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Iraq Voci e iniziative |
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Le
bombe che partono da Sigonella. Di Patrizia
Abbate (dal
quotidiano "Il manifesto" del primo aprile 2003) "La guerra? In
realta' sono almeno tre, quattro mesi che qui c'e' la guerra". E'
difficile entrare a Sigonella, eppure ci sono almeno tremila civili che
ci lavorano dentro, fianco a fianco coi militari, e che vedono quello
che ai parlamentari in ispezione non e' consentito vedere. Aerei che decollano
strapieni di merci "hazardous", pericolose. Diretti verso destinazioni
"XXX", "unknown", sconosciute. Luca - il nome e' inventato,
l'identita' preferisce non vederla pubblicata - e' uno di questi. Spiega
come e' difficile continuare a fare il proprio lavoro in questi giorni
terribili in cui il conflitto vero, nutrito di bombe e morti e visto soprattutto
in tv, si mescola a quello interiore, fatto di crisi personali rispetto
a un'attivita' che "vuoi o non vuoi, e' comunque di supporto alla
guerra". E continua: "Il lavoro e' aumentato notevolmente, non
c'e' dubbio. Basti pensare che se normalmente l'attivita' di atterraggi
e decolli e' contenuta quotidianamente in due pagine di 'schede', adesso
siamo a otto, nove pagine". Che in numeri di aerei significa esser
passati dalla normale ventina "a sessanta, settanta voli al giorno".
Ma non e' cominciato ora, assicura Luca. "Sono almeno tre, quattro
mesi che questo movimento e' iniziato, segno che la guerra in Iraq e'
stata decisa ben prima del 20".
Dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo Inorridire, sì, ma di che cosa? Una proposta a tutto il movimento. di Renato Solmi Quando si tratta di
costituzione interna dei singoli stati, il problema o i problemi che essa
puo' porre dal punto di vista di un'analisi comparata dei diversi sistemi
e' (o sono) del tutto irrilevanti rispetto alla questione della legittimita'
di una guerra fra una nazione (o un gruppo di nazioni) e le altre. Se
cosi' non fosse, la pace non avrebbe potuto essere conservata, * E dal momento che
a tutte queste domande non si puo' rispondere che in modo affermativo,
mi sembra che se ne debba concludere che il segretario della Cgil si e'
espresso, tutto sommato, in modo inadeguato, cercando di mediare fra due
diversi ordini di problemi, di cui uno, pero', non puo' essere considerato
rilevante a questo proposito, e che, pertanto, in questo caso, il governo
iracheno, comunque lo si possa giudicare per la sua costituzione interna
e per i suoi misfatti passati, non puo' essere dichiarato responsabile
di questa guerra, la cui responsabilita' ricade interamente sul governo
degli Stati Uniti e sui loro alleati diretti o indiretti (fra cui possiamo
e dobbiamo collocare anche il governo italiano, che ne ha approvato a
piu' riprese le iniziative e ne ha giustificato a posteriori gli atti),
che, quindi, non possono essere messi sullo stesso piano del governo iracheno,
che, in questa occasione, ha dato prova di una notevole correttezza, ma,
al contrario, debbono essere posti molto al di sotto di esso, e che debbono
essere colpiti dalle sanzioni previste per le violazioni da loro compiute,
e isolati, nel frattempo, dalla coscienza morale di tutta l'umanita',
che si e' gia' manifestata abbastanza chiaramente nelle imponenti dimostrazioni
di questi giorni. E il presidente della Camera, invece di inorridire delle
affermazioni di Epifani (che, come abbiamo gia' visto, avrebbero potuto
essere criticate, tutt'al piu', solo per un eccesso di morbidezza nella
denuncia e nella condanna degli aggressori), dovrebbe cominciare a prendere
espressamente, anche su questo punto, le distanze dal governo e dalla
sua maggioranza, come sembra, da qualche tempo, che abbia intenzione di
fare su altri (relativi al carattere fondamentalmente illegittimo della
posizione detenuta dal Presidente del Consiglio), se corrisponde al vero
cio' che leggo sulla "Stampa" di oggi (26 marzo) a proposito
del dibattito che ha avuto luogo a Roma sul libro pubblicato da * (per
contatti: rsolmi@tin.it) 30 marzo 2003 Da Franco Romanò - Milano L'articolo 11 della Costituzione Italiana sancisce nella sua prima parte il ripudio della guerra come soluzione dei conflitti internazionali, ma limita la radicalità di tale affermazione nella seconda, laddove enuncia che la nazione italiana delega alle alleanze internazionali cui partecipa e alle istituzioni mondiali in cui si riconosce una parte della propria sovranità, accettando dunque il meccanismo della decisione collettiva, la quale può anche essere in contrasto con il principio del ripudio radicale della guerra. Si può leggere l'articolo 11 come l'ennesima prova dell'abilità tutta italiana di coniugare il diritto e il suo rovescio; oppure, più realisticamente leggere in questa formulazione l'ambiguità del diritto in quanto tale, come personalmente preferisco. Nel caso in questione, tuttavia, e cioè nella sciagurata ipotesi di una guerra contro l'Iraq, sembra almeno di poter riscontrare un solo fatto positivo: tale occorrenza si pone in contrasto totale con il dettato della nostra Costituzione. La guerra che sta per scoppiare, infatti, è dichiarata da tre potenze mondiali (Usa, Regno Unito e Spagna), senza il consenso dell'unica istituzione internazionale oggi deputata a dichiararla: le Nazione Unite. La posizione francese, cinese, tedesca e russa, in questa particolare contingenza storica, non rappresenta semplicemente il punto di vista di alcune nazioni, ma quello del diritto internazionale. Che tale alleanza tenga o non tenga, per l'opinione pubblica che rifiuta questa guerra, credo sia il momento di assumere fino in fondo l'iniziativa di far corrispondere la lettera della Costituzione alla sua sostanza, denunciando nominativamente i singoli membri del governo italiano e tutti i parlamentari che dovessero votare a favore o semplicemente avallare il coinvolgimento diretto e indiretto dell'Italia in atti bellici. Non sono un giurista e non possiedo dunque le competenze per formulare l'ipotesi di reato evocata in precedenza; credo tuttavia che tale questione vada posta e che nel vasto universo dei movimenti e dei singoli che hanno sentito il bisogno di manifestare non semplicemente contro la guerra, ma per un mondo appena vivibile, ci siano le competenze affinché ciò sia scritto e fatto. La pace è questione di tutti e non può esser lasciata nelle mani sporche del peggior governo della Prima e della Seconda Repubblica, ma neppure in quelle della peggiore opposizione, una parte della quale, peraltro, compromessa da proprie scelte precedenti, ugualmente estranee nella sostanza, al diritto internazionale. Milano, 17 marzo 2003 Franco Romanò Dal Comitato Ibleo Fermiamo la guerra Dopo la grande manifestazione di sabato 8 marzo, ci sono pervenute tantissime richieste di cittadini per la realizzazione di un punto di riferimento fisso e visibile di informazione contro la guerra nella città. Per dare vita in modo organico e condiviso ad un presidio permanente, che dovrebbe aver sede in Piazza Cappuccini, martedì 18 marzo p.v., abbiamo convocato quindi un incontro organizzativo presso la saletta AVIS, alle ore 18. Sono invitati a partecipare all’incontro tutte le associazioni , i soggetto sociali e politici e i singoli cittadini che vogliono contribuire a tenere viva la opera di sensibilizzazione per la pace in questo momento buio per la comunità tutta. Dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo La democrazia e il petrolio sono antitetici di Maria G. Di Rienzo I cinque paesi con le maggiori riserve di petrolio sono gli Emirati Arabi Uniti, l'Iran, il Kuwait, l'Iraq e l'Arabia