![]() |
Mafia e omertà Da The Diary of an Idle Woman di Frances Elliot
|
![]() |
|
Nasce nel 1820 a Court, nel Berkshire. Inizia la sua attività di scrittrice a Roma, dove si stabilisce nel 1869. Fra le sue opere: Pictures od Old Rome del 1872; The Italians del 1875; Diary of an Ilde Woman in Costantinople, del 1892. In Sicilia arriva nel dicembre 1879, per restarvi quasi un anno e mezzo. E di tale esperienza lascia un diario denso di crudo realismo, che viene pubblicato a Londra nel 1891. Riconosce a Messina, dove approda, doti di capitale, ma la trova abitata da torme di poveri. Esulta per gli scenari di Taormina, ma ne biasima le architetture. Si lascia incantare dai ruderi greci di Siracusa e dalla processione di Santa Lucia, ma ancora una volta inorridisce alla vista della povertà. Nel giudicare Palermo non ha poi remore. Trova laide e maleodoranti le strade, desolante la Marina, di nessun interesse i Quattro Canti, provinciale l'aristocrazia cittadina, sciatte le conversazioni dei salotti. Il suo giudizio sulla società siciliana è infine perentorio: "La fame, l'ignoranza, l'incostanza, la rozza sfacciataggine, la pelle scura, un minimo di vestiti e un massimo di gesti assieme alla sporcizia, al chiasso, alle pulci, annunziano in tutto il mondo l'assolato sud". E non si tratta di impressioni d'un momento. Il brano è tratto The Diary of an Idle Woman in Sicily, Londra, 1881. Edizione italiana: Milady in Sicilia. Un viaggio in treno e in carrozza (1879-80). Traduzione di Renata Pucci Zanga, La Luna, Palermo, 1987.
La mafia è un'associazione che ha le sue ramificazioni in tutta la società; niente è troppo elevato o infimo per esserne escluso, come nel Femegericht . Gli incontri segreti avvengono in città, o in una grotta, o in un'osteria, o in paesini di campagna, o in un austero castello appollaiato su di una brulla montagna, o in un giardino di aranci: dappertutto e in nessun luogo. Gli adepti si radunano, emettono sentenze, ricevono informazioni segrete, impartiscono ordini. Se la condotta di un tale non soddisfa il tribunale mafioso, qualcuno verrà scelto per farlo fuori. E questo può avvenire al centro della città, oggi, in pieno milleottocento! Io che scrivo, posso assicurarvi che quanto vi dico è vero come il Vangelo! Supponiamo che vengano dati ordini di sequestrare una certa persona, per ottenerne il riscatto. Alcuni affiliati, nei ceti più umili, verranno scelti per condurre a termine il compito; essi potrebbero anche essere imparentati con la persona designata, ma sono lo stesso obbligati, a rischio delle loro vite, a obbedire. La persona scelta sparisce. Dove mai sarà nascosta? Forse in un palazzo medioevale, in una delle vie principali della città, di proprietà di un mafioso (autentici briganti in "guanti bianchi" che tradiscono il loro stesso paese), in una grotta sul monte Grifone, in una catapecchia del suburbio, o lontano sulle montagne… La mafia sa e ordina, nei dettagli, il modo di trattarlo. A questo punto ci si chiede a cosa mai serva la polizia. Dov'è il prefetto? E i militari? Il comandante? I generali? Finché il pagamento del riscatto non è portato a termine, gli inquirenti non possono muoversi perché s'imbratterebbero del sangue del sequestrato e sarebbero marchiati come assassini. Così vanno le cose in Sicilia! È totalmente inutile rivolgersi ai parenti, per saperne di più. Poiché diventa rischioso per la vita, anzi certezza di morte, divulgare il più piccolo particolare durante i negoziati per il riscatto. Si potrebbe costringere l'intera, afflitta famiglia dentro la macina di un mulino e ridurla in polvere, non se ne caverebbe una sola parola! Quando il riscatto è pagato, allora le autorità potranno agire e la famiglia può dare indicazioni. Passiamo ora ai briganti. Supponiamo che un uomo commetta un crimine. In questo caso tutti lo aiuteranno: otterrà la commiserazione generale e sarà coccolato come poverino, meschino! Ecco qual è la morale di questi isolani! Da tempi immemorabili il siciliano è un fuorilegge e un bandito. Scapparsene con qualcosa o qualcuno è un costume antico, da Plutone in poi. Infatti Plutone è il primo brigante di cui si abbia notizia. Solo che non diede alla madre Cerere alcuna possibilità di pagare il riscatto per sua figlia Proserpina.
