la notte di San Silvestro, il Creatore aveva risolto il problema, com'era sua abitudine, alla grande.
Intanto, attraverso una maxi-indulgenza, aveva condonato tutti i peccati commessi nel millennio precedente trasferendo tutti in Paradiso e chiudendo temporaneamente sia Purgatorio che Inferno. La sospensione del servizio di Purgatorio e Inferno si rendeva necessaria per la disinfestazione e, soprattutto, per la manutenzione ordinaria dell'impianto di riscaldamento. Poi, con una operazione da manuale, aveva risolto in pochi istanti il problema del collegamento. Attraverso i normali canali col Vaticano aveva dato incarico al suo stretto collaboratore, Gian Paolo, di occuparsi delle autorizzazioni presso l'Authority di Internet, il NIC com'era indicato tra gli addetti.
Nella comunità dei beati si soleva ricordare, sempre con contenuta ilarità, la risposta del Vaticano trasmessa in codice Morse attraverso l'uso del vecchio e obsoleto telegramma (in Paradiso - per l'assenza di Internet - mancava anche il servizio di e-mail, la posta elettronica). C'era scritto:

COMUNICASI AUTORIZZAZIONE NIC ALLACCIAMENTO ATTRAVERSO VATICANO punto COLLEGAMENTO PARADISO EST IMPOSSIBILE punto DITTE CONTATTATE TELECOM virgola INFOSTRADA virgola WIND NON SUNT ATTREZZATE FARE MIRACOLI punto STIAMO CONTATTANDO DITTA AMERICANA BELL CHE virgola SETTORE COMUNICAZIONI virgola DICUNT FACIT MIRACOLI punto QUID DEBEMUS FACERE punto interrogativo TUO GIAMPAOLO.

Subito dopo ne era pervenuto un altro:

RIFERIMENTO PRECEDENTE TELEGRAMMA INFORMASI CHE GRUPPO FIAT HABET PROPOSTO COSTITUZIONE CONSORZIO CUM ISTITUTO OPERE RELIGIONE PER ACQUISTO CINQUANTUN PER CENTO parentesi apertura CINQUANTUN PER CENTO parentesi chiusura AZIONI AMERICANA BELL punto ATTENDONSI DISPOSIZIONI punto SEMPRE TUO virgola GIAMPAOLO.

Alla lettura dei telegrammi al Padreterno erano girate le scatole. Ma come! Ora si rivolgevano agli americani anche per i miracoli!? A parte quelle locuzioni telegrafiche in latino macheronicus questa era la seconda che Gian Paolo gli combinava! La prima volta, con un comportamento a dir poco leggero, aveva fatto vacillare la fede di milioni di fedeli: Gian Paolo, in occasione della nota malattia, invece di andare a Lourdes si era fatto ricoverare in un ospedale di Roma.
"Pazienza!" Aveva detto. Si era trattato di un pronto soccorso, Lourdes era al di là delle Alpi e… c'era passato sopra! Questa però un ci calàva. Anche perché se gli americani si erano pure messi a fare miracoli e persino il Vaticano gli dava corda, a Lui, all'Onnipotente, che restava da fare?! Entrare in concorrenza?
Si calmò subito. Il perdere la pazienza non faceva parte del suo carattere. Abbozzò un breve paternale sorriso, guardò con aria di compatimento in direzione del Vaticano e, sottovoce, sussurrò:
"FIAT!".
Immediatamente, proveniente dalle parti di Torino, sentì una voce chiara e inconfondibile:
"Pvego! Dica puve, Eccellenza!"
"Accidenti!" Esclamò il Creatore. "In questo mestiere non è consentita la benché minima imperfezione!"
Rifece l'operazione. Si concentrò. Guardò con occhi a pampinedda verso l'estremità sinistra dell'infinito e, stavolta in minuscolo, pronunziò la biblica parola: "fiat!"
E Internet fu.
Subito dopo, a differenza del millennio precedente, pensò di festeggiare - era la prima volta - la Befana. Fu così che ciascun inquilino del Paradiso, oltre ad essere beato, divenne felice possessore di un computer Pentium III, ultimo modello, con relativo modem e abbonamento a Internet per 5000 anni. Quest'ultimo automaticamente rinnovabile.

I Beccadelli, Principi di Camporeale e fondatori del centro jatino

C'era stata un po' di ressa durante la distribuzione dei computers. Anche in Paradiso occasioni come queste erano motivo di confusione. Una delle cose che nessuno riusciva a spiegare era come mai la comunità dei beati inglesi, al solito in perfetta fila, risultava sempre l'ultima a raggiungere il punto di distribuzione.
Don Giuseppe Beccadelli, attraverso buone amicizie che non aveva smesso mai di coltivare, era stato il primo a munirsi di computer e collegamento a Internet.
Essere o arrivare primi i Beccadelli se lo portavano nel sangue.
Don Ferdinando Beccadelli, ad esempio, il 31 luglio del 1790 era stato il primo a raggiungere con un barca il temerario e coraggioso cavalier Vincenzo Lunardi che, sul lungomare tra Palermo e Aspra - alla presenza del viceré, di una gran moltitudine di nobili e di popolo - aveva effettuato la prima ascensione in Sicilia su un pallone aerostatico.
Don Gaspare Beccadelli, ambasciatore di Sua Maestà il Re di Napoli a Vienna nel 1776 era stato nominato Primo Segretario di Stato e per tale nomina Giovanni Evangelista Di Blasi, autore di una voluminosa quanto noiosa "Storia del Regno di Sicilia", aveva scritto per i posteri:

…i palermitani sperimentarono una indicibile allegrezza nel vedere innalzato a tale carica un loro concittadino.

Il primo però in assoluto, colui che nel corso dei secoli continuava a dare lustro alla famiglia Beccadelli, era e rimaneva Antonio Beccadelli detto il Panormita (Palermo 1394-Napoli 1471) umanista, diplomatico, autore dell'Hermaphroditus: una raccolta di ottanta epigrammi latini elegiaci modellati sulla poesia di Catullo e Marziale.
In verità anche il senatore Pietro Paolo Beccadelli Acton, pure lui Principe di Camporeale, era stato primo cittadino di Palermo nel 1900. Ma più che come Sindaco di Palermo di lui si rammentava che aveva primeggiato per la sua notevole perizia nel settore vitivinicolo: perizia che aveva concorso a porre

…i Camporeale a San Giuseppe assieme ai Di Rudinì a Pachino, i Florio a Marsala, i Tasca Lanza a Palermo tra i protagonisti della ristrutturazione viticola attraverso l'uso razionale degli innesti e il perfezionamento dei sistemi di vinificazione .

Nessun ospite, nella sontuosa dimora di Dammusi, si era mai congedato senza aver prima adempito un preciso desiderio del Principe: la visita alla sala dove, con mal celato orgoglio, mostrava la splendida cornice d'argento contenente il "Primo Premio" alla Mostra Internazionale di Bruxelles assegnato al vino jatino "Signora".
Anche don Giuseppe Beccadelli, durante la sua vita terrena, era riuscito ad arrivare primo. Nel 1779 era stato primo all'asta relativa ai feudi Dammusi, Signora, Mortilli, Macellaro, appartenuti ai Gesuiti e confiscati, da re Ferdinando, nel 1767 dopo la loro espulsione dal Regno delle Due Sicilie. Era stato primo e si era accaparrato l'intero territorio per 89.000 once. Sì! Allora erano circolate voci di concorrenza sleale nei confronti dell'unico, oltre a lui, partecipante all'asta: un certo Randazzo che, al momento dell'offerta, aveva ritenuto cautelativo ritirarsi; erano stati in molti a sostenere che il Principe aveva fatto pesare troppo la parentela con il Primo Segretario del Regno di Napoli; poi ci si era messo pure il Marchese di Villabianca con l'insinuare che il prezzo di aggiudicazione corrispondeva, sì e no, a un quarto del valore effettivo. Ma era durata poco. Da parte sua teneva troppo a quelle contrade - un tempo appartenute ai Perollo, baroni del Cellaro - per porsi scrupoli di correttezza nella concorrenza. Alla fine del 1500 i Perollo, famosi per i cosiddetti casi di Sciacca, inseguiti dai debiti, erano stati costretti a cedere tutto. I Camporeale, legati ai Perollo da un sottilissimo filo di parentela, avevano tentato l'acquisto dei feudi: erano però stati beffati da un certo don Cristofaro Bassèt, mercante catalano, il quale nei ritagli di tempo si dedicava, con ottimi risultati, all'usura. Non era solo la parentela che legava i Perollo, chiamati anche Pirrello, ai Camporeale: c'era sempre stato un rapporto di buon vicinato. La baronia del Cellaro comprendeva infatti parte dell'attuale Sambuca di Sicilia e i Beccadelli Bologna, oltre ad essere Principi di Camporeale, erano anche Marchesi di Sambuca. Ma forse è il momento di elencare, assieme al nome completo, i titoli di cui andava sovraccarico don Giuseppe: egli era

l'Eccellentissimo don Giuseppe Beccadelli da Bologna e Gravina, Marchese di Sambuca, Grande di Spagna, Cavaliere dell'Insigne Real Ordine di San Gennaro, Gentiluomo di Camera con esercizio dell'Invittissimo Sovrano Ferdinando III, Consigliere di Stato residente nella dominante Palermo e Principe di Camporeale.