Saudita. Nessuno dei loro governi può essere definito "democratico". Dieci dei ventuno paesi al mondo in cui il rispetto dei diritti umani è fortemente mancante sono produttori di petrolio; solo otto non sono significativi per l'industria petrolifera internazionale. Gli oligarchi del petrolio includono personaggi molto diversi dal punto di vista ideologico, dal Sultano del Brunei alla nomenclatura post-comunista del Kazakhistan. Poiche' crea diseguaglianza, il petrolio incoraggia ideologie antidemocratiche (nazionalismo secolare o estremismo religioso) anche in aperto contrasto fra loro, il cui sogno comune e' pero' l'acquisizione della ricchezza relativa al petrolio stesso. L'oligarchia petrolifera caratterizza sia il possesso nazionalizzato che quello privato. La nazionalizzazione del petrolio non ha mai aumentato i benefici sociali, ne' ridotto il danno ambientale provocato dalle estrazioni. Gli oligarchi del petrolio sono flessibili rispetto alla questione del possesso pubblico o privato delle riserve, ma non rispetto alle questioni ambientali, specialmente quando gli ambientalisti e l'opposizione democratica formano un'alleanza. Prevedibilmente, essi si oppongono all'emergere della democrazia nei paesi produttori di petrolio, perche' il movimento ecologista all'interno di un sistema democratico ha maggiori possibilita' di contrastare con successo i loro interessi. Un parlamentare eletto e' comunque ritenuto responsabile dai suoi elettori preoccupati per l'ambiente, che possono esercitare pressioni, ritirare il proprio sostegno, ecc., ma gli oligarchi del petrolio devono preoccuparsi solo del controllo delle riserve, le sorgenti da cui sgorgano i loro proventi ed i fondi necessari a mantenere dispendiosi apparati di sicurezza: percio' sostengono uno sviluppo economico insostenibile, misurato sugli eserciti, gli armamenti e su una ristretta elite di ricchi. Le compagnie petrolifere si uniscono a loro incoraggiando il consumo di petrolio, vagheggiando un'automobile produttrice di scarichi inquinanti per ciascun abitante del pianeta. L'"indice di sviluppo umano" proposto dall'Onu, che si basa non solo sulla ricchezza economica dei paesi, ma anche sull'aspettativa di vita, la mortalita' infantile, la possibilita' di accesso all'istruzione e le misure per l'eliminazione della poverta', mostra la scarsa riuscita degli oligarchi del petrolio: i loro paesi sono fra le 25 nazioni piu' ricche, ma precipitano agli ultimi posti per quanto riguarda l'assistenza medica, l'istruzione, la cura dei bambini. Sostenendo dittature petrolifere, le multinazionali perpetuano anche condizioni oppressive per le donne: i livelli piu' bassi di scolarizzazione femminile si trovano in paesi diretti dagli oligarchi del petrolio o dove le fazioni al potere sono strettamente legate al sostegno militare. Nella Nigeria del nord, il boom del petrolio ha aumentato, anziche' diminuire, la miseria della regione salvo che per un ristrettissimo gruppo elitario: l'aspettativa di vita, per un uomo del luogo, e' di 46 anni; per una donna e' di 36, soprattutto a causa dell'alta mortalita' di madri adolescenti. L'economia basata sul petrolio spende incomparabilmente di piu' per l'apparato militare che per servizi sanitari o educativi. La Corea del Nord e', in percentuale rispetto al proprio prodotto interno lordo, l'attuale campione mondiale della spesa militare (ed ha alle spalle in questo processo gli Usa che tramite il gruppo Carlyle, in cui i Bush padre e figlio hanno pesanti interessi, controllano in loco la KorAm Bank e la compagnia di telecomunicazioni Mercury). L'Iran ha un'alleanza con la Cina per il proprio programma nucleare e dal 1989 ha comprato armi cinesi per oltre un miliardo di dollari. L'Iran ha anche un programma militare in accordo con la Corea del Nord per la produzione di missili. La spesa militare cresce esponenzialmente nelle zone delle dittature petrolifere (Golfo Persico, Mar Caspio) e decresce ogni qualvolta un processo di transizione verso la democrazia si completi. La compravendita d'armi e' il sostegno del sistema automotivato basato sul petrolio: un sistema distruttivo per l'ambiente, antidemocratico, liberticida. La ricchezza derivata dal petrolio viene trasferita ai commercianti d'armi europei e statunitensi, e cosi' si incoraggia il consumo dei combustibili fossili, si incrementa la distruzione di ozono, aumenta l'inquinamento derivato dalla produzione e dall'uso di armi. Le dittature del petrolio creano le condizioni per guerre civili, reprimono movimenti ecologisti e pacifisti, esaltano nazionalismi e fondamentalismi, promuovono consumi non necessari e dannosi. Il possesso delle riserve di petrolio e' oggi la "causa prima" non solo della minaccia di guerra all'Iraq, ma di altre guerre in corso. Il dominio del petrolio e' ovviamente piu' facile da rovesciare ove non vi siano pressanti interessi ad esso relativi: l'Olanda, che non ha un'industria automobilistica, puo' essere la terra delle biciclette pio' agevolmente di Detroit. Un investimento sul riscaldamento a pannelli solari ha piu' probabilita' di "passare" in un paese non produttore di petrolio che a Dallas. E tuttavia solo la sottrazione del nostro consenso, l'insistenza su processi trasparenti, di democrazia diretta, puo' liberarci da questo dominio. Vogliamo sapere, e vogliamo scegliere. Dal Comitato Ibleo Fermiamo la guerra Sabato 8 marzo, Ragusa, la sua provincia hanno dato un segnale di grande dignità e maturità. Centinaia e centinaia di cittadini , bambini ed anziani, giovani e famiglie, hanno preso parte con creatività e passione alla manifestazione da noi indetta sotto la parola d’ordine “Fermiamo la guerra”. Una grande partecipazione spontanea e massiccia, che ha dato nei fatti vita ad un happening colorato e sereno da cui si è alzato forte il completo dissenso contro questa guerra, che evidentemente pesa come un macigno sulla coscienza di tantissimi ragusani. Un sentimento forte contro una guerra sporca le cui ragioni profonde non sono condivise da tantissime gente di buon senso. Un segnale di grande speranza per la nostra comunità. Un fatto che dovrebbe far riflettere chi governa il Paese e chi governa il mondo. Ringraziamo, tutte le Associazioni, le istituzioni, i partiti, le forze sociali che hanno aderito alla manifestazione, e soprattutto i tantissimi comuni cittadini, che magari per la prinma volta si sono trovati ad essere protagonisti di una bella giornata di pace. Dopo questa grande giornata di protesta, le iniziative del Comitato saranno ora ridefinite alla luce della evoluzione in corso, nel tentativo comunque di continuare a rendere evidente il forte sentimento popolare della terra Iblea ormai nettamente evidenziatosi contrario alla guerra. Dal Comitato Ibleo Fermiamo la guerra Presso il Presidio Permanente per la Pace di Via Roma – a lato del chioschetto dei giornali - sono finalmente disponibili le bandiere della pace per partecipare alla campagna “pace da tutti i balconi”. Quanti la hanno già richiesta possono venire a ritirarla. Si potrà anche firmare la petizione popolare che propone al Sindaco di Ragusa di esporre la bandiera della pace dagli edifici comunali della città, per rendere chiaro come, la popolazione Ragusana, nella sua maggioranza, prediliga percorsi di dialogo al tuonare dei cannoni. Inoltre chiunque vuole dare un contributo con scritti, immagini e idee, alle iniziative per fermare la guerra all’Iraq è invitato caldamente a proporle presso la tenda di Via Roma, dove sarà inoltre disponibile il materiale per il corteo di sabato 8 marzo per la pace. L’Ufficio stampa Dal Comitato Ibleo Fermiamo la guerra Dando corso alle proposte scaturite