...La pigrizia del siciliano, anzi, direi l'accidia, è un'altra delle cause della delinquenza. Il palermitano è crudele per natura e per razza, ma è anche pigro. Accovacciarsi al sole o all'ombra di un'arcata, stare sdraiati su di un muricciolo, attendere indefinitamente, addormentarsi cullato dal rumore delle onde, masticare semi abbrustoliti o pelare un ficodindia in un angolo e poi gettarne la buccia in faccia a qualcuno più debole o più timido, bighellonare coperto di stracci per il corso, ascoltando qua le ultime notizie e là mendicando, e ripulendo, se capita, le tasche di un passante: ecco a voi il siciliano! La fatica di condurre una vita laboriosa è troppo stancante, così ogni vagabondo che sia un po' furbo o intraprendente degli altri, può guadagnarsi da vivere semplicemente minacciando. Naturalmente le sue prede preferite sono i vigliacchi, e non è difficile trovarne in Sicilia. Più tardi diventerà un mafioso pronto a tagliare gole, a rapinare, a rubare bestiame. Se l'ambizione lo pungola riuscirà a comprare a metà prezzo delle proprietà o magari sposerà la signorina di una buona famiglia. Molti nobili delle più antiche famiglie, con nomi illustri, sono mafiosi. Sono noti come tali, e sono noti i loro stretti rapporti con i ribaldi assetati di sangue che utilizzano per i loro scopi. Si dice che a Palermo il massimo compenso per un omicidio su commissione sia dieci franchi! Quando Forester Rose venne rapito dal bandito Leone, questi gli comunicava giornalmente le ultime notizie dalla città. Si scusò con lui per non aver potuto offrirgli champagne. "Avevo, sì, mandato a prenderlo a Palermo" disse Leone "ma per qualche contrattempo non è arrivato". Non venite a dirmi che queste storie appartengono al passato: appena l'anno scorso, a primavera, un duca venne sequestrato a Trapani e dovette pagare per il suo riscatto l'equivalente di seimila sterline. E il visconte di Bridport, nella sua proprietà di Maniace, si salvò dalla cattura per un caso fortuito, solo perché suo figlio era presente e sparò mettendo in fuga i delinquenti che si erano introdotti in casa. Molte persone, e persone di alto rango, si adeguano alla morale corrente siciliana, finiscono col sottomettersi al ricatto, per evitare il peggio. Conosco il caso di un senatore del regno d'Italia che per due anni visse nella sua proprietà in Sicilia resistendo alla mafia e al brigantaggio. Continua a ricevere lettere di minacce e riuscì a sfuggire per puro miracolo a una serie di agguati. Poi dovette rassegnarsi: "Se continuo a resistere certamente mi uccideranno. Così, ho deciso di chinare il capo e pagare ciò che mi chiederanno in cambio della mia tranquillità". Da quel momento il senatore ebbe vita facile. Quanto ha pagato nessuno lo sa, né lui va in giro a dirlo. Ancora un esempio. Un certo conte P., un viaggiatore, arriva a Palermo col proposito di visitare le rovine di Segesta, a quaranta miglia da Palermo, sulla strada per Trapani, una strada in buone condizioni che attraversa i centri di Partinico e Alcamo: il superbo tempio si erge remoto sulla cima di una desolata collina, ed è accessibile solo attraverso un solitario sentiero di campagna. Per poterlo visitare a cuor leggero, il conte P. durante il soggiorno palermitano, manda in piazza a chiamare un servitore. "Voglio visitare Segesta" gli comunica "in santa pace, tu mi capisci…, senza chiasso e senza essere disturbato. Puoi trovarmi una buona guida? Sarà pagato per quello che gli spetta". E mentre