21 ottobre 2005

La permanenza di Fera alla guida della Procura destabilizza l'istituzione della giustizia. Si dimetta

 

I fatti degli ultimi giorni lasciano intendere quanto la crisi della giustizia a Ragusa possa risolversi in un'autentica calamità civile, e, per ciò stesso, quanto sia urgente ricercare delle soluzioni consone. Dopo lo sconcerto seguito all'interrogazione dell'ex ministro della Giustizia, da certi ambienti politici, istituzionali e associativi si è cercato di sanare alla bene e meglio la lacerazione, cercando di attivare la macchina della solidarietà in favore del procuratore Fera, motivo della censura parlamentare. Con il magistrato si sono apertamente schierati Forza Italia di Ragusa, alcuni esponenti di polizia giudiziaria operativi in Procura, le dirigenze dell'Ordine degli Avvocati e della Camera Penale. Si sono espressi inoltre il presidente della Confartigianato e il locale direttivo del SdI. Ma tali esiti, più o meno condizionati da contiguità ambientali e sintonie operative, sono davvero esigui se si tiene conto delle articolazioni civili e istituzionali dell'area iblea. Di certo non hanno raccolto il richiamo i comandi militari, gli uffici di polizia, le rappresentanze locali del governo, le più importanti istituzioni cittadine, mentre mantiene un imbarazzato riserbo lo stesso presidente del tribunale, che pure, quando un avvocato di Vittoria aveva censurato le condotte di alcuni magistrati, non aveva esitato a indirizzare una lettera alla stampa, in difesa del suo palazzo di Giustizia.

Evidentemente, il palazzo di Giustizia è al centro di una crisi di credibilità che non può essere più elusa, e da cui non può uscire senza che vengano delle correzioni. E la cosa, finora non presa in seria considerazione dalle istituzioni superiori, a partire dal CSM, è ormai avvertita nell'area ragusana. Ma con il conforto dei poteri forti, che hanno tutto da guadagnare dal permanere della tradizione incarnata dal Fera da quasi quarant'anni, non demordono i tentativi di scompigliare le carte, entro cui si inscrivono le risposte del procuratore all'atto parlamentare, apparentemente incongrue e in realtà mirate. Il magistrato insiste a recitare il copione dell'amministratore di legge preso di mira per la sua imparzialità, da individui che tramano vendette, quando sa benissimo che le denunzie che da anni lo riguardano, ampiamente riprese adesso da un ex ministro della Giustizia, sono inequivoche, circostanziate, corroborate da testimonianze e documenti.

Il Fera non perde occasione di rilanciare ad alta voce i suoi teoremi, che pure gli hanno valso un procedimento per calunnia, ma si guarda bene dal fornire le spiegazioni che l'opinione pubblica richiede a tutto campo sulla gestione dell'ufficio, a partire dal caso Tumino-Spampinato, tenuto ancor oggi ermeticamente chiuso a onta delle conoscenze che negli ultimi tempi si sono rese disponibili, illuminanti e a un tempo pregiudizievoli per il procuratore. In questo sito è stato reso pubblico un documento che sta avendo un grande impatto nell'opinione pubblica, dando prova, in modo inoppugnabile, delle condotte scandalose della procura ragusana dopo l'uccisione del costruttore Tumino. Perché il magistrato non sente il bisogno di difendersi? Evidentemente non gli viene agevole spiegare le ragioni per cui Roberto Campria, figlio dell'allora presidente del tribunale di Ragusa, non fu sottoposto nei tempi giusti al confronto con una supertestimone, Elisa Ilea, malgrado questa, pochi giorni dopo il delitto, nel corso di un interrogatorio tenuto in Procura, ne avesse fatto addirittura il nome di battesimo. Allora, a voler definire il punto di avvio del caso Ragusa, come interpretare il silenzio del Fera se non con la difficoltà a chiarire cose che, da magistrato inquirente, lo videro esposto in maniera imbarazzante?

Carlo Ruta

 

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