La Sicilia di Edrisi



Nota introduttiva


Dopo l'assunzione della Sicilia da parte dell'Islam, gli scambi, la conoscenza diretta e il passaparola, sobillano l'investigazione geografica, che decanta il clima la storia, le risorse dell'isola. Per Al 'Istahrî, geografo del X secolo, nessun'altra regione musulmana è tanto fertile e possiede coste così splendide. Invece altri autori, come l'erudito Al Masûdî del medesimo periodo, appena ne accennano, quanto basta comunque per rimarcarne le suggestioni e le curiosità, a partire dall'Etna, di cui viene data una versione propria della tradizione leggendaria. E, ancora dalla visuale araba, tale approccio insiste in epoca normanno-sveva, e addirittura oltre, come testimoniano, in un incalzante iter di rilanci, le chiose di numerosi compilatori, dall'erudito di Granata Ibn Saîd fino al celebre Abulfeda.
L'idea dell'isola che viene dai visitatori e dai cronisti del Maghrib e di altre regioni arabe, dalla dominazione aghlabita, presenta beninteso una varietà di toni, senza che quel sentire comune venga però incrinato. Ibn Hawqal, viaggiatore mesopotamico giunto nell'isola nel 973, non lesina censure alle abitudini locali: dalla religiosità affettata degli abitanti ai vezzi alimentari. E la cosa ha un senso. La Sicilia è ancora nel cuore del dominio arabo, sotto gli emiri kalbiti. Può valere allora un atteggiamento disilluso, che colga le differenze fra il mondo propriamente musulmano e le regioni sottratte all'Europa mediterranea, dove la tradizione cristiana, benché priva di ostentazioni, è tutt'altro che piegata. Nondimeno, pure in Hawqal erompe il motivo della meraviglia, al cospetto delle cose: le numerose fonti d'acqua, l'estensione a perdita d'occhio dei poderi in certe aree dell'isola, la ricchezza dei mercati, le trecento moschee che a dire del viaggiatore costellano Palermo.
L'idea di una Sicilia feconda e favolosa è in realtà costitutiva. E certo ha influito nella trama militare delle dinastie maghribine, dai primi tentativi di conquista, nella prima metà del VII secolo. Per i coloni che affollano via via l'isola dall'827, data dello sbarco a Mazara dei soldati di Al Furât, è risolutivo comunque il clima. Espulsi dal deserto e talora da irriducibili lotte di fazione, gli arabi di quei decenni hanno modo di sperimentare, con profitto, il calcare tenero dell'isola, mentre mettono a frutto, come era impensabile nei siti d'origine, le loro tecniche di irrigazione. E tutto questo, traducendosi in un mite progresso materiale, aiuta ad attenuare i toni della dominazione, per quanto aspri siano stati gli assedi e la presa delle città. Ne sono testimonianza la tradizione poetica, il fiorire di studi matematici, umanistici, filologici, giuridici, e meglio ancora, la tenuità del fisco, la scarsa ostentazione militare, la calcolata tolleranza verso cristiani ed ebrei, che in qualche modo viene risarcita in epoca normanna.
