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Realtà
mafiosa e burattinai
Nota della Casa Editrice "Edizioni della Battaglia"
a cura di Francesco Paolo Castiglione
E' incredibile
la rapidità e la pervasività con cui un certo sistema
speculativo violento - che oggi chiamiamo mafia - finalizzato al
rapido arricchimento di individui e di gruppi familistici, sia comparso
e si sia immediatamente e largamente diffuso, come maligna metastasi,
in molti piccoli centri dell'agro palermitano, tra la fine del Settecento
e gli anni dell'Unità italiana. Questo lavoro di Gioacchino
Nania ne fornisce un esempio da manuale, scoprendo, con impressionante
evidenza, lo spessore e l'incredibile ampiezza delle dinamiche mafiose
che hanno agito nel piccolo centro di San Giuseppe Jato, condizionandovi,
per quasi due secoli, la realtà socioeconomica e politica.
San Giuseppe
Jato, naturalmente, non è il solo centro interessato al fenomeno.
Molti storici, e non ultimo Salvatore Lupo, hanno indagato la realtà
mafiosa della fascia agrumicola palermitana. Chi scrive, nel corso
del riordino dell'archivio storico di una famiglia della buona borghesia
palermitana, oriunda di Misilmeri, si è trovato a constatare,
naturalmente da un limitato angolo visuale quale può essere
l'archivio di una sola famiglia, lo stesso tipo di dinamiche. E'
apparso chiaro, dai documenti notarili - molti dei quali relativi
ai vari passaggi di proprietà dei cespiti poi pervenuti ai
proprietari dell'archivio - che le leggi eversive della feudalità
e della manomorta ecclesiastica e quelle relative alla liquidazione
delle "promiscuità" feudali, degli usi civici e
dei beni demaniali dei Comuni, hanno dapprima favorito il nascere
di una forte classe di proprietari, appartenenti alla piccola nobiltà
e alle professioni. A Misilmeri, centro feudale dominato dai principi
della Cattolica e dai marchesi di Spedalotto, grazie a questi meccanismi
e col ricorso generalizzato allo strumento dell'enfiteusi, vediamo
emergere piccoli nobili come i Tasca, che ben presto si fregiano
dei titoli di principi di Cutò e di Trabia, già appartenuti
alle antiche famiglie dei Filangeri e dei Lanza; o come i Pilo,
conti di Capaci, già feudo della rinascimentale famiglia
dei Bologna. Tra i funzionari pubblici e i professionisti di Misilmeri,
spicca l'elevazione sociale della famiglia Paternostro, ben presto
trasferitasi a Palermo dove sarà protagonista della vita
civile e politica. Tutta gente che parteciperà in diverse
maniere, assieme ai facinorosi delle "squadre" di picciotti,
ai moti unitari. Basti pensare a Rosolino Pilo, dei conti di Capaci.
Assieme a costoro, vediamo nitidamente emergere altri personaggi,
senza che la documentazione e la logica ci aiutino a comprenderne
le modalità di arricchimento. Per esempio: un carrettiere,
impossidente e analfabeta, che già nel 1863, subito dopo
l'avventura garibaldina, è in grado di dotare il figlio,
per atto notarile, di appezzamenti di terreno e case. Naturalmente,
gli atti notarili non documentano sopraffazioni, violenze e profferte
di protezione. Documentano, però, l'usura; e la documentano
in una dimensione insospettabile in un piccolo centro come la Misilmeri
ottocentesca. Numerosissime sono le vendite con patto di riscatto
entro un certo tempo e per un certo importo: nient'altro che pegni
reali rilasciati ai prestatori di capitali. Quasi sempre, alla scadenza
di queste vendite fittizie segue l'atto di presa di possesso del
nuovo proprietario: l'usuraio. E il sistema è tanto generalizzato
che i pochi notai attivi sul territorio si fanno predisporre a stampa
apposite cartelle-copertine per gli atti di "Mutui privati"
e relativi "Atti di quietanza", tutti elegantemente rifiniti
con la cura calligrafica ottocentesca. E tra i concedenti di questi
mutui, che rodono le proprietà dei debitori, troviamo anche
uno di questi stessi notai attivi a Misilmeri. Quasi sempre, sulle
proprietà così finite nelle mani dei prestatori di
capitali, gravano canoni enfiteutici in favore degli antichi feudatari
o del "Fondo per il culto", prova inoppugnabile che si
tratta di cespiti assegnati ad enfiteuti in forza delle leggi eversive
della feudalità e della manomorta, finiti, come si paventava
da più parti, nelle mani degli usurai. Tra le righe non scritte
degli atti, si può indovinare la notevole capacità
di imposizione del rispetto delle condizioni usurarie da parte di
questi finanziatori, in un'epoca e in un contesto dove i morti ammazzati,
spesso per molto meno e quasi sempre per conflitti di proprietà,
si contano a decine. Un doveroso riserbo professionale nei confronti
dei committenti del riordino dell'archivio ci ha distolti da un
approfondimento che pur ci tentava; speriamo che queste poche righe
invoglino qualcun altro, non vincolato a riserbo alcuno, a farlo.
Anche a San
Giuseppe Jato si è avuta una prima fase di arricchimento
di una nutrita classe di imprenditori e di professionisti di importanza
regionale, sui cui meccanismi di elevazione sociale il lavoro di
Nania non indaga. E in parallelo con l'elevazione di questo ceto,
esplode, con inequivocabile nitidezza, il fenomeno mafioso; uno
dei cui primi obiettivi sarà l'occupazione dell'amministrazione
comunale, con la benedizione di settori del clero locale e di politici
regionali e nazionali. Nessun legame tra i due fenomeni è
desumibile dal pregevole lavoro di Nania; ciononostante, sembra
di potersi affermare che, per una sorta di incomprensibile meccanismo
- ma forse non tanto incomprensibile se lo si collega ai repentini
arricchimenti e al successivo bisogno di protezione dei beni acquisiti
- la potenza delle cosche mafiose locali è direttamente proporzionale
alla potenza economica e sociale raggiunta da questo nuovo ceto
di possidenti.
E non possiamo,
a questo punto, non accennare al problema delle cosiddette "relazioni
esterne".
Marcelle Padovani,
nella sua bellissima introduzione, ricordando la lezione del compianto
Giovanni Falcone, esclude categoricamente l'esistenza del "terzo
livello" e del "grande burattinaio". Siamo d'accordo
con lei, ma a certe condizioni e con alcuni distinguo. Allo stato
delle indagini - culturali e giudiziarie - non siamo in grado di
affermare che esista un "terzo livello"; ma possiamo affermare,
senza tema di smentite, che esistono "reati di terzo livello",
come dimostrano, per esempio, i "casi" Salvo, Contrada,
Mandalari, Sindona, Siino, e via elencando. "Reati di terzo
livello", per stigmatizzare i quali, come ben ha affermato
lo storico Salvatore Lupo nel corso di un dibattito più avanti
citato, la procedura giudiziaria è spesso strumento non idoneo
o inadeguato, e nei cui confronti i giudizi vengono validamente
pronunciati dalla storia, con maggiore incidenza, pregnanza e validità
di quelli pronunciati dai magistrati. E la società civile
e il mondo della cultura hanno il diritto-dovere di pronunciarli,
anche in disaccordo con la magistratura: basti pensare alle assoluzioni
giudiziarie di tanti importanti personaggi coinvolti nello scandalo
della "Banca Romana", condannati, però, dalla storia
e dalla pubblica opinione, o alle motivazioni politiche che hanno
provocato la strage di Portella della Ginestra, rimaste ignote ai
magistrati. Ed hanno il dovere di ricordare alla classe dirigente
del Paese le sue responsabilità politiche, anche quelle di
carattere etico e morale. Il magistrato persegue - quando lo fa
- reati individuali; la cultura, invece, giudica fenomeni sociali
e culturali che incidono positivamente o negativamente sull'evolvere
dei contesti umani. Le stesse parole di Falcone vanno riferite alla
situazione di molti anni fa; il magistrato ignorava alcune cose
che il tempo ha poi disvelato, e subiva la pressante necessità
di non prestare il fianco ad attacchi politici, possibili in quei
giorni e in quel contesto, da parte di chi non aspettava che un
suo passo falso per vanificare il suo intero operato. Di conseguenza,
non ha toccato il tasto delle "relazioni esterne"; e anche
per questo, forse, è caduto; vittima non solo di "cosa
nostra", ma anche di "complicità occulte in settori
deviati e corrotti delle istituzioni e del mondo politico-economico-finanziario"
(Luca Tescaroli, Perché fu ucciso Giovanni Falcone, Rubettino).
In un recente,
pregevole ed originale studio sociologico sulla mafia - Mafie vecchie,
mafie nuove (Donzelli Editore) - lo studioso Rocco Sciarrone dedica
molte pagine di acute analisi al cosiddetto "capitale sociale"
della mafia, o delle mafie. Cioè, a quell'assieme di risorse
che permettono alla mafia di imporsi su un territorio, di operarvi
con successo e di caratterizzarsi. Componente essenziale di questo
"capitale sociale" è il controllo del territorio,
risultante dalla combinazione estorsione-protezione e dall'esistenza
di una fittissima rete di "relazioni esterne", senza le
quali la mafia non sarebbe mafia ma delinquenza comune. Relazioni
esterne, nel cui ambito Sciarrone individua una scala di "prossimità"
mafiosa, che va dall'imprenditore vittima dell'estorsione, che subendo
la protezione mafiosa senza ribellarsi, incrementa, suo malgrado,
il capitale sociale della mafia, ai "succubi", agli imprenditori
"subordinati", ai "collusi" e agli "integrati".
Assieme a costoro, danno vita a "relazioni esterne" politici
di ogni livello istituzionale e infedeli funzionari dei pubblici
uffici. Basti ricordare alcuni recenti - e tuttora insoluti - casi
di assassinio di funzionari della Regione Sicilia.
Il libro di
Sciarrone è stato presentato a Palermo, nel corso di un dibattito
a cui hanno partecipato il penalista Giovanni Fiandaca, il magistrato
della Procura di Palermo, Antonio Ingroia e lo storico Salvatore
Lupo; dibattito pubblicato sulla prestigiosa rivista palermitana
"Segno", diretta da Nino Fasullo. L'analisi di Sciarrone
è apparsa a tutti convincente e scientificamente corretta.
E tutti hanno lamentato l'attuale disattenzione e la colpevole sottovalutazione,
riservate dall'opinione pubblica, ma soprattutto dalle istituzioni,
siciliane e non, al problema mafia; un fenomeno tuttora vivo e vegeto
e in fase di riorganizzazione "sommersa". Una riorganizzazione
che ha l'obiettivo primario di riacquistare un pieno controllo del
territorio, attraverso la ricostituzione capillare dei due basilari
meccanismi: quello dell'estorsione-protezione e quello delle indispensabili
relazioni esterne. Un fenomeno che, in una qualche maniera, non
può non essere in itinere anche in un tradizionale centro
di mafia come San Giuseppe Jato; Nania, però, non ce ne parla.
Allora, occorre
che le istituzioni e l'opinione pubblica restino sveglie e vigili:
non esiste, di sicuro, un grande burattinaio; ma esiste un vasto
ceto di disponibili insospettabili, che conferisce consistenza e
valore al "capitale sociale" della mafia.
a
Salvatore Mineo,
capo dell'opposizione in consiglio comunale.
Assassinato, nel corso principale
alle ore 21 del 29 maggio 1920,
dalla mafia che spadroneggiava
al Comune di San Giuseppe Jato.
Privato, sino ad oggi,
del riconoscimento che spetta
agli uomini forti e generosi:
la memoria del proprio sacrificio.
Introduzione
di Marcelle Padovani
Sono stata colpita
anch'io dal valore metaforico, dal punto di vista della mafia, di
San Giuseppe Jato.
Era il Natale del '98. Ero lì a intervistare il sindaco,
Maria Maniscalco, per il mio giornale .
Mi saltò agli occhi la concentrazione di tematiche mafiose
(ed antimafiose) che questa piccola città della provincia
di Palermo accumulava.
C'era in giro la "carovana antimafia". C'erano Falcone
e Borsellino sulla facciata del municipio. C'era il sindaco, impegnato
a fare chiarezza nell'amministrazione comunale. C'erano le iscrizioni
sui muri. E c'erano anche i "mostri di Cosa Nostra", ben
presenti, quasi palpabili, i Brusca, i Di Maggio, i Siino, tramite
le loro donne, imperterrite e a volte arroganti. In mezzo a una
popolazione che "si sentiva presa in ostaggio sotto il tiro
incrociato dei pentiti nemici" (così scrissi).