Oltre all'acquisto di quell'esteso territorio don Giuseppe Beccadelli aveva ottenuto dal Re di Napoli anche la licentia populandi: poteva edificare nuovi centri abitati. Il primo centro iniziò a edificarlo in contrada Macellaro e lo denominò con una parte del titolo di cui i Beccadelli erano in possesso almeno dal XV secolo: Camporeale. Il secondo decise di edificarlo in contrada Mortilli e, nell'assegnargli il proprio nome, forse pensò di soddisfare le aspettative dello sposo della Madonna di cui era devoto. Fu naturale che, per distinguere il nuovo San Giuseppe dai numerosi centri con lo stesso nome, divenisse San Giuseppe li Mortilli. Scorrevano dinanzi ai suoi occhi, in quel momento, le numerose rimostranze dei nuovi abitanti. Tutti avevano contestato l'irrazionale esposizione a nord del sito scelto e, soprattutto, l'edificazione su un terreno che, alle falde del monte San Cosmano, minacciava da un momento all'altro di scoscendere verso valle.

Alla ricerca di San Giuseppe su Internet. Sorpresa! La mafia.

I siti restituiti da Internet alla richiesta Dammusi erano circa 80. In buona parte si trattava di pubblicità relativa ai dammusi, freschissime casette ad un piano caratteristiche delle isole di Pantelleria e Lampedusa, che non interessavano il Principe. Solo tre siti non appartenevano a tale tipologia. Don Giuseppe scelse il primo che gli capitò e cliccò:

http://www.cyberworld.it/carabinieri/html/archivio/.

Immediatamente sul monitor apparve la risposta:

Omicidio: Scaglione Salvatore. In San Giuseppe Jato, contrada Dammusi, in data 30.11.1982

Pensò non trattarsi del termine Dammusi da lui cercato e passò oltre: cercava infatti contrada Dammusi di San Giuseppe li Mortilli non di San Giuseppe Jato.
Decise allora di cercare su Internet direttamente l'Università - oggi diciamo il Comune - di San Giuseppe e digitò:

SAN GIUSEPPE LI MORTILLI

Ebbe subito la risposta:

ALTAVISTA FOUND NO DOCUMENT MATCHING YOUR QUERY
(AltaVista non ha trovato alcun documento relativo alla vostra richiesta)

Al Principe, che aveva subito compreso il senso della frase, si gelò la schiena. In parole povere San Giuseppe li Mortilli non esisteva. Almeno su Internet.
"E che era successo all'Università di San Giuseppe li Mortilli?!" Si chiese incredulo e stupefatto.
"Era stata abbandonata?"
"Oppure era franata?" Pensò subito dopo.
Nel fare queste considerazioni il Principe focalizzò la sua attenzione sul monte sovrastante San Giuseppe li Mortilli e ricordò che non erano tutti a denominarlo San Cosmano: alcuni lo chiamavano monte Mori altri ancora monte Jato. Attraverso il toponimo Jato il Principe intuì allora che San Giuseppe li Mortilli e San Giuseppe Jato erano esattamente la stessa cosa. Digitando monte Jato scoprì che l'Università di San Giuseppe li Mortilli era, come da molti paventato, veramente franata a valle quasi per intero l'11 marzo 1838. Per fortuna però i suoi industriosi abitanti, oltre ad edificare il limitrofo centro di San Cipirello, avevano anche ricostruito le abitazioni crollate.
Rianimatosi don Giuseppe Beccadelli si rese conto che il primo sito Web relativo a Dammusi era proprio quello che cercava e, passando ad altra pagina, cliccò:

http://www.cyberworld.it /carabinieri/html/archivio/com2.html

Alla lettura di quel che apparve sul monitor esclamò in modo quasi spontaneo "per D." ma non terminò la locuzione immediatamente corretta in "per dinci!". Poi fissò il monitor leggendo senza pronunciare ed anche senza pensare.

VITTIME
Inzerillo Santo, nato a Palermo 23.4.1946, strangolato in San Giuseppe Jato in contrada Dammusi il 26.5.1981;
Di Maggio Calogero, nato Torretta (PA) 16.8.1924, strangolato in San Giuseppe Jato in contrada Dammusi il 26.5.1981;
Scaglione Salvatore, nato a Palermo il 6.4.1940, strangolato in San Giuseppe Jato in contrada Dammusi il 30.11.1982;
Riccobono Rosario, nato a Palermo IL 10.2.1929, strangolato in San Giuseppe Jato in contrada Dammusi il 30.11.1982;
Micalizzi Salvatore, nato a Palermo il 23.8.1952, strangolato in San Giuseppe Jato in contrada Dammusi il 30.11.1982;
Savoca Carlo, nato a Palermo il 28.10.1943, strangolato in San Giuseppe Jato in contrada Dammusi il 30.11.1982;
Cannella Vincenzo, nato a Palermo il 13.8.1947, strangolato in San Giuseppe Jato in contrada Dammusi il 30.11.1982…

Quando completò la lettura ed ebbe modo di riprendersi riuscì a chiedere ad un vecchio santo appollaiato su una nuvoletta limitrofa:
"Scusassi zio santo, nel 1982 in Sicilia guerra ci fu?"
"No." Rispose sicuro il santo che dall'aria sembrava molto informato. Poi continuò: "tieni però presente, Principe, che ci sono tanti tipi di guerre: guerre alla povertà, guerre di religione, guerre di mafia…".
Il Principe, pensando che il vecchio santo avesse trovato lo spunto per attaccar bottone, lo liquidò di colpo con un "grazie!!" e, stordito per quanto aveva letto sulla sua Dammusi, non si preoccupò neppure di chiedere cosa significasse mafia, termine del quale sconosceva l'esistenza.
Ma com'era stato sbadato! Era mai possibile che nel 1982 gli uomini si fossero ridotti a far le guerre strangolandosi! E che avevano fatto, il disarmo totale? E poi tutti quei morti ammazzati nel mese di novembre! Che ammazzassero la gente per festeggiare le ricorrenze!? No. Non era possibile. Dalle notizie giunte nell'aldilà, in verità col contagocce, risultava che novembre era e continuava ad essere il mese dei morti, non dei morti ammazzati. Ad ogni buon conto si propose un approfondimento successivo.
La cosa che più lo sconvolgeva era il pensare che quella carneficina fosse avvenuta nella sua Dammusi, il suo Eden, il luogo dove lui, i suoi figli, i figli dei suoi figli avevano trascorso buona parte della loro terrena esistenza. Certo! Non è che ai suoi tempi ci fosse penuria di morti ammazzati! Ma, Dio mio, a questo livello! E poi tutti nella stessa giornata!
In modo quasi automatico, utilizzando la tecnica dell'ipertesto, portò il cursore su un certo Scaglione Salvatore, pigiò il tasto sinistro del mouse e sul monitor spuntò:

Omicidio: Scaglione Salvatore. In San Giuseppe Jato, contrada Dammusi, in data 30.11.1982…I quatto cadaveri, a cui dopo si aggiunse quello dello Scaglione, furono messi in 2 bidoni con acido nel vicino torrente. Si dovette inoltre procedere all'acquisto di altro acido perché la bassa temperatura del torrente rallentava l'opera di corrosione…

Dalla lettura integrale di quanto riportato non è che il Principe ci capì tanto. Il linea di massima riuscì ad afferrare che si trattava di regolamento di conti tra persone appartenenti a gruppi con posizioni strategiche (e ideologiche?) diverse. Comprese che a volte la gente, oltre ad essere strangolata, veniva disciolta negli acidi. Ed in relazione a quest'ultima operazione, tra gli addetti ai lavori detta squagghiatìna, opinò che potesse trattarsi di una nuova tecnica finalizzata alla salvaguardia dell'ambiente. Per il resto non capì un tubo. Uomini d'onore! Mandamenti! E che erano?! Non riusciva poi ad inquadrare nel verso giusto quel rapporto tra famiglia e mandamento. Ai suoi tempi quando si scioglieva una famiglia (non negli acidi!) si ottenevano due persone, marito e moglie, che se ne andavano ognuna per i cavoli propri. Ora, invece, dallo scioglimento di una famiglia nasceva un nuovo mandamento. Vacci a capire!
Decise allora di ripiegare nuovamente sull'ausilio del santo appollaiato il quale, in quel momento, era occupato a spalmarsi sulle spalle un po' di crema anti-ustioni.
"Scusassi ancora, zio santo, cosa significa uomo d'onore lei lo sa?"
"Uomo d'onore" rispose subito il santo "è un appartenente alla mafia."
"E la mafia che cos'è?" Chiese, senza pensarci, il Principe.
"La mafia," disse il santo, "in altri tempi chiamata maffia inizia la sua opera nel secolo scorso o meglio, considerato che siamo già entrati nel 2000, nel secolo XIX…"
Ma non ebbe il tempo di completare la frase perché fu interrotto, ancora una volta, dal Principe.
"No! No! Zio santo! Mi interessa solo una definizione concisa del termine. Il significato e basta. Può usarmi la gentilezza di indicare dove posso trovare una spiegazione breve, precisa ed esaustiva?"
"Ascolta Principe!" Rispose il santo ostentando velatamente la propria autorità gerarchicamente superiore. "Prima di lanciarti a capofitto sulla tastiera del computer hai frequentato il corso su Internet?"
"No." Rispose il Principe.
"Io invece sì." Disse secco il santo. E continuò:
"Stamattina mentre tu te la fissiàvi ad armeggiare col mouse e la tastiera io ero impegnato a seguire il corso accelerato "Come diventare luminari di Internet in tre milionesimi di secondo": corso che non solo era gratis ma ti avrebbe consentito, se lo avessi frequentato, di acquisire un titolo più adeguato ai tempi moderni. Invece dovrai aspettare altri 1000 anni per il prossimo corso! Sì. E' vero. Potresti sempre ripiegare sui corsi per corrispondenza. Ma consentimi: non ne vale la pena! Ti rilasciano un ridicolo e misero attestato che non porta mai molto lontano."
"Ma allora il senatore Bossi che ha seguito il corso per corrispondenza della Scuola Radio Elettra di Torino?!" Disse il Principe tra il timido e la consapevolezza di aver preso il santo in castagna.
"L'eccezione, lo sanno cani e gatti, conferma la regola." Rispose mezzo incazzatizzo il santo. Poi continuò:
"Sì è vero. Bossi ne ha fatta di strada. Ma dove? Sulla Terra. In Italia. Qui non avrebbe fatto neppure un centimetro della via Lattea! Qui in Paradiso, come dovresti sapere, le correnti di pensiero dominanti ormai fanno quasi tutte riferimento al neopositivismo del Circolo di Vienna e al pragmatismo americano di James. E allora siamo pratici, Principe! Tu credi che se a Bossi si guastasse il televisore o il frigorifero di casa lui sarebbe in grado di ripararlo? Ascoltami bene. Il tipo di ricerca su cui ti vedo impegnato, in altri tempi avrebbe presupposto la frequenza a biblioteche e archivi con code e lunghe attese. Oggi è possibile accedervi attraverso Internet. Bisogna però conoscere i relativi siti. Per le biblioteche uno dei migliori servizi in Italia lo trovi all'SBN - Servizio Bibliotecario Nazionale - il cui indirizzo, che ti invito a memorizzare, è