durante l’Assemblea Pubblica di giovedì 20 febbraio all’Avis, domenica 02 marzo alle ore 11,30, prenderà corpo, a Ragusa in Via Roma (a lato del chiosco dei giornali), un presidio permanente per la Pace. Il presidio, vuole essere un punto di riferimento, per tutti i cittadini della provincia che intendono avere informazioni, esprimere opinioni o idee, proporre iniziative, scambiare impressioni e umori sulla gravissima situazione pre bellica determinatasi, che pesa enormemente sulle coscienze di tutti. Il presidio sarà funzionale inoltre a stimolare la partecipazione alla manifestazione provinciale “Fermiamo la Guerra” indetta per il prossimo sabato 8 marzo a Ragusa. In Via Roma si riceveranno tra l’altro, le adesioni di quanti, singoli, associazioni culturali e sociali, forze sindacali e politiche, Istituzioni locali, vorranno condividere e partecipare alla manifestazione. Fermare la guerra è ancora possibile, proviamoci insieme, ribadiamo con forza le ragioni della pace, incontriamoci per farlo, in tanti a Ragusa in Via Roma da domenica 2 marzo. E' essenziale il contributo di tutti. Vi preghiamo di attivarvi ed avvicinare alla tenda della pace di Via Roma. Intervista di Alberto D'Onofrio a Joyce Ryley, portavoce dell'Associazione dei veterani americani della guerra del Golfo. Dal notiziario del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo. - Alberto D'Onofrio: Cosa e' successo al generale Blanck, accusato da molti veterani di essere il vero responsabile della "Sindrome del Golfo", avendo approvato nel 1991 l'uso dei vaccini incriminati? - Joyce Ryley: Il generale Blanck si e' ritirato dall'esercito. Vive in Texas e insegna in una scuola. Molti veterani malati vorrebbero sedersi intorno ad un tavolo con lui, e magari anche Schwarzkopf, per spiegare come la vita di tanti militari e civili americani sia stata sconvolta per sempre, grazie alle loro scelte. - A. D'O.: Signora Ryley, quanti veterani sono affetti dalla "Sindrome del Golfo", e quanti sono morti? - J. R.: Come sapete il contingente americano nella guerra del Golfo era composto da circa 700.000 soldati. Secondo le nostre stime gli ammalati ora sono circa 400.000 e sono gia' morti tra i 30 ed i 40.000 veterani. Rispetto al 1995-96, quando lei giro' il suo documentario, le cifre sono quadriplicate. Questi dati sono confermati dalle ricerche del dott. Garth Nicholson, che da anni studia l'evoluzione della "Sindrome del Golfo". Il Dipartimento della difesa ha ammesso che solo 230.000 soldati sono ammalati. Ma le loro cifre non tengono conto dei riservisti. E in ogni caso c'e' ancora la tendenza, da parte del Dipartimento, ad interpretare la sindrome soprattutto come malattia mentale, una specie di esaurimento nervoso che ha colpito i reduci del Golfo. Quando una malattia colpisce il 5-10% della popolazione si parla di epidemia: nel caso della Sindrome del Golfo ormai piu' del 50% dei veterani e' coinvolto. Ma per l'esercito questo non e' un problema, perche' il 98% dei 700.000 soldati spediti nel Golfo nel '91 e' ormai fuori servizio. Sono malati e non servono piu'. Adesso ci sono le nuove leve, ragazzi di vent'anni pronti di nuovo a combattere. - A. D'O.: Quali sono secondo lei le vere cause della "Sindrome del Golfo"? - J. R.: Oltre che dalle armi di Saddam, le nostre truppe sono state contaminate dalle nostre bombe e pallottole all'uranio impoverito e dalla miscela di vaccini che avrebbe dovuto proteggerci dagli agenti chimici e batteriologici. I vaccini, oltre a non proteggerci, hanno contribuito ad abbassare le nostre difese immunitarie, interagendo tra di loro in maniera inaspettata. I vaccini che ci sono stati somministrati erano sperimentali, e continuano ad esserlo anche ora. Non hanno mai avuto un regolare test da parte della "Drug and food administration", l'organismo incaricato di verificarne la nocivita' per l'organismo umano. E poi, si parla sempre di antrace ma ce ne sono centinaia di varianti: come e' possibile che il Pentagono sappia in anticipo quale tipo verra' usato? Come fanno ad essere sicuri che quella certa miscela di vaccini puo' effettivamente proteggere? Lo sa perche' sono cosi' sicuri? - A. D'O.: Perche'? - J. R.: Perche' gli Usa nel 1984, durante l'amministrazione Reagan, hanno venduto a Saddam i componenti per l'antrace ed altri batteri, e poi Saddam ha usato queste armi contro l'Iran. Quando andammo nel Golfo ci somministrarono una certa miscela di vaccini idonea a proteggerci da quello stesso tipo di antrace che avevamo dato a Saddam. Ma evidentemente le armi biochimiche nel frattempo avevano avuto un'evoluzione. - A. D'O.: Il Pentagono vi ha mai comunicato l'esatta composizione di questa misteriosa miscela di vaccini? O era considerato segreto militare? - J. R.: Ci venivano date informazioni sui vaccini che eravamo obbligati a prendere, ma noi non sapevamo di rischiare una contaminazione chimica o batteriologica. - A. D'O.: Lei ha detto giorni fa alla Bbc che anche i soldati americani e inglesi vaccinati di recente si stanno ammalando. - J. R.: Il 35% circa dei militari ha accusato gravi reazioni dopo la somministrazione dei vaccini. Di solito dopo la terza iniezione si avvertono i primi sintomi, soprattutto problemi neurologici. C'e' il caso del soldato Joseph Johnnet, di 21 anni, che dopo avere accusato gravi malori e' stato buttato fuori dall'esercito, essendogli stato riconosciuto il 30% di invalidita' e un assegno di 300 dollari al mese. Sua madre e' inferocita con l'esercito ed ha aperto un sito web per rendere pubblica questa scomoda verita'. Joseph ora e' molto malato. - A. D'O.: Riuscite a comunicare all'opinione pubblica questa drammatica situazione? Cercate di mettervi in contatto con i nuovi arruolati? - J. R.: Nel 1995 eravamo riuniti in centinaia di associazioni di reduci. Ora siamo rimasti in pochi a lottare, perche' la malattia debilita, le forze diminuiscono, e molti nostri compagni sono morti. Ma sono aumentati i civili, in America, che credono alla nostra versione dei fatti e sono contro questa nuova guerra. Dobbiamo fare capire ai civili di tutto il mondo che la "Sindrome del Golfo" non e' una malattia che attacca solo i militari, ma una minaccia per l'intera umanita'. I veterani ammalati infettano inconsapevolmente, durante il periodo di incubazione, mogli, fidanzate e parenti, persone che vivono a stretto contatto con loro. E poi deve essere chiaro che i civili di qualsiasi paese, in caso di un attacco terroristico biochimico, sarebbero costretti dal proprio governo a prendere gli stessi vaccini che hanno fatto ammalare i soldati americani. Costretti: quando si scatena un'epidemia non ci si puo' rifiutare, all'interno di una comunita', di farsi immunizzare. Dal Movimento Ibleo Fermiamo la guerra Dipingiamo con i colori della pace e della vita le nostre città! Chiediamo di esporre da subito ai balconi delle case la Bandiera della Pace o un pezzo di stoffa bianco con scritto "no alla guerra" lasciandoli ben visibili finché non sarà definitivamente scongiurata la minaccia di un conflitto armato contro l'Iraq. Con questo semplice gesto aiuteremo la nostra società a progredire verso la ricerca del dialogo quale unico mezzo per risolvere le controversie internazionali nel pieno rispetto della nostra Costituzione, la quale sancisce che "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alle libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" (Art. 11). Lasciate la bandiera esposta anche qualora l'amministrazione condominiale vi faccia difficoltà intimandovi a toglierla. Le normative generali non lo vietano, e i regolamenti condominiali difficilmente possono impedire questo gesto. Potete trovare le Bandiere