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novembre 2005 Storia
di Fethia Bouhajeb, tunisina, aggredita e minacciata per avere difeso la dignità
dei propri connazionali in Italia Una
testimonianza d'eccezione sulle condizioni di vita al CPT-lager di Ragusa, sulle
vessazioni e addirittura le violenze che i migranti dichiarano di avere subìto
dalla Polizia di Stato. RAGUSA
- Fethia Bouhajeb, 39 anni, tunisina, dal '93 a Ragusa, mediatrice culturale,
ha presentato un esposto in Procura in cui denuncia una serie di violenze, aggressioni,
minacce di morte per se e il figlio di 7 anni da parte di un gruppo di connazionali,
di cui ha fatto nomi e cognomi, che terrebbero sotto ricatto i tunisini in attesa
di un permesso di soggiorno o in cerca di assistenza, di una casa, di un lavoro.
La donna, diplomata in lingue straniere in Tunisia, insegnante e animatrice,
impegnata fin dal suo arrivo in Italia nella causa dell'integrazione e dell'emancipazione
delle donne arabe, come testimoniano innumerevoli riconoscimenti pubblici del
suo impegno e gli incarichi ufficiali ricevuti da varie istituzioni, racconta
di essere da circa cinque anni nel mirino di questo gruppo. "Inizialmente
pensavo che ciò dipendesse da un fatto per così dire culturale,
in quanto io ho sempre cercato di informare e aiutare le donne arabe e forse questo
dava fastidio. Poi alcuni episodi recenti mi hanno illuminata. Nel novembre 2004,
quando fu riaperto il Cpt di Ragusa, sono stata chiamata a fare da interprete.
Dopo appena un mese in cui avevo ricevuto, anche con note ufficiali, pieno apprezzamento
per la mia professionalità, sono stata licenziata. Il commissario provinciale
della Croce Rossa che gestisce il centro, Giovanni Berretta, mi disse che era
molto dispiaciuto, ma io non ero gradita alla Questura. Quando ero in servizio
presso il cpt, tra gli altri episodi da me ritenuti gravi, ne ricordo particolarmente
uno. Ancora il Centro non era destinato solo alle donne, ed un giorno alcuni immigrati
fuggirono.Alcuni furono ripresi e quando io arrivai uno di loro mi fece vedere
dei segni di violenza sul corpo. Gli altri suoi compagni mi dissero che il ragazzo
era stato picchiato dalle forze dellordine quando era stato ripreso ed anche
dentro il CPT e di riferire questo al Berretta. Cosa che io correttamente feci.
E mi risulta che Berretta protestò. "Vari episodi successivi
- prosegue Fethia - mi hanno fatto capire ancora meglio. Ho appreso che coloro
che mi hanno più volte picchiata e malmenata con violenza sono gli stessi
che ricattano i connazionali, in particolare gli interpreti imponendo loro anche
di falsare il contenuto delle dichiarazioni in determinati momenti della loro
attività dall'arrivo di clandestini nel porto, forse per coprire determinati
scafisti o depistare le indagini, agli atti di polizia giudiziaria e alle udienze
in tribunale. Ciò che dico è stato accertato quando un giudice del
tribunale mi chiamò per rivedere la traduzione di tutti gli atti di un
processo ed emerse che le dichiarazioni di alcuni tunisini erano state completamente
distorte al fine di fare incriminare un'avvocatessa ragusana che infatti subì
un processo e solo dopo la scoperta del falso è stata assolta". Fethia
ricorda di essersi più volte opposta a tali richieste e di avere respinto
anche la pretesa di alcuni dei suoi aggressori di conoscere tempestivamente il
nome degli imputati da assistere in atti giudiziari, cosa che invece, secondo
la denuncia presentata, altri farebbero tranquillamente. L'esposto parla anche
di prestazioni sessuali imposte alle donne e di varie forme di estorsione ai danni
di numerosi connazionali, costretti ad ubbidire alla banda per ottenere un permesso
di soggiorno, o servizi e vantaggi a cui avrebbero diritto. Fethia, autrice
di articoli e di un libro sulle donne tunisine in Sicilia, ha subito la più
grave delle aggressioni l'8 marzo scorso ( lo stesso giorno in cui i quotidiani
locali le dedicavano articoli per il suo impegno sociale e culturale), quando
fu ricoverata in ospedale per le ferite e le lesioni riportate. Successivamente
è sfuggita ad una "visita" notturna nella sua abitazione in cui,
secondo notizie apprese successivamente, e riferite nell'esposto, avrebbe dovuto
"essere sottoposta a violenze sessuali di gruppo e acidificata". Per
cinque anni ho denunciato tutte le aggressioni e le violenze psicologiche subite
alla questura ed ai carabinieri, e queste denunce sono anche allegate allesposto
che ho depositato insieme al mio avv. Michele Sbezzi al Procuratore Fera. Finora
ero stata frenata dalla paura che potessero fare del male a mio figlio che va
a scuola a Ragusa. Dopo essermi confidata con persone amiche che mi conoscono
da molti anni - confessa Fethia - ho vinto la paura ed ho deciso di denunciare
tutto, alla luce del sole. Ho fiducia nella giustizia. Spero che tutti quelli
che come me sono a conoscenza dei fatti da me denunciati o di fatti simili, e
sono tanti, parlino, per il bene delle persone oneste. So già che a luglio
quando sono iniziate le polemiche sul CPT alcuni medici che lavoravano lì
dentro hanno denunciato alla televisione che avevano pressioni dalla polizia nello
svolgimento del loro lavoro. Ora è il momento di essere tutti uniti
e di avere il coraggio di lavorare tutti insieme per un mondo migliore Questi
fatti riaccendono i riflettori sopra il Centro di Permanenza Temporanea di Ragusa
situato in via Colajanni confermando ulteriormente che queste galere etniche rappresentano
in realtà dei luoghi di sospensione dei diritti. Il lungo elenco di
fatti inquietanti accaduti nel cpt-lager di Ragusa; dal caso della donna cinese
detenuta a Ragusa pur essendo in possesso di regolare permesso di soggiorno, la
donna cinese scomparsa dallospedale di Ragusa, le numerose fughe che avvengono
sistematicamente da una struttura di cui dovrebbe essere almeno difficoltoso superare
la doppia recinzione, la carente informazione alle migranti dei loro diritti come
abbiamo scoperto il 1 agosto, tutto questo e altro ancora; proiettano ombre inquietanti
su questa struttura. Fethia ha rotto la coltre di silenzio. Il coraggio di
Fethia deve essere desempio per tutti coloro che sanno e che ancora non
si decidono a parlare. Questa giovane donna tunisina ci sta dando una grande lezione
di civiltà e dignità contro la barbarie di chi vuole imporre la
paura. Collettivo
Migranti di Ragusa prima
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