http://www.iccu.sbn.it/sbn.htm

Collegandoti a tale sito e digitando, che so… un autore, un titolo, un editore, un argomento, potrai sapere in quali biblioteche italiane trovare il volume e consultarlo."
"E per gli archivi?"
"Per gli archivi puoi collegarti al sito

http://www.archivi.beniculturali.it/

oppure, visto che la tua Dammusi ricade in territorio di Monreale, al sito

http://www.archiviomonreale.sicilia.it/"

"Grazie!" Rispose il Principe.
"Aspetta! Non ho ancora finito." Continuò il santo. "Io ho bisogno di distendermi perché la frequenza al corso mi ha molto stressato. Vado a riposarmi su quella nuvola in fondo a circa 18.000 km da qui. Tu dirai: perché così lontano? Per il semplice motivo che non sopporto il ticchettio della tua tastiera! Se dovessi ancora avere bisogno chiamami al cellulare. Ah! Stavo dimenticando! Una delle prime definizioni sulla mafia puoi reperirla in un'opera giovanile di Giuseppe Pitrè: Vocabolario marinaresco siciliano. Ciao!". E volò via.

Riina, Di Maggio, Brusca, Siino…

Il Principe, seguendo le istruzioni del santo, trovò subito la definizione nel volume indicato:

Io son pago di affermare la esistenza della nostra voce - mafia - nel primo sessantennio di questo secolo in un rione di Palermo, il Borgo, che fino a vent'anni addietro faceva parte per se stesso, e si reputava qual era topograficamente, diviso dalla città. E al Borgo la voce mafia coi suoi derivati valse, e vale sempre, bellezza, grandiosità, perfezione, eccellenza nel suo genere…Alla idea di bellezza la voce mafia unisce quella di superiorità e di valentia nel miglior specificato della parola, e discorrendo di uomo, sicurtà d'animo, e in eccesso di questa, baldezza, ma non mai braveria in cattivo senso, non mai arroganza, non mai tracotanza. L'uomo di mafia o mafioso, inteso in questo senso naturale e proprio, non dovrebbe metter paura a nessuno perché pochi quanto lui sono creanzati e rispettosi.

Alla lettura della definizione del Pitrè il Principe di Camporeale fu assalito da nuova confusione oltre che da sconforto: la strada era diventata ancora più ripida.
"Ma come!?" Disse. "Se i mafiosi - belli, grandiosi, perfetti, eccellenti - si strangolano tra loro sciogliendosi negli acidi, allora i non mafiosi che faranno?".
"Minimo minimo," rispose a se stesso "si sbraneranno le carni leccandosi il sangue e riducendo le ossa in polvere con un martello!"
Si rese allora conto della necessità di ulteriori approfondimenti. Ripristinò nuovamente il collegamento col motore di ricerca AltaVista, digitò mafia e sul monitor spuntò:

Word MAFIA: AltaVista found 181050 Web pages
(AltaVista ha trovato 181.050 pagine Web della parola mafia)

Fece allora, ad alta voce, un rapidissimo calcolo ragionato: "Se ogni pagina Web la facciamo corrispondere mediamente a 10 pagine normali, fanno 1.810.050 pagine normali. Se ad ogni pagina normale corrispondono in media 400 parole, fanno 724.020.000 parole. Se in un minuto si riescono a leggere 60 parole, allora per leggerle tutte occorreranno 724020000/60 =12.067.000 minuti. Ovvero circa 23 anni; notti comprese! Senza contare le frequenti interruzioni nei collegamenti dovute al pessimo servizio dei gestori della telefonia in Italia." Certo, di tempo a disposizione ne aveva quanto voleva, ma non lo allettava affatto la prospettiva di impiegare 23 anni della sua eternità nella lettura di quella montagna di informazioni. Anche perché non era assolutamente sicuro - in questi casi, si sa, ognuno dice o scrive la sua - che sarebbe riuscito alla fine ad avere le idee chiare sull'argomento. Fu così che il Principe decise di navigare nell'ambito di quelle pagine selezionando, con opportune operazioni di filtraggio, i siti Web mafiosi - in tal modo li definì per distinguerli dagli altri - legati alla sua San Giuseppe Jato.
Scoprì allora che la mafia aveva avuto origini in Sicilia; che si trattava di un'organizzazione criminale; che quasi certamente la definizione del Pitré era da riferire ad altra epoca; che la mafia si era diffusa in tutto il mondo e che il capo dei capi era stato, o forse continuava ad essere, un certo Totò Riina. Seppe che Riina aveva trascorso molti anni della latitanza nella sua Dammusi dove, secondo le dichiarazioni di Giovanni Brusca di San Giuseppe Jato, era stato custodito una sorta di arsenale militare della mafia. Notò pure che buona parte dei siti, nazionali ed internazionali, relativi alla mafia riconducevano a San Giuseppe Jato e, viceversa, digitando San Giuseppe Jato si ritornava, come se si trattasse di sinonimo, alla mafia.
"Ma guarda un po'!" Pensò "quanto è divenuto importante il centro da me fondato!".
Continuando a navigare in Internet venne a conoscenza di un famoso magistrato, Giovanni Falcone, fatto saltare in aria con un ordigno esplosivo, il cui pulsante era stato cliccato da uno di San Giuseppe Jato: Giovanni Brusca. Poi si accorse che Riina, ricercato dalle polizie di mezzo mondo per oltre vent'anni, era stato arrestato nel 1993 e che l'operazione era stata resa possibile da un certo Balduccio Di Maggio.
E di dov'era Balduccio Di Maggio?
Di San Giuseppe Jato.
Scoprì pure che la mafia, in Sicilia, aveva un proprio Ministro dei Lavori Pubblici.
E di dov'era il Ministro?
"Di San Giuseppe Jato?" Tirò ad indovinare.
Non si era sbagliato. Era Angelo Siino nato e domiciliato a San Giuseppe Jato.
E giacché navigava nell'area dei Lavori Pubblici fece una capatina sul sito delle imprese che operavano nel settore. Scoprì così che nel 1987 all'Albo Nazionale dei Costruttori del Ministero dei Lavori Pubblici - quello statale - risultavano iscritte 84 imprese di San Giuseppe Jato. Un vero e proprio record: per ogni cento abitanti, inclusi vecchi e bambini, c'era un'impresa operante nel settore dei lavori pubblici.
"Meno male!" Pensò il Principe. "Per fortuna eccelliamo anche nel mondo del lavoro!"
Nel visitare il sito relativo all'Albo Nazionale si era un po' allontanato dai siti mafiosi. Tornò allora indietro e la sua attenzione si centrò sull'indirizzo

http://www.itdf.pa.cnr.it/web/andreotti/atti/procura/.

Cliccò e gli spuntò:

ESPOSIZIONE INTRODUTTIVA DEL PUBBLICO MINISTERO nel processo penale n. 3538/94 N.R., instaurato nei confronti di Giulio ANDREOTTI, nato a Roma il 14.1.1919, per il reato di cui all'art. 416 C.P. (fino al 28.9.1982), e per il reato di cui all'art. 416 bis c.p. (dal 29.9.1982 in poi).