Ma mai avrei immaginato quanto questo primato "mostruoso"
avesse radici così lontane e così profonde.
L'ho capito leggendo il libro di Gioacchino Nania.
L'ho letto d'un fiato, non lo dico per retorica. Oltre alle sue
qualità espositive e alla sua costruzione convincente, "San
Giuseppe e la mafia" mi è apparso subito come un esempio
di ricerca sociologica, lo studio di una realtà locale col
senso della sua rappresentatività generale. Seguendo le ricerche
di don Giuseppe, principe di Camporeale, personaggio altamente emblematico,
a metà strada fra Candide e Giufà, sempre in cerca
di ragionamenti logici, si capisce perché, quando e come
si sviluppa la mafia.
"San Giuseppe e la mafia", ricostruzione metodica dei
meccanismi dell'insediamento e del radicamento mafioso sul territorio,
fa capire col massimo della concretezza la funzione decisiva svolta
dall'abolizione del feudalesimo, il ruolo contraddittorio della
Chiesa, e quello, ancora più paradossale dello Stato, nell'affermazione
di Cosa Nostra in Sicilia.
A questa lettura documentata dei processi di formazione mafiosa,
che delinea un "ideal-type" alla Max Weber, si accede
con stile ironico, e con la passione civile tipica di molti Siciliani
illuministi: è proprio vero che il racconto "voltairiano"
corrisponde bene a questa mentalità insulare alla ricerca
perenne della ragione.
Sociologo e cittadino, Gioacchino Nania si dimostra così
maestro nel raccontare la mafia vera, tangibile, quella che fa soffrire
al quotidiano, e attraverso i secoli.
Ecco: uscendo, appunto, dalla concretezza vissuta, c'è un
punto, un solo punto di analisi col quale mi permetterò di
dissentire con Nania. Riguarda il "terzo livello". Lo
so che la mafia ha avuto, ed ha, degli alleati anche molto potenti.
Ma non credo, per dirla brevemente e prosaicamente, che ci sia qualcosa
"al di sopra della mafia", degli uomini, dei livelli decisionali,
degli interessi potenti e occulti che spiegherebbero la vitalità
di Cosa Nostra e la difficoltà a sradicarla. Penso invece
che la mafia, "essendo un fenomeno umano, ha avuto un inizio,
e un culmine ed avrà una fine". E che bisogna convincersi,
per lottare efficacemente contro la mafia che non c'è la
mano oscura di un eventuale puparo dietro le cose di Cosa Nostra.
Trainava l'aratro, il carretto e 'a stravula. Trasportava covoni,
frumento, paglia, fieno, uva, mosto, legna ed anche le persone.
Percorrendo infinite circonferenze pisava grano, fave, favetta,
pruvènna e cìciri. Produceva il concime. Partecipava
all'occupazione delle terre.Si rendeva utile anche quando riposava:
nella stalla, ricavata all'interno dell'abitazione,emanava calore.
Mai un lamento.Sembrava (o forse era?) una macchina. Solo il padrone
sapeva che il mulo aveva un'anima. No! Non era istinto! Secondo
lui il mulo capiva le difficoltà della famiglia e
lavorava
lavorava.
Nella solitudine e nel silenzio della campagna al mulo raccontava
tutto: i suoi segreti, le aspirazioni, le angosce, le paure. Ed
anche i rancori. Era un amico vero. Solamente a una cosa teneva
il mulo: la festa di Tagliavia. E lui l'accontentava. Il dì
di festa, dopo averlo lavato e strigliato, montava 'a vardedda,
la sella delle occasioni, e, con una coffa di pruvenna, via! Al
santuario. Lì comprava due bandierine con l'immagine della
Madonna che attaccava al testale già adorno di fiori di campo.
Certo! Non è che quel giorno sembrasse un cavallo! Era però
un mulo felice. Come il suo padrone."Avvenuta la rapina, com'era
costume in quei tempi, mi recai a trovare Santo Termini capo della
delinquenza che imperava in paese e ne ebbi assicurazione che avrebbe
spiegato il suo interessamento per il recupero degli animali, avendo
io fatto atto di prontezza per il pagamento del prezzo che egli
avrebbe fissato per il riscatto degli animali
e mi diede in
cambio un mulo vecchio che io poi rivendetti, dopo circa 15 giorni,
per lire 1050. Io non volevo cambiare il mulo con quest'altro più
vecchio ma temendo le rappresaglie a malincuore dovetti cedere e
me ne tornai piangendo a San Giuseppe Jato." (Giuseppe Piediscalzi
al giudice Triolo, 1926)
Tutte le fonti
relative all'Archivio di Stato di Palermo (ASP), all'Archivio Storico
Diocesano di Monreale (ASDM) e all'Archivio Comunale e Parrocchiale
di San Giuseppe Jato sono inedite. Si precisa inoltre che le fonti
riferite ai siti WEB di Internet risultano consultabili, alla data
di pubblicazione del presente lavoro, presso gli indirizzi riportati.L'autore
accetta precisazioni, consigli, complimenti oltre ad eventuali insulti.
Ma non oltre. Si rammenta ai lettori che attentati, sparatorie e
affini sono severamente vietati, e talvolta puniti, dalla legge.
Ringrazio gli amici Guido Agnello, Francesco Paolo Castiglione,
Giuseppe Grippi, Pino Guarneri, Antonio Jovane, Domenico La Porta,
Lino Maniscalco, Enzo Micciché, Mario Scamardo, Enrico Simonetti,
Pippo Taormina, per le lunghe discussioni, soprattutto a tavola,
nell'analisi del fenomeno. Un ringraziamento particolare a Maria
Teresa Anelli di Roma per la sua preziosa disponibilità.
Prologo
Internet da Paradiso
La mattina del
6 gennaio 2000 alle ore 7.00 don Giuseppe Beccadelli Bologna, Principe
di Camporeale, attraverso il motore di ricerca AltaVista iniziava
a navigare in Internet. Aveva appena digitato il tema della sua
ricerca - Dammusi - ed immediatamente una lunga teoria di pagine
Web si era messa a scorrere sul monitor.
Internet! Che grande invenzione! Collegava gli angoli più
remoti della terra consentendo l'accesso a miliardi e miliardi di
informazioni. Risultava, nel campo delle comunicazioni, la più
grande tra le realizzazioni della comunità internazionale.
Aveva un solo difetto: la rete delle reti era sprovvista di un collegamento
con l'aldilà.
Il Padreterno, inizialmente un po' scettico, si era ben presto reso
conto della mancanza. Nella sua infinita sapienza e bontà
non poteva consentire che di un tale strumento, che tanti uomini
rendeva felici sulla terra, fosse privo proprio l'aldilà
dove la felicità dei trapassati avrebbe dovuto essere completa.
In occasione del Giubileo 2000, per la cronaca la notte di San Silvestro,
il Creatore aveva risolto il problema, com'era sua abitudine, alla
grande.
Intanto, attraverso una maxi-indulgenza, aveva condonato tutti i
peccati commessi nel millennio precedente trasferendo tutti in Paradiso
e chiudendo temporaneamente sia Purgatorio che Inferno. La sospensione
del servizio di Purgatorio e Inferno si rendeva necessaria per la
disinfestazione e, soprattutto, per la manutenzione ordinaria dell'impianto
di riscaldamento. Poi, con una operazione da manuale, aveva risolto
in pochi istanti il problema del collegamento. Attraverso i normali
canali col Vaticano aveva dato incarico al suo stretto collaboratore,
Gian Paolo, di occuparsi delle autorizzazioni presso l'Authority
di Internet, il NIC com'era indicato tra gli addetti.
Nella comunità dei beati si soleva ricordare, sempre con
contenuta ilarità, la risposta del Vaticano trasmessa in
codice Morse attraverso l'uso del vecchio e obsoleto telegramma
(in Paradiso - per l'assenza di Internet - mancava anche il servizio
di e-mail, la posta elettronica). C'era scritto:
COMUNICASI AUTORIZZAZIONE NIC ALLACCIAMENTO ATTRAVERSO VATICANO
punto COLLEGAMENTO PARADISO EST IMPOSSIBILE punto DITTE CONTATTATE
TELECOM virgola INFOSTRADA virgola WIND NON SUNT ATTREZZATE FARE
MIRACOLI punto STIAMO CONTATTANDO DITTA AMERICANA BELL CHE virgola
SETTORE COMUNICAZIONI virgola DICUNT FACIT MIRACOLI punto QUID DEBEMUS
FACERE punto interrogativo TUO GIAMPAOLO.
Subito dopo
ne era pervenuto un altro:
RIFERIMENTO
PRECEDENTE TELEGRAMMA INFORMASI CHE GRUPPO FIAT HABET PROPOSTO COSTITUZIONE
CONSORZIO CUM ISTITUTO OPERE RELIGIONE PER ACQUISTO CINQUANTUN PER
CENTO parentesi apertura CINQUANTUN PER CENTO parentesi chiusura
AZIONI AMERICANA BELL punto ATTENDONSI DISPOSIZIONI punto SEMPRE
TUO virgola GIAMPAOLO.
Alla lettura
dei telegrammi al Padreterno erano girate le scatole. Ma come! Ora
si rivolgevano agli americani anche per i miracoli!? A parte quelle
locuzioni telegrafiche in latino macheronicus questa era la seconda
che Gian Paolo gli combinava! La prima volta, con un comportamento
a dir poco leggero, aveva fatto vacillare la fede di milioni di
fedeli: Gian Paolo, in occasione della nota malattia, invece di
andare a Lourdes si era fatto ricoverare in un ospedale di Roma.
"Pazienza!" Aveva detto. Si era trattato di un pronto
soccorso, Lourdes era al di là delle Alpi e
c'era passato
sopra! Questa però un ci calàva. Anche perché
se gli americani si erano pure messi a fare miracoli e persino il
Vaticano gli dava corda, a Lui, all'Onnipotente, che restava da
fare?! Entrare in concorrenza?
Si calmò subito. Il perdere la pazienza non faceva parte
del suo carattere. Abbozzò un breve paternale sorriso, guardò
con aria di compatimento in direzione del Vaticano e, sottovoce,
sussurrò:
"FIAT!".
Immediatamente, proveniente dalle parti di Torino, sentì
una voce chiara e inconfondibile:
"Pvego! Dica puve, Eccellenza!"
"Accidenti!" Esclamò il Creatore. "In questo
mestiere non è consentita la benché minima imperfezione!"
Rifece l'operazione. Si concentrò. Guardò con occhi
a pampinedda verso l'estremità sinistra dell'infinito e,
stavolta in minuscolo, pronunziò la biblica parola: "fiat!"
E Internet fu.
Subito dopo, a differenza del millennio precedente, pensò
di festeggiare - era la prima volta - la Befana. Fu così
che ciascun inquilino del Paradiso, oltre ad essere beato, divenne
felice possessore di un computer Pentium III, ultimo modello, con
relativo modem e abbonamento a Internet per 5000 anni. Quest'ultimo
automaticamente rinnovabile.
I Beccadelli,
Principi di Camporeale e fondatori del centro jatino
C'era stata
un po' di ressa durante la distribuzione dei computers. Anche in
Paradiso occasioni come queste erano motivo di confusione. Una delle
cose che nessuno riusciva a spiegare era come mai la comunità
dei beati inglesi, al solito in perfetta fila, risultava sempre
l'ultima a raggiungere il punto di distribuzione.
Don Giuseppe Beccadelli, attraverso buone amicizie che non aveva
smesso mai di coltivare, era stato il primo a munirsi di computer
e collegamento a Internet.
Essere o arrivare primi i Beccadelli se lo portavano nel sangue.
Don Ferdinando Beccadelli, ad esempio, il 31 luglio del 1790 era
stato il primo a raggiungere con un barca il temerario e coraggioso
cavalier Vincenzo Lunardi che, sul lungomare tra Palermo e Aspra
- alla presenza del viceré, di una gran moltitudine di nobili
e di popolo - aveva effettuato la prima ascensione in Sicilia su
un pallone aerostatico.
