Storia di S.

La carriera "esemplare" di un camorrista metropolitano*

Di Maria Pia Durante


Nasce in una famiglia numerosa. È il terzo di quattro maschi e due femmine. Una delle sorelle ha una malformazione ad un piede. Il padre fa il portiere delle "casse nuove", un complesso di palazzine molto popolari dislocate in una della zone più popolari di S. Giovanni a Peduccio, quartiere dell'estrema periferia degradata sud-orientale.

Le fabbriche mescolate agli uffici, alle abitazioni, alle attrezzature collettive, in dispregio ai più elementari principi urbanistici, rendono l'ambiente della periferia praticamente invivibile. Da un lato l'assenza di una programmazione urbanistica generale, dall'altro il completo affidamento della crescita urbana nelle mani dell'intervento privato e non pubblico, hanno configurato un ambiente degradato, con strade inadeguate, parcheggi e aree verdi inesistenti e soprattutto una qualità della vita ai livelli più bassi che si riconoscano in Europa. La madre è una casalinga tutta dedita alla famiglia e ai figli. Non ha nessuna consapevolezza del destino dei figli. Partecipa della loro condizione di emarginati. Le sue attenzioni sono per i figli più "disgraziati", S. appunto, e il fratello minore tossicodipendente.

L'infanzia di S. è profondamente segnata da una malformazione fisica alle ginocchia che gli impedisce di camminare e correre in modo normale. La fanciullezza di S. è una lunga storia di interventi chirurgici e di degenze in ospedale, nelle peggiori condizioni possibili, quelle dei poveri che sono costretti a subire sulla propria pelle tutte le disfunzioni dell'assistenza mutualistica e delle strutture sanitarie pubbliche. Una storia rivissuta sempre con rancore per la consapevolezza interiorizzata di aver subito dei torti dalla società, di essere stato quasi una cavia di medici inesperti. Di questa vicenda gli resteranno sempre, oltre ai difetti nella deambulazione, anche la vergogna a spogliarsi per non mostrare le cicatrici e l'angoscia di finire sotto i ferri.

Ma a segnare profondamente l'infanzia e l'adolescenza, oltre che tutta la vita, è la sua mole che gli assegna fin dall'inizio un destino di gigante. Poteva essere o diventare un gigante buono. Nell'ambiente di violenza e sopraffazione in cui è cresciuto, dove la forza fisica è elemento di sopravvivenza e fattore di affermazione e dove non c'è posto per paladini che non siano anche "guappi", il suo destino è quasi scontato. Né sono molte le opportunità che ha a disposizione. A scuola è molto bravo, ma non può e non vuole frequentarla a lungo perché vuole rendersi indipendente, diventare qualcuno, fare i soldi.

La sua carriera criminale inizia molto presto. Giovanissimo, conosce Schiavone e comincia a frequentare l'ambiente dei NAP. Dalla teoria nappista è affascinato soprattutto dall'ideale di rinnovamento rivoluzionario della società. La personalità di Schiavone, le sue idee esposte con chiarezza e con il linguaggio elegante di chi appartiene ad un ambiente d'elite, contribuiscono a determinare le "conversioni" di S. Egli è convinto di poter fare finalmente qualcosa per cambiare il suo futuro e quello di tanti altri diseredati come lui. (1)

Partecipa con il gruppo dei NAP ad un assalto ad una armeria, a Napoli. Non riesce a fuggire, ed è l'unico ad essere preso. È minorenne, viene condannato a quattro anni di reclusione, di cui sconterà solo una parte nel carcere del Filangieri. L'esperienza del carcere è angosciante: si sente deluso, tradito dal suo gruppo, si isola, rifiuta di partecipare ad attività integrative scolastiche. Nonostante la mole, è costretto a subire maltrattamenti di ogni genere, in un clima di violenza continue, fisiche e sessuali. L'atmosfera di feroce brutalità che S. vive al Filangieri, contribuisce in modo decisivo alla formazione della sua personalità. S. comincia a sentire realmente la voglia di vendicarsi dei torti subiti dalla società.