Si può intendere allora la naturalezza con cui gli arabi, non solo maghribini, hanno potuto vivere la "loro" isola, e quanto questa abbia smosso in profondo il loro sentire, dopo i tempi lunghi delle vendette, fino a generare, dall'avvento normanno, un "mal di Sicilia" che durerà per secoli. Di ciò danno conto significativamente i poeti, che a centinaia sono costretti ad abbandonare la terra natale: dal siracusano Ibn Hamdis a Ballanubi di Agrigento, da Abu al-Arab a Ibn Zafar. E, filtrata dalla nostalgia, l'idea comune va radicalizzandosi, con esiti diversi. La Sicilia viene ricordata come il paradiso da Ibn Hamdis, che ha visto cadere la sua città e si è battuto per essa: "S'io fui cacciato da tal paradiso, sì ch'io voglio narrarne le bellezze". Perché la ferita non insista a dolere, l'isola viene "negata" invece da Abu al-Arab, pure lui riparato alla corte di Siviglia: "Di terra io nacqui e tutta la terra m'è patria; tutti gli uomini son miei congiunti!". Di là dai percorsi lirici, il rimpianto erompe infine in malanimo in Ibn Giubayr che, dopo quasi un secolo dalla perdita, non risparmia improperi verso gli "adoratori della croce".
Un risolutivo momento di sintesi viene comunque con l'opera di Edrisi, operante nel tempo di Ruggero II, entro il Regnum che da Palermo si spande in gran parte del Mediterraneo, pure là dove sono partiti tre secoli prima gli Aghlabiti. Il geografo di Ceuta è portatore di quel bagaglio culturale, di quelle tradizioni secolari, intrise di natura e meraviglia, che tuttavia trovano in lui una misura inedita. La scelta di campo appare chiara e motivata, nel segno dell'universalità del sapere, mentre Ruggero, sulle orme del padre, è deciso nel confermare uno status alle culture arabe, non soltanto di Sicilia. Ancorandosi al presente, nel 1139 il geografo si dispone quindi a un lavoro ponderoso, puntato sull'osservazione fisica e l'obiettività.
Nel rendere omaggio al sovrano, cui dedica l'apertura dell'opera, Edrisi non ha motivo di forzare. Certo del suo sentire, gli viene naturale concedere all'isola, architrave del Regnum, uno spazio preminente nell'economia dell'indagine, volta a riepilogare, a partire dal Mediterraneo, tutte le terre di cui si ha notizia, abitate e no. Ugualmente, non esita nel raffigurare Palermo come la metropoli più eccelsa. Ma nel muoversi oltre, nell'applicare cioè all'isola il criterio prescelto, con l'indagine minuziosa sui luoghi, il computo delle distanze, la conta degli abitati, delle fonti, dei fiumi, dei porti, dei campi coltivati, lo studioso di Ceuta dà sostanza al concetto. Pur con qualche svista, l'immagine che ne esce è infatti illuminante, come non si era mai avuta dell'isola. In sostanza, Edrisi finisce con l'essere il cronista più conseguente della natura siciliana, nel periodo normanno: nel quadro di un'opera, il Libro di Ruggero, che per i geografi di tutte le latitudini resterà per secoli una fonte irrinunciabile, fino allo scoccare dell'età moderna, quando saranno altri i confini del mondo conosciuto.