"Possibile?!" Esclamò il Principe.
E invece sì. Era proprio lui: il Presidente, elevato alla settima, Giulio Andreotti.
In Paradiso era già ritenuto di casa. Di lui si diceva un gran bene e se ne elogiava particolarmente l'impegno: un vero paladino della Fede e del Vaticano. Si diceva che da un momento all'altro sarebbe arrivato per unirsi alla comunità dei beati in attesa di diventare santo. Così almeno avevano assicurato quasi tutti i Papi approdati negli ultimi cinquant'anni in Paradiso, ciascuno adducendo sempre la stessa motivazione: Giulio, giorno dopo giorno, rischiava la pelle; continuava a fare troppe, troppe leggi che mettevano il bastone fra le ruote alle varie criminalità, organizzate e non, ma soprattutto alla mafia. Di Papi però ne erano arrivati ben quattro e del Presidente non si era vista neppure una delle sue sette ombre. Anzi l'ultimo - Luciani - per evitare di fare la figuraccia dei predecessori non solo aveva cominciato a mettere in dubbio la certezza della morte, ma aveva pure improvvisato una sorta di bisca dove accettava puntate sull'arrivo del quinto Papa ancor prima di Giulio. In ogni caso, sostenevano con sicurezza i beati più anziani, prima o poi si sarebbe presentato. In Paradiso circolava voce che per il suo arrivo sarebbe stata organizzata una grande parata: si dava per certo infatti l'arrivo di Giulio in carrozza. Negli ultimi tempi però l'euforia era scemata. Tutta colpa di quella frase delle zie del Presidente:
"Giulio," gli avevano detto "in Paradiso non si va in carrozza!".
Era quella una frase usuale per esprimere le difficoltà che si incontrano nel guadagnarsi il Paradiso. Nel caso di Giulio, però, era apparsa molto sibillina: si trattava di un ordine del Padreterno trasmesso attraverso le zie? Le zie sapevano qualcosa di cui non volevano o potevano parlare? Nessuno era stato in grado di fornire una spiegazione plausibile.
"Certo," pensò il Principe "se dovesse rispondere a verità quanto scritto sulle pagine delle ordinanze dei pubblici ministeri di Palermo e Perugia, altro che carrozza! Minimo minimo rischia di arrivare in Paradiso arrampicandosi su una fune; se non dovrà addirittura attendere la maxi-indulgenza del prossimo millennio!". Non è che il G.U.P. (Giudice Unico del Paradiso) si ritenesse vincolato alle sentenze dei tribunali terreni. Ci sarebbe mancato altro! Sull'associazione mafiosa, ad esempio, si poteva pure intavolare una trattativa. Ma sul bacio no. Al bacio il G.U.P. era particolarmente allergico. Ogni volta che si parlava di bacio gli venivano in mente, come in un incubo, evangelici tradimenti. In fondo come si poteva dargli torto!? Come poteva mai dimenticare che per un bacio ci aveva appizzàto un figlio!?
Continuando a leggere il Principe notò che il capo d'imputazione più grave, o forse più eclatante, era legato alla testimonianza di un uomo il quale asseriva di avere assistito al bacio tra Andreotti e Riina.
"Se è di San Giuseppe Jato," aveva pensato, "stasera me la vendo al Club Paradise!"
Non si era sbagliato! Era Balduccio Di Maggio.
E non era finita. Nel corso del processo del secolo, così era stato definito, il Di Maggio denunziava un tentativo di corruzione, per svariati miliardi, finalizzato alla ritrattazione di quanto dichiarato a proposito del bacio di Andreotti. E chi era il sedicente corruttore?
L'ex Sindaco di San Giuseppe Jato, Baldassare Migliore.
Sempre nel corso del processo veniva organizzato un falso complotto ai danni di Andreotti: Giovanni Brusca avrebbe dovuto dichiarare di avere raggiunto un accordo con Luciano Violante, poi Presidente della Camera, per incastrare Andreotti. Il Brusca, nel frattempo pentito, non aveva mai messo in atto il progetto. Chi invece aveva sparso ai quattro venti il falso complotto, presentandolo per vero e creando più che uno scoop un putiferio, era stato un avvocato di San Giuseppe Jato: Vito Ganci.
Certo tali notizie erano da prendere con le pinze.
"E chi se ne frega!" Pensò il Principe. "Gli autori sempre di San Giuseppe Jato sono!"

Non solo Andreotti e San Giuseppe: anche Marco Minghetti, Benito Mussolini e Vittorio Emanuele Orlando

"Chi l'avrebbe mai immaginato" pensò il Principe poco dopo "che il centro da me fondato avrebbe avuto a che fare per la terza volta con un Presidente del Consiglio! Almeno alla luce del sole."
Oltre un secolo prima, subito dopo l'Unità d'Italia, un altro grande Presidente del Consiglio, Marco Minghetti, a San Giuseppe Jato ci si era addirittura sposato, impalmando la mortillara - così erano denominati anticamente gli abitanti di San Giuseppe li Mortilli - donna Laura Beccadelli Acton di casa Camporeale. All'epoca, grande era stato il giubilo dei mortillari - oggi jatini - per un sì grande onore, tanto che una delle principali vie del paese era stata poi intitolata al grande statista. E, come risulta dal carteggio presso l'Archivio Storico Diocesano di Monreale, notevole era stato anche l'attaccamento e la riconoscenza degli jatini a donna Laura la quale, pur tra i numerosi impegni mondani della Capitale, aveva sempre continuato a occuparsi e preoccuparsi dei bisogni dei suoi concittadini e, soprattutto, concittadine. In verità, in casa Camporeale, quello era stato un matrimonio alquanto contrastato: una famiglia del passato regime borbonico non poteva unirsi al principale rappresentante del nuovo Governo usurpatore. Poi però erano prevalse le logiche di sopravvivenza. La famiglia Beccadelli, dagli Aragonesi in poi, sfruttando il momento giusto si era sempre trovata al posto giusto. Non poteva lasciarsi sfuggire la ghiotta occasione. E così quella sofferta decisione aveva contemporaneamente determinato la celebrazione di due sacramenti: il matrimonio di donna Laura e il battesimo del passaggio di casa Camporeale al nuovo regime dei Savoia.
Un altro Presidente del Consiglio risultava ufficialmente legato a San Giuseppe Jato: il Presidente dei Presidenti S.E. Benito Mussolini. Il 6 maggio 1924 si trovava a Piana degli Albanesi alla testa di un lungo corteo. Accanto a Benito, nella macchina presidenziale, don Ciccino Cuccia - sindaco di Piana e capo indiscusso della locale consorteria mafiosa - sussurrava una frase poi consegnata alla storia:

Voscenza, signor Capitano - così aveva chiamato familiarmente Benito - Lei è con mia, è sotto la mia protezione. Che bisogno aveva di portare tanti sbirri?

Don Ciccino era strettissimo amico di don Santino Termini, Sindaco di San Giuseppe Jato. Ma quel grande onore di cui aveva goduto don Ciccino era stato l'elemento scatenante, malgrado l'amicizia, l'invidia del Termini. Certo! Benito sempre amico di un amico era! Ma per don Santo non era stato sufficiente. Messi da parte i propri trascorsi liberali, popolari e di altri partiti dei quali non ebbe il tempo di ricordarsi, iscritto un solo punto all'ordine del giorno e riunito, in seduta straordinaria, il Consiglio Comunale, conferiva la cittadinanza onoraria al Duce . Alla seduta 9 consiglieri su 20, in parte militanti del fascio, risultavano assenti. Per quasi tutti gli unanimi il conferimento della cittadinanza onoraria al Capo del Governo non era stato però sufficiente, alcuni mesi dopo, ad evitare il soggiorno nelle patrie galere con l'accusa di mafia, assassini e ruberie varie, assieme a circa 150 elementi di San Giuseppe Jato e San Cipirello. In ogni caso Mussolini rimase sempre grato per tale riconoscimento che lo poneva sullo stesso piano di un altro cittadino onorario qual era il prof. on. Giuseppe Caronia, scienziato, e successivamente, ma questo non poteva saperlo, dell'archeologo prof. Hans Peter Isler, Direttore della Facoltà di Archeologia dell'Università di Zurigo e degli scavi dell'antica Jato e dell'ex Procuratore della Repubblica di Palermo dott. Giancarlo Caselli. E la gratitudine ebbe a manifestarla, in maniera concreta, alle ore 15.30 del 27 maggio 1927 in un famoso discorso alla Camera, poi pubblicato su due grandi manifesti fatti affiggere in tutte le piazze d'Italia. Nell'elencare uno per uno i comuni del palermitano dove maggiore era la presenza della mafia - Corleone, Piana dei Greci, Santa Cristina Gela, Parco, Termini Imerese, Belmonte, Mezzoiuso, Bisacquino, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Campofiorito, Casteldaccia, Baucina, Ventimiglia, Bagheria, Ficarazzi, Villabate, Santa Flavia, Roccamena - tralasciava di citare la sua città onoraria San Giuseppe Jato. E dire che per numero di arresti, di diffidati, di delitti commessi, il comune jatino risultava il primo tra quelli elencati. All'occasione fruivano della gratitudine del Capo del Governo anche i limitrofi San Cipirello, Partinico e Borgetto che, in fatto di mafia, costituivano un gruppo inscindibile con San Giuseppe Jato.
C'era un altro Presidente del Consiglio che, quasi certamente, aveva avuto legami diretti con i due comuni jatini: S.E. l'on. prof. Vittorio Emanuele Orlando. Il Principe si trovò nel dubbio se annoverarlo in questa sorta di albo d'oro. Sì! C'era tanta gente che giurava di averlo visto diverse volte a schiticchiari, mangiando castrato e salsiccia, assieme ai componenti dell'amministrazione comunale poi tutti arrestati. Ma si trattava di fatti non documentati anche se, sulla attendibilità delle persone, si poteva mettere la mano sul fuoco senza il rischio di far la fine di Muzio Scevola. In verità trovò un documento, diciamo ufficiale, che lasciava supporre l'attendibilità delle dichiarazioni: una delibera del 5 febbraio 1921, proposta dal sindaco Santo Termini, relativa alla realizzazione della linea ferrata. Così concludeva:

Il Consiglio Comunale delibera di chiedere a S.E. il prof. V.E.Orlando, on. Giovanni Lo Monte, on. Nicolò Zito, S.E. Lanza di Trabia, cui a cuore stanno i bisogni di questa cittadinanza, perché spieghino vivamente il loro autorevole interessamento presso il Governo del Re.