Durante il periodo natalizio, allo scoccare del diciottesimo anno di età, S. viene portato al carcere di Poggioreale. Nel padiglione "Milano", cella 29, entra in contatto con uno dei Magliulo, che lo prende sotto la sua protezione. L'amicizia e i consigli del Magiulo, esponente di un clan dell'hinterland napoletano, non molto in vista, ma comunque rispettato, gli sono utili. La vita a Poggioreale non gli risulta molto difficile: S. comincia a destreggiarsi bene tra le fazioni che si creano all'interno del carcere. Non si lascia facilmente coinvolgere da idee collettive e prese di posizione che considera pericolose, conserva una certa autonomia che presto lo si distingue dalla massa. Si fa notare da esponenti di rilievo della malavita, i grossi personaggi, i boss che dirigono le varie fazioni. Partecipa a qualche riunione, di quelle che periodicamente i capi tengono con i più fidati, per decidere circa operazioni da effettuare, punizioni da infliggere sia all'interno che all'esterno del carcere.

Gli si offre, infine, l'occasione importante: è invitato a cena nella cella di Cutolo, insieme ad altri boss. E' una riunione "informale", non vi sono importanti decisioni da prendere, ma S. lascia una buona impressione di sé, tanto è vero che gli inviti si ripetono. Così ha modo di avvicinarsi alla "filosofia" di Tutolo. Questi proclama di avere in mente la realizzazione di una politica di intervento sociale, al fine di migliorare le condizioni dei giovani dell'area metropolitana; dice di voler ro,pere certi blocchi di potere, realizzare investimenti economici, rispondere alla richiesta di servizi sociali; i giovani diseredati, emarginati, devono avere la possibilità di vivere decorosamente, di possedere la macchina o la motocicletta, di vestire bene, andare in discoteca come gli altri. Cutolo offre lavoro a chi sappia meritarselo, un lavoro ben retribuito.

S. condivide del tutto le aspirazioni di Cutolo, comincia nuovamente a nutrire la speranza di una vita migliore. Conosce e frequenta altri detenuti, cutoliani e non, impara le regole del codice d'onore, apprende linguaggi e comportamenti camorristici. Una volta terminato il periodo di detenzione, S. è pronto ad intraprendere la carriera criminale.

L'ammirazione per Cutolo è molto grande; quando il boss evade, S. si reca spesso ad Albanella insieme ad altri giovani affiliati, gli porta dolciumi e "notizie", si trattiene a discorrere con lui, lo vede come un novello Messia che si sacrifica per il benessere degli altri. S. non ha ancora accettato il patto con Cutolo e finirà per non stringerlo mai. Si ricrederà presto sulle tanto sbandierate idee di miglioramento sociale del boss, la cui mancata realizzazione lo delude e lo convince a rinunciare a legarsi in modo definitivo ad una banda. Preferisce fare il "cane sciolto", salvo poi a "lavorare" con estrema professionalità, senza "sgarrare", per chi considera amico o per il migliore offerente. Tenta anche di procurarsi un lavoro "legale", che gli valga al momento come copertura, ma con l'aspirazione a "riciclarsi" più o meno definitivamente. Rileva un garage e l'attività non rende male. In realtà, i piccoli affari e certe "combinazioni" vantaggiose che riesce ad ottenere, gli vengono dall'ambiente malavitoso: il suo è un nome di rispetto, ormai accreditato. Nonostante eviti di mettersi in luce, la sua "serietà" professionale, la sua imponenza fisica gli procurano commissioni cui non può sottrarsi e che finisce sempre per portare a termine con successo. Estorsioni, minacce, punizioni su commissione, azioni isolate per proprio utile o per vendetta accrescono la sua fama e il suo credito, ma anche il rischio. Da una parte è pressato da inviti ad aderire all'una o all'altra banda, dall'altro è oggetto di invidie e di vendette. Si difende sempre con successo, riesce a sfuggire a parecchie imboscate, grazie all'appoggio di numerosi amici e alle sue doti "naturali" di fiutare il pericolo.