della Pace ai seguenti recapiti: Bottega dei Popoli - Via Roma 95 Ragusa; Quetzal La Bottega Solidale - Via Marchesa Tedeschi 76 Modica; La Bottega Solidale - Piazza Cesare Battisti 22 Pozzallo. Oppure troverai le bandiere anche in occasione dell' Assemblea Pubblica il 20 febbraio sala Avis ore 17,30 a Ragusa contro la guerra senza se e senza ma. L'intervento unitario conclusivo della manifestazione svoltasi a Roma il 15 febbraio 2003 C'e' chi pensa che solo ai potenti sia dato di scrivere la storia. Oggi in tutto il mondo stiamo dimostrando il contrario. In tutto il mondo, oggi, stiamo dimostrando che gli uomini e le donne, i popoli, i cittadini e le cittadine possono riprendere in mano il proprio destino e decidere insieme il proprio comune futuro. Fermiamo la guerra. Milioni di persone, movimenti sociali, organizzazioni grandi e piccole in tutto il pianeta hanno risposto all'appello promosso dal Forum Sociale Europeo e rilanciato nel Forum Sociale Mondiale. Dal Giappone agli Stati Uniti, dalla Russia all'Islanda, da Manila al Cairo abbiamo marciato insieme. Insieme, palestinesi a Ramallah e israeliani a Tel Aviv. Gli osservatori di pace di tutto il mondo a Baghdad. Oggi, siamo parte della piu' grande manifestazione mondiale della storia dell'umanita'. Per dire no alla guerra all'Iraq. No, senza se e senza ma. Non siamo qui a fare testimonianza. Siamo qui perche' questa guerra vogliamo fermarla. E possiamo fermarla. Sappiamo bene che il governo degli Stati Uniti vuole questa guerra. Sappiamo che Bush e i suoi alleati sono disposti a fare la guerra anche contro la volonta' della maggioranza dei popoli del pianeta. Ma sappiamo anche che l'opinione pubblica ha un peso. Che i presidenti devono essere eletti. Che i governi hanno bisogno di voti. Lo sanno anche loro. Abbiamo un potere immenso, nelle nostre mani, se siamo capaci di presentarci uniti. Se siamo capaci di convincere gli indecisi. Se non ci rassegniamo. Se non torniamo a casa. Se non ci diamo per vinti. Se nei prossimi giorni continueremo ad estendere la resistenza popolare e permanente alla guerra. Fermiamo la guerra. Siamo tanti e diversi. Veniamo da storie, culture, pratiche e percorsi diversi e differenti. Oggi hanno marciato insieme i movimenti che si battono contro la globalizzazione neoliberista, i movimenti per la pace, i movimenti per la democrazia, partiti politici, l'associazionismo sociale, sindacati confederali e di base, associazionismo religioso, i social forum, le strutture dell'autorganizzazione, le aree antagoniste e della disobbedienza, le ong, intellettuali, operatori della comunicazione, le organizzazioni degli studenti, delle donne, dei migranti, e migliaia di cittadini e di cittadine. Siamo orgogliosi di tanta diversita'. E' la nostra forza, perche' la nostra convergenza e' costruita sulla chiarezza. Senza ambiguita', senza opportunismi, siamo tutti schierati contro questa guerra, in ogni caso, qualsiasi istituzione la promuova o la autorizzi. Siamo qui, a dispetto delle scelte della dirigenza della Rai, il servizio pubblico pagato da tutti i cittadini, che ha deciso di oscurare questa grande manifestazione rifiutandosi di dare la diretta televisiva. Siamo qui per difendere l'articolo 11 della nostra Costituzione "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla liberta' degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". Non erano sognatori, quelli che scrissero la Costituzione. Avevano visto gli orrori del nazifascismo, erano stati protagonisti della Resistenza, avevano visto le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Non si illudevano di poter vivere in un mondo senza conflitti. Di fronte ai conflitti, hanno fatto una scelta: non usare la guerra, usare la politica. A questa scelta di civilta', noi ci sentiamo vincolati. Siamo qui per difendere il diritto internazionale. E il diritto internazionale dice che nessuno puo' farsi giustizia da se'. La giusta risposta al terrorismo non puo' essere la vendetta, ne' tantomeno la guerra preventiva. Non puo' essere la risposta di Bush dopo le Twin Towers, e neppure quella di Sharon. La guerra preventiva e' la morte del diritto internazionale. La guerra preventiva e' l'affermazione del dominio del piu' forte. Il governo degli Stati Uniti ha esplicitato fino in fondo il suo progetto di egemonia mondiale, senza regole e senza vincoli, nel documento sulla sicurezza nazionale nel quale si arroga il potere di muovere guerra "a chiunque costituisca una minaccia per i propri interessi nazionali". A vivere in un futuro di barbarie, noi ci rifiutiamo. Siamo qui perche' siamo convinti che la guerra non sconfigge il terrorismo. Il terrorismo non ha mai ragione, neanche quando si nasconde dietro le ragioni dell'ingiustizia sociale. Il terrorismo uccide la partecipazione, che e' la forza dei movimenti sociali. A delegare la lotta per il cambiamento, non ci rassegneremo mai. Siamo qui per difendere la giustizia. Uno degli obiettivi della guerra e' il controllo del petrolio che alimenta le economie occidentali. Non e' benessere quello che si crea a costo della vita di milioni di persone in tutto il mondo. Il mondo e' pieno di armi nucleari, batteriologiche, chimiche, di distruzione di massa. Le spese militari aumentano in tutti i paesi del mondo, e alimentano il commercio illegale e criminale. Lo stato piu' armato del pianeta vuole fare la guerra all'Iraq in nome del disarmo. Gli Usa hanno speso quest'anno 500 miliardi di dollari per le armi. Ne basterebbero 13 per salvare dalla morte per fame milioni di persone. A un mondo cosi' tremendamente ingiusto, noi ci opponiamo. Siamo qui anche contro la guerra economica, sociale e culturale che affligge il pianeta, contro la globalizzazione neoliberista che produce ogni giorno piu' disoccupazione, precarieta', miseria e ingiustizia sociale. Siamo qui per difendere la pace. La guerra sara' vista, nei tanti sud del mondo, come un'altra prova dell'arroganza e della politica di potenza dell'occidente. Aumentera' la spirale dell'insicurezza e della repressione, dell'odio etnico e religioso. Produrra' altra violenza, altra guerra. A questo circolo vizioso, noi ci impegniamo a resistere. Siamo qui per difendere la democrazia e i diritti umani. Ci battiamo perche' democrazia e diritti umani siano affermati in tutto il mondo contro ogni dittatura e tirannia. Anche in Iraq. Ma la democrazia non si puo' affermare con l'arbitrio. Il popolo iracheno ha sofferto abbastanza. Il regime di Saddam e' stato sostenuto e armato per anni dagli Stati Uniti. Dodici anni di embargo hanno fatto il resto. All'orrore di tremila bombe lanciate su un popolo stremato, noi ci rivoltiamo. Cosi' come ci rivoltiamo all'uso delle bombe atomiche gia' minacciato nei piani del Pentagono, e siamo particolarmente allarmati per la presenza di ordigni nucleari tattici ad alta penetrazione nelle basi militari in Italia. Siamo qui perche' la Carta dell'Onu esclude e condanna la guerra come flagello dell'umanita'. Nessun Consiglio di Sicurezza puo' legittimare questa guerra. La Carta delle Nazioni Unite non lo permette. Autorizzare la guerra vuol dire uccidere definitivamente l'Onu, gia' da anni debole, succube dei poteri forti, tollerante di troppe ingiustizie in tutto il mondo. Basta con le complicita', basta con le doppie misure, basta con la sudditanza agli Stati Uniti. All'ipocrisia della comunita' internazionale, noi ci ribelliamo. Siamo qui, infine e soprattutto, per difendere il diritto alla vita dei nostri fratelli e sorelle irachene minacciate di morte dopo dodici anni di stenti. Vogliamo ricordarci sempre, e vogliamo ricordare a tutti, che saranno loro a pagare il prezzo piu' alto. La