Il Principe, per capirci meglio, fece allora un ragionamento alla fimminina, semplice ed efficace:
- l'Amministrazione di Santo Termini era qualificata mafiosa.
- l'on. prof. V.E. Orlando doveva alla mafia buona parte delle sue fortune elettorali.
- l'on. Giovanni Lo Monte era appoggiato dai mafiosi Cassini di Contessa Entellina; era legato alla mafia di San Cipirello; risultava, negli archivi della polizia, che nel 1911 aveva organizzato una rapina sul vagone postale del treno nella tratta Vita - Salemi assieme a Termini Santo di San Giuseppe Jato e Todaro Vito di San Cipirello.
- l'on. Nicolò Zito, un vecchio notabile proprietario di agrumeti a Palermo Mezzomonreale, era appoggiato dal mafioso don Vito Cascio Ferro di Bisacquino. Quest'ultimo, a sua volta, era ritenuto responsabile dell'assassinio del tenente Joe Petrosino, avvenuto nel 1909. Era stato però scagionato dalla dichiarazione di un deputato: all'ora del delitto il Cascio Ferro si trovava a cenare a casa sua.
- S.E. Lanza di Trabia apparteneva alla famiglia che aveva concesso al mafioso Giuseppe Genco Russo, responsabile di una cooperativa di pastori, l'ex feudo Malpertugio e l'ex feudo Polizzello di circa 2000 ettari.
Trovò che tutti i personaggi citati avevano in comune la parola mafia, e poté concludere:
"Anche i mafiosi mangiano." Aggiungendo poi: "coi Presidenti del Consiglio!"

Un noto anonimo degli anni '90. Vip

Continuando a navigare sui siti Web mafiosi venne pure a conoscenza di un fatto abbastanza singolare che, all'epoca, aveva subito fatto il giro delle redazioni dei giornali. Agli inizi degli anni novanta un anonimo, si opinava trattarsi di un addetto ai lavori, aveva messo in giro una serie di previsioni che, a distanza anche notevole di tempo, si sarebbero rivelate di una esattezza sconcertante: roba da fare innervosire persino il Padreterno il quale, nella nobile arte di prevedere il futuro, riteneva di avere l'esclusiva. Era riportato l'imminente arresto, meglio la consegna spontanea, di Riina; si parlava minuziosamente degli attuali (di allora) assetti del potere; ma soprattutto veniva tracciato, minuziosamente e su vasta scala, un nuovo organigramma del potere politico e criminale per gli anni successivi: ministri che sarebbero caduti in disgrazia, deputati che sarebbero divenuti ministri, boss che sarebbero emersi, altri che sarebbero stati messi a riposo, alcuni in quello eterno altri - sarebbe stata la prima volta - in pensione. L'anonimo poi precisava che il nuovo organigramma non era il parto delle sue logiche deduzioni; era invece il risultato di estenuanti trattative tra le parti interessate. Fatte dove?
"Vuoi vedere…" pensò il Principe.
Sì. Proprio lì. A San Giuseppe Jato.
Tra i personaggi reperiti su Internet, degno di citazione sembrò al Principe anche l'on. Insalaco.
Giuseppe Insalaco a San Giuseppe Jato c'era nato e ci si era anche sposato. Negli anni '60, poco più che ventenne, era stato un enfant prodige della politica locale. In quegli anni svolgeva le mansioni di segretario particolare dell'on. Franco Restivo, professore universitario, grande proprietario terriero nell'area belicina, ex presidente della Regione e vice-presidente della Camera. L'on. Restivo, o il Presidente com'era chiamato, aveva fatto il grande salto come Ministro degli Interni e, successivamente, della Difesa: due ministeri chiave, specie quello degli Interni, nel proprio collegio elettorale. A San Giuseppe Jato e San Cipirello non v'era elezione in cui il primo degli eletti non fosse il candidato di Insalaco. E se il secondo racimolava più della metà delle preferenze rispetto a quelle del Presidente allora la parola più pronunciata, tra gli intristiti sostenitori restiviani, risultava debacle: il cui significato, ai più, era sconosciuto. Tutti, nei due comuni jatini, ricordavano le lunghe code di individui, delle più variegate estrazioni sociali, presso la segreteria particolare di via Dante n. 55 a Palermo. Tanti erano stati gli jatini che, grazie al suo interessamento, avevano risolto l'endemico problema del lavoro con accesso, per chiamata diretta, presso la pubblica amministrazione. Poi Pippo, così era chiamato indistintamente da tutti, faceva il grande salto a deputato regionale e, successivamente, a Sindaco di Palermo. E, continuando a fare salti, ci aveva pure rimesso la pelle. Anche allora si era a conoscenza che due potevano essere i risultati dei grandi saltatori: o campioni mondiali o guaribili in una trentina di giorni salvo ricovero al cimitero. Che l'avesse assassinato la mafia non c'erano dubbi. Nessuno, però, era mai riuscito a capire su quale fronte fosse caduto. Nel tentativo di darsi una risposta il Principe non poté far altro che utilizzare il metodo semiprobabilistico: in genere il 99% degli assassinati faceva parte, su avversi fronti, della stessa organizzazione mafiosa. Poi c'era l'1%. Ma rimase sempre nel dubbio.

A proposito di sindaci trovò pure che il padre del Sindaco di Milano, Paolo Pillitteri, a sua volta cognato di Bettino Craxi, era di San Giuseppe Jato.
Quello degli anni settanta-ottanta era stato un periodo particolare. Sembrava che in Italia nessuno potesse accedere alle stanze del potere politico ed economico se nel DNA non avesse un qualcosa che lo legasse alla Sicilia.
Craxi, ad esempio, era originario del messinese.
Enrico Cuccia era siciliano. Non v'era Cuccia al mondo le cui origini non risalissero al limitrofo Comune di Piana degli Albanesi. La presenza dei Cuccia a Piana, documenti alla mano, risaliva alla fondazione della città nel XV secolo. Di Cuccia a Piana ce n'era un quarto di paese e di tutti i colori: ricchi, poveri, di sinistra, di destra, mafiosi e poliziotti.
Michele Sindona il plurititolato: banchiere di Dio, salvatore della lira. Titoli che, in occasione del noto fallimento, erano stati sintetizzati nell'unico di cui in carcere potesse ancora gloriarsi: bancarottiere siculo. Michele Sindona era nato a Patti, si era girato il mondo ma, chissà per quale motivo, una parte della convalescenza - dopo un colpo di lupara alla gamba in un finto sequestro - aveva preferito trascorrerla all'aria tersa e limpida del territorio jatino. Così almeno sembrava assicurare Anciluzzo Siino di San Giuseppe Jato nelle sue dichiarazioni come collaboratore di giustizia. Chi mai avrebbe poi immaginato che don Michele, carico di lauree honoris causa, sarebbe morto d'ignoranza!?
"Dottore Sindona!" Gli avevano proposto in carcere, "lo gradirebbe un caffè corretto all'asparìno?"
"Sì, grazie, con vero piacere!" Aveva risposto don Michele convinto che l'asparìno, detto in minuscolo, fosse un concentrato di asparagi e rosmarino: roba di cui andava matto. Si era sbagliato. Sapeva che Pisciotta nel '54 in carcere aveva gradito un caffè corretto alla stricnina, sapeva che all'anagrafe era registrato col nome di Gaspare, ignorava però che amici e conoscenti lo avevano sempre affettuosamente chiamato Asparìno!
Roberto Calvi non aveva legami con la Sicilia ma gli erano stati procurati da un gruppo di killers di Altofonte, un comune dipendente dal mandamento (mafioso) di San Giuseppe Jato: con l'utilizzo di robuste liàmi era stato legato e suicidato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra.
Uno che aveva rischiato di interrompere una brillante carriera per mancanza di origini sicule era stato l'on. Claudio Martelli, allora delfino del poi divenuto extracomunitario Bettino Craxi. In occasione delle elezioni nazionali del 1987 era stata proposta la sua candidatura nel Collegio della Sicilia Occidentale. Malgrado fossero state assoldate alcune squadre di topi d'archivio non era stato reperito uno straccio di documento che potesse far supporre un legame, anche lontano nel tempo, del Martelli con l'isola. Il responsabile delle squadre di topi era stato lapidario:
"Qui," aveva detto sicuro "continuando la ricerca indietro nel tempo, andiamo a finire dritti dritti ad Adamo ed Eva!"
"E non è sufficiente?!" Aveva esclamato uno degli interlocutori convinto che il sito del Paradiso Terrestre fosse stato la Sicilia.
"Non basta." Gli avevano risposto in coro gli altri interlocutori. "In questo modo tutti siciliani sono!"
Il Martelli allora, sceso in Sicilia, si adoperava tentando l'impossibile. Rovistando con impegno nel proprio passato trovava la soluzione. Riuniva gli interlocutori e, con una oratoria forte e appassionata ma anche ragionata, riusciva ad ammorbidire i loro cuori e a illuminarne le menti. Nel corso dell'intervento alcuni termini quali onore, amicizia, silenzio erano stati utilizzati a tinchitè incastonati in alcune espressioni di notevole effetto attraverso l'utilizzo sporadico di vocaboli siculi appresi nottetempo. Concludeva con orgoglio:
"Da tempi immemorabili, nel cuore, siciliano sempre sono stato! La sofferenza per l'impossibilità di ostentare la sicilitudine repressa mi è stata compagna nel corso degli anni. Paragonati al mio patologico pathos i Dolori del giovine Werther erano palìchi. Ora nel momento più importante e delicato della mia travagliata esistenza mi rivolgo a voi, uomini che nell'onore avete riposto il senso e lo scopo della vostra vita, perché possa essere annoverato ed iscritto negli elenchi del nobile popolo siciliano!" Poi precisava:
"In ogni caso, se questo non dovesse bastare, ecco la prova certificata del mio sicilianesimo."
Delicatamente poggiava sul tavolo un certificato dell'Ufficio Leva attestante che il soldato Claudio Martelli aveva prestato il servizio militare a Trapani.
"Pure all'interno del collegio elettorale!" Avevano pensato tutti.
A quel punto gli interlocutori, tutti assieme e all'unisono, profferivano:
"Che siciliani si nasce vero è; ma, in caso di necessità, pure si diventa!"
Era chiaro, considerate le premesse, che il Martelli avrebbe dovuto essere il primo degli eletti. Ed infatti lo fu. Anche a San Giuseppe Jato e San Cipirello. Peccato che poco dopo, divenuto prima Vice Presidente del Consiglio e successivamente Ministro di Grazia e Giustizia, procedeva a cancellarsi dall'elenco dei siculi. Colpa, si diceva, di un attentato nella sua villa di Roma tentato dai Ganci di San Giuseppe Jato . E dire che, prima della trasferta sicula, gli era stato ricordato a chiare lettere:
"Claudio!" Gli avevano detto "ti consigliamo di non fare promesse. Ma se dovessi farle o capisci che laggiù capiscono che tu gliele hai fatte, mantienile! Tieni pure presente che a volte capiscono che tu hai capito ciò che in realtà non hai capito. Stai attento che in Sicilia in fatto di impegni politici un si cugghiunìa e ci po' puru scappari 'u mortu!"
Si racconta che Martelli, appena a conoscenza dei rudimenti del dialetto, in occasione dell'attentato, si era espresso in siciliano perfetto:
"Minchia!!!" Aveva detto "ora puru 'u chiummu accuminciò a circolari?"
Mai, come in quel momento, aveva tanto desiderato di sentirsi italiano. E un vero italiano divenne. In Sicilia non solo non fu mai più rivisto ma della parentesi sicula cercò pure di cancellarne il ricordo.