Don Gaspare Beccadelli, ambasciatore di Sua Maestà il Re
di Napoli a Vienna nel 1776 era stato nominato Primo Segretario
di Stato e per tale nomina Giovanni Evangelista Di Blasi, autore
di una voluminosa quanto noiosa "Storia del Regno di Sicilia",
aveva scritto per i posteri:
i palermitani
sperimentarono una indicibile allegrezza nel vedere innalzato a
tale carica un loro concittadino.
Il primo però
in assoluto, colui che nel corso dei secoli continuava a dare lustro
alla famiglia Beccadelli, era e rimaneva Antonio Beccadelli detto
il Panormita (Palermo 1394-Napoli 1471) umanista, diplomatico, autore
dell'Hermaphroditus: una raccolta di ottanta epigrammi latini elegiaci
modellati sulla poesia di Catullo e Marziale.
In verità anche il senatore Pietro Paolo Beccadelli Acton,
pure lui Principe di Camporeale, era stato primo cittadino di Palermo
nel 1900. Ma più che come Sindaco di Palermo di lui si rammentava
che aveva primeggiato per la sua notevole perizia nel settore vitivinicolo:
perizia che aveva concorso a porre
i Camporeale
a San Giuseppe assieme ai Di Rudinì a Pachino, i Florio a
Marsala, i Tasca Lanza a Palermo tra i protagonisti della ristrutturazione
viticola attraverso l'uso razionale degli innesti e il perfezionamento
dei sistemi di vinificazione .
Nessun ospite,
nella sontuosa dimora di Dammusi, si era mai congedato senza aver
prima adempito un preciso desiderio del Principe: la visita alla
sala dove, con mal celato orgoglio, mostrava la splendida cornice
d'argento contenente il "Primo Premio" alla Mostra Internazionale
di Bruxelles assegnato al vino jatino "Signora".
Anche don Giuseppe Beccadelli, durante la sua vita terrena, era
riuscito ad arrivare primo. Nel 1779 era stato primo all'asta relativa
ai feudi Dammusi, Signora, Mortilli, Macellaro, appartenuti ai Gesuiti
e confiscati, da re Ferdinando, nel 1767 dopo la loro espulsione
dal Regno delle Due Sicilie. Era stato primo e si era accaparrato
l'intero territorio per 89.000 once. Sì! Allora erano circolate
voci di concorrenza sleale nei confronti dell'unico, oltre a lui,
partecipante all'asta: un certo Randazzo che, al momento dell'offerta,
aveva ritenuto cautelativo ritirarsi; erano stati in molti a sostenere
che il Principe aveva fatto pesare troppo la parentela con il Primo
Segretario del Regno di Napoli; poi ci si era messo pure il Marchese
di Villabianca con l'insinuare che il prezzo di aggiudicazione corrispondeva,
sì e no, a un quarto del valore effettivo. Ma era durata
poco. Da parte sua teneva troppo a quelle contrade - un tempo appartenute
ai Perollo, baroni del Cellaro - per porsi scrupoli di correttezza
nella concorrenza. Alla fine del 1500 i Perollo, famosi per i cosiddetti
casi di Sciacca, inseguiti dai debiti, erano stati costretti a cedere
tutto. I Camporeale, legati ai Perollo da un sottilissimo filo di
parentela, avevano tentato l'acquisto dei feudi: erano però
stati beffati da un certo don Cristofaro Bassèt, mercante
catalano, il quale nei ritagli di tempo si dedicava, con ottimi
risultati, all'usura. Non era solo la parentela che legava i Perollo,
chiamati anche Pirrello, ai Camporeale: c'era sempre stato un rapporto
di buon vicinato. La baronia del Cellaro comprendeva infatti parte
dell'attuale Sambuca di Sicilia e i Beccadelli Bologna, oltre ad
essere Principi di Camporeale, erano anche Marchesi di Sambuca.
Ma forse è il momento di elencare, assieme al nome completo,
i titoli di cui andava sovraccarico don Giuseppe: egli era
l'Eccellentissimo
don Giuseppe Beccadelli da Bologna e Gravina, Marchese di Sambuca,
Grande di Spagna, Cavaliere dell'Insigne Real Ordine di San Gennaro,
Gentiluomo di Camera con esercizio dell'Invittissimo Sovrano Ferdinando
III, Consigliere di Stato residente nella dominante Palermo e Principe
di Camporeale.
Oltre all'acquisto
di quell'esteso territorio don Giuseppe Beccadelli aveva ottenuto
dal Re di Napoli anche la licentia populandi: poteva edificare nuovi
centri abitati. Il primo centro iniziò a edificarlo in contrada
Macellaro e lo denominò con una parte del titolo di cui i
Beccadelli erano in possesso almeno dal XV secolo: Camporeale. Il
secondo decise di edificarlo in contrada Mortilli e, nell'assegnargli
il proprio nome, forse pensò di soddisfare le aspettative
dello sposo della Madonna di cui era devoto. Fu naturale che, per
distinguere il nuovo San Giuseppe dai numerosi centri con lo stesso
nome, divenisse San Giuseppe li Mortilli. Scorrevano dinanzi ai
suoi occhi, in quel momento, le numerose rimostranze dei nuovi abitanti.
Tutti avevano contestato l'irrazionale esposizione a nord del sito
scelto e, soprattutto, l'edificazione su un terreno che, alle falde
del monte San Cosmano, minacciava da un momento all'altro di scoscendere
verso valle.
Alla ricerca
di San Giuseppe su Internet. Sorpresa! La mafia.
I siti restituiti
da Internet alla richiesta Dammusi erano circa 80. In buona parte
si trattava di pubblicità relativa ai dammusi, freschissime
casette ad un piano caratteristiche delle isole di Pantelleria e
Lampedusa, che non interessavano il Principe. Solo tre siti non
appartenevano a tale tipologia. Don Giuseppe scelse il primo che
gli capitò e cliccò:
http://www.cyberworld.it/carabinieri/html/archivio/.
Immediatamente
sul monitor apparve la risposta:
Omicidio: Scaglione
Salvatore. In San Giuseppe Jato, contrada Dammusi, in data 30.11.1982
Pensò
non trattarsi del termine Dammusi da lui cercato e passò
oltre: cercava infatti contrada Dammusi di San Giuseppe li Mortilli
non di San Giuseppe Jato.
Decise allora di cercare su Internet direttamente l'Università
- oggi diciamo il Comune - di San Giuseppe e digitò:
SAN GIUSEPPE
LI MORTILLI
Ebbe subito
la risposta:
ALTAVISTA FOUND
NO DOCUMENT MATCHING YOUR QUERY
(AltaVista non ha trovato alcun documento relativo alla vostra richiesta)
Al Principe,
che aveva subito compreso il senso della frase, si gelò la
schiena. In parole povere San Giuseppe li Mortilli non esisteva.
Almeno su Internet.
"E che era successo all'Università di San Giuseppe li
Mortilli?!" Si chiese incredulo e stupefatto.
"Era stata abbandonata?"
"Oppure era franata?" Pensò subito dopo.
Nel fare queste considerazioni il Principe focalizzò la sua
attenzione sul monte sovrastante San Giuseppe li Mortilli e ricordò
che non erano tutti a denominarlo San Cosmano: alcuni lo chiamavano
monte Mori altri ancora monte Jato. Attraverso il toponimo Jato
il Principe intuì allora che San Giuseppe li Mortilli e San
Giuseppe Jato erano esattamente la stessa cosa. Digitando monte
Jato scoprì che l'Università di San Giuseppe li Mortilli
era, come da molti paventato, veramente franata a valle quasi per
intero l'11 marzo 1838. Per fortuna però i suoi industriosi
abitanti, oltre ad edificare il limitrofo centro di San Cipirello,
avevano anche ricostruito le abitazioni crollate.
Rianimatosi don Giuseppe Beccadelli si rese conto che il primo sito
Web relativo a Dammusi era proprio quello che cercava e, passando
ad altra pagina, cliccò:
http://www.cyberworld.it /carabinieri/html/archivio/com2.html
Alla lettura
di quel che apparve sul monitor esclamò in modo quasi spontaneo
"per D." ma non terminò la locuzione immediatamente
corretta in "per dinci!". Poi fissò il monitor
leggendo senza pronunciare ed anche senza pensare.
VITTIME
Inzerillo Santo, nato a Palermo 23.4.1946, strangolato in San Giuseppe
Jato in contrada Dammusi il 26.5.1981;
Di Maggio Calogero, nato Torretta (PA) 16.8.1924, strangolato in
San Giuseppe Jato in contrada Dammusi il 26.5.1981;
Scaglione Salvatore, nato a Palermo il 6.4.1940, strangolato in
San Giuseppe Jato in contrada Dammusi il 30.11.1982;
Riccobono Rosario, nato a Palermo IL 10.2.1929, strangolato in San
Giuseppe Jato in contrada Dammusi il 30.11.1982;
Micalizzi Salvatore, nato a Palermo il 23.8.1952, strangolato in
San Giuseppe Jato in contrada Dammusi il 30.11.1982;
Savoca Carlo, nato a Palermo il 28.10.1943, strangolato in San Giuseppe
Jato in contrada Dammusi il 30.11.1982;
Cannella Vincenzo, nato a Palermo il 13.8.1947, strangolato in San
Giuseppe Jato in contrada Dammusi il 30.11.1982
Quando completò
la lettura ed ebbe modo di riprendersi riuscì a chiedere
ad un vecchio santo appollaiato su una nuvoletta limitrofa:
"Scusassi zio santo, nel 1982 in Sicilia guerra ci fu?"
"No." Rispose sicuro il santo che dall'aria sembrava molto
informato. Poi continuò: "tieni però presente,
Principe, che ci sono tanti tipi di guerre: guerre alla povertà,
guerre di religione, guerre di mafia
".
Il Principe, pensando che il vecchio santo avesse trovato lo spunto
per attaccar bottone, lo liquidò di colpo con un "grazie!!"
e, stordito per quanto aveva letto sulla sua Dammusi, non si preoccupò
neppure di chiedere cosa significasse mafia, termine del quale sconosceva
l'esistenza.
Ma com'era stato sbadato! Era mai possibile che nel 1982 gli uomini
si fossero ridotti a far le guerre strangolandosi! E che avevano
fatto, il disarmo totale? E poi tutti quei morti ammazzati nel mese
di novembre! Che ammazzassero la gente per festeggiare le ricorrenze!?
No. Non era possibile. Dalle notizie giunte nell'aldilà,
in verità col contagocce, risultava che novembre era e continuava
ad essere il mese dei morti, non dei morti ammazzati. Ad ogni buon
conto si propose un approfondimento successivo.
La cosa che più lo sconvolgeva era il pensare che quella
carneficina fosse avvenuta nella sua Dammusi, il suo Eden, il luogo
dove lui, i suoi figli, i figli dei suoi figli avevano trascorso
buona parte della loro terrena esistenza. Certo! Non è che
ai suoi tempi ci fosse penuria di morti ammazzati! Ma, Dio mio,
a questo livello! E poi tutti nella stessa giornata!
In modo quasi automatico, utilizzando la tecnica dell'ipertesto,
portò il cursore su un certo Scaglione Salvatore, pigiò
il tasto sinistro del mouse e sul monitor spuntò:
Omicidio: Scaglione
Salvatore. In San Giuseppe Jato, contrada Dammusi, in data 30.11.1982
I
quatto cadaveri, a cui dopo si aggiunse quello dello Scaglione,
furono messi in 2 bidoni con acido nel vicino torrente. Si dovette
inoltre procedere all'acquisto di altro acido perché la bassa
temperatura del torrente rallentava l'opera di corrosione
Dalla lettura
integrale di quanto riportato non è che il Principe ci capì
tanto. Il linea di massima riuscì ad afferrare che si trattava
di regolamento di conti tra persone appartenenti a gruppi con posizioni
strategiche (e ideologiche?) diverse. Comprese che a volte la gente,
oltre ad essere strangolata, veniva disciolta negli acidi. Ed in
relazione a quest'ultima operazione, tra gli addetti ai lavori detta
squagghiatìna, opinò che potesse trattarsi di una
nuova tecnica finalizzata alla salvaguardia dell'ambiente. Per il
resto non capì un tubo. Uomini d'onore! Mandamenti! E che
erano?! Non riusciva poi ad inquadrare nel verso giusto quel rapporto
tra famiglia e mandamento. Ai suoi tempi quando si scioglieva una
famiglia (non negli acidi!) si ottenevano due persone, marito e
moglie, che se ne andavano ognuna per i cavoli propri. Ora, invece,
dallo scioglimento di una famiglia nasceva un nuovo mandamento.