Non vive con la famiglia, anche se spesso torna a casa dai suoi. Il fratello più piccolo è diventato tossicodipendente: S. tenterà varie volte di farlo disintossicare, di farlo uscire dal giro, organizzando addirittura delle spedizioni punitive nei confronti di spacciatori a lui noti. Aiuta economicamente la famiglia, che per lui ha una specie di venerazione, dal momento che, grazie a lui, vive in condizioni più agiate e circondata dal "rispetto" del vicinato.
Tiene in gran conto l'amicizia e spesso risolve i problemi, anche futili, degli amici nell'unico modo che conosce, sparando. E' il caso di T., uno fuori dal giro, con cui S. è in società relativamente ad un negozio di biancheria. La moglie di T. è fatta oggetto di apprezzamenti poco lusinghieri da parte di un "malcapitato". S. risolve presto la questione: lo affronta e lo ferisce gravemente.

S. non dimentica mai chi gli ha fatto un favore. Per questo, quando i Magliulo ottengono degli appalti in provincia di Avellino, accetta volentieri di spalleggiarli. Inizialmente, infatti, i lavori procedono molto a rilento per la forte opposizione di un'impresa rivale, i Matarazzo, che non vogliono e impediscono ad altri di fornire i materiali necessari all'effettuazione dei lavori appaltati. S. compie varie azioni intimidatorie, fino a piegare l'ostinazione dei Matarazzo. All'autista di una betoniera che si rifiuta di trasportare del materiale e che gli si rivolge con atteggiamento di sfida, S. risponde; "te frizzeo in fronte" (ti sparo in fronte), accompagnando la frase con un gesto significativo. Alla risata dell'altro, gli spara alle gambe, costringendolo ad invocare pietà per avere salva la vita. Da quel momento i Magliulo non hanno più fastidi.
La carriera malavitosa di S. non ha soste. Presentato da un certo Rafele 'o falegname, uno che aveva conosciuto a Poggioreale, e nel frattempo aveva messo su una piccola impresa, S. comincia a fare il guardaspalle presso una ditta di costruzioni, pressata da richiesta di tangenti e minacce da parte di un capozona di Cutolo. Inizialmente l'ambiente di lavoro in cui S. si colloca, è piuttosto ostile. C'è qualcuno, tra i professionisti (ingegneri, architetti, ragionieri) che lavorano in ditta, che decisamente non approva l'assunzione di un tipo come lui. Ovviamente tutti sono costretti ad accettare la sua presenza. Resterà due anni circa a "lavorare" per questa impresa, risolvendone i problemi iniziali in modo definitivo.

Nonostante l'ostilità dell'ambiente di lavoro, riesce comunque a stabilire rapporti di familiarità con i dipendenti. Dice D.: "conoscendolo, parlandogli, si finisce per vederlo in modo diverso, sembra una vittima delle circostanze. Senza volerlo giustificare, comunque gli si devono riconoscere delle attenuanti". P. racconta: "Aveva un elevato concetto dell'amicizia, era intelligente ma era pronto ad uccidere chi non rispettava le regole. Lo diceva con freddezza 'io a quello lo frizzeo'. Uccidere non è più niente quando lo hai fatto una volta".

Le persone che S. conosce e frequenta nell'ambiente dell'impresa sono profondamente diverse da quelle con cui è stato finora in contatto. S. comincia a pensare che forse è possibile tirarsi fuori dal giro e iniziare una nuova vita. Trascorre molte serate con D. a discutere o semplicemente correndo in auto o andando in discoteca. Non ha una ragazza fissa, preferisce restare libero da impegni sentimentali. Le donne gli servono solo in certi momenti. In fondo, però, è un timido, specialmente nei confronti delle ragazze che non fanno parte del suo ambiente. Racconta P.: "Si limitava a darmi di gomito, quando vedeva una donna bella ed elegante, dicendo: 'chella va truvanno proprio o metallo"(per quella donna ci vuole un uomo fisicamente molto prestante), ma non andava oltre. Non osava parlare, né riusciva a stabilire un benché minimo contatto con chi sentiva troppo diverso da sé. Nonostante la timidezza, riusciva comunque ad aver successo con le donne".