guerra la decidono i potenti, ma sono i deboli che la fanno e la subiscono. Noi la guerra la vediamo dall'alto, con le immagini dei traccianti e la scia dei missili. Loro la vedono dal basso, ed e' tutta un'altra cosa. Un razzismo strisciante, per il quale le vite non sono tutte uguali, impedisce di vedere la guerra con i loro occhi, di pensare ai loro volti e ai loro sorrisi quando parliamo di guerra. A loro, e alle vittime mai viste di tutte le guerre dichiarate e non dichiarate, vi chiediamo di dedicare ora un minuto di silenzio. Siamo cittadini e cittadine d'Europa. Una Europa che ancora puo' fermare questa guerra. Facciamo appello, insieme a tutti i movimenti europei, ai paesi che fanno parte del Consiglio di Sicurezza dell'Onu affinche' si esprimano contro la guerra e a quelli che hanno potere di veto facciamo appello affinche' esercitino questo potere, bloccando qualsiasi risoluzione che autorizzi l'attacco all'Iraq. Facciamo appello, come stanno facendo i movimenti europei in tutti i loro paesi, alle forze politiche e ai parlamentari perche' in tutti i parlamenti nazionali si arrivi al voto prima possibile, prima che la guerra cominci. Facciamo appello, insieme ai movimenti europei, perche' partiti e parlamentari si impegnino a votare contro la guerra, anche in caso di autorizzazione delle Nazioni Unite, e contro l'utilizzo delle basi militari, contro il sorvolo degli spazi aerei nazionali e contro qualsiasi supporto logistico diretto o indiretto alla guerra. Facciamo appello perche' le porte del negoziato siano tenute caparbiamente aperte, per arrivare a una soluzione politica e non militare della crisi. In molti paesi europei, come in Italia, la grandissima maggioranza della popolazione e' contro la guerra. Chiediamo che i Parlamenti rispettino questo orientamento e lo traducano in scelte coerenti. Facciamo un appello alle forze politiche e ai singoli parlamentari: a quelli che sono qui oggi e a quelli della maggioranza che per diversi motivi - politici, religiosi, di coscienza - sono contro questa guerra. Ci sentiamo di chiedervi un atto di coraggio e di coerenza. Chiediamo un vincolo di coerenza in particolare alle forze politiche che hanno aderito a questa manifestazione. Ognuno si assuma le proprie responsabilita', nella liberta' che a ciascuno compete. Ciascuno rispondera' delle proprie azioni di fronte ai cittadini e alle cittadine di questo paese. Il tempo del politicismo e' finito. E' tempo di chiarezza. Votate contro questa guerra. Fate vincere in Parlamento le ragioni della pace e della democrazia che nel paese hanno gia' vinto. Assumete la responsabilita' di rappresentare la volonta' della maggioranza dei cittadini italiani. Restituite al nostro paese un ruolo positivo e una dignita'. A noi, movimenti sociali, associazioni, partiti politici, organizzazioni sindacali, esperienze religiose, strutture autorganizzate, societa' civile organizzata e diffusa, cittadini e cittadine che abbiamo condiviso la piattaforma di questa manifestazione, da qui rilanciamo un appello e un impegno comune. Mettiamo in campo tutte le nostre energie, le nostre forze, le nostre intelligenze e i nostri corpi, le nostre relazioni, la nostra fantasia e la nostra determinazione per fermare la guerra. Costruiamo la piu' grande esperienza di resistenza permanente alla guerra e alla macchina della guerra che sia mai stata messa in campo, nel caso sciagurato che la guerra inizi. Facciamo appello perche' andiamo avanti insieme, nel rispetto delle differenze, trovando il massimo possibile di unita' e di convergenza, coordinando laddove possibile le nostre iniziative, comunicando, riconoscendo le pratiche diverse in un patto di solidarieta'. Ciascuno con i propri strumenti, ciascuno con le proprie forme, ciascuno con le proprie pratiche, costruiamo una rete gigantesca di iniziative e di azioni che provino a fermare, a intralciare, a boicottare, a mettere ostacoli alla guerra. Facciamo appello perche' prosegua la mobilitazione di massa in ogni citta', in ogni quartiere, in ogni piazza del paese. Prepariamoci a rispondere all'appello dei pacifisti americani perche' in caso di attacco tutti scendano in strada. Prepariamoci a rispondere all'appello europeo per manifestazioni di massa in ogni paese il primo sabato dopo l'attacco. Facciamo appello agli studenti perche' le scuole e le universita' siano ancora una volta al centro della mobilitazione contro la guerra. Facciamo appello alle associazioni dei consumatori e dei cittadini consapevoli perche' promuovano campagne, coinvolgendo il maggior numero di persone in azioni quotidiane contro la guerra. Facciamo appello alle organizzazioni sindacali, molte delle quali sono oggi in piazza qui e in tutto il mondo, affinche' rafforzino ed estendano la mobilitazione dei lavoratori utilizzando tutti gli strumenti possibili, inclusi gli scioperi. Facciamo appello agli operatori dell'informazione affinche' rifiutino di essere arruolati in una guerra fatta innanzitutto di menzogne. Disobbedite anche voi agli ordini ingiusti, impedite che le redazioni si trasformino in caserme. Facciamo appello perche' aumenti la mobilitazione capillare per coinvolgere tutti e tutte. Riempiamo le finestre delle nostre citta' di bandiere della pace. In ogni casa, in ogni scuola, nei luoghi di lavoro, nelle sedi istituzionali, tappezziamo l'Italia di bandiere pacifiste. Facciamo appello affinche' ciascuno trovi il suo modo per non obbedire all'ordine ingiusto di sostenere la guerra. Le pratiche della nonviolenza attiva, della testimonianza, del digiuno, della preghiera, della disobbedienza civile e sociale, della resistenza e dell'antagonismo sociale hanno grandi radici e tradizioni nel nostro paese. Costruiamo una fitta rete di resistenza popolare che sappia essere efficace, allargare il consenso e la partecipazione attiva per fermare la guerra in tutti i suoi aspetti. Facciamo appello perche' aumenti la solidarieta' concreta a fianco delle vittime della guerra. A fianco della popolazione civile irachena, che si prepara alla guerra in mezzo a mille sofferenze. A fianco del popolo palestinese, del popolo kurdo, del popolo afgano, dei popoli che soffrono le guerre dimenticate. Noi non siamo quelli che vendono le armi ai dittatori. Noi siamo quelli che da anni, nel silenzio colpevole dei governi, siamo a fianco giorno dopo giorno ai popoli del mondo che patiscono la guerra, la poverta', l'oppressione. Rilanciamo tutte le iniziative di solidarieta' concreta e di cooperazione internazionale che la societa' civile mette in campo. E avvisiamo sin d'oggi il governo che non parteciperemo ad iniziative umanitarie promosse da chi butta le bombe. I nostri soldi, li spenderemo bene. Salutiamo da qui i cooperanti e i volontari impegnati all'estero che oggi hanno fatto lo sciopero bianco contro la guerra in tutto il mondo. Facciamo appello perche' si rilanci l'iniziativa politica in Medio Oriente, per la fine dell'occupazione in Palestina, per due popoli e due stati, per Gerusalemme capitale condivisa, per la pace e la democrazia in tutto il Kurdistan, per la vita e la liberta' del presidente Ocalan e di tutti i leader politici, sociali, sindacali, di minoranze etniche detenuti e perseguitati. Noi non usiamo due pesi e due misure. Facciamo appello perche' il sostegno alle forze democratiche dei popoliche vivono oppressi da regimi e dittature in tutta la regione diventi priorita' politica per tutti, istituzioni e movimenti. Dall'Iraq all'Arabia Saudita, i diritti umani, civili e politici sono negati per milioni di persone. C'e' bisogno di solidarieta' e di impegno politico quotidiano. Facciamo appello perche' si rafforzino i movimenti