19 novembre 2005

Ellepi-Provincia. Affare miliardario a Ragusa all'ombra delle istituzioni. I conti che non tornano.


Nel novembre 2000 la Provincia Regionale di Ragusa, guidata da Giovanni Mauro del partito berlusconiano, ha assunto la decisione di acquisire la proprietà di un immobile per il ricovero di materiali di valore: strumenti meccanici, auto di servizio, mezzi per la protezione civile e per la manutenzione delle strade. Per tale acquisto, contemplato dal piano triennale delle opere pubbliche, era stata prevista una spesa complessiva di un miliardo e mezzo di lire, che sarebbe dovuta scaturire da un mutuo della Cassa Depositi e Prestiti, dietro interessamento del deputato regionale Innocenzo Leontini, del medesimo partito. L'operazione di compravendita ha seguito tuttavia un iter anomalo.

Il bando è stato pubblicato dall'Amministrazione per un mese, dal 30 novembre al 30 dicembre 2000, ma, per via della esiguità dei termini, è arrivata una sola offerta, che l'Ufficio Tecnico provinciale ha ritenuto inadeguata. Anziché prorogare i termini di presentazione e pubblicizzare meglio il bando, come sarebbe stato opportuno ai fini della limpidezza della pratica, si è provveduto a una ricerca "informale" che, neppure a dirlo, ha portato dopo alcuni mesi al ritrovamento dell'immobile "giusto": un complesso di capannoni per oltre 1.600 metri quadrati coperti, elevati abusivamente circa quarant'anni prima in contrada Piancatella, in una stradina a ridosso della zona industriale di Ragusa.

L'offerta di vendita è pervenuta dagli imprenditori Vito Noto e Giovanni Chiaramonte, che nella relazione dell'Ufficio Tecnico dell'ente venivano presentati come "amministratori della costituenda ELLEPI srl". Si trattava in sostanza di una impresa non ancora esistente, e non solo. L'offerta dei Noto-Chiaramonte, pervenuta alla Provincia il 5 giugno 2001, riguardava un immobile legalmente indisponibile, perché proprietari effettivi ne erano ancora una anziana vedova, Maria Caruso, e i suoi figli: Elio, Maurizio, Claudia e Adriana Giannì. I Noto-Chiaramonte recavano in mano solo il compromesso, che avevano siglato con la famiglia venditrice intorno alla metà del maggio 2001, presso un notaio di Ragusa. In sostanza, per cedere l'immobile alla Provincia la fantomatica ELLEPI avrebbe dovuto prima acquisire la proprietà effettiva dei capannoni dai Caruso Giannì. E in tale rapido passaggio avrebbe potuto beneficiare di una rendita indebita, a danno ovviamente dell'ente che avrebbe dovuto sborsare una cifra "inutilmente" superiore.

Ma in tale operazione, di natura vistosamente speculativa, quanto avrebbero lucrato i Noto-Chiaramonte? In sede di compromesso fra la "Ellepi" e i proprietari dei capannoni era stata convenuta una cifra complessiva di acquisto di 500 milioni di lire, ritenuta da ambedue le parti corrispondente all'effettivo valore di mercato dell'immobile. Ma poiché una minima parte dei capannoni era stata trattenuta dalla famiglia Caruso-Giannì, la cifra era stata ridotta a 450 milioni di lire. Il pagamento era stato pattuito nei seguenti termini: 200 milioni di lire in contanti all'atto del compromesso, i rimanenti 250 milioni alla firma dell'atto conclusivo. Nel computo, occorre tenere poi conto di altri elementi. L'Ufficio Tecnico dell'ente aveva imposto alla ineffabile Ellepi opere di ristrutturazione e adattamento dei capannoni per complessivi 300 milioni di lire. Tale "impresa" infine aveva deciso di trattenere per sé una parte non indifferente dell'immobile, per complessivi 1.000 metri quadrati, di cui circa 300 coperti. Ebbene, da questi dati emerge che, con un banalissimo passaggio di firme, i Noto Chiaramonte avrebbero lucrato 750 milioni di lire lordi, oltre ai detti 1000 mq. di terreno.