Mentre S. comincia a nutrire una qualche speranza di cambiare vita, viene arrestato. E' accusato di aver commesso una rapina in banca. Resta in carcere una quarantina di giorni, il tempo per conoscere il nome di chi ha organizzato la rapina e nel contempo ha fatto la spia. Si tratta di 'o Scellone. S. non è in buoni rapporti né con lui né con suo fratello 'o Cinese. In precedenza 'o Scellone, nipote di Zaza, lo aveva ripetutamente invitato a entrare nella banda e aveva conservato un astio profondo contro S.. I suoi continui rifiuti a far parte del gruppo di Zaza erano diventati un'offesa personale per 'o Scellone. Allo stesso modo 'o Cinese non vedeva di buon occhio S.: c'era stato uno scontro che, iniziato per futili motivi, la precedenza ad un incrocio, si era concluso con una sparatoria, in cui S. aveva avuto la meglio.

In carcere, durante la detenzione per la rapina non commessa, in obbedienza al codice vigente, S. non fa alcun nome, ma non è tipo da dimenticare e giura di vendicarsi.

La notizia dell'arresto di S. lascia molto sconcertate le persone che fanno parte dell'impresa di cui si è detto, proprio in quanto si pensava, e S. accreditava tale opinione, che egli volesse cambiare vita. E' lo stesso direttore dell'impresa, una volta ascoltato S., ad intervenire presso il magistrato al fine di indurlo ad ordinare un confronto con il direttore della banca in questione. Durante il confronto, all'americana, S. è scaglionato e immediatamente scarcerato. "Avevo detto grosso - dice il direttore della banca - ma non così grosso". S. ritorna a lavorare presso l'impresa.

Durante una serata trascorsa in compagnia di D., che gli ha dimostrato comprensione e amicizia, S. ha modo di dichiarare che "certe azioni infami non si possono scordare", che "se cerchi di lasciare il giro, prima o poi ne sei risucchiato in un modo o nell'altro". E' convinto ormai che ha una sola strada da percorrere. Comincia a rendersi conto che nell'impresa, una volta sistemata la situazione per cui era stato chiamato, non c'è più niente da fare per lui, è diventato un incombro, un individuo indesiderabile, uno che non porti volentieri con te. Inoltre non può lasciar passare lo "sgarro" che ha ricevuto da 'o Scellone. S. è un uomo d'onore e rispetta il codice d'onore.

Tempo prima, un fratello aveva cominciato a fare il camorrista, entrando a far parte della Nuova Camorra Organizzata. In quel periodo S. era legato ai Magliulo e aveva lavorato per Bardellino, grosso esponente della Nuova Famiglia. S. riceva parecchi avvertimenti, relativi alla condizione del fratello, ma non batte ciglio: "Per me, se ha sgarrato, o putite pure accidere". E, da uomo di rispetto, prepara la vendetta contro 'o Scellone.

E' lo stesso avversario ad accelerare la conclusione della vicenda; organizza un incontro con S. per un "chiarimento", in un garage nei pressi della Stazione Centrale. S. si reca all'appuntamento, ben preparato, vale a dire armato di tutto punto e spalleggiato da amici. L'incontro termina con una sparatoria, in cui due camorristi rimangono uccisi ed S. è ferito leggermente.

Da quel momento comincia la latitanza. Sparisce dal luogo di lavoro. Quando se ne hanno nuovamente notizie, è legato a Spavone, e come attività di copertura, fa il piazzista di tappeti persiani. Partecipa sicuramente a dei meeting a Ischia, nel tentativo, pare, di organizzare la pacificazione delle bande. E', infine, arrestato nei pressi di Roma.

 

(1) Su questa saldatura tra organizzazioni terroristiche, soprattutto i NAP, e sottoproletari sbandati andrebbero fatte una ricerca e una riflessione approfondita, per spiegare il successo del "progetto" cutoliano ma anche il ruolo che esso ha svolto di depotenziare e frenare la stessa possibilità espansiva della proposta terroristica nell'area dell'emarginazione sottoploletaria a Napoli.

 


* Questa storia di vita, fino a oggi inedita, è stata ricostruita dall'autrice, nei primi anni ottanta, attraverso le testimonianze di persone che hanno conosciuto direttamente S., in vari periodi della sua vita.

 

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