europei e mondiali che con noi sono impegnati contro la guerra, perche' si realizzi la massima solidarieta' e sostegno al movimento pacifista negli Stati Uniti che rappresenta una grande speranza di cambiamento per il proprio paese e per tutto il mondo. Facciamo appello per una politica di disarmo globale sul piano militare, economico e sociale, per politiche di riduzione delle spese militari, per una riconversione dell'economia di guerra verso usi civili. Facciamo appello perche' l'impegno assunto da tanti movimenti sociali nel Forum Sociale Europeo di Firenze affinche' l'articolo 1 della Costituzione Europea contenga il ripudio della guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali divenga una grande campagna nazionale ed europea. Possiamo dare alla storia un altro segno. Un segno di civilta'. Un mondo senza guerra e' possibile. Un mondo di pace, di giustizia, di diritti e' possibile. Un altro mondo e' possibile. E oggi qui lo stiamo costruendo. Fermiamo la guerra. Da www.girodivite.it - Segnali dalle città invisibili 15 Febbraio 2003, odissea nello spazio, il virus della pace si sparge sull'intero pianeta, milioni di uomini e donne uniti da una sola voce che grida forte contro violenza ed ingiustizia. Vogliamo la pace e diremo sempre no a qualunque guerra, Girodivite.it lavorerà ed urlerà sempre perchè la pace diventi l'unica arma di cui il mondo ha realmente bisogno. AGGIORMAMENTI: Alcuni appuntamenti siciliani per la pace: ACHAB CAFE' viale Africa (CT), 31Global TV, Collegamenti in diretta con le piazze di Roma, Città del Messico, Madrid, Berlino, San Francisco, Tel Aviv Baghdad, Immagini suoni e video contro la guerra a cura di Arci, Un ponte per. SALETTA ACHAB (CT)Dalle ore 17.00 --"Bowling a Colombine" Di Michael Moore Paranoia e armi in offerta speciale 27 spot audio contro la guerra a cura di Canecapovolto "the dark mirror of democracy" i 30 sketches di John & george sulla politica estera U.S.A. da Waco a Iraq/2 PAX CHRISTI, Parrocchia S.Pietro e Paolo (CT) via Siena 1 Veglia di preghiera per la pace fra i popoli CENTRO CULTURALE ZO Piazzale Asia (CT) Mostra fotografica e proiezione diapositive " sulle distruzioni causate dalla guerra" a cura di Emergency Basta guerra "dentro e fuori dall'emergenza della guerra" PATERNO': Corteo contro la guerra e Collegamento in diretta per Global TV.Concentramento ore 18.00 Largo Assisi PALAGONIA: Concentramento in Piazza Garibaldi ore 18.00 corteo e concerto rock-ska alla bambinopoli, in via Vittorio Emanuele II. Organizzano collettivo "P. Impastato" e Social Forum Scordia. NOTIZIE DALLA RETE: -"Andreotti fu l'ideatore del delitto Pecorelli" -"I Disobbedienti bloccano i rifornimenti alle basi Usa" -"Droga al ministero, Martello patteggia la pena" -"Breda, assolti due ex dirigenti" ALTRI APPUNTAMENTI A CATANIA: -20 Febbraio, Monastero dei Benedettini, Presentazione dell'Osservatorio sui Media, incontro e dibattito con Giulietto Chiesa -17 febbraio Centro culture contemporanee "ZO" , piazzale asia 6 STORIA ILLUSTRATA DELL'INFORMATICA incontro a cura del Freaknet Medialab CT Dall'Ufficio d'Informazione del Kurdistan in Italia Hevi Dilara*: Che vinca l'umanità Io sono nata in Turchia, nella regione kurda del sud-est dove sorgono le piu' grandi basi aeree turche e americane. Conosco bene il fragore dei bombardieri e delle loro bombe. Pochi giorni fa duemila donne hanno manifestato a Diyarbakir, dove sorge una di quelle basi, per dire che non vogliono altri aerei, missili e soldati. Ne ho visti troppi, da quando ero bambina. Dall'Europa, dall'America, dalla Nato non vogliamo altre armi. Non ci hanno mai difesi, hanno contribuito a massacrarci. Io sono nata in Kurdistan, nel paese che non c'e' ma esiste. Esiste in questa piazza e in tutte le piazze del mondo. Il suo cuore batte in una cella isolata nell'isola di Imrali, ma poco piu' di quattro anni fa pulsava qui a Roma, con i cuori di migliaia di uomini e donne. Oggi per noi e' un giorno di lutto e di memoria. Quattro anni fa, il 15 febbraio del '99, il nostro presidente Ocalan fu sequestrato e consegnato ai suoi carcerieri. Fu un atto di guerra. Da tre mesi non lo vedono neppure i suoi avvocati, nessuno sa se e' vivo o morto. Anche questo e' un atto di guerra. Io sono nata a Urfa, l'antica Ur dei Caldei, la citta' cara a tutte le religioni rivelate. Sulla Tomba di Abramo, nella mia citta', il papa chiese invano di venire a dire parole di pace per i kurdi, i turchi, gli armeni e tutti i popoli dell'Anatolia. La mia citta', come Gerusalemme, dovrebbe essere simbolo di pace e convivenza. Ma qualche giorno fa mio padre e' stato arrestato per impedirgli di manifestare contro la guerra, e molti altri con lui. Forse l'hanno torturato. Non sarebbe la prima volta. E non sara' l'ultima, se un'altra Europa non portera' liberta' e pace nella mia terra invece di armi, se non spalanchera' le porte delle prigioni e delle celle d'isolamento e di tortura. Invece la guerra imminente sta gia' sprangando le porte della cella di Imrali e di tutte le celle. La guerra e' la logica amico-nemico. Se la Turchia e' alleata in guerra, non le si chiedera' piu' conto dei diritti violati, anzi si bolleranno come terroristi coloro che lottano per affermarli, si neghera' asilo agli esuli, si riscrivera' la nostra storia di liberazione criminalizzandola. In questo momento a Istanbul e in tutte le citta' della Turchia decine di migliaia di giovani e di donne, soprattutto le donne, manifestano contro la guerra, per la liberta' di Ocalan e di tutti i prigionieri, per la dignita' e la convivenza. Noi la chiamiamo "Serhildan". E' una parola che nel mio paese comporta anni di prigione, perche' nella mia lingua negata significa "Alzare la testa". Generazioni di kurdi hanno vissuto a testa bassa. Ma quando l'hai alzata una volta, nessuno ti puo' costringere a riabbassarla. In questa piazza solo i piu' anziani hanno vissuto una guerra. Io non ho mai vissuto la pace. Il ronzio di un elicottero per me significa morte e distruzione. Come posso pensare che liberta' e democrazia viaggino sulle ali dei bombardieri? Come posso accettare che il nostro dramma sia preso a pretesto per un nuovo dramma? La morte chimica che venne dal cielo sui nostri bambini ad Halabja era portata da aerei irakeni, ma era stata preparata nelle fabbriche americane, tedesche e italiane. Saddam Hussein e' un nome sinistro per il mio popolo non meno di quelli dei generali turchi. La pulizia etnica dell'uno e degli altri ha distrutto ottomila villaggi dalle due parti del confine ed ha creato milioni di profughi. Cio' che vogliono entrambi, cio' che vogliono inglesi e americani, e' il nostro petrolio, l'acqua del Tigri e dell'Eufrate, le ricchezze della Mesopotamia. Oggi la Turchia vuole profittare di questa guerra per controllare e occupare il Kurdistan Sud e per risolvere con le armi la questione kurda che non ha voluto risolvere con il dialogo. Non e' cambiando padroni che saremo liberi. Fra cinque settimane, il 21 marzo, comincia la primavera. Sulle mie montagne si risveglia la vita. Noi lo chiamiamo Newroz, Nuovo Giorno. Da molti millenni e' il nostro Capodanno e la nostra festa di liberta'. Quest'anno potrebbe essere insanguinato dalla guerra. Io ho un sogno. Che milioni e milioni di persone, scendendo in piazza in Occidente e in Medio Oriente, facciano tacere i signori della guerra e restituiscano la parola ai popoli. Che si riapra una speranza di democrazia e di pace, perche' l'una non puo' esistere senza l'altra: la democrazia non si afferma con la guerra, ma la pace dell'ingiustizia non e' pace. Io sogno che dall'Italia, quattro anni dopo, parta un appello corale che strappi dal loro isolamento