Vacci a capire!
Decise allora di ripiegare nuovamente sull'ausilio del santo appollaiato
il quale, in quel momento, era occupato a spalmarsi sulle spalle
un po' di crema anti-ustioni.
"Scusassi ancora, zio santo, cosa significa uomo d'onore lei
lo sa?"
"Uomo d'onore" rispose subito il santo "è
un appartenente alla mafia."
"E la mafia che cos'è?" Chiese, senza pensarci,
il Principe.
"La mafia," disse il santo, "in altri tempi chiamata
maffia inizia la sua opera nel secolo scorso o meglio, considerato
che siamo già entrati nel 2000, nel secolo XIX
"
Ma non ebbe il tempo di completare la frase perché fu interrotto,
ancora una volta, dal Principe.
"No! No! Zio santo! Mi interessa solo una definizione concisa
del termine. Il significato e basta. Può usarmi la gentilezza
di indicare dove posso trovare una spiegazione breve, precisa ed
esaustiva?"
"Ascolta Principe!" Rispose il santo ostentando velatamente
la propria autorità gerarchicamente superiore. "Prima
di lanciarti a capofitto sulla tastiera del computer hai frequentato
il corso su Internet?"
"No." Rispose il Principe.
"Io invece sì." Disse secco il santo. E continuò:
"Stamattina mentre tu te la fissiàvi ad armeggiare col
mouse e la tastiera io ero impegnato a seguire il corso accelerato
"Come diventare luminari di Internet in tre milionesimi di
secondo": corso che non solo era gratis ma ti avrebbe consentito,
se lo avessi frequentato, di acquisire un titolo più adeguato
ai tempi moderni. Invece dovrai aspettare altri 1000 anni per il
prossimo corso! Sì. E' vero. Potresti sempre ripiegare sui
corsi per corrispondenza. Ma consentimi: non ne vale la pena! Ti
rilasciano un ridicolo e misero attestato che non porta mai molto
lontano."
"Ma allora il senatore Bossi che ha seguito il corso per corrispondenza
della Scuola Radio Elettra di Torino?!" Disse il Principe tra
il timido e la consapevolezza di aver preso il santo in castagna.
"L'eccezione, lo sanno cani e gatti, conferma la regola."
Rispose mezzo incazzatizzo il santo. Poi continuò:
"Sì è vero. Bossi ne ha fatta di strada. Ma dove?
Sulla Terra. In Italia. Qui non avrebbe fatto neppure un centimetro
della via Lattea! Qui in Paradiso, come dovresti sapere, le correnti
di pensiero dominanti ormai fanno quasi tutte riferimento al neopositivismo
del Circolo di Vienna e al pragmatismo americano di James. E allora
siamo pratici, Principe! Tu credi che se a Bossi si guastasse il
televisore o il frigorifero di casa lui sarebbe in grado di ripararlo?
Ascoltami bene. Il tipo di ricerca su cui ti vedo impegnato, in
altri tempi avrebbe presupposto la frequenza a biblioteche e archivi
con code e lunghe attese. Oggi è possibile accedervi attraverso
Internet. Bisogna però conoscere i relativi siti. Per le
biblioteche uno dei migliori servizi in Italia lo trovi all'SBN
- Servizio Bibliotecario Nazionale - il cui indirizzo, che ti invito
a memorizzare, è
http://www.iccu.sbn.it/sbn.htm
Collegandoti
a tale sito e digitando, che so
un autore, un titolo, un editore,
un argomento, potrai sapere in quali biblioteche italiane trovare
il volume e consultarlo."
"E per gli archivi?"
"Per gli archivi puoi collegarti al sito
http://www.archivi.beniculturali.it/
oppure, visto
che la tua Dammusi ricade in territorio di Monreale, al sito
http://www.archiviomonreale.sicilia.it/"
"Grazie!"
Rispose il Principe.
"Aspetta! Non ho ancora finito." Continuò il santo.
"Io ho bisogno di distendermi perché la frequenza al
corso mi ha molto stressato. Vado a riposarmi su quella nuvola in
fondo a circa 18.000 km da qui. Tu dirai: perché così
lontano? Per il semplice motivo che non sopporto il ticchettio della
tua tastiera! Se dovessi ancora avere bisogno chiamami al cellulare.
Ah! Stavo dimenticando! Una delle prime definizioni sulla mafia
puoi reperirla in un'opera giovanile di Giuseppe Pitrè: Vocabolario
marinaresco siciliano. Ciao!". E volò via.
Riina, Di Maggio,
Brusca, Siino
Il Principe,
seguendo le istruzioni del santo, trovò subito la definizione
nel volume indicato:
Io son pago
di affermare la esistenza della nostra voce - mafia - nel primo
sessantennio di questo secolo in un rione di Palermo, il Borgo,
che fino a vent'anni addietro faceva parte per se stesso, e si reputava
qual era topograficamente, diviso dalla città. E al Borgo
la voce mafia coi suoi derivati valse, e vale sempre, bellezza,
grandiosità, perfezione, eccellenza nel suo genere
Alla
idea di bellezza la voce mafia unisce quella di superiorità
e di valentia nel miglior specificato della parola, e discorrendo
di uomo, sicurtà d'animo, e in eccesso di questa, baldezza,
ma non mai braveria in cattivo senso, non mai arroganza, non mai
tracotanza. L'uomo di mafia o mafioso, inteso in questo senso naturale
e proprio, non dovrebbe metter paura a nessuno perché pochi
quanto lui sono creanzati e rispettosi.
Alla lettura
della definizione del Pitrè il Principe di Camporeale fu
assalito da nuova confusione oltre che da sconforto: la strada era
diventata ancora più ripida.
"Ma come!?" Disse. "Se i mafiosi - belli, grandiosi,
perfetti, eccellenti - si strangolano tra loro sciogliendosi negli
acidi, allora i non mafiosi che faranno?".
"Minimo minimo," rispose a se stesso "si sbraneranno
le carni leccandosi il sangue e riducendo le ossa in polvere con
un martello!"
Si rese allora conto della necessità di ulteriori approfondimenti.
Ripristinò nuovamente il collegamento col motore di ricerca
AltaVista, digitò mafia e sul monitor spuntò:
Word MAFIA: AltaVista found 181050 Web pages
(AltaVista ha trovato 181.050 pagine Web della parola mafia)
Fece allora,
ad alta voce, un rapidissimo calcolo ragionato: "Se ogni pagina
Web la facciamo corrispondere mediamente a 10 pagine normali, fanno
1.810.050 pagine normali. Se ad ogni pagina normale corrispondono
in media 400 parole, fanno 724.020.000 parole. Se in un minuto si
riescono a leggere 60 parole, allora per leggerle tutte occorreranno
724020000/60 =12.067.000 minuti. Ovvero circa 23 anni; notti comprese!
Senza contare le frequenti interruzioni nei collegamenti dovute
al pessimo servizio dei gestori della telefonia in Italia."
Certo, di tempo a disposizione ne aveva quanto voleva, ma non lo
allettava affatto la prospettiva di impiegare 23 anni della sua
eternità nella lettura di quella montagna di informazioni.
Anche perché non era assolutamente sicuro - in questi casi,
si sa, ognuno dice o scrive la sua - che sarebbe riuscito alla fine
ad avere le idee chiare sull'argomento. Fu così che il Principe
decise di navigare nell'ambito di quelle pagine selezionando, con
opportune operazioni di filtraggio, i siti Web mafiosi - in tal
modo li definì per distinguerli dagli altri - legati alla
sua San Giuseppe Jato.
Scoprì allora che la mafia aveva avuto origini in Sicilia;
che si trattava di un'organizzazione criminale; che quasi certamente
la definizione del Pitré era da riferire ad altra epoca;
che la mafia si era diffusa in tutto il mondo e che il capo dei
capi era stato, o forse continuava ad essere, un certo Totò
Riina. Seppe che Riina aveva trascorso molti anni della latitanza
nella sua Dammusi dove, secondo le dichiarazioni di Giovanni Brusca
di San Giuseppe Jato, era stato custodito una sorta di arsenale
militare della mafia. Notò pure che buona parte dei siti,
nazionali ed internazionali, relativi alla mafia riconducevano a
San Giuseppe Jato e, viceversa, digitando San Giuseppe Jato si ritornava,
come se si trattasse di sinonimo, alla mafia.
"Ma guarda un po'!" Pensò "quanto è
divenuto importante il centro da me fondato!".
Continuando a navigare in Internet venne a conoscenza di un famoso
magistrato, Giovanni Falcone, fatto saltare in aria con un ordigno
esplosivo, il cui pulsante era stato cliccato da uno di San Giuseppe
Jato: Giovanni Brusca. Poi si accorse che Riina, ricercato dalle
polizie di mezzo mondo per oltre vent'anni, era stato arrestato
nel 1993 e che l'operazione era stata resa possibile da un certo
Balduccio Di Maggio.
E di dov'era Balduccio Di Maggio?
Di San Giuseppe Jato.
Scoprì pure che la mafia, in Sicilia, aveva un proprio Ministro
dei Lavori Pubblici.
E di dov'era il Ministro?
"Di San Giuseppe Jato?" Tirò ad indovinare.
Non si era sbagliato. Era Angelo Siino nato e domiciliato a San
Giuseppe Jato.
E giacché navigava nell'area dei Lavori Pubblici fece una
capatina sul sito delle imprese che operavano nel settore. Scoprì
così che nel 1987 all'Albo Nazionale dei Costruttori del
Ministero dei Lavori Pubblici - quello statale - risultavano iscritte
84 imprese di San Giuseppe Jato. Un vero e proprio record: per ogni
cento abitanti, inclusi vecchi e bambini, c'era un'impresa operante
nel settore dei lavori pubblici.
"Meno male!" Pensò il Principe. "Per fortuna
eccelliamo anche nel mondo del lavoro!"
Nel visitare il sito relativo all'Albo Nazionale si era un po' allontanato
dai siti mafiosi. Tornò allora indietro e la sua attenzione
si centrò sull'indirizzo
http://www.itdf.pa.cnr.it/web/andreotti/atti/procura/.
Cliccò
e gli spuntò:
ESPOSIZIONE
INTRODUTTIVA DEL PUBBLICO MINISTERO nel processo penale n. 3538/94
N.R., instaurato nei confronti di Giulio ANDREOTTI, nato a Roma
il 14.1.1919, per il reato di cui all'art. 416 C.P. (fino al 28.9.1982),
e per il reato di cui all'art. 416 bis c.p. (dal 29.9.1982 in poi).
"Possibile?!"
Esclamò il Principe.
E invece sì. Era proprio lui: il Presidente, elevato alla
settima, Giulio Andreotti.
In Paradiso era già ritenuto di casa. Di lui si diceva un
gran bene e se ne elogiava particolarmente l'impegno: un vero paladino
della Fede e del Vaticano. Si diceva che da un momento all'altro
sarebbe arrivato per unirsi alla comunità dei beati in attesa
di diventare santo. Così almeno avevano assicurato quasi
tutti i Papi approdati negli ultimi cinquant'anni in Paradiso, ciascuno
adducendo sempre la stessa motivazione: Giulio, giorno dopo giorno,
rischiava la pelle; continuava a fare troppe, troppe leggi che mettevano
il bastone fra le ruote alle varie criminalità, organizzate
e non, ma soprattutto alla mafia. Di Papi però ne erano arrivati
ben quattro e del Presidente non si era vista neppure una delle
sue sette ombre. Anzi l'ultimo - Luciani - per evitare di fare la
figuraccia dei predecessori non solo aveva cominciato a mettere
in dubbio la certezza della morte, ma aveva pure improvvisato una
sorta di bisca dove accettava puntate sull'arrivo del quinto Papa
ancor prima di Giulio. In ogni caso, sostenevano con sicurezza i
beati più anziani, prima o poi si sarebbe presentato. In
Paradiso circolava voce che per il suo arrivo sarebbe stata organizzata
una grande parata: si dava per certo infatti l'arrivo di Giulio
in carrozza. Negli ultimi tempi però l'euforia era scemata.
Tutta colpa di quella frase delle zie del Presidente:
"Giulio," gli avevano detto "in Paradiso non si va
in carrozza!".
Era quella una frase usuale per esprimere le difficoltà che
si incontrano nel guadagnarsi il Paradiso. Nel caso di Giulio, però,
era apparsa molto sibillina: si trattava di un ordine del Padreterno
trasmesso attraverso le zie? Le zie sapevano qualcosa di cui non
volevano o potevano parlare? Nessuno era stato in grado di fornire
una spiegazione plausibile.