Portella della Ginestra

Un toponimo che ricorreva spesso nell'ambito dei siti Web mafiosi era Portella della Ginestra.
Il Principe conosceva bene quel luogo a un tiro di lupara dalla sua proprietà. Situato a circa tre miglia da San Giuseppe Jato era il passaggio obbligato per chi voleva recarsi a Piana degli Albanesi, allora denominata dei Greci. Utilizzando il toponimo come filtro ottenne un gran numero di pagine Web che gli consentirono di farsi un'idea sul perché della fama. A Portella era stata consumata una strage il 1° maggio 1947. Ufficialmente, almeno dalla lettura del verdetto dei Giudici della Corte di Viterbo, risultava che a sparare su una folla di contadini, inermi e in festa, erano stati solo ed esclusivamente i componenti di una banda di briganti che, guidata da Salvatore Giuliano, scorazzava sul territorio. Giuliano era di Montelepre ma - notò di sfuggita il Principe - aveva iniziato la sua fulminante carriera criminale a San Giuseppe Jato assassinando, il 2 settembre 1943, il carabiniere Antonio Mancino. Dalla lettura, invece, di quanto trovò attraverso Internet, sui media, nelle biblioteche e negli archivi, il Principe trasse la conclusione che doveva trattarsi di un autentico manicomio. A seconda delle correnti di pensiero i motivi e i mandanti della carneficina andavano ricercati in:
- una risposta, di sapore vendicativo, alla vittoria delle sinistre del Blocco del Popolo nelle prime elezioni regionali del 20 aprile 1947, organizzata da alcuni partiti (monarchico soprattutto);
- un'azione propedeutica, disposta dal Ministro degli Interni Scelba di concerto con gli americani, tendente a preparare il campo per le elezioni nazionali del 18 aprile 1948;
- un'azione dimostrativa dei gabelloti, quasi tutti mafiosi, del territorio che nelle organizzazioni cooperativistiche locali trovavano delle agguerritissime concorrenti nell'affitto (o gabella) dei feudi;
- un'azione dimostrativa degli agrari preoccupati dalle recenti occupazioni delle terre;
- una vendetta personale di Giuliano.
- un'azione combinata di parte o di tutte le precedenti.
Quanto agli esecutori materiali della strage notò che quasi nessuno si era bevuta la tesi risultante dagli accertamenti processuali che individuava nei componenti la banda Giuliano i soli responsabili dell'eccidio. A seconda delle diverse scuole di pensiero a sparare a Portella erano stati:
- solo i banditi;
- i banditi e i mafiosi;
- i banditi, i mafiosi e i servizi segreti italiani;
- i banditi, i mafiosi, i servizi segreti italiani e quelli americani;
- i banditi, i mafiosi, i servizi segreti italiani e quelli americani con l'ulteriore precisazione:
- i servizi segreti americani sapevano che a sparare assieme a loro c'erano: i servizi segreti italiani, i mafiosi e i banditi;
- i servizi segreti italiani erano certi della presenza dei mafiosi e dei banditi ma non lo erano della presenza dei servizi segreti americani;
- i mafiosi sapevano che c'erano i banditi, ma non sapevano che c'erano pure i servizi segreti italiani e americani;
- i banditi non sapevano che a sparare assieme a loro c'erano i mafiosi, i servizi segreti italiani e quelli americani. Per personale constatazione erano solo certi di esserci e null'altro.
"Un casino!" esclamò il Principe "E chi ci va dietro?!".
Era quasi deciso a passare oltre. Poi, però, la curiosità di verificare se i suoi concittadini avessero o meno preso parte ad una tale impresa ebbe il sopravvento. Notò intanto che, nella strage, almeno sei jatini ci avevano lasciato la pelle. Poi trovò che al processo di Viterbo si era molto dibattuto sull'esistenza di una lettera consegnata a Salvatore Giuliano tre giorni prima della strage. In quella sede era stato sostenuto che la lettera aveva dato il via ai preparativi per l'eccidio perché Giuliano, dopo averla letta, aveva detto a Giovanni Genovese suo compagno fidato: "E' venuta l'ora della nostra liberazione!" Poi, forse, l'aveva bruciata.
Sulla provenienza della lettera c'erano state diverse precisazioni: Asparìno Pisciotta il 15 gennaio 1951 aveva dichiarato testualmente

…che il Giuliano recentemente, e circa un anno addietro, parlando di tale lettera mi disse che questa gli era stata inviata dal Ministro Scelba a mezzo di un deputato di cui Giuliano non mi fece il nome.

La madre di Giuliano, Maria Lombardo, il 25 maggio 1951 confermava l'esistenza della lettera ma dichiarava che proveniva dall'America. Sia la Lombardo che il Genovese erano però concordi nell'indicare il latore della lettera nella persona di Pasquale Sciortino di San Cipirello marito di Mariannina, sorella di Giuliano.
"E chistu è 'u primu!" disse il Principe. Poi cercò di conoscere il personaggio attraverso la lettura di un recente volume . In carcere, nell'attesa di scontare i 26 anni della condanna definitiva, Sciortino aveva trovato il tempo di diplomarsi geometra e successivamente di conseguire la laurea in Agraria scrivendo, contemporaneamente, libri di carattere autobiografico, oltre ad una Storia di Salvatore Giuliano precisando, in retro copertina, che si trattava di suo cognato.
"Mah!" si chiese il Principe "questo Sciortino era un bandito, un mafioso o tutte e due le cose?"
Pier Paolo Pasolini aveva asserito trattarsi di un mafioso. Lo scrittore, nel suo Scritti corsari, aveva fatto una lucida analisi del linguaggio di Sciortino nel volume Zagare, arance e limoni concludendo che, per mentalità, era un mafioso. Anche i Giudici della Corte d'Appello di Roma nella sentenza del 10 agosto 1956 lo avevano definito

essenzialmente un mafioso e che esprimeva nella banda gli interessi della mafia e di quel ceto agrario cui apparteneva.

Il Principe alla fine rimase nel dubbio su che cosa fosse effettivamente lo Sciortino. Un mafioso? Un bandito? Un illuso? Contemporaneamente mafioso, bandito e illuso? Uno a cui era andato tutto storto? Una cosa era certa: alla fine non gli era rimasto nulla del pur notevole patrimonio del nonno.
"Mah!" Tagliò corto il Principe "sarà stato tutto e niente nello stesso tempo! Di tipi come lui, ogni tanto, se ne incontrano. E' pure probabile che neppure lui sapesse cosa fosse!". E chiuse l'argomento.
Sempre alla ricerca di elementi jatini che avevano partecipato all'impresa di Portella trovò poi una relazione del Questore di Palermo Filippo Cosenza dell'8 maggio 1947 da cui si evinceva che tre individui di San Giuseppe Jato Troia, Romano e Marinotto erano probabilmente tra i responsabili della strage.
Leggendo negli Archivi del Fondo Polizia il Principe trovò pure che Troia, Romano e Marinotto, che in realtà si chiamava Marino, non appartenevano alla banda Giuliano: erano schedati come mafiosi appartenenti alla mafia di San Giuseppe Jato. Il Troia Giuseppe e il Marino Elia, in particolare, con un curriculum che affondava le radici nel periodo anteriore l'avvento del Fascismo. Poi notò che tali individui non erano i soli mafiosi presenti a Portella, naturalmente a sparare. Andrea Borruso di anni 19 da San Giuseppe Jato, ad esempio, aveva visto e, subito dopo denunziato, "Benedetto 'Troia' il quale armato di un fucile mitra sparava continue raffiche". C'erano altri testimoni che dichiaravano la presenza delle persone citate: Alvaro Scaduto di 13 anni, Menna Faraci di 18 anni. I soggetti, subito arrestati, trovavano diversi testimoni pronti a dichiarare di averli visti, all'ora della sparatoria, a San Giuseppe Jato. Inoltre in loro ausilio scendeva in campo la locale sezione della Democrazia Cristiana. Il 25 luglio 1947 in un Memoriale della sezione del Partito Democratico Cristiano di San Giuseppe Jato inviato al Procuratore della Repubblica, il segretario, Siviglia, faceva notare

…gli alibi incontrovertibili presentati dai quattro suoi concittadini, convalidati da numerose testimonianze degne della maggior fede ed attendibilità nonché l'impossibilità materiale della contemporanea loro presenza in due luoghi diversi e pertanto sollecitava l'acceleramento dell'istruttoria per il conseguente rilascio dei quattro poveri innocenti.