e dalle loro prigioni Abdullah Ocalan e tutti i prigionieri. Sogno che il 21 marzo non l'Europa delle armi, ma l'Europa della pace venga nelle citta' e nei campi profughi del Kurdistan turco e irakeno. Che voi veniate a migliaia per festeggiare con noi la fine di un incubo mortale e l'alba di un Nuovo Giorno, di un nuovo mondo possibile e necessario. Che vinca l'umanita'. * Hevi Dilara è una delle piu' autorevoli rappresentanti del popolo kurdo in Italia. Discorso tenuto a Roma, durante la manifestazione del 15 febbraio. Per contatti: uiki.onlus@tin.it Dal sito www.internazionale.it Inaccettabile impotenza di Edward Said, intellettuale palestinese, nato a Gerusalemme nel 1935, docente alla Columbia University. Ogni giorno apro il "New York Times" per leggere l'ultimo articolo sui preparativi di guerra negli Stati Uniti. Un altro battaglione, un'altra serie di portaerei e incrociatori, un numero sempre piu' grande di aerei, nuovi contingenti di ufficiali inviati nel Golfo Persico. L'11 e 12 gennaio sono partiti altri sessantaduemila soldati. L'America sta allestendo oltreoceano una forza enorme e deliberatamente intimidatoria, mentre all'interno del paese le brutte notizie economiche e sociali si moltiplicano inesorabilmente. La gigantesca macchina capitalista sembra vacillare, e intanto opprime la grande maggioranza dei cittadini. Nonostante questo, George W. Bush propone un altro importante sgravio fiscale per l'1 per cento della popolazione che e' relativamente ricco. Il sistema dell'istruzione pubblica e' in grave crisi e per cinquanta milioni di americani l'assicurazione sanitaria semplicemente non esiste. Israele chiede 15 miliardi di dollari sotto forma di una nuova fideiussione e ulteriori aiuti militari. E il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti cresce senza sosta, mentre giorno per giorno si perdono posti di lavoro. Continuano tuttavia i preparativi per una guerra incredibilmente costosa, e continuano senza un'approvazione pubblica ne' una disapprovazione chiaramente visibile. Un'indifferenza abbastanza generalizzata ha accolto il bellicismo dell'amministrazione e la sua risposta stranamente inefficace alla sfida mossa di recente dalla Corea del Nord. Nel caso dell'Iraq, privo di armi di distruzione di massa degne di nota, Washington pianifica una guerra; nel caso della Corea del Nord offre aiuti economici ed energetici. Che differenza umiliante tra il disprezzo per gli arabi e il rispetto per la Corea del Nord, una dittatura altrettanto dura e crudele. Nel mondo arabo e in quello musulmano la situazione appare piu' strana. Da quasi un anno politici americani, esperti regionali, funzionari governativi e giornalisti ripetono le accuse che sono diventate il ritornello quando si tratta di islam e di arabi. La maggior parte di questo coro esisteva prima dell'11 settembre. Al coro di oggi, praticamente unanime, si e' aggiunta l'autorita' del Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo, a cura delle Nazioni Unite, che ha certificato che gli arabi sono rimasti drammaticamente indietro rispetto al resto del mondo in materia di democrazia, conoscenza e diritti delle donne. Tutti dicono - con qualche giustificazione, naturalmente - che l'islam ha bisogno di riforme e che il sistema educativo arabo e' un disastro, una scuola per fanatici religiosi e attentatori suicidi finanziata non solo da imam pazzi e dai loro ricchi seguaci (come Osama bin Laden) ma anche da governi che sono ritenuti alleati degli Stati Uniti. Gli unici arabi "buoni" sono quelli che sui media criticano senza riserve la cultura moderna e la societa' araba. Ricordo le scialbe cadenze delle loro frasi, perche', non avendo nulla di positivo da dire su di se', sul loro popolo o sulla loro lingua, rigurgitano semplicemente le formule americane che gia' inondano l'etere e la carta stampata. Ci manca la democrazia, dicono, non abbiamo messo sufficientemente in discussione l'islam, dobbiamo allontanare lo spettro del nazionalismo arabo e il credo dell'unita'. Tutto questo e' screditato, e' spazzatura ideologica. E' vero solo quello che sugli arabi e sull'islam diciamo noi e i nostri istruttori americani: vaghi cliche' orientalisti riciclati, tipo quelli ripetuti da un instancabile mediocre come Bernard Lewis. Il resto non e' realistico ne' sufficientemente pragmatico. "Noi" dobbiamo aderire alla modernita', essendo la modernita' occidentale, globalizzata, liberista, democratica, qualsiasi cosa queste parole possano significare. * Ridisegnare la regione Lo scontro di civilta' che George W. Bush e i suoi portaborse cercano di fabbricare come paravento per una guerra preventiva contro l'Iraq per il petrolio e l'egemonia dovrebbe sfociare, cosi' ci dicono, nel trionfo di un processo di costruzione democratica, cambiamento di regime e modernizzazione forzata all'americana. Non contano le bombe e i danni provocati dalle sanzioni, che non vengono mai menzionati. Questa sara' una guerra purificatrice il cui obiettivo e' rovesciare Saddam e i suoi uomini e sostituirli con una mappa ridisegnata dell'intera regione. Una nuova versione degli accordi Sykes-Picot, con cui nel 1916 Gran Bretagna e Francia si spartirono il Medio Oriente. Dei nuovi "Quattordici punti" wilsoniani. Un nuovo mondo, nel complesso. I cittadini dell'Iraq, ci dicono i dissidenti iracheni, saluteranno con gioia la loro liberazione e forse dimenticheranno completamente le sofferenze del passato. Forse. Nel frattempo la devastante e lacerante situazione in Palestina continua a peggiorare. Non sembra esserci forza capace di fermare Sharon e Mofaz, che gridano la loro sfida al mondo intero. Noi proibiamo, noi puniamo, noi mettiamo al bando, noi rompiamo, noi distruggiamo. Il torrente di inarrestabile violenza contro un intero popolo continua. Mentre scrivo queste righe, mi e' stato comunicato che il villaggio di al Daba, nell'area cisgiordana di Qalqiliya, sta per essere distrutto da bulldozer israeliani da sessanta tonnellate fabbricati in America: 250 palestinesi perderanno le loro 42 case, i loro campi coltivati, una moschea e una scuola elementare per 132 bambini. Le Nazioni Unite restano a guardare, mentre le loro risoluzioni vengono violate ora dopo ora. Di solito, purtroppo, Bush simpatizza per Sharon, non per il sedicenne palestinese usato dai soldati israeliani come scudo umano. Intanto l'Autorita' Palestinese offre di tornare al tavolo negoziale e, presumibilmente, agli accordi di Oslo. Dopo essere stato preso in giro per dieci anni, Arafat sembra inspiegabilmente volerci riprovare. I suoi fedeli luogotenenti rilasciano dichiarazioni e scrivono commenti per la stampa, facendo intendere la loro disponibilita' ad accettare piu' o meno qualunque cosa. Tuttavia, la grande massa di questo popolo eroico sembra straordinariamente incline ad andare avanti, senza pace e senza tregua, sanguinando, patendo la fame, morendo giorno dopo giorno. Ha troppa dignita' e fiducia nella giustizia della sua causa per sottomettersi ignominiosamente a Israele, come hanno fatto i suoi capi. Per il cittadino medio di Gaza che continua a resistere all'occupazione israeliana, cosa ci puo' essere di piu' scoraggiante che vedere i suoi leader inginocchiarsi come supplicanti davanti agli americani? * Fanatici religiosi e pecore sottomesse In questo panorama di desolazione quel che cattura l'attenzione e' l'assoluta passivita' e l'impotenza del mondo arabo nel suo complesso. Il governo americano e i suoi servi diffondono una dichiarazione d'intenti dopo l'altra, muovono truppe e materiali, trasportano carri armati e incrociatori; ma gli arabi, individualmente e collettivamente, riescono a malapena a