"Certo," pensò il Principe "se dovesse rispondere
a verità quanto scritto sulle pagine delle ordinanze dei
pubblici ministeri di Palermo e Perugia, altro che carrozza! Minimo
minimo rischia di arrivare in Paradiso arrampicandosi su una fune;
se non dovrà addirittura attendere la maxi-indulgenza del
prossimo millennio!". Non è che il G.U.P. (Giudice Unico
del Paradiso) si ritenesse vincolato alle sentenze dei tribunali
terreni. Ci sarebbe mancato altro! Sull'associazione mafiosa, ad
esempio, si poteva pure intavolare una trattativa. Ma sul bacio
no. Al bacio il G.U.P. era particolarmente allergico. Ogni volta
che si parlava di bacio gli venivano in mente, come in un incubo,
evangelici tradimenti. In fondo come si poteva dargli torto!? Come
poteva mai dimenticare che per un bacio ci aveva appizzàto
un figlio!?
Continuando a leggere il Principe notò che il capo d'imputazione
più grave, o forse più eclatante, era legato alla
testimonianza di un uomo il quale asseriva di avere assistito al
bacio tra Andreotti e Riina.
"Se è di San Giuseppe Jato," aveva pensato, "stasera
me la vendo al Club Paradise!"
Non si era sbagliato! Era Balduccio Di Maggio.
E non era finita. Nel corso del processo del secolo, così
era stato definito, il Di Maggio denunziava un tentativo di corruzione,
per svariati miliardi, finalizzato alla ritrattazione di quanto
dichiarato a proposito del bacio di Andreotti. E chi era il sedicente
corruttore?
L'ex Sindaco di San Giuseppe Jato, Baldassare Migliore.
Sempre nel corso del processo veniva organizzato un falso complotto
ai danni di Andreotti: Giovanni Brusca avrebbe dovuto dichiarare
di avere raggiunto un accordo con Luciano Violante, poi Presidente
della Camera, per incastrare Andreotti. Il Brusca, nel frattempo
pentito, non aveva mai messo in atto il progetto. Chi invece aveva
sparso ai quattro venti il falso complotto, presentandolo per vero
e creando più che uno scoop un putiferio, era stato un avvocato
di San Giuseppe Jato: Vito Ganci.
Certo tali notizie erano da prendere con le pinze.
"E chi se ne frega!" Pensò il Principe. "Gli
autori sempre di San Giuseppe Jato sono!"
Non solo Andreotti
e San Giuseppe: anche Marco Minghetti, Benito Mussolini e Vittorio
Emanuele Orlando
"Chi l'avrebbe mai immaginato" pensò il Principe
poco dopo "che il centro da me fondato avrebbe avuto a che
fare per la terza volta con un Presidente del Consiglio! Almeno
alla luce del sole."
Oltre un secolo prima, subito dopo l'Unità d'Italia, un altro
grande Presidente del Consiglio, Marco Minghetti, a San Giuseppe
Jato ci si era addirittura sposato, impalmando la mortillara - così
erano denominati anticamente gli abitanti di San Giuseppe li Mortilli
- donna Laura Beccadelli Acton di casa Camporeale. All'epoca, grande
era stato il giubilo dei mortillari - oggi jatini - per un sì
grande onore, tanto che una delle principali vie del paese era stata
poi intitolata al grande statista. E, come risulta dal carteggio
presso l'Archivio Storico Diocesano di Monreale, notevole era stato
anche l'attaccamento e la riconoscenza degli jatini a donna Laura
la quale, pur tra i numerosi impegni mondani della Capitale, aveva
sempre continuato a occuparsi e preoccuparsi dei bisogni dei suoi
concittadini e, soprattutto, concittadine. In verità, in
casa Camporeale, quello era stato un matrimonio alquanto contrastato:
una famiglia del passato regime borbonico non poteva unirsi al principale
rappresentante del nuovo Governo usurpatore. Poi però erano
prevalse le logiche di sopravvivenza. La famiglia Beccadelli, dagli
Aragonesi in poi, sfruttando il momento giusto si era sempre trovata
al posto giusto. Non poteva lasciarsi sfuggire la ghiotta occasione.
E così quella sofferta decisione aveva contemporaneamente
determinato la celebrazione di due sacramenti: il matrimonio di
donna Laura e il battesimo del passaggio di casa Camporeale al nuovo
regime dei Savoia.
Un altro Presidente del Consiglio risultava ufficialmente legato
a San Giuseppe Jato: il Presidente dei Presidenti S.E. Benito Mussolini.
Il 6 maggio 1924 si trovava a Piana degli Albanesi alla testa di
un lungo corteo. Accanto a Benito, nella macchina presidenziale,
don Ciccino Cuccia - sindaco di Piana e capo indiscusso della locale
consorteria mafiosa - sussurrava una frase poi consegnata alla storia:
Voscenza, signor
Capitano - così aveva chiamato familiarmente Benito - Lei
è con mia, è sotto la mia protezione. Che bisogno
aveva di portare tanti sbirri?
Don Ciccino
era strettissimo amico di don Santino Termini, Sindaco di San Giuseppe
Jato. Ma quel grande onore di cui aveva goduto don Ciccino era stato
l'elemento scatenante, malgrado l'amicizia, l'invidia del Termini.
Certo! Benito sempre amico di un amico era! Ma per don Santo non
era stato sufficiente. Messi da parte i propri trascorsi liberali,
popolari e di altri partiti dei quali non ebbe il tempo di ricordarsi,
iscritto un solo punto all'ordine del giorno e riunito, in seduta
straordinaria, il Consiglio Comunale, conferiva la cittadinanza
onoraria al Duce . Alla seduta 9 consiglieri su 20, in parte militanti
del fascio, risultavano assenti. Per quasi tutti gli unanimi il
conferimento della cittadinanza onoraria al Capo del Governo non
era stato però sufficiente, alcuni mesi dopo, ad evitare
il soggiorno nelle patrie galere con l'accusa di mafia, assassini
e ruberie varie, assieme a circa 150 elementi di San Giuseppe Jato
e San Cipirello. In ogni caso Mussolini rimase sempre grato per
tale riconoscimento che lo poneva sullo stesso piano di un altro
cittadino onorario qual era il prof. on. Giuseppe Caronia, scienziato,
e successivamente, ma questo non poteva saperlo, dell'archeologo
prof. Hans Peter Isler, Direttore della Facoltà di Archeologia
dell'Università di Zurigo e degli scavi dell'antica Jato
e dell'ex Procuratore della Repubblica di Palermo dott. Giancarlo
Caselli. E la gratitudine ebbe a manifestarla, in maniera concreta,
alle ore 15.30 del 27 maggio 1927 in un famoso discorso alla Camera,
poi pubblicato su due grandi manifesti fatti affiggere in tutte
le piazze d'Italia. Nell'elencare uno per uno i comuni del palermitano
dove maggiore era la presenza della mafia - Corleone, Piana dei
Greci, Santa Cristina Gela, Parco, Termini Imerese, Belmonte, Mezzoiuso,
Bisacquino, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Campofiorito, Casteldaccia,
Baucina, Ventimiglia, Bagheria, Ficarazzi, Villabate, Santa Flavia,
Roccamena - tralasciava di citare la sua città onoraria San
Giuseppe Jato. E dire che per numero di arresti, di diffidati, di
delitti commessi, il comune jatino risultava il primo tra quelli
elencati. All'occasione fruivano della gratitudine del Capo del
Governo anche i limitrofi San Cipirello, Partinico e Borgetto che,
in fatto di mafia, costituivano un gruppo inscindibile con San Giuseppe
Jato.
C'era un altro Presidente del Consiglio che, quasi certamente, aveva
avuto legami diretti con i due comuni jatini: S.E. l'on. prof. Vittorio
Emanuele Orlando. Il Principe si trovò nel dubbio se annoverarlo
in questa sorta di albo d'oro. Sì! C'era tanta gente che
giurava di averlo visto diverse volte a schiticchiari, mangiando
castrato e salsiccia, assieme ai componenti dell'amministrazione
comunale poi tutti arrestati. Ma si trattava di fatti non documentati
anche se, sulla attendibilità delle persone, si poteva mettere
la mano sul fuoco senza il rischio di far la fine di Muzio Scevola.
In verità trovò un documento, diciamo ufficiale, che
lasciava supporre l'attendibilità delle dichiarazioni: una
delibera del 5 febbraio 1921, proposta dal sindaco Santo Termini,
relativa alla realizzazione della linea ferrata. Così concludeva:
Il Consiglio
Comunale delibera di chiedere a S.E. il prof. V.E.Orlando, on. Giovanni
Lo Monte, on. Nicolò Zito, S.E. Lanza di Trabia, cui a cuore
stanno i bisogni di questa cittadinanza, perché spieghino
vivamente il loro autorevole interessamento presso il Governo del
Re.
Il Principe,
per capirci meglio, fece allora un ragionamento alla fimminina,
semplice ed efficace:
- l'Amministrazione di Santo Termini era qualificata mafiosa.
- l'on. prof. V.E. Orlando doveva alla mafia buona parte delle sue
fortune elettorali.
- l'on. Giovanni Lo Monte era appoggiato dai mafiosi Cassini di
Contessa Entellina; era legato alla mafia di San Cipirello; risultava,
negli archivi della polizia, che nel 1911 aveva organizzato una
rapina sul vagone postale del treno nella tratta Vita - Salemi assieme
a Termini Santo di San Giuseppe Jato e Todaro Vito di San Cipirello.
- l'on. Nicolò Zito, un vecchio notabile proprietario di
agrumeti a Palermo Mezzomonreale, era appoggiato dal mafioso don
Vito Cascio Ferro di Bisacquino. Quest'ultimo, a sua volta, era
ritenuto responsabile dell'assassinio del tenente Joe Petrosino,
avvenuto nel 1909. Era stato però scagionato dalla dichiarazione
di un deputato: all'ora del delitto il Cascio Ferro si trovava a
cenare a casa sua.
- S.E. Lanza di Trabia apparteneva alla famiglia che aveva concesso
al mafioso Giuseppe Genco Russo, responsabile di una cooperativa
di pastori, l'ex feudo Malpertugio e l'ex feudo Polizzello di circa
2000 ettari.
Trovò che tutti i personaggi citati avevano in comune la
parola mafia, e poté concludere:
"Anche i mafiosi mangiano." Aggiungendo poi: "coi
Presidenti del Consiglio!"
Un noto anonimo degli anni '90. Vip
Continuando
a navigare sui siti Web mafiosi venne pure a conoscenza di un fatto
abbastanza singolare che, all'epoca, aveva subito fatto il giro
delle redazioni dei giornali. Agli inizi degli anni novanta un anonimo,
si opinava trattarsi di un addetto ai lavori, aveva messo in giro
una serie di previsioni che, a distanza anche notevole di tempo,
si sarebbero rivelate di una esattezza sconcertante: roba da fare
innervosire persino il Padreterno il quale, nella nobile arte di
prevedere il futuro, riteneva di avere l'esclusiva. Era riportato
l'imminente arresto, meglio la consegna spontanea, di Riina; si
parlava minuziosamente degli attuali (di allora) assetti del potere;
ma soprattutto veniva tracciato, minuziosamente e su vasta scala,
un nuovo organigramma del potere politico e criminale per gli anni
successivi: ministri che sarebbero caduti in disgrazia, deputati
che sarebbero divenuti ministri, boss che sarebbero emersi, altri
che sarebbero stati messi a riposo, alcuni in quello eterno altri
- sarebbe stata la prima volta - in pensione. L'anonimo poi precisava
che il nuovo organigramma non era il parto delle sue logiche deduzioni;
era invece il risultato di estenuanti trattative tra le parti interessate.
Fatte dove?
"Vuoi vedere
" pensò il Principe.
Sì. Proprio lì. A San Giuseppe Jato.
Tra i personaggi reperiti su Internet, degno di citazione sembrò
al Principe anche l'on. Insalaco.
Giuseppe Insalaco a San Giuseppe Jato c'era nato e ci si era anche
sposato. Negli anni '60, poco più che ventenne, era stato
un enfant prodige della politica locale. In quegli anni svolgeva
le mansioni di segretario particolare dell'on. Franco Restivo, professore
universitario, grande proprietario terriero nell'area belicina,
ex presidente della Regione e vice-presidente della Camera. L'on.