parla continua a guardare il valet e questi ricambia lo sguardo: si sono capiti. Così, arriva la guida, il prezzo richiesto è accettato, e il conte P. può godere il privilegio di una visita a Segesta con la sicurezza dell'immunità. Ho chiesto ad una principessa, moglie dell'ambasciatore a Londra durante il regno dei Borbone, che vive in una villa isolata nei dintorni di Palermo, come mai avesse il coraggio di andare ai balli e alle feste a tarda sera. "Non è un rischio?" chiesi. "Oh, no," rispose "neanche per sogno. Il mio cocchiere è un mafioso!". Il forestiero ignaro rimane stupefatto dinnanzi a questo stato di cose. Non siamo nel centro dell'Africa o alle isole Andamani o fra i cannibali; c'è un governo stabile e forte, ci sono tribunali, giudici, magistrati, prefetti, funzionari; ci sono battaglioni di stanza a Palermo, con generali, colonnelli e maggiori e innumerevoli posti di pubblica sicurezza, carabinieri di gigantesca statura che se ne vanno in giro con i cappelli dalla classica coccarda, nelle loro uniformi lucide e ben tenute, visibili a chilometri di distanza (vantaggio che non ho molto apprezzato) eppure non si riesce a trovare alcun rimedio. Continuano a ripetermi che i briganti sono stati debellati. Sì, è vero, debellati come forza organizzata e riconosciuta dopo la morte di Leone, ma continuano ad operare in bande irregolari e disordinate che infestano tutta l'isola. Nessuno sostiene che la mafia sia sconfitta. Finché i siciliani, specialmente i palermitani e i girgentini, saranno quelli che sono, l'intera isola dovrebbe essere incriminata, imprigionata, impiccata sventrata e squartata, per raggiungere quello scopo! Chi non è mafioso è vittima della mafia, e i due insieme, la vittima e il carnefice, si stringono la mano per frodare e turlupinare il governo! Su questo punto l'incontro è certo; il galantuomo e il delinquente s'intenderanno. Perché mettere a repentaglio la propria vita, dando informazioni alla polizia? Prima di tutto ci sono io e la mia sicurezza personale! Se un onest'uomo testimonia contro un mafioso, tanto vale che ordini subito la propria bara. In quanto agli affiliati alla mafia, quelli non "canteranno" mai, né lo faranno le loro vittime. Non a caso i criminali vengono spesso tenuti in prigione per anni, prima del processo. Dopo un lasso di tempo piuttosto lungo nessuno testimonierà contro di loro, e in questo caso gli imputati verranno rilasciati e riammessi nella società come innocenti. Il silenzio, totale sulle circostanze di un crimine, (e nelle classi più umili, la simpatia attiva per il criminale) è stata da secoli legge generale, detta omertà. È un costume sancito dal tempo e dal sentire collettivo. Chi osasse infrangerlo sarebbe davvero un uomo di gran coraggio. Ogni giorno c'è gente che viene uccisa in piena luce ad un affollato crocicchio, o alla piazza del mercato o all'ingresso della miniera dove sostano dozzine di scaricatori, ma non si troverà mai nessuno che abbia visto. Accade allora che un innocente, magari un vecchio nemico del morto, venga minacciato dall'autorità a causa del suo silenzio e indiziato come colpevole. Che volete mai che si possa fare di buono con gente simile? Sono peggiori dei terroristi irlandesi. Le società segrete e le bande di briganti nel regno di Napoli hanno per anni dichiarato la loro lealtà a Francesco II e alla casa dei Borbone. Ma in Sicilia non esiste neanche una vaga motivazione ideologica: i siciliani non hanno alcun credo politico.