Gli indiziati venivano in seguito rilasciati per l'impossibilità, da parte del Giudice Istruttore, di interrogare i principali testimoni. Il Cusimano perché, prelevato da non precisate autorità, era stato portato a Palermo e da allora - fa scrivere a verbale la madre Anna Guzzetta - non l'ho più visto né so dove si trovi. Il Borruso dietro invito di un'autorità era stato anch'esso portato a Palermo e di lui - fa verbalizzare la madre Giuseppa Bono il 3 giugno 1947 - non ho più notizie.
Il Principe scorrendo la relazione del questore Cusenza stralciò poi alcuni passi relativi ad una informativa dei Carabinieri di San Cipirello .
Sul sito della Biblioteca Regionale di Palermo consultò il Giornale di Sicilia del 02 maggio 1947, giorno successivo a quello della strage, e rimase particolarmente colpito da un passo della cronaca:

Un po' più a valle intanto, due ragazzetti venuti giù da San Cipirello, bighellonavano in riva al lago; cercavan fave e volevan forse fare un bagno. Ma c'era parecchia gente in giro, affaccendata, che non voleva importuni tra i piedi; poi venne un grosso camion rosso con a bordo cinque o sei figuri e si cacciò nella galleria presso il lago...dall'altro lato, s'era ai piedi di Monte Pizzuto, d'onde s'organizzava l'agguato. I ragazzi guardavano un poco e poi tiravan diritto, abituati ad essere poco curiosi...poi cercavan fave...ad un tratto un sussurrò piano qualcosa all'altro; e si nascosero; passava, carponi, un tizio con su le spalle un'arma grossa, che avevan visto di rado in giro, pur in questi tempi larghi di esibizioni del genere...a fatica s'è riuscito a capir poi, che si trattava di una mitragliatrice pesante, del tipo in uso nel nostro esercito. I ragazzi rimasero un attimo senza respiro, poi pensarono di raggiungere la comitiva; ché quel luogo era poco rassicurante per troppi sintomi...

Il Principe, dopo brevi ricerche, notò che nessuna autorità giudiziaria aveva mai chiamato a testimoniare i due ragazzi di San Cipirello. Eppure la loro dichiarazione poteva risultare molto importante:
- poteva essere la prova che si sparava sulla folla anche dal lato opposto a quello da cui sparavano i componenti della banda Giuliano;
- poteva essere spiegata la provenienza di alcuni proiettili, trovati addosso ad alcuni feriti, che certamente non provenivano dalle armi dei banditi posizionati sotto il Pelavet (dal giornalista impropriamente chiamato Pizzuto);
- poteva pure scoprirsi chi era il proprietario del camion rosso: in paese ne esisteva, a quanto pare, solamente uno ed apparteneva ad un nipote del capo mafia di San Cipirello Salvatore Celeste.
"Boh!" Esclamò il Principe. "Ed era scritto sul giornale locale!" Ma non si meravigliò più di tanto. Pensò che non fosse cambiato nulla rispetto agli ultimi tempi della sua vita terrena quando le forze dell'ordine - le Compagnie d'Armi - non leggevano i giornali per il semplice fatto che non sapevano leggere.

Anno 1999. "Non c'è nulla di male a essere mafiosi!"

Si era allontanato un po' troppo indietro nel tempo. Cercò allora di navigare alla ricerca di notizie più recenti e digitò ancora una volta San Giuseppe Jato. Lesse all'indirizzo

http://www.gds.it/archivio/searchreg.html

"Chiodo svela i piani di Brusca: Voleva morti quei due sindaci.
I due sbirri e comunisti dovevano morire come coloro che le cosche intendono punire col massimo della pena: dovevano essere inghiottiti dalla lupara bianca. Una fine terribile era stata progettata dai Brusca di San Giuseppe Jato per il sindaco del paese, Maria Maniscalco , e per il marito, Domenico Giannopolo, primo cittadino di Caltavuturo, anche lui, come la moglie, esponente del Pds: gli uomini dei boss avrebbero dovuto rapirli e non farli ritrovare mai più, probabilmente sciogliendoli nell'acido; la stessa fine riservata al piccolo Giuseppe Di Matteo. A raccontare questo progetto di morte è stato, ieri pomeriggio, al processo per gli attentati agli amministratori progressisti, il collaboratore di giustizia Vincenzo Chiodo, ex fedelissimo di Brusca, uno degli assassini confessi (e liberi) del figlio del collaborante Santino 'Mezzanasca' Di Matteo. L'episodio descritto da Chiodo, sentito in videoconferenza, è inedito…Ieri Chiodo ha sgombrato il campo dagli equivoci. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Franca Imbergamo e dell'avvocato Vincenzo Gervasi, che tutela, come parte civile, il Comune di San Giuseppe Jato, il collaborante ha detto con chiarezza che la Maniscalco era nel mirino: La strategia - ha detto l'ex mafioso - era di isolarla, intimidendo tutte le persone che le erano vicine. Volevamo fare terra bruciata attorno a lei, senza colpirla in modo diretto. Ma prima c'era stato un periodo, attorno al '93-'94, in cui era stata decisa una soluzione finale. La Maniscalco, sbirra e comunista, la definisce Chiodo riferendo le parole che avrebbe usato Giovanni Brusca, aveva vinto le elezioni, battendo il candidato che le cosche avrebbero portato. Da quel momento il sindaco entrò nel mirino: Enzo Brusca - prosegue Chiodo - mi disse che dovevamo ammazzare lei e il marito. Mi disse che avrebbero voluto fare sparire tutti e due. Chiodo non sa perché il progetto non venne portato a compimento. Il collaborante ha poi parlato della strategia complessiva dell'organizzazione, che intendeva scoraggiare le iniziative antimafia, attraverso una serie innumerevole di atti di intimidazione: incendi, danneggiamenti di automobili, attentati alle abitazioni di campagna. Cose che comportavano danni che in sè e per sè erano di modesta entità, ma che creavano grossi problemi economici a chi li subiva ed era costretto a ripararli a proprie spese. Una filosofia, questa, spiegata dallo stesso Enzo Brusca durante le indagini: A un cristianu, si cì tocchi 'a sacchetta, allura sè, ca ci fai dannu."

E in

http://www.mafianews.net

03 settembre 1999 - San Giuseppe Jato (PA). Un sondaggio rivela: Non c'è nulla di male a essere mafiosi…
Ad esprimere questa convinzione sono il 61 per cento degli abitanti del paese del palermitano che ha dato i natali ai Brusca, ma anche al sindaco antimafia Maria Maniscalco. Più della metà della popolazione, secondo un sondaggio realizzato dalla Servizi Italia per conto dell'arcidiocesi di Monreale, retta dal vescovo Pio Vigo, non nasconde di non avere alcuna remora contro i mafiosi. L'indagine è stata condotta su un campione di 1.200 persone dai 15 anni in su, con un questionario di 34 domande realizzato dalle Università Cattolica di Milano e di Palermo.

Alla lettura di notizie del genere il Principe pensò che non c'era nulla da pensare ed infatti non pensò nulla. Dopo un po', rimessosi a pensare, pensò che era venuto il momento di riposarsi. Sarebbe anche servito a scollegarsi da Internet e liberare la linea telefonica per eventuali chiamate. Certo il Padreterno avrebbe potuto fare un ulteriore sforzo e munirli di linea ISDN!
Sistemò ben bene la nuvola, vi si distese lungo lungo, ordinò, al Bar Paradise, un the per il pomeriggio, compì l'atto di spegnere la luce e chiuse gli occhi.
Si era appena addormentato quando, improvvisamente, venne svegliato da urla di disperazione, pianti, minacce, bestemmie e imprecazioni varie. Provenivano da un'astronave russa che, in quel momento, transitava nei paraggi. Da Mosca, qualche istante prima, avevano comunicato a quei disgraziati la totale mancanza di fondi per le operazioni di ritorno sulla Terra nonché le istruzioni da seguire:
"Vykrucivajtes!!!" (Arrangiatevi!!!) Lampeggiava il monitor di bordo.
Per fortuna l'astronave, continuando le rivoluzioni attorno al globo, si era subito allontanata.
Quella pur breve interruzione era stata però sufficiente a fargli perdere il sonno e a riportarlo con la mente alla sua San Giuseppe Jato. Erano tante le domande che si poneva e alle quali non riusciva a dare una risposta: ma cos'era veramente la mafia? Pur operando tutti nel settore della violenza perché alcuni erano chiamati mafiosi mentre altri seguitavano a mantenere la qualifica di banditi, briganti, ladri, etc.? E poi: perché San Giuseppe Jato era, in fatto di mafia, tanto importante? Si trattava di un fenomeno recente? Si era reso conto che le informazioni di cui era in possesso erano insufficienti per abbozzare una benché minima spiegazione. Era necessario acquisire altri elementi.

Anno 1926. On. Rocco Balsano: "Se un comune in Sicilia vi era dove la maffia era onnipotente era proprio quello di San Giuseppe Jato."