Restivo, o il Presidente com'era chiamato, aveva fatto il grande
salto come Ministro degli Interni e, successivamente, della Difesa:
due ministeri chiave, specie quello degli Interni, nel proprio collegio
elettorale. A San Giuseppe Jato e San Cipirello non v'era elezione
in cui il primo degli eletti non fosse il candidato di Insalaco.
E se il secondo racimolava più della metà delle preferenze
rispetto a quelle del Presidente allora la parola più pronunciata,
tra gli intristiti sostenitori restiviani, risultava debacle: il
cui significato, ai più, era sconosciuto. Tutti, nei due
comuni jatini, ricordavano le lunghe code di individui, delle più
variegate estrazioni sociali, presso la segreteria particolare di
via Dante n. 55 a Palermo. Tanti erano stati gli jatini che, grazie
al suo interessamento, avevano risolto l'endemico problema del lavoro
con accesso, per chiamata diretta, presso la pubblica amministrazione.
Poi Pippo, così era chiamato indistintamente da tutti, faceva
il grande salto a deputato regionale e, successivamente, a Sindaco
di Palermo. E, continuando a fare salti, ci aveva pure rimesso la
pelle. Anche allora si era a conoscenza che due potevano essere
i risultati dei grandi saltatori: o campioni mondiali o guaribili
in una trentina di giorni salvo ricovero al cimitero. Che l'avesse
assassinato la mafia non c'erano dubbi. Nessuno, però, era
mai riuscito a capire su quale fronte fosse caduto. Nel tentativo
di darsi una risposta il Principe non poté far altro che
utilizzare il metodo semiprobabilistico: in genere il 99% degli
assassinati faceva parte, su avversi fronti, della stessa organizzazione
mafiosa. Poi c'era l'1%. Ma rimase sempre nel dubbio.
A proposito
di sindaci trovò pure che il padre del Sindaco di Milano,
Paolo Pillitteri, a sua volta cognato di Bettino Craxi, era di San
Giuseppe Jato.
Quello degli anni settanta-ottanta era stato un periodo particolare.
Sembrava che in Italia nessuno potesse accedere alle stanze del
potere politico ed economico se nel DNA non avesse un qualcosa che
lo legasse alla Sicilia.
Craxi, ad esempio, era originario del messinese.
Enrico Cuccia era siciliano. Non v'era Cuccia al mondo le cui origini
non risalissero al limitrofo Comune di Piana degli Albanesi. La
presenza dei Cuccia a Piana, documenti alla mano, risaliva alla
fondazione della città nel XV secolo. Di Cuccia a Piana ce
n'era un quarto di paese e di tutti i colori: ricchi, poveri, di
sinistra, di destra, mafiosi e poliziotti.
Michele Sindona il plurititolato: banchiere di Dio, salvatore della
lira. Titoli che, in occasione del noto fallimento, erano stati
sintetizzati nell'unico di cui in carcere potesse ancora gloriarsi:
bancarottiere siculo. Michele Sindona era nato a Patti, si era girato
il mondo ma, chissà per quale motivo, una parte della convalescenza
- dopo un colpo di lupara alla gamba in un finto sequestro - aveva
preferito trascorrerla all'aria tersa e limpida del territorio jatino.
Così almeno sembrava assicurare Anciluzzo Siino di San Giuseppe
Jato nelle sue dichiarazioni come collaboratore di giustizia. Chi
mai avrebbe poi immaginato che don Michele, carico di lauree honoris
causa, sarebbe morto d'ignoranza!?
"Dottore Sindona!" Gli avevano proposto in carcere, "lo
gradirebbe un caffè corretto all'asparìno?"
"Sì, grazie, con vero piacere!" Aveva risposto
don Michele convinto che l'asparìno, detto in minuscolo,
fosse un concentrato di asparagi e rosmarino: roba di cui andava
matto. Si era sbagliato. Sapeva che Pisciotta nel '54 in carcere
aveva gradito un caffè corretto alla stricnina, sapeva che
all'anagrafe era registrato col nome di Gaspare, ignorava però
che amici e conoscenti lo avevano sempre affettuosamente chiamato
Asparìno!
Roberto Calvi non aveva legami con la Sicilia ma gli erano stati
procurati da un gruppo di killers di Altofonte, un comune dipendente
dal mandamento (mafioso) di San Giuseppe Jato: con l'utilizzo di
robuste liàmi era stato legato e suicidato sotto il ponte
dei Frati Neri a Londra.
Uno che aveva rischiato di interrompere una brillante carriera per
mancanza di origini sicule era stato l'on. Claudio Martelli, allora
delfino del poi divenuto extracomunitario Bettino Craxi. In occasione
delle elezioni nazionali del 1987 era stata proposta la sua candidatura
nel Collegio della Sicilia Occidentale. Malgrado fossero state assoldate
alcune squadre di topi d'archivio non era stato reperito uno straccio
di documento che potesse far supporre un legame, anche lontano nel
tempo, del Martelli con l'isola. Il responsabile delle squadre di
topi era stato lapidario:
"Qui," aveva detto sicuro "continuando la ricerca
indietro nel tempo, andiamo a finire dritti dritti ad Adamo ed Eva!"
"E non è sufficiente?!" Aveva esclamato uno degli
interlocutori convinto che il sito del Paradiso Terrestre fosse
stato la Sicilia.
"Non basta." Gli avevano risposto in coro gli altri interlocutori.
"In questo modo tutti siciliani sono!"
Il Martelli allora, sceso in Sicilia, si adoperava tentando l'impossibile.
Rovistando con impegno nel proprio passato trovava la soluzione.
Riuniva gli interlocutori e, con una oratoria forte e appassionata
ma anche ragionata, riusciva ad ammorbidire i loro cuori e a illuminarne
le menti. Nel corso dell'intervento alcuni termini quali onore,
amicizia, silenzio erano stati utilizzati a tinchitè incastonati
in alcune espressioni di notevole effetto attraverso l'utilizzo
sporadico di vocaboli siculi appresi nottetempo. Concludeva con
orgoglio:
"Da tempi immemorabili, nel cuore, siciliano sempre sono stato!
La sofferenza per l'impossibilità di ostentare la sicilitudine
repressa mi è stata compagna nel corso degli anni. Paragonati
al mio patologico pathos i Dolori del giovine Werther erano palìchi.
Ora nel momento più importante e delicato della mia travagliata
esistenza mi rivolgo a voi, uomini che nell'onore avete riposto
il senso e lo scopo della vostra vita, perché possa essere
annoverato ed iscritto negli elenchi del nobile popolo siciliano!"
Poi precisava:
"In ogni caso, se questo non dovesse bastare, ecco la prova
certificata del mio sicilianesimo."
Delicatamente poggiava sul tavolo un certificato dell'Ufficio Leva
attestante che il soldato Claudio Martelli aveva prestato il servizio
militare a Trapani.
"Pure all'interno del collegio elettorale!" Avevano pensato
tutti.
A quel punto gli interlocutori, tutti assieme e all'unisono, profferivano:
"Che siciliani si nasce vero è; ma, in caso di necessità,
pure si diventa!"
Era chiaro, considerate le premesse, che il Martelli avrebbe dovuto
essere il primo degli eletti. Ed infatti lo fu. Anche a San Giuseppe
Jato e San Cipirello. Peccato che poco dopo, divenuto prima Vice
Presidente del Consiglio e successivamente Ministro di Grazia e
Giustizia, procedeva a cancellarsi dall'elenco dei siculi. Colpa,
si diceva, di un attentato nella sua villa di Roma tentato dai Ganci
di San Giuseppe Jato . E dire che, prima della trasferta sicula,
gli era stato ricordato a chiare lettere:
"Claudio!" Gli avevano detto "ti consigliamo di non
fare promesse. Ma se dovessi farle o capisci che laggiù capiscono
che tu gliele hai fatte, mantienile! Tieni pure presente che a volte
capiscono che tu hai capito ciò che in realtà non
hai capito. Stai attento che in Sicilia in fatto di impegni politici
un si cugghiunìa e ci po' puru scappari 'u mortu!"
Si racconta che Martelli, appena a conoscenza dei rudimenti del
dialetto, in occasione dell'attentato, si era espresso in siciliano
perfetto:
"Minchia!!!" Aveva detto "ora puru 'u chiummu accuminciò
a circolari?"
Mai, come in quel momento, aveva tanto desiderato di sentirsi italiano.
E un vero italiano divenne. In Sicilia non solo non fu mai più
rivisto ma della parentesi sicula cercò pure di cancellarne
il ricordo.
Portella della
Ginestra
Un toponimo
che ricorreva spesso nell'ambito dei siti Web mafiosi era Portella
della Ginestra.
Il Principe conosceva bene quel luogo a un tiro di lupara dalla
sua proprietà. Situato a circa tre miglia da San Giuseppe
Jato era il passaggio obbligato per chi voleva recarsi a Piana degli
Albanesi, allora denominata dei Greci. Utilizzando il toponimo come
filtro ottenne un gran numero di pagine Web che gli consentirono
di farsi un'idea sul perché della fama. A Portella era stata
consumata una strage il 1° maggio 1947. Ufficialmente, almeno
dalla lettura del verdetto dei Giudici della Corte di Viterbo, risultava
che a sparare su una folla di contadini, inermi e in festa, erano
stati solo ed esclusivamente i componenti di una banda di briganti
che, guidata da Salvatore Giuliano, scorazzava sul territorio. Giuliano
era di Montelepre ma - notò di sfuggita il Principe - aveva
iniziato la sua fulminante carriera criminale a San Giuseppe Jato
assassinando, il 2 settembre 1943, il carabiniere Antonio Mancino.
Dalla lettura, invece, di quanto trovò attraverso Internet,
sui media, nelle biblioteche e negli archivi, il Principe trasse
la conclusione che doveva trattarsi di un autentico manicomio. A
seconda delle correnti di pensiero i motivi e i mandanti della carneficina
andavano ricercati in:
- una risposta, di sapore vendicativo, alla vittoria delle sinistre
del Blocco del Popolo nelle prime elezioni regionali del 20 aprile
1947, organizzata da alcuni partiti (monarchico soprattutto);
- un'azione propedeutica, disposta dal Ministro degli Interni Scelba
di concerto con gli americani, tendente a preparare il campo per
le elezioni nazionali del 18 aprile 1948;
- un'azione dimostrativa dei gabelloti, quasi tutti mafiosi, del
territorio che nelle organizzazioni cooperativistiche locali trovavano
delle agguerritissime concorrenti nell'affitto (o gabella) dei feudi;
- un'azione dimostrativa degli agrari preoccupati dalle recenti
occupazioni delle terre;
- una vendetta personale di Giuliano.
- un'azione combinata di parte o di tutte le precedenti.
Quanto agli esecutori materiali della strage notò che quasi
nessuno si era bevuta la tesi risultante dagli accertamenti processuali
che individuava nei componenti la banda Giuliano i soli responsabili
dell'eccidio. A seconda delle diverse scuole di pensiero a sparare
a Portella erano stati:
- solo i banditi;
- i banditi e i mafiosi;
- i banditi, i mafiosi e i servizi segreti italiani;
- i banditi, i mafiosi, i servizi segreti italiani e quelli americani;
- i banditi, i mafiosi, i servizi segreti italiani e quelli americani
con l'ulteriore precisazione:
- i servizi segreti americani sapevano che a sparare assieme a loro
c'erano: i servizi segreti italiani, i mafiosi e i banditi;
- i servizi segreti italiani erano certi della presenza dei mafiosi
e dei banditi ma non lo erano della presenza dei servizi segreti
americani;
- i mafiosi sapevano che c'erano i banditi, ma non sapevano che
c'erano pure i servizi segreti italiani e americani;
- i banditi non sapevano che a sparare assieme a loro c'erano i
mafiosi, i servizi segreti italiani e quelli americani. Per personale
constatazione erano solo certi di esserci e null'altro.
"Un casino!" esclamò il Principe "E chi ci
va dietro?!".
Era quasi deciso a passare oltre. Poi, però, la curiosità
di verificare se i suoi concittadini avessero o meno preso parte
ad una tale impresa ebbe il sopravvento. Notò intanto che,
nella strage, almeno sei jatini ci avevano lasciato la pelle. Poi
trovò che al processo di Viterbo si era molto dibattuto sull'esistenza
di una lettera consegnata a Salvatore Giuliano tre giorni prima
della strage. In quella sede era stato sostenuto che la lettera
aveva dato il via ai preparativi per l'eccidio perché Giuliano,
dopo averla letta, aveva detto a Giovanni Genovese suo compagno
fidato: "E' venuta l'ora della nostra liberazione!" Poi,
forse, l'aveva bruciata.