Carlo Ruta



Nota bio-bibliografica


Abû 'Abd 'Allâh Muhammad ibn 'Abd 'Allâh ibn Idrîs, meglio conosciuto con il nome di Edrisi, nasce a Ceuta, città del marocco situata nella parte sud-orientale dello Stretto di Gibilterra, intorno al 1099. Da giovane si occupa di farmacologia e scienze naturali, ma viene presto attirato dagli studi geografici, che lo impegneranno a vita. Indotto da tali interessi, viaggia con assiduità nell'Europa mediterranea, in Asia Minore, nei paesi del Maghrib africano. Invitato poi da Ruggiero II alla corte palermitana, perché attui un poderoso disegno investigativo che, a partire dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo, interessi l'intero mondo conosciuto, si reca nell'isola nel 1139 per rimanervi oltre un ventennio. E nell'eseguire tale mandato compila in arabo l'opera Sollazzo per chi si diletta di girare il mondo, meglio nota come Il libro di Ruggiero, in cui è compresa la parte siciliana che si qui riporta.


 

[Il regnum di Sicilia e Palermo]

Dalla Biblioteca arabo-sicula di Michele Amari


(Della Sicilia). Dopo il già detto ci resta a trattare della celebre isola di Sicilia, ricordare particolarmente le sue regioni; descrivere il suo territorio a luogo a luogo; noverare le sue glorie ed esporre i pregi di essa, con poche parole e molte idee: [alla quale opera ne accingiamo] con l'aiuto del sommo Iddio. Diciam dunque che l'isola di Sicilia è la perla del secolo per abbondanza e bellezze; il primo paese [del mondo] per bontà [di natura, frequenza di] abitazioni e antichità [d'incivilimento]. Vengonvi da tutte le parti i viaggiatori e i trafficanti delle città e delle metropoli, i quali tutti ad una voce la esaltano, [attestano] la sua grande importanza, lodano la sua splendida bellezza, parlano delle sue felici condizioni, degli svariati pregi che si accolgono in lei e dei beni d'ogni altro paese [del mondo] che la Sicilia attira a sé. Nobilissime tra tutte le altre [che ricordi la storia, furono] le sue dominazioni; potentissime sopra tutt'altre le forze che i [Siciliani prostrarono] chi lor facesse contrasto. E veramente i re della Sicilia vanno messi innanzi di gran lunga a tutti gli altri re, per la possanza, per la gloria e per l'altezza de' proponimenti.
Correndo l'anno quattrocencinquantatrè dell'egira (1061) conquistò i principali paesi della Sicilia, ed, unito ai suoi commilitoni, domò i prefetti usurpatori e le milizie di essa, il re illustrissimo, il nobilissimo eroe, ridottato per la sua possanza, eccelso nella sua gloria, Ruggiero figliuol di Tancredi, discendente dall'eletta dei re Franchi. Il qual Ruggiero non posò dallo sbaragliare le turbe accozzate da' prefetti dell'isola, dal soggiogare i tiranni che la difendeano, dallo spargere le gualdane contr'essi notte e dì, dal colpirli con diverse maniere di morte e di sterminio, né dal lavorare addosso a loro col taglio delle sciabole e con la punta delle vibrate lance, finché non insignorissi di tutta l'isola. Ei l'occupò, la domò, la conquistò a pezzo a pezzo; se ne impossessò ed espugnò l'una dopo l'altra le sue piazze di confine: e ciò nel corso di trent'anni. Ma fattosene signore e assodatovi il trono della sua regia potestà, egli bandì giustizia ai popoli dell'isola; confermò loro l'[esercizio di] loro religioni e loro leggi; concesse a tutti sicurtà della vita e delle sostanze [per loro, per] le famiglie e per la loro discendenza. Per tal modo ei governò il rimanente della sua vita, finché nol raggiunse il termine fatale, e non gli arrivò il giorno prefisso. Egli morì l'anno quattrocentonovantaquattro (nov. 1100 ad ott. 1101) in provincia di Calabria, nella rôcca di Mileto e quivi fu sepolto. Ha ereditato il regno e tienlo, dopo di lui, il suo figliuolo, il temuto re che porta il medesimo nome e segue le orme sue, Ruggiero secondo. Il quale ha tenuto su il principato, adorno il regno, esaltato il poter dello Stato, e consacrata alle faccende pubbliche quella penetrante vigilanza e quell'opera zelante che esse richieggono. E con ciò ha osservata la giustizia, mantenuta la sicurezza, esercitata la clemenza; tanto che i principi s'inchinano a prestargli ubbidienza; prendono apertamente la divisa di partigiani e seguaci suoi; gli consegnano le chiavi de' proprii paesi; ed accorrono a lui da ogni banda, bramosi di mettersi al coperto nel suo reame e di riposare sotto l'ombra della sua lealtà e benignità. Il suo regno è divenuto ogni giorno più illustre, più possente e più rinomato, infino all'istante che noi dettiamo il presente libro.