… Il carcere di Palermo è un grande edificio di forma irregolare, costruito sotto i Borbone, e da allora costantemente adibito a carcere, simile a una fortezza, circondato com'è da un muraglione di difesa e da un fossato. Mi recai a visitarlo accompagnata dal signor Cighera, e ricevuta dal direttore, un uomo dalla sagoma massiccia e gigantesca e dalle maniere soavi e gentili, con gli occhi più miti che abbia mai visto in un essere umano. Ci affidò a uno dei sovrintendenti, un brigadiere piemontese dall'aria imperturbabile, come se neanche le trombe del giudizio universale potessero scuoterlo. Mi fecero vedere il cibo dei prigionieri: un piatto di maccheroni con al centro un malloppo di grasso per dare un certo sapore! Il cuoco e gli sguatteri erano anch'essi detenuti, come il direttore stesso spiegò "per piccoli reati". Venni a sapere che tra i piccoli reati si annoverava anche l'assassinio, se privo di aggravanti. Poiché l'intera popolazione "pratica" l'assassinio, ciò non sorprende. E inoltre la gravità del reato non dipende dal fatto in sé, che è naturale, ma dalle circostanze nelle quali viene compiuto. Il cuoco omicida, dunque, ci salutò con garbo e sembrava assai soddisfatto della nostra ispezione. Non vedevo visi corrucciati attorno a me, ma tutti mi sembravano di buon umore e felici di essere interpellati; anzi, a dire la verità, le facce lunghe le avevano solo quelli cui non avevamo rivolto la parola. Sembra che questi figli del sud non sappiano neanche dove stia di casa l'orgoglio. Dalla cucina al pianterreno un cancello di ferro si spalancò per noi e fu subito richiuso, stridendo, alle nostre spalle. In un cortile circondato da alte mura i prigionieri passeggiavano su e giù per le due ore che venivano loro concesse giornalmente. Non indossavano alcuna uniforme e sembravano perfettamente a loro agio. Troppo a loro agio, mi andavo ripetendo spesso nel corso della visita. La filantropia degli ordinamenti italiani e l'apprezzabile progresso civile dell'abolizione della pena capitale non si adattano per niente a governare una popolazione così sanguinaria e feroce come quella meridionale. Superando un altro cancello, entrammo nel pianerottolo in fondo alle scale con una piccola bottega dove erano in vendita, per quei criminali che dispongono di quattrini, arance, finocchi e vino. Poi salimmo al piano superiore dove si aggirava una gran folla di guardie, ispettori, secondini, in proporzione di otto a dieci coi prigionieri. Incrociavamo continuamente gruppi di tre o quattro intenti alle pulizie, senza alcuna sorveglianza diretta. Dall'altra parte del cancello altri gruppi schiamazzavano per entrare: secondo me i tentativi di evasione erano possibili. Al primo piano, in una grande sala ben pulita ed arieggiata, vivono insieme una ventina di detenuti, in assoluta promiscuità, con la scusa di "mancanza di locali". I peggiori criminali dell'isola vengono mandati al carcere di Palermo e qui stanno rinchiusi settecento detenuti. I venti reclusi sembravano felici di vederci: s'inchinavano tutti al nostro passaggio portando la mano destra alla fronte, alla maniera degli stallieri, e facevano del loro meglio, poveri diavoli, per farci capire quanto fossero contenti di vedere facce nuove. Quelli chiamati ad accostarsi al cancello venivano avanti con una fretta che tradiva il nervosismo, mentre quelli che non venivano chiamati manifestavano il loro rammarico. Molti erano degli assassini e alla domanda: "Che cosa hai fatto?" rispondevano semplicemente: "Omicidio". Un'accusa così comune che nessuno sembra farci caso. Forse solo quando non si tratta di omicidio il reato diventa interessante. Gli uomini non indossano uniforme e hanno l'aspetto di onesti lavoratori, puliti nell'aspetto, di buon umore e spesso con una sigaretta in bocca. Non c'era traccia di polvere in quei locali, neanche a cercarla col microscopio, e un naso sensibile non avrebbe potuto snidare il più lieve cattivo odore. Continuavamo ad andare su e giù per i vari corridoi fiancheggiati da celle, salendo fino al quarto piano dove sono confinati i briganti più temibili. Nessun viso triste, nessuno sembrava avere rimpianti: una specie di luogo felice, con le sue finestre munite di barre di ferro, prospicenti la bellissima vista del porto e del mare. "Sì, tutti assassini, ma di diversa gravità secondo le inclinazioni naturali" disse il direttore, placidamente girandosi a guardarli tutti, mentre s'inchinava al nostro passaggio. La mia impressione che fosse imprudente lasciar entrare tanta gente dall'esterno e che fosse insicura la prigione stessa, fu profetica. Non molto tempo dopo, in occasione di un processo in Assise, venne organizzato un piano di evasione. I temibili malfattori del quarto piano vennero condotti in omnibus al tribunale; durante il tragitto i cavalli scivolarono abilmente sul selciato, la portiera non era chiusa col lucchetto e i briganti fuggirono mentre i carabinieri restavano a guardare. Certamente si trattava di una fuga ben organizzata e ben pagata: questa volta il riscatto venne pagato dai briganti stessi.
|