Sulla provenienza della lettera c'erano state diverse precisazioni:
Asparìno Pisciotta il 15 gennaio 1951 aveva dichiarato testualmente
che il
Giuliano recentemente, e circa un anno addietro, parlando di tale
lettera mi disse che questa gli era stata inviata dal Ministro Scelba
a mezzo di un deputato di cui Giuliano non mi fece il nome.
La madre di
Giuliano, Maria Lombardo, il 25 maggio 1951 confermava l'esistenza
della lettera ma dichiarava che proveniva dall'America. Sia la Lombardo
che il Genovese erano però concordi nell'indicare il latore
della lettera nella persona di Pasquale Sciortino di San Cipirello
marito di Mariannina, sorella di Giuliano.
"E chistu è 'u primu!" disse il Principe. Poi cercò
di conoscere il personaggio attraverso la lettura di un recente
volume . In carcere, nell'attesa di scontare i 26 anni della condanna
definitiva, Sciortino aveva trovato il tempo di diplomarsi geometra
e successivamente di conseguire la laurea in Agraria scrivendo,
contemporaneamente, libri di carattere autobiografico, oltre ad
una Storia di Salvatore Giuliano precisando, in retro copertina,
che si trattava di suo cognato.
"Mah!" si chiese il Principe "questo Sciortino era
un bandito, un mafioso o tutte e due le cose?"
Pier Paolo Pasolini aveva asserito trattarsi di un mafioso. Lo scrittore,
nel suo Scritti corsari, aveva fatto una lucida analisi del linguaggio
di Sciortino nel volume Zagare, arance e limoni concludendo che,
per mentalità, era un mafioso. Anche i Giudici della Corte
d'Appello di Roma nella sentenza del 10 agosto 1956 lo avevano definito
essenzialmente
un mafioso e che esprimeva nella banda gli interessi della mafia
e di quel ceto agrario cui apparteneva.
Il Principe
alla fine rimase nel dubbio su che cosa fosse effettivamente lo
Sciortino. Un mafioso? Un bandito? Un illuso? Contemporaneamente
mafioso, bandito e illuso? Uno a cui era andato tutto storto? Una
cosa era certa: alla fine non gli era rimasto nulla del pur notevole
patrimonio del nonno.
"Mah!" Tagliò corto il Principe "sarà
stato tutto e niente nello stesso tempo! Di tipi come lui, ogni
tanto, se ne incontrano. E' pure probabile che neppure lui sapesse
cosa fosse!". E chiuse l'argomento.
Sempre alla ricerca di elementi jatini che avevano partecipato all'impresa
di Portella trovò poi una relazione del Questore di Palermo
Filippo Cosenza dell'8 maggio 1947 da cui si evinceva che tre individui
di San Giuseppe Jato Troia, Romano e Marinotto erano probabilmente
tra i responsabili della strage.
Leggendo negli Archivi del Fondo Polizia il Principe trovò
pure che Troia, Romano e Marinotto, che in realtà si chiamava
Marino, non appartenevano alla banda Giuliano: erano schedati come
mafiosi appartenenti alla mafia di San Giuseppe Jato. Il Troia Giuseppe
e il Marino Elia, in particolare, con un curriculum che affondava
le radici nel periodo anteriore l'avvento del Fascismo. Poi notò
che tali individui non erano i soli mafiosi presenti a Portella,
naturalmente a sparare. Andrea Borruso di anni 19 da San Giuseppe
Jato, ad esempio, aveva visto e, subito dopo denunziato, "Benedetto
'Troia' il quale armato di un fucile mitra sparava continue raffiche".
C'erano altri testimoni che dichiaravano la presenza delle persone
citate: Alvaro Scaduto di 13 anni, Menna Faraci di 18 anni. I soggetti,
subito arrestati, trovavano diversi testimoni pronti a dichiarare
di averli visti, all'ora della sparatoria, a San Giuseppe Jato.
Inoltre in loro ausilio scendeva in campo la locale sezione della
Democrazia Cristiana. Il 25 luglio 1947 in un Memoriale della sezione
del Partito Democratico Cristiano di San Giuseppe Jato inviato al
Procuratore della Repubblica, il segretario, Siviglia, faceva notare
gli alibi
incontrovertibili presentati dai quattro suoi concittadini, convalidati
da numerose testimonianze degne della maggior fede ed attendibilità
nonché l'impossibilità materiale della contemporanea
loro presenza in due luoghi diversi e pertanto sollecitava l'acceleramento
dell'istruttoria per il conseguente rilascio dei quattro poveri
innocenti.
Gli indiziati
venivano in seguito rilasciati per l'impossibilità, da parte
del Giudice Istruttore, di interrogare i principali testimoni. Il
Cusimano perché, prelevato da non precisate autorità,
era stato portato a Palermo e da allora - fa scrivere a verbale
la madre Anna Guzzetta - non l'ho più visto né so
dove si trovi. Il Borruso dietro invito di un'autorità era
stato anch'esso portato a Palermo e di lui - fa verbalizzare la
madre Giuseppa Bono il 3 giugno 1947 - non ho più notizie.
Il Principe scorrendo la relazione del questore Cusenza stralciò
poi alcuni passi relativi ad una informativa dei Carabinieri di
San Cipirello .
Sul sito della Biblioteca Regionale di Palermo consultò il
Giornale di Sicilia del 02 maggio 1947, giorno successivo a quello
della strage, e rimase particolarmente colpito da un passo della
cronaca:
Un po' più
a valle intanto, due ragazzetti venuti giù da San Cipirello,
bighellonavano in riva al lago; cercavan fave e volevan forse fare
un bagno. Ma c'era parecchia gente in giro, affaccendata, che non
voleva importuni tra i piedi; poi venne un grosso camion rosso con
a bordo cinque o sei figuri e si cacciò nella galleria presso
il lago...dall'altro lato, s'era ai piedi di Monte Pizzuto, d'onde
s'organizzava l'agguato. I ragazzi guardavano un poco e poi tiravan
diritto, abituati ad essere poco curiosi...poi cercavan fave...ad
un tratto un sussurrò piano qualcosa all'altro; e si nascosero;
passava, carponi, un tizio con su le spalle un'arma grossa, che
avevan visto di rado in giro, pur in questi tempi larghi di esibizioni
del genere...a fatica s'è riuscito a capir poi, che si trattava
di una mitragliatrice pesante, del tipo in uso nel nostro esercito.
I ragazzi rimasero un attimo senza respiro, poi pensarono di raggiungere
la comitiva; ché quel luogo era poco rassicurante per troppi
sintomi...
Il Principe,
dopo brevi ricerche, notò che nessuna autorità giudiziaria
aveva mai chiamato a testimoniare i due ragazzi di San Cipirello.
Eppure la loro dichiarazione poteva risultare molto importante:
- poteva essere la prova che si sparava sulla folla anche dal lato
opposto a quello da cui sparavano i componenti della banda Giuliano;
- poteva essere spiegata la provenienza di alcuni proiettili, trovati
addosso ad alcuni feriti, che certamente non provenivano dalle armi
dei banditi posizionati sotto il Pelavet (dal giornalista impropriamente
chiamato Pizzuto);
- poteva pure scoprirsi chi era il proprietario del camion rosso:
in paese ne esisteva, a quanto pare, solamente uno ed apparteneva
ad un nipote del capo mafia di San Cipirello Salvatore Celeste.
"Boh!" Esclamò il Principe. "Ed era scritto
sul giornale locale!" Ma non si meravigliò più
di tanto. Pensò che non fosse cambiato nulla rispetto agli
ultimi tempi della sua vita terrena quando le forze dell'ordine
- le Compagnie d'Armi - non leggevano i giornali per il semplice
fatto che non sapevano leggere.
Anno 1999. "Non
c'è nulla di male a essere mafiosi!"
Si era allontanato
un po' troppo indietro nel tempo. Cercò allora di navigare
alla ricerca di notizie più recenti e digitò ancora
una volta San Giuseppe Jato. Lesse all'indirizzo
http://www.gds.it/archivio/searchreg.html
"Chiodo
svela i piani di Brusca: Voleva morti quei due sindaci.
I due sbirri e comunisti dovevano morire come coloro che le cosche
intendono punire col massimo della pena: dovevano essere inghiottiti
dalla lupara bianca. Una fine terribile era stata progettata dai
Brusca di San Giuseppe Jato per il sindaco del paese, Maria Maniscalco
, e per il marito, Domenico Giannopolo, primo cittadino di Caltavuturo,
anche lui, come la moglie, esponente del Pds: gli uomini dei boss
avrebbero dovuto rapirli e non farli ritrovare mai più, probabilmente
sciogliendoli nell'acido; la stessa fine riservata al piccolo Giuseppe
Di Matteo. A raccontare questo progetto di morte è stato,
ieri pomeriggio, al processo per gli attentati agli amministratori
progressisti, il collaboratore di giustizia Vincenzo Chiodo, ex
fedelissimo di Brusca, uno degli assassini confessi (e liberi) del
figlio del collaborante Santino 'Mezzanasca' Di Matteo. L'episodio
descritto da Chiodo, sentito in videoconferenza, è inedito
Ieri
Chiodo ha sgombrato il campo dagli equivoci. Rispondendo alle domande
del pubblico ministero Franca Imbergamo e dell'avvocato Vincenzo
Gervasi, che tutela, come parte civile, il Comune di San Giuseppe
Jato, il collaborante ha detto con chiarezza che la Maniscalco era
nel mirino: La strategia - ha detto l'ex mafioso - era di isolarla,
intimidendo tutte le persone che le erano vicine. Volevamo fare
terra bruciata attorno a lei, senza colpirla in modo diretto. Ma
prima c'era stato un periodo, attorno al '93-'94, in cui era stata
decisa una soluzione finale. La Maniscalco, sbirra e comunista,
la definisce Chiodo riferendo le parole che avrebbe usato Giovanni
Brusca, aveva vinto le elezioni, battendo il candidato che le cosche
avrebbero portato. Da quel momento il sindaco entrò nel mirino:
Enzo Brusca - prosegue Chiodo - mi disse che dovevamo ammazzare
lei e il marito. Mi disse che avrebbero voluto fare sparire tutti
e due. Chiodo non sa perché il progetto non venne portato
a compimento. Il collaborante ha poi parlato della strategia complessiva
dell'organizzazione, che intendeva scoraggiare le iniziative antimafia,
attraverso una serie innumerevole di atti di intimidazione: incendi,
danneggiamenti di automobili, attentati alle abitazioni di campagna.
Cose che comportavano danni che in sè e per sè erano
di modesta entità, ma che creavano grossi problemi economici
a chi li subiva ed era costretto a ripararli a proprie spese. Una
filosofia, questa, spiegata dallo stesso Enzo Brusca durante le
indagini: A un cristianu, si cì tocchi 'a sacchetta, allura
sè, ca ci fai dannu."
E in
http://www.mafianews.net
03 settembre
1999 - San Giuseppe Jato (PA). Un sondaggio rivela: Non c'è
nulla di male a essere mafiosi
Ad esprimere questa convinzione sono il 61 per cento degli abitanti
del paese del palermitano che ha dato i natali ai Brusca, ma anche
al sindaco antimafia Maria Maniscalco. Più della metà
della popolazione, secondo un sondaggio realizzato dalla Servizi
Italia per conto dell'arcidiocesi di Monreale, retta dal vescovo
Pio Vigo, non nasconde di non avere alcuna remora contro i mafiosi.
L'indagine è stata condotta su un campione di 1.200 persone
dai 15 anni in su, con un questionario di 34 domande realizzato
dalle Università Cattolica di Milano e di Palermo.
Alla lettura
di notizie del genere il Principe pensò che non c'era nulla
da pensare ed infatti non pensò nulla. Dopo un po', rimessosi
a pensare, pensò che era venuto il momento di riposarsi.
Sarebbe anche servito a scollegarsi da Internet e liberare la linea
telefonica per eventuali chiamate. Certo il Padreterno avrebbe potuto
fare un ulteriore sforzo e munirli di linea ISDN!
Sistemò ben bene la nuvola, vi si distese lungo lungo, ordinò,
al Bar Paradise, un the per il pomeriggio, compì l'atto di
spegnere la luce e chiuse gli occhi.