Ritornando a discorrere della Sicilia [replichiamo] ch'è regione di gran momento, con vaste province, molti paesi, infinite bellezze e pregi singolari: talché se prendessimo ad annoverare partitamente le sue qualità e discorrere le sue condizioni paese per paese, [tenteremmo] opera assai malagevole da non condursi [a termine] senza grandissima difficoltà. Pertanto recheremo qui, a Dio piacendo, alcune brevi notizie, che varranno a darne un cenno e ci faranno conseguire lo scopo al quale miriamo.
Diciamo dunque che, al tempo in cui scriviamo, il principe di cotesta isola, il ridottato re Ruggiero, vi possiede centotrenta paesi tra cittadi e rôcche; senza contar le massarie, né i casali, né le case rurali. Incominceremo dai paesi marittimi, de' quali tratteremo esclusivamente, limitandoci ad essi, senza accennare a nessun altro; e quando [fornito tutto il circuito] saremo ritornati al punto delle mosse, prenderemo a descrivere, posto per posto e luogo per luogo, i paesi, le fortezze e i distretti vasti e popolati dell'interno dell'isola: ciò con l'aiuto e sostegno del sommo Dio.
Prima del novero Balarm (Palermo) la bella e immensa città; il massimo e splendido soggiorno; la più vasta ed eccelsa metropoli del mondo; quella che [a narrarne] i vanti non si finirebbe quasi mai; [la città ornata] di tante eleganze; la sede dei re ne' moderni e negli antichi tempi. Da lei moveano già alle imprese le armate e gli eserciti, a lei ritornavano, nella stessa guisa che oggidì. Giace in riva al mare, nella parte occidentale [dell'isola]: circondala grandi e alte montagne; [contuttociò] la sua spiaggia è lieta, aprica, ridente. Ha Palermo edifizii di tanta bellezza che i viaggiatori si mettono in cammino [attirati dalla] fama delle [meraviglie che quivi offre] l'architettura, lo squisito lavorìo, [l'ornamento di tanti] peregrini trovati [dell'arte].
Dividesi la città in due parti: Qasr ("castello, cassaro")3 e borgo. Il Cassaro è quell'antica fortezza sì rinomata in ogni paese e in ogni regione. Abbraccia tre contrade; delle quali quella di mezzo è frequentatissima di torreggianti palazzi ed eccelsi e nobili ostelli, di moschee, fondachi, bagni, e botteghe de' grandi mercatanti. Né mancano alle rimagnenti due contrade degli alti palagi, de' sontuosi edifizii, de' fondachi, de' bagni in gran copia. Nel medesimo [Cassaro] sorge la moschea gâmic (cattedrale) che fu un tempo chiesa cristiana e in oggi è ritornata [al culto] al quale dedicaronla gli antichi. Mal potrebbe immaginarsi quanto è bello in oggi questo [monumento], pei capricci dell'arte, i peregrini lavori, le rarità e le nuovissime specie di figure, dorature, colori ed [ornati] calligrafici.
Il borgo è [a dir propriamente] un'altra città, che d'ogni parte circonda l'antica. Quivi la [seconda] città vecchia che s'addimanda 'Al Hâlisah ("l'eletta" in oggi la Kalsa), nella quale al tempo [che dominarono] i Musulmani soggiornava il sultano co' suoi ottimati4 e v'era la Bâb 'al bahr ("porta del mare") e l'arsenale addetto alla costruzione [del naviglio].
D'ogni intorno alla capitale della Sicilia [il terreno] è solcato d'acque e n'erompon delle fonti perenni. Palermo abbonda di frutte; i suoi edifizii e le sue eleganti villette confondon chi si metta a descriverle ed abbagliano gli intelletti. A dirla in una parola, questa città fa girare il cervello a chi la guarda. Il Cassaro sopraddetto è dei più vasti ed alti [di muro che trovinsi al mondo e tale] da non potersi espugnare per battaglia, né occupare per colpo di mano.
Nella parte più elevata di questo Cassaro, il ridottato re Ruggiero ha una cittadella nuova, fabbricata di pietruzze dure da mosaico e di grandi pietre da taglio, delineata con le regole dell'arte, munita d'alte torri, ben afforzata di vedette5 e di pugnacoli, [comoda] per palazzine e sale ben costruite; notevole per le decorazioni architettoniche, pei mirabili e peregrini ornati di calligrafia e per le immagini eleganti d'ogni maniera che vi sono raccolte. [Di tutta la città] i passaggieri attestano lo splendore; levanla a cielo i viaggiatori, [anzi] dicono a dirittura che non [trovansi al mondo] edifizii più mirabili che que' di Palermo, né siti più eletti che i suoi luoghi di delizia: e che i suoi palagi sono i più nobili, le sue case le più piacenti [che uom possa vedere].
Il borgo che circonda il Cassaro vecchio del quale abbiamo detto, occupa grande area di terreno. È pieno di fondachi, case, bagni, botteghe, mercati, e difeso da muro, fosso e riparo. Dentro cotesto borgo son molti giardini; bellissimi villini e canali d'acqua dolce e corrente, condotta alla città dai monti che cingono la sua pianura.
Fuor del lato meridionale del borgo scorre il fiume Abbâs (l'Oreto), fiume perenne, sul quale son piantati tanti molini da bastare appieno al bisogno [della città].

 

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