esprimere un blando rifiuto (al massimo dicono: "No, non potete usare le basi militari nel nostro territorio"), solo per fare marcia indietro alcuni giorni dopo. Perche' questo silenzio? Perche' una cosi' incredibile impotenza? La piu' grande potenza della storia si prepara a lanciare (ripetendolo incessantemente) una guerra contro uno stato sovrano arabo oggi governato da un orrendo regime, una guerra il cui chiaro obiettivo non e' solo distruggere il regime Baath ma ridisegnare l'intera regione. Il Pentagono non ha fatto mistero dei suoi piani per ridefinire la mappa dell'intero mondo arabo, forse cambiando altri regimi e altre frontiere. Nessuno potra' mettersi al riparo dal cataclisma quando arrivera' (se arrivera', il che non e' ancora una completa certezza). Eppure c'e' solo un lungo silenzio seguito da vaghi piagnucolii di educate obiezioni. Dopo tutto saranno coinvolti milioni di persone. L'America pianifica con sprezzo il loro futuro senza consultarli. Meritiamo una simile derisione razzista? Questo non solo e' inaccettabile: e' impossibile da credere. Come puu' una regione di quasi 300 milioni di arabi aspettare passivamente che si abbattano i colpi senza tentare un ruggito collettivo di resistenza e il forte annuncio di una visione alternativa? L'arabo si e' completamente dissolto? Anche un condannato a morte di solito ha un'ultima parola da pronunciare. Perche' oggi non c'e' un attestato finale di gratitudine a un'era della storia, a una civilta' che sta per essere schiacciata e completamente trasformata, a una societa' che malgrado i difetti e le debolezze continua a funzionare? Ogni ora nascono dei bambini arabi, i ragazzi vanno a scuola, uomini e donne si sposano, lavorano e hanno dei figli, giocano, ridono e mangiano, sono tristi, si ammalano e muoiono. C'e' amore e compagnia, amicizia ed eccitazione. Si', gli arabi sono repressi e malgovernati, terribilmente malgovernati, ma malgrado tutto riescono ad andare avanti. Questa e' la realta' che sia i leader arabi sia gli Stati Uniti semplicemente ignorano. Ma oggi chi solleva gli interrogativi esistenziali sul nostro futuro come popolo? Il compito non puo' essere lasciato a una cacofonia di fanatici religiosi e di pecore sottomesse, fataliste. Ma questa sembra essere la situazione. I governi arabi - anzi, la maggioranza dei paesi arabi da cima a fondo - se ne stanno comodi in poltrona ad aspettare, mentre l'America si atteggia, si prepara, minaccia e invia altri soldati e F-16 per assestare il colpo. Il silenzio e' assordante. Anni di sacrifici e di lotte, di ossa rotte in centinaia di carceri e camere di tortura dall'Atlantico al Golfo, famiglie distrutte, poverta' e sofferenze senza fine. Eserciti enormi e costosi. Per che cosa? * Un'alternativa araba Questa non e' una questione di partito, di ideologia o di fazione: e' una di quelle questioni che il grande teologo Paul Tillich definiva di "massima serieta". La tecnologia, la modernizzazione e certamente la globalizzazione non sono la risposta per quel che oggi ci minaccia come popolo. Nella nostra tradizione abbiamo un intero corpo di pensiero laico e religioso che tratta di inizi e di fini, di vita e di morte, di amore e di rabbia, di societa' e di storia. Esiste, ma nessuna voce, nessun individuo di grande visione e autorita' morale sembra oggi in grado di attingervi e di richiamare l'attenzione su di esso. Siamo alla vigilia di una catastrofe che i nostri leader politici, morali e religiosi possono solo denunciare un po', mentre dietro mormorii, cenni d'intesa e porte chiuse studiano piani per cavarsela senza danni. Pensano alla sopravvivenza, e forse al paradiso. Ma chi si occupa del presente, delle cose terrene, della terra, dell'acqua, dell'aria e delle vite che dipendono l'una dall'altra per esistere? Nessuno sembra occuparsene. In inglese c'e' una meravigliosa espressione colloquiale che coglie con estrema precisione e ironia la nostra inaccettabile impotenza, la nostra passivita' e la nostra incapacita' di aiutarci ora che piu' c'e' bisogno della nostra forza. L'espressione e': "Will the last person to leave please turn out the light" (l'ultimo che esce spenga la luce). Siamo molto vicini a uno sconvolgimento del genere, che lascera' in piedi pochissime cose. Non e' arrivato per noi il momento, collettivamente, di pretendere e di cercare di formulare un'alternativa autenticamente araba allo sfacelo che sta per travolgere il nostro mondo? Questa non e' solo una questione banale di cambiamento di regime, anche se Dio sa quanto ne avremmo bisogno. Certamente non puo' essere un ritorno agli accordi di Oslo, un'altra offerta a Israele di accettare per favore la nostra esistenza e lasciarci vivere in pace, un'altra meschina, servile, impercettibile supplica di grazia. Uscira' nessuno allo scoperto a esprimere una visione del nostro futuro che non si basi su un copione scritto da Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz, questi due simboli di potere vacante e proterva arroganza? Spero che qualcuno stia ascoltando. Da Opposizione Civile A Cagliari, Napoli e Genova Opposizione Civile ha organizzato per sabato alcuni presidi cittadini per la pace. se volete organizzarli anche nella vostra città e permettere a coloro che non possono andare a Roma di manifestare comunque il loro pensiero, mandate una mail a info@opposizionecivile.com con il luogo e l'ora dell'appuntamento e provvederemo a diffonderlo al nostro indirizzario locale e a pubblicarlo sul nostro sito! www.opposizionecivile.com Opposizione Civile partecipa alla manifestazione per la pace a Roma Opposizione Civile partecipa alla manifestazione per la pace a Roma Ci ritroviamo alle ore 12.30/13.00 vicino alla Piramide Ostiense sotto l'Arco. vi aspettiamo. Opposizione Civile Da Ragusa Martedì 11 febbraio, alla chiesetta, si è svolto il previsto incontro sulle iniziative da prendere per provare a fermare la guerra contro l'Iraq. Buona la presenza. Si è deciso di convocare una conferenza stampa per illustrare le iniziative che si vogliono mettere in cantiere, per venerdì 14 febbraio alle ore 12 presso la Bottega Dei Popoli in Via Roma 95 a Ragusa. Le proposte formulate sono: Adesione alla manifestazione di SCICLI di sabato 15 febbraio alle ore 17 in concomitanza con la mobilitazione internazionale e la manifestazione di Roma. Adesione alla inziativa "balconi di Pace" e quindi la diffusione delle bandiere della pace che possano sventolare in quanti più balconi è possibile ( le bandiere sono arrivate presso le botteghe equo solidali di Ragusa, Modica, Pozzallo).- in alternartiva si invita ad esporre anche stoffe bianche con la scritta no alla guerra o semplicemente pace. Richiesta di discussione di ODG da parte dei Consigli Comunali della provincia sulla Guerra con conseguente esposizione dela bandiera della pace nei municipi. Richiesta di discussione nelle scuole sula guerra e conseguente esposizione delle bandiere negli istitui scolastici. Convocazione di una assemblea pubblica Giovedi 20 febbraio alle ore 17,30 presso la sala AVIS di Ragusa per creare un momento di incontro e confronto tra tutti quanti sono contrari alla guerra all'Iraq, per metere in cantiere un quadro condiviso di iniziative anche in terra Iblea. Il primo appuntamento pubblico resta quindi la manifestazione di Scicli di sabato 15 febbraio in Piazza Municipio alle ore 17 e invitiamo tutti ad esserci. Si è deciso inoltre che, per preparare l'assemblea pubblica di Giovedì 20 febbraio all'Avis, ci si incontrerà lunedì 17 febbraio alla Chiesetta San Bartolomeo di Ibla, alle ore 18 con puntualità. Infodalfronteinterno, un saluto
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