Si era appena addormentato quando, improvvisamente, venne svegliato
da urla di disperazione, pianti, minacce, bestemmie e imprecazioni
varie. Provenivano da un'astronave russa che, in quel momento, transitava
nei paraggi. Da Mosca, qualche istante prima, avevano comunicato
a quei disgraziati la totale mancanza di fondi per le operazioni
di ritorno sulla Terra nonché le istruzioni da seguire:
"Vykrucivajtes!!!" (Arrangiatevi!!!) Lampeggiava il monitor
di bordo.
Per fortuna l'astronave, continuando le rivoluzioni attorno al globo,
si era subito allontanata.
Quella pur breve interruzione era stata però sufficiente
a fargli perdere il sonno e a riportarlo con la mente alla sua San
Giuseppe Jato. Erano tante le domande che si poneva e alle quali
non riusciva a dare una risposta: ma cos'era veramente la mafia?
Pur operando tutti nel settore della violenza perché alcuni
erano chiamati mafiosi mentre altri seguitavano a mantenere la qualifica
di banditi, briganti, ladri, etc.? E poi: perché San Giuseppe
Jato era, in fatto di mafia, tanto importante? Si trattava di un
fenomeno recente? Si era reso conto che le informazioni di cui era
in possesso erano insufficienti per abbozzare una benché
minima spiegazione. Era necessario acquisire altri elementi.
Anno 1926. On.
Rocco Balsano: "Se un comune in Sicilia vi era dove la maffia
era onnipotente era proprio quello di San Giuseppe Jato."
Si collegò
allora all'Archivio di Stato di Palermo e trovò, in un verbale
d'interrogatorio , un'affermazione che avrebbe dato il via ad ulteriori
approfondimenti:
Per ragioni
del mandato politico ho per molti anni avuto a che fare con i cittadini
del Comune di San Giuseppe Jato e per essere più preciso
sin dal 1909 allorché contrapposi la mia candidatura a quella
dell'on. Masi potei conoscere l'ambiente. In quel comune sin da
quell'epoca i capi della maffia avevano assunto il potere amministrativo
ed annidati nell'amministrazione vi spadroneggiavano dilapidando
il denaro pubblico e commettendo ogni sorta di delitti.
Se un comune in Sicilia vi era dove la maffia era onnipotente era
proprio quello di San Giuseppe Jato.
Sulle elezioni politiche del 1919 il Mineo Salvatore sostenne la
mia candidatura, come l'aveva sostenuta in passato contro quella
dell'avv. Francesco Orlando fratello del Ministro del tempo, che
era appoggiata dai componenti l'amministrazione comunale capeggiata
dal famoso Ninu 'u latru cioè Pulejo Antonino. Il gruppo
dei facinorosi si manteneva al potere per la protezione che aveva
da parte del Governo, quindi dalle autorità, contro la volontà
di quasi tutta la cittadinanza composta di uomini onesti che per
timore di vendette subivano la situazione
Palermo 5 gennaio
1927. Letto, confermato e sottoscritto. Firmato: on. Rocco Balsano
il Giudice: Triolo
"Finalmente!"
Esclamò il Principe. "Questo sì che si chiama
parlar chiaro!" Poi continuò:
"Rocco Balsano! E cu è?"
Non ci volle molto a trovare la risposta:
On. Rocco Balsano
fu Calcedonio nato a Porto Empedocle nel 1863. Avvocato. Sindaco
di Monreale a 21 anni. Consigliere provinciale a Palermo per circa
trent'anni. Deputato al Parlamento dalla XXIII alla XXV legislatura.
"Sarà
stato," pensò il Principe, "uno di quei deputati
oppositori di governi violenti e corrotti che trovava credito e
consensi elettorali presso le masse di contadini diseredati."
Ma quando mai! Aveva sbagliato tutto. Si rese subito conto, attraverso
le notizie che scorrevano sul monitor, di avere commesso un macroscopico
errore di valutazione. In realtà l'on. Balsano i consensi
elettorali li trovava, eccome! Era il credito presso le masse che
non trovava. Si accorse infatti che il Balsano non solo era ritenuto
il più famoso procacciatore di porto d'armi per mafiosi e
malavitosi di tutta la Sicilia Occidentale ma rappresentava soprattutto
il principale riferimento, in Parlamento, della potentissima e sanguinaria
cosca di Monreale detta la mafia degli stuppagghiari contrapposta
a quella degli scurmi fitusi.
"Minchia!!!" Pensò sottopensiero il Principe per
eludere i controlli ambientali del Padreterno basati sull'intercettazione
delle emissioni cerebrali. Poi continuò sottovoce:
"E se lo dice lui! Se un addetto ai lavori, come l'on. Balsano,
afferma che la mafia di San Giuseppe Jato è la più
potente - anzi onnipotente - della Sicilia, chi potrà mai
contraddirlo?"
"San Giuseppe Jato" disse a quel punto con l'aria di chi
stava per affermare una grande verità, utilizzando un barbarismo
d'importazione nord-americana "è veru, veru 'mportanti!".
"Very, very important!" così si esprimevano i numerosi
jatalo-americani di ritorno da Nova Orlìn o da Nova Iocchi.
San Giuseppe
nelle aspirazioni del Principe di Camporeale
Fare di San
Giuseppe li Mortilli un centro famoso ed importante era stata, al
momento della fondazione, una delle principali aspirazioni di don
Giuseppe Beccadelli. All'epoca ciò che più lo aveva
affascinato era stata la consapevolezza di passare alla storia.
Ne aveva infatti tutti i motivi. Attraverso l'edificazione di San
Giuseppe don Giuseppe entrava a far parte della ristretta elite
dei fondatori di città: Romolo, Aceste, Entello, Eryx e pochissimi
altri. E il Principe aveva cercato di fare del suo meglio nell'emulazione
dei colleghi. Solo così può essere spiegata l'assegnazione
del proprio nome al nuovo centro. Non era stato, come maliziosamente
qualcuno aveva opinato, un atto di pura vanità. Era stata
invece una precisa scelta determinata dal rispetto dei canoni dell'ideale
Manuale del perfetto fondatore di città. Era Roma, tra le
poche città che potevano vantare un fondatore, e soprattutto
il Vaticano ad esercitare su di lui un particolare fascino. Ma l'attaccamento
del Principe al nuovo centro si era soprattutto manifestato nel
1792, all'atto della posa della prima pietra della Madrice: al momento
della benedizione aveva deposto un diamante sotto le fondamenta.
Peccato che tutto era poi franato l'11 marzo 1838! E chissà
se una delle concause della frana non era da addebitare ai soliti
ignoti alla ricerca del diamante sotto le fondazioni della chiesa!
Certo, tra i campi in cui la sua creatura avrebbe dovuto eccellere
non poteva, all'epoca, prevedere la mafia! Allora pensava all'arte,
alla cultura, alle professioni e, perché no? Alla ricchezza:
ottenuta, però, con metodi almeno semi-ortodossi. Invece
la ricchezza c'era! Ma ottenuta come? Rubando a più non posso?
Imponendo la tangente anche sulla retribuzione giornaliera degli
operai? Assassinando le persone? Sciogliendo negli acidi perfino
i bambini?
L'argomento mafia l'aveva molto avvilito e cercò di inventarsi
qualcosa per risollevare lo spirito. Si ricordò allora che,
ancor prima del collegamento a Internet, la notorietà di
alcuni jatini era giunta sin nell'aldilà. Certamente la fama
che avevano dato al proprio paese non era minimamente paragonabile
a quella della mafia; pur tuttavia il ricordarli servì a
bilanciare in parte il proprio orgoglio ritenuto offeso. E ricordò:
Luminari, professori,
professionisti, mediatori, assicuratori, industrie conserviere e
portuali, mulini e pastifici
- Il prof. Salvatore Riccobono di San Giuseppe Jato: Rettore dell'Università
di Palermo che aveva insegnato a Londra e a Washington dove in suo
onore era stato fondato il Riccobono Seminar of Roman Law. Di lui
era stato scritto che
era un
maestro insigne del Diritto, critico profondo, pensatore, scrittore,
scienziato, giurista, ammirato ed apprezzato in tutto il mondo intellettuale
sia per la sua vastissima produzione di opere scientifico-giuridiche,
come per la sua logica serrata.
Le sue opere
più importanti erano state pubblicate in lingua tedesca e,
tradotte in più lingue, avevano formato testo di studio in
parecchie università del mondo, specialmente americane.
- Il prof. dott. Pietro Benigno di San Cipirello: direttore dell'Istituto
di Farmacologia dell'Università di Padova e di Palermo, Preside
della Facoltà di Medicina dell'Università di Palermo
che aveva lavorato a Parigi presso l'Institut du Radium con I. Joliot
Curie.
- L'on. prof. Giuseppe Caronia di San Cipirello: medico e scienziato
i cui studi del Kala-Azar avevano portato alla cura specifica di
questa malattia molto diffusa nel bacino del Mediterraneo e nelle
Indie
- Il dott. Antonino D'Alia di San Giuseppe Jato: grande diplomatico
degl'inizi del secolo XX, Ambasciatore in Iugoslavia nel periodo
dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Poi volle anche ricordare alcuni che in vari settori, soprattutto
dell'economia, in pochi lustri avevano dato lustro al proprio paese.
- Se il sen. don Paolo Beccadelli Acton, suo discendente, era stato
uno dei più grossi produttori di vino in Sicilia, non meno
importanti erano stati Antonio e Vincenzo Micciché di San
Giuseppe Jato nel settore della commercializzazione del prodotto.
Alla fine del secolo XIX in società con i tedeschi Hohenzollern
risultavano i principali esportatori di vino italiano in Inghilterra.
- Don Nenè Castro di San Cipirello. Aveva scritto di lui
Giuseppe Scarpace:
"agricoltore
intelligente e appassionato, assertore convinto dello spezzettamento
del latifondo, propugnatore della piccola e media proprietà.
Acquistava, verso il 1922 dalla Regina di Spagna, Maria Cristina
d'Austria, in quel di Ginosa (Taranto), assieme ad altri animosi
agricoltori, una rilevante estensione di terreno improduttivo e
malsano ove la malaria imperava incontrastata (circa 7500 ett.)"
.
Il Principe
si accorse che lo Scarpace aveva forse dimenticato a scrivere che
don Nenè Castro, più che come agricoltore, era conosciuto
come uno dei più grandi mediatori dell'epoca, specializzato
nell'acquisto di vasti latifondi e nel successivo spezzettamento
e lottizzazione. Lo Scarpace forse non sapeva che molti latifondi
acquistati da don Nenè, sempre in compagnia di altri soci,
si trovavano non in lontane lande deserte e abbandonate ma all'interno
della città di Palermo. Ai tempi in cui scriveva Scarpace
(1956) la locuzione speculazione edilizia non andava di moda ma
la speculazione edilizia veniva regolarmente praticata. Uno di questi
latifondi, ad esempio, era costituito dall'intero Parco d'Orleans
dove veniva edificata l'attuale Città Universitaria. Poi
lo Scarpace non si era accorto che i soci di don Nenè - gli
intraprendenti e animosi agricoltori Domenico, Santo e Giovanni
Pardo - nel 1926 erano stati tutti arrestati, assieme al fratello
Vincenzo, con l'accusa di essere tra i capi della maffia di San
Cipirello . Lo Scarpace - segretario comunale di San Cipirello da
trent'anni nel momento in cui scriveva - era stato il primo a passare
ai posteri una storia di San Cipirello. Da buon sancipirellese -
non lo era di origini ma si sentiva, dopo 30 anni, di esserlo diventato
- aveva messo in risalto gli aspetti positivi della vita del paese.
Aveva fatto un lavoro da certosino riportando le più minute
notizie sul Comune sin dalla fondazione: sindaci, preti, segretari
comunali, caduti in guerra, feste e sagre paesane. Aveva solo trascurato
alcuni aspetti che probabilmente, a parer suo, non erano meritevoli
di citazione: la mafia, il banditismo, Portella della Ginestra,
i fasci siciliani, i morti ammazzati degli anni '20 e i contemporanei
arricchimenti di tanti personaggi.
"Chissà!" Considerò il Principe "forse
pensava di scrivere un altro libro che non ebbe mai il tempo di
scrivere!". Poi passò a
- i Virga: gl'industriali pastai. Avevano iniziato i fratelli Pietro
e Giuseppe Virga,
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