Il punto più debole dell'affare stava evidentemente nella doppia stima dell'immobile, che presentava una divaricazione ineludibile e, per certi versi, pericolosa. Con relazione del 31 luglio 2001 l'Ufficio Tecnico ha rimarcato che ai fini della valutazione si era tenuto conto dei rilievi eseguiti a Ragusa dall'Osservatorio sul mercato immobiliare nazionale, e che, computate le anzidette modifiche, di cui la ELLEPI doveva farsi carico prima della consegna, la costruzione andava considerata a tutti gli effetti come nuova. Rimaneva tuttavia una lampante forzatura, trattandosi in ogni caso di capannoni vecchi di oltre quarant'anni, privi di fondazioni idonee, di strutture solide, di allacciamento idrico e fognario, addirittura di concessione edilizia in sanatoria.

Si sono aperte quindi delle incrinature. Introdottosi nella vicenda con una congrua offerta di vendita, malgrado lo stretto riserbo tenuto dall'UTP, un ex funzionario della Provincia, Sebastiano Agosta, anziano militante della sinistra ragusana, ha fatto presto a intendere che i conti non tornavano, ha perciò espresso la volontà di denunciare tutto alla locale procura della Repubblica. Nel medesimo tempo, dal versante della compravendita privata, un figlio della signora Caruso, l'imprenditore Elio Giannì, accortosi pure lui di alcuni retroscena, ha fatto il possibile per impedire la cessione dei capannoni alla Ellepi, ritenendola perniciosa per la sua famiglia. Ha dovuto perciò scontrarsi con il fratello Maurizio, disponibile invece ad accordarsi, per interessi impliciti, con i Noto e i Chiaramonte.

A quel punto, se le cose sono andate in un certo modo, necessitavano dei correttivi. E dai documenti si rileva che almeno due fatti singolari sono effettivamente avvenuti, in tempi ravvicinati, verosimilmente su imposizione dei tecnici della Provincia Regionale. Agli inizi di settembre 2001 i Noto-Chiaramonte e i Caruso-Giannì hanno dovuto firmare presso il notaio ragusano Michele Ottaviano un secondo compromesso per l'operazione definita nel maggio precedente. Il 25 settembre i medesimi hanno dovuto concludere l'atto, con tutt'altre cifre: il documento riporta infatti che "il prezzo di vendita è stato stabilito in lire ottocentomilioni". Occorre considerare allora alcuni aspetti. Dalla vendita dei capannoni la famiglia Caruso-Giannì ha ricavato, come è naturale, i 450 milioni di lire che erano stati convenuti, contanti alla mano, con il compromesso di maggio. Ed eventuali dubbi al riguardo vengono fugati dalla testimonianza coerente ed incontrovertibile di Elio Giannì che si propone qui di seguito. L'aggiunta di 350 milioni di lire nel compromesso e nell'atto del settembre 2001 può essere solo spiegata allora come una messinscena atta a "normalizzare" l'operazione, che come detto risultava pericolosamente sbilanciata in favore dei Noto Chiaramonte. Ha costituito in definitiva il nocciolo resistente dell'affare e, a un tempo, la pietra di confine fra il lecito e l'illecito. Stando così le cose, una domanda è d'obbligo: se i 350 milioni eccedenti non sono andati alla signora Caruso e ai suoi figli, da chi sono stati intascati per davvero?

Dopo l'affare del 2001, che, come detto, ha segnato l'atto di nascita della ELLEPI, gli scenari dell'edilizia a Ragusa sono repentinamente mutati. L'irruzione dei Noto Chiaramonte ha finito con il diventare infatti una valanga che sta travolgendo tutto e tutti. Sono state scalzate realtà di rango come la COCIM di Spadola e la ABATON dei Minardo. È finito largamente fuori scena Santo Tumino, che pure ha fatto di tutto per mantenere i contatti con le banche e le amministrazioni cittadine. Tutte le imprese ragusane che vivono di edilizia hanno capito che senza la garanzia e le commesse della ELLEPI ormai non si lavora. E un dato al riguardo rimane emblematico. L'imprenditore dell'indotto Elio Giannì, oppositore irriducibile dell'affare del 2001, ha finito con il pagare con una pesante emarginazione dal mercato. Il fratello Maurizio non ha più smesso invece di ricevere commesse dai Noto-Chiaramonte, traendo il massimo vantaggio dall'assunzione della ELLEPI fra le realtà economiche che più contano a Ragusa.

Carlo Ruta

prima pagina