19 novembre 2005

Ellepi-Provincia. Clamorosa testimonianza di un imprenditore di Ragusa, Elio Giannì, sull'affare miliardario.


Quando i suoi familiari, nella primavera del 2001, hanno deciso di vendere i capannoni di contrada Piancatella lei era d'accordo?

Ero assolutamente contrario perché la vendita dell'immobile non era necessaria. In quel periodo avevamo appena concluso un'attività commerciale. Avevamo quindi bisogno dì liquidità per chiudere alcuni conti bancari. Ma le scoperture. con il Banco di Sicilia, non erano tali da richiedere un'operazione di vendita tanto impegnativa. La valutazione di mercato dell'immobile andava da 550 a 650 milioni di lire. Ma io e mio fratello Maurizio sapevamo che gli immobili di quella contrada, a ridosso dell'area industriale, negli anni successivi sarebbero andati verso una rivalutazione, perché erano in corso dei progetti. Anche per questo, ritenevo non fosse il caso di vendere i capannoni. Al limite, si sarebbe potuto accendere un mutuo con la banca, garantito da ipoteche sull'immobile.

A un certo momento, i Noto-Chiaramonte si sono fatti avanti per l'acquisto, quando ancora la ELLEPI non era stata costituita. E, raggiunto l'accordo con sua madre, intorno alla metà di maggio si è arrivati al compromesso. Quali ne sono stati i termini?

200 milioni di lire, quale prima parte della somma convenuta, sono stati pagati dalla "Ellepi" in contanti. All'inizio era stata convenuta una cifra complessiva di acquisto di 500 milioni di lire. Ma poiché abbiamo trattenuto una piccola parte di questi capannoni, la cifra è stata ridotta a 450 milioni di lire. Con il contante abbiamo potuto chiudere la scopertura con il Banco di Sicilia. Sulle modalità di pagamento dei rimanenti 250 milioni di lire non saprei dire, perché, contrariato per la scelta effettuata, ho deciso di tirarmi fuori da questa storia, lasciando che se ne interessassero mia madre e i miei fratelli.

Agli inizi di settembre 2001 è stato firmato curiosamente un secondo compromesso, e il 25 settembre dello stesso anno è stato concluso l'atto di vendita, recante tutt'altre cifre, presso lo studio notarile di Michele Ottaviano. In tale documento si legge: "Il prezzo di vendita è stato stabilito in lire ottocentomilioni". Il che vuoi dire quasi il doppio di quanto convenuto, soldi alla mano, nel maggio precedente. Lei capisce che i conti non tornano per nulla, tanto più se si tiene conto che nello stesso momento in cui è stato acquistato, l'immobile è stato venduto alla Provincia Regionale alla cifra ìperbolica di un miliardo e mezzo di lire. Può dare lei una spiegazione di tutto questo?

Torno a dire che dopo il compromesso di maggio, disgustato per le decisioni prese, mi sono ritirato dalla vicenda. Quindi non sono a conoscenza delle cose avvenute nei mesi successivi. Per quanto riguarda i Noto-Chiaramonte, capisco che si tratta di imprenditori e che hanno fatto l'operazione per averne dei guadagni. Non riesco però a comprendere l'affare fatto dalla famiglia Giannì. Francamente non capisco come mio fratello, che è un imprenditore, abbia potuto avallare una operazione così disastrosa, quando ben sapeva che gli immobili di quella zona andavano verso una sicura rivalutazione.

Secondo lei cosa può avere spinto suo fratello Maurizio a sollecitare la stipula dell'atto di vendita con i Noto Chiaramonte?

Non lo so. Non sono riuscito a farmi un'idea. Posso comunque dirle che al danno economico, non indifferente, è subentrato un gravissimo danno familiare, perché dopo la firma del compromesso di maggio ho deciso di rompere ogni contatto con mio fratello e i rapporti con il resto della famiglia si sono deteriorati.

All'atto di compravendita stipulato presso uno studio notarile di Ragusa il 25 settembre 2001 risulta allegato un documento redatto il medesimo giorno presso uno studio notarile di Paola, in Calabria, con cui lei delega sua madre a rappresentare i suoi interessi. Può chiarire come sono andate le cose?

Come detto, dal momento che non ho potuto evitare la vendita dell'immobile, che mio padre aveva acquistato con tanti sacrifici, me ne sono disinteressato. Ed è avvenuta una cosa curiosa. Alla firma dell'atto conclusivo il notaio si è accorto che era necessaria la mia presenza perché in virtù del regime di comunione dei beni risultavo titolare di una minima parte dell'immobile. Quel giorno mi trovavo però in Calabria, e la cosa si è fatta problematica. Mentre ero in viaggio, ormai oltre lo Stretto, mi è arrivata una telefonata di Gianni Chiaramonte, il quale mi sollecitava a tornare subito a Ragusa per la firma. Sorpreso della novità, gli ho risposto che non me la sentivo, suggerendogli di continuare senza di me per concludere tutto al ritorno, qualche giorno dopo. Il Chiaramonte ha insistito in modo fastidioso, tanto che sono stato costretto a mandano a quel paese. Poi mi hanno telefonato il notaio, mia madre, Vito Noto. L'indomani hanno insistito a telefonarmi fino a farmi perdere la tranquillità. A quel punto ho proposto che venisse a Paola qualcuno di loro. E così in effetti è stato. Verso le 21,30 del lunedì 25 settembre è arrivato il Noto, con cui mi sono recato da un notaio per la procura.

Il Noto, con la procura in mano, non è potuto arrivare a Ragusa prima della mattina del 26 settembre. L'atto di vendita reca invece la data del 25, che guarda caso, a parte l'incongruenza temporale, coincide con la data di determina della Provincia Regionale per l'acquisto dell'immobile. Stava forse nella necessità di far coincidere le date dei due eventi il motivo della fretta?

Non posso dire nulla perché, come le dicevo, mi sono disinteressato della vicenda.

Il geometra Sebastiano Agosta ha sostenuto nel corso di una intervista che mentre era in corso la trattativa ELLEPI-Provincia ha avuto un incontro con presso il bar Mediterraneo di Ragusa con l'avvocato di fiducia dei Noto-Chiaramonte. Lei ha dei ricordi al riguardo?

Non sono in grado di indicare il giorno. Ricordo tuttavia che in quel periodo, in una occasione, ho visto seduti insieme a un tavolo del bar Mediterraneo, in via Roma, il geometra Agosta e l'avvocato Carmelo Di Paola.

Un'ultima domanda. 1 450 milioni di lire scaturiti dalla vendita dell'immobile, come sono stati divisi nell'ambito della famiglia Giannì?

Come le dicevo con i 200 milioni avuti nel maggio 2001, in sede di compromesso, abbiamo azzerato i nostri debiti con le banche. Con i rimanenti 250 milioni di lire si è provveduto ad altri pagamenti, in particolare tasse arretrate e la chiusura della sanatoria sull'immobile, e una parte è stata divisa fra le mie sorelle Claudia e Adriana.

Intervista a cura di Carlo Ruta

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