Si collegò allora all'Archivio di Stato di Palermo e trovò, in un verbale d'interrogatorio , un'affermazione che avrebbe dato il via ad ulteriori approfondimenti:

Per ragioni del mandato politico ho per molti anni avuto a che fare con i cittadini del Comune di San Giuseppe Jato e per essere più preciso sin dal 1909 allorché contrapposi la mia candidatura a quella dell'on. Masi potei conoscere l'ambiente. In quel comune sin da quell'epoca i capi della maffia avevano assunto il potere amministrativo ed annidati nell'amministrazione vi spadroneggiavano dilapidando il denaro pubblico e commettendo ogni sorta di delitti.
Se un comune in Sicilia vi era dove la maffia era onnipotente era proprio quello di San Giuseppe Jato.
Sulle elezioni politiche del 1919 il Mineo Salvatore sostenne la mia candidatura, come l'aveva sostenuta in passato contro quella dell'avv. Francesco Orlando fratello del Ministro del tempo, che era appoggiata dai componenti l'amministrazione comunale capeggiata dal famoso Ninu 'u latru cioè Pulejo Antonino. Il gruppo dei facinorosi si manteneva al potere per la protezione che aveva da parte del Governo, quindi dalle autorità, contro la volontà di quasi tutta la cittadinanza composta di uomini onesti che per timore di vendette subivano la situazione… Palermo 5 gennaio 1927. Letto, confermato e sottoscritto. Firmato: on. Rocco Balsano il Giudice: Triolo

"Finalmente!" Esclamò il Principe. "Questo sì che si chiama parlar chiaro!" Poi continuò:
"Rocco Balsano! E cu è?"
Non ci volle molto a trovare la risposta:

On. Rocco Balsano fu Calcedonio nato a Porto Empedocle nel 1863. Avvocato. Sindaco di Monreale a 21 anni. Consigliere provinciale a Palermo per circa trent'anni. Deputato al Parlamento dalla XXIII alla XXV legislatura.

"Sarà stato," pensò il Principe, "uno di quei deputati oppositori di governi violenti e corrotti che trovava credito e consensi elettorali presso le masse di contadini diseredati."
Ma quando mai! Aveva sbagliato tutto. Si rese subito conto, attraverso le notizie che scorrevano sul monitor, di avere commesso un macroscopico errore di valutazione. In realtà l'on. Balsano i consensi elettorali li trovava, eccome! Era il credito presso le masse che non trovava. Si accorse infatti che il Balsano non solo era ritenuto il più famoso procacciatore di porto d'armi per mafiosi e malavitosi di tutta la Sicilia Occidentale ma rappresentava soprattutto il principale riferimento, in Parlamento, della potentissima e sanguinaria cosca di Monreale detta la mafia degli stuppagghiari contrapposta a quella degli scurmi fitusi.
"Minchia!!!" Pensò sottopensiero il Principe per eludere i controlli ambientali del Padreterno basati sull'intercettazione delle emissioni cerebrali. Poi continuò sottovoce:
"E se lo dice lui! Se un addetto ai lavori, come l'on. Balsano, afferma che la mafia di San Giuseppe Jato è la più potente - anzi onnipotente - della Sicilia, chi potrà mai contraddirlo?"
"San Giuseppe Jato" disse a quel punto con l'aria di chi stava per affermare una grande verità, utilizzando un barbarismo d'importazione nord-americana "è veru, veru 'mportanti!". "Very, very important!" così si esprimevano i numerosi jatalo-americani di ritorno da Nova Orlìn o da Nova Iocchi.

San Giuseppe nelle aspirazioni del Principe di Camporeale

Fare di San Giuseppe li Mortilli un centro famoso ed importante era stata, al momento della fondazione, una delle principali aspirazioni di don Giuseppe Beccadelli. All'epoca ciò che più lo aveva affascinato era stata la consapevolezza di passare alla storia. Ne aveva infatti tutti i motivi. Attraverso l'edificazione di San Giuseppe don Giuseppe entrava a far parte della ristretta elite dei fondatori di città: Romolo, Aceste, Entello, Eryx e pochissimi altri. E il Principe aveva cercato di fare del suo meglio nell'emulazione dei colleghi. Solo così può essere spiegata l'assegnazione del proprio nome al nuovo centro. Non era stato, come maliziosamente qualcuno aveva opinato, un atto di pura vanità. Era stata invece una precisa scelta determinata dal rispetto dei canoni dell'ideale Manuale del perfetto fondatore di città. Era Roma, tra le poche città che potevano vantare un fondatore, e soprattutto il Vaticano ad esercitare su di lui un particolare fascino. Ma l'attaccamento del Principe al nuovo centro si era soprattutto manifestato nel 1792, all'atto della posa della prima pietra della Madrice: al momento della benedizione aveva deposto un diamante sotto le fondamenta. Peccato che tutto era poi franato l'11 marzo 1838! E chissà se una delle concause della frana non era da addebitare ai soliti ignoti alla ricerca del diamante sotto le fondazioni della chiesa! Certo, tra i campi in cui la sua creatura avrebbe dovuto eccellere non poteva, all'epoca, prevedere la mafia! Allora pensava all'arte, alla cultura, alle professioni e, perché no? Alla ricchezza: ottenuta, però, con metodi almeno semi-ortodossi. Invece la ricchezza c'era! Ma ottenuta come? Rubando a più non posso? Imponendo la tangente anche sulla retribuzione giornaliera degli operai? Assassinando le persone? Sciogliendo negli acidi perfino i bambini?
L'argomento mafia l'aveva molto avvilito e cercò di inventarsi qualcosa per risollevare lo spirito. Si ricordò allora che, ancor prima del collegamento a Internet, la notorietà di alcuni jatini era giunta sin nell'aldilà. Certamente la fama che avevano dato al proprio paese non era minimamente paragonabile a quella della mafia; pur tuttavia il ricordarli servì a bilanciare in parte il proprio orgoglio ritenuto offeso. E ricordò:

Luminari, professori, professionisti, mediatori, assicuratori, industrie conserviere e portuali, mulini e pastifici

- Il prof. Salvatore Riccobono di San Giuseppe Jato: Rettore dell'Università di Palermo che aveva insegnato a Londra e a Washington dove in suo onore era stato fondato il Riccobono Seminar of Roman Law. Di lui era stato scritto che

…era un maestro insigne del Diritto, critico profondo, pensatore, scrittore, scienziato, giurista, ammirato ed apprezzato in tutto il mondo intellettuale sia per la sua vastissima produzione di opere scientifico-giuridiche, come per la sua logica serrata.

Le sue opere più importanti erano state pubblicate in lingua tedesca e, tradotte in più lingue, avevano formato testo di studio in parecchie università del mondo, specialmente americane.
- Il prof. dott. Pietro Benigno di San Cipirello: direttore dell'Istituto di Farmacologia dell'Università di Padova e di Palermo, Preside della Facoltà di Medicina dell'Università di Palermo che aveva lavorato a Parigi presso l'Institut du Radium con I. Joliot Curie.
- L'on. prof. Giuseppe Caronia di San Cipirello: medico e scienziato i cui studi del Kala-Azar avevano portato alla cura specifica di questa malattia molto diffusa nel bacino del Mediterraneo e nelle Indie
- Il dott. Antonino D'Alia di San Giuseppe Jato: grande diplomatico degl'inizi del secolo XX, Ambasciatore in Iugoslavia nel periodo dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Poi volle anche ricordare alcuni che in vari settori, soprattutto dell'economia, in pochi lustri avevano dato lustro al proprio paese.
- Se il sen. don Paolo Beccadelli Acton, suo discendente, era stato uno dei più grossi produttori di vino in Sicilia, non meno importanti erano stati Antonio e Vincenzo Micciché di San Giuseppe Jato nel settore della commercializzazione del prodotto. Alla fine del secolo XIX in società con i tedeschi Hohenzollern risultavano i principali esportatori di vino italiano in Inghilterra.
- Don Nenè Castro di San Cipirello. Aveva scritto di lui Giuseppe Scarpace:

"agricoltore intelligente e appassionato, assertore convinto dello spezzettamento del latifondo, propugnatore della piccola e media proprietà. Acquistava, verso il 1922 dalla Regina di Spagna, Maria Cristina d'Austria, in quel di Ginosa (Taranto), assieme ad altri animosi agricoltori, una rilevante estensione di terreno improduttivo e malsano ove la malaria imperava incontrastata (circa 7500 ett.)" .

Il Principe si accorse che lo Scarpace aveva forse dimenticato a scrivere che don Nenè Castro, più che come agricoltore, era conosciuto come uno dei più grandi mediatori dell'epoca, specializzato nell'acquisto di vasti latifondi e nel successivo spezzettamento e lottizzazione. Lo Scarpace forse non sapeva che molti latifondi acquistati da don Nenè, sempre in compagnia di altri soci, si trovavano non in lontane lande deserte e abbandonate ma all'interno della città di Palermo. Ai tempi in cui scriveva Scarpace (1956) la locuzione speculazione edilizia non andava di moda ma la speculazione edilizia veniva regolarmente praticata. Uno di questi latifondi, ad esempio, era costituito dall'intero Parco d'Orleans dove veniva edificata l'attuale Città Universitaria. Poi lo Scarpace non si era accorto che i soci di don Nenè - gli intraprendenti e animosi agricoltori Domenico, Santo e Giovanni Pardo - nel 1926 erano stati tutti arrestati, assieme al fratello Vincenzo, con l'accusa di essere tra i capi della maffia di San Cipirello . Lo Scarpace - segretario comunale di San Cipirello da trent'anni nel momento in cui scriveva - era stato il primo a passare ai posteri una storia di San Cipirello. Da buon sancipirellese - non lo era di origini ma si sentiva, dopo 30 anni, di esserlo diventato - aveva messo in risalto gli aspetti positivi della vita del paese. Aveva fatto un lavoro da certosino riportando le più minute notizie sul Comune sin dalla fondazione: sindaci, preti, segretari comunali, caduti in guerra, feste e sagre paesane. Aveva solo trascurato alcuni aspetti che probabilmente, a parer suo, non erano meritevoli di citazione: la mafia, il banditismo, Portella della Ginestra, i fasci siciliani, i morti ammazzati degli anni '20 e i contemporanei arricchimenti di tanti personaggi.
"Chissà!" Considerò il Principe "forse pensava di scrivere un altro libro che non ebbe mai il tempo di scrivere!". Poi passò a
- i Virga: gl'industriali pastai. Avevano iniziato i fratelli Pietro e Giuseppe Virga,