Alexandre Dumas. Palermo la Felice


Le Impressions de Voyage di Dumas danno conto di un tour in veliero, avvenuto nel 1835, giocato in fondo sulla verifica del mito. Il racconto è denso di protagonismo e volutamente ludico: più attento alla buona tavola e agli aneddoti locali che alle sostanze del paese. Ed è curioso se si considera che il viaggio in Sicilia è parte di una impresa con cui l'autore pensa di rileggere da più versanti le civiltà mediterranee. Fidando sulla parola di Brydone, la capitale dell'isola, dove il narratore soggiorna col nome di Francesco Guichard, resta "la felice". "Vedi Palermo e inizia a vivere", annota convinto: arretrando su Goethe, che con realismo ha penetrato i vicoli del Cassaro e annotato lo sconcio delle povertà. Dumas non tace beninteso le calamità dell'isola e lascia intendere la sua avversione a Napoli: la medesima che lo ricondurrà in Sicilia nel '60 al seguito dei Mille, ma non rinunzia al bozzetto e al facile umorismo. Appena un anno dopo, tutt'altro è il giudizio del francese Teodoro Renouard de Bussièrre, che rimane incredulo dinanzi ai drammi della capitale.

Carlo Ruta

   

 


Palermo la Felice

… Palermo ostentava un'aria di festa che faceva piacere a vedersi. Bandiere ondeggiavano alle finestre, strisce di stoffa pendevano da ogni balcone; archi e piramidi di legno, ricoperte da ghirlande di fiori, si estendevano da un capo all'altro della strada. Il nostro accompagnatore ci fece operare una deviazione e passammo davanti al palazzo vescovile. Là davanti, si trovava un'enorme macchina a quattro o cinque piani, alta quarantacinque o cinquanta piedi, dalla forma di quelle guantiere di porcellana dove si servono i confetti per il dessert. Questa costruzione era interamente parata di seta marezzata azzurra con frange d'argento e sormontata da una figura di donna che reggeva una croce ed era attorniata da angeli. Era il carro di santa Rosalia.
Arrivammo all'albergo e lo trovammo pieno di stranieri. Poiché la nostra guida era conosciuta, ottenemmo due camerette riservate dall'oste per degli Inglesi che dovevano giungere da Messina in giornata e che le avevano riservate già da prima. Era forse un pretesto per farcele pagare il triplo di quanto valessero; ma, così come erano e per quanto costassero, ci reputammo ben contenti di averle ottenute.
Chiedemmo all'albergatore come poter impiegare la giornata. Fino alle cinque di sera, si poteva soltanto fare un bagno e riposarsi; dopo quell'ora, era prevista una passeggiata alla Marina. Alle otto, fuochi d'artificio in riva al mare; per l'intera notte, illuminazioni e danze alla Flora e infine, a mezzanotte, il corso.
Chiedemmo di prepararci due bagni e i letti, poi affittammo una carrozza.
Alle quattro, ci avvisarono che era stata preparata la colazione per gli ospiti. Scendemmo e trovammo attorno alla tavola un nutrito campionario di tutti i popoli della terra: vi erano dei Francesi, Spagnoli, Inglesi, Tedeschi, Polacchi, Russi, Valacchi, Turchi, Greci e Tunisini. Ci accostammo a due compatrioti, i quali, avendoci a loro volta riconosciuti come tali, si avvicinarono; provenivano da Parigi, erano gente di mondo, ma soprattutto persone di spirito, e rispondevano ai nomi di barone de S. e di visconte di R..
Siccome si trovavano a Palermo da ben otto giorni e una prerogativa di noi Francesi è quella di avere la pretesa di conoscere un luogo come le nostre tasche, anche se vi abbiamo abitato da poco tempo, quell'incontro, in una simil circostanza, ci parve una vera e propria fortuna. Ci promisero di renderci edotti, fin da quella prima sera, di tutte le abitudini palermitane. Chiedemmo loro se conoscessero per caso il signor Mercurio: era uno dei loro migliori amici. Raccontammo loro come si era presentato e come lo avevamo trattato; ci biasimarono molto ed assicurarono che era un uomo prezioso da conoscere, anche soltanto per un semplice studio di caratteri. Ammettemmo di aver commesso uno sbaglio ma ci ripromettemmo di porvi rimedio.
Dopo una cena veramente notevole per abbondanza e qualità, ci annunciarono che le nostre carrozze erano pronte; poiché quei signori avevano la loro, non volendoci separare, ci scambiammo, durante il tragitto, i nostri relativi accompagnatori. Jadin salì con il visconte de R., e il barone de S. prese posto con me, nella vettura che avevamo affittato.
La Marina rappresenta la passeggiata delle carrozze e dei cavalieri, come la Flora è quella dei pedoni. In quel luogo, come a Firenze, o a Messina, tutti coloro che hanno un equipaggiamento sono quasi obbligati a recarsi per fare il loro corso tra le sei e le sette di sera. Del resto, è un obbligo molto gradevole: niente è così splendido come questa passeggiata, a ridosso di una fila di palazzi, con un golfo comunicante sul mare aperto, avvolta e protetta da una cinta di montagne. Dalle sei di sera alle due del mattino, soffia il greco, fresca brezza di nord-est che subentra al vento di terra, e giunge a ridar forza a una popolazione, destinata a dormire di giorno e a vivere di notte. È l'ora in cui Palermo si sveglia, respira e sorride. La gente è quasi tutta riunita su quel bellissimo lungomare, senza altra luce se non quella delle stelle, e parla, bisbiglia, canta come uno stormo di uccelli felici, si scambia fiori, appuntamenti, baci. Tutti si affrettano a ottenere ciò che desiderano: taluni l'amore, talaltri il piacere e gustano la vita appieno, non curandosi minimamente di una metà dell'Europa che li guarda invidiosa e dell'altra metà che li compiange.
Napoli li tiranneggia, è vero, forse perché ne è gelosa. Ma la tirannia di Napoli non colpisce Palermo. Può prendere il suo denaro, isterilire le sue terre, demolire le sue mura fortificate, ma non prenderà mai la sua Marina bagnata dal mare, il suo greco che le rinfresca la sera, i suoi palmizi ombrosi, i suoi aranceti di un profumo perenne, e i suoi amori che la cullano con i loro sogni, quando non la svegliano con la loro immanente realtà.
Dicono: "Vedi Napoli e poi muori". Bisogna dire invece: "Vedi Palermo inizia a vivere".
Alle nove, fu lanciato in aria un razzo e la festa si
fermò. Questo era il segnale dell'inizio dei fuochi d'artificio che venivano fatti di fronte al Palazzo Butera.
Il principe di Butera è uno dei grandi signori del secolo scorso e ha lasciato un'enorme aneddotica popolare in Sicilia, dove, come un po' dappertutto, la grande aristocrazia comincia a estinguersi.
Dopo i fuochi d'artificio, gli spettatori si divisero: alcuni restarono alla Marina, altri piegarono verso la Flora. Noi seguimmo questi ultimi e, dopo circa cinque minuti, ci trovammo alla porta di quella passeggiata, che passa per essere uno dei più bei giardini botanici al mondo.
Era rischiarata splendidamente e lanterne di mille colori pendevano dai rami degli alberi e, negli incroci dei viali, c'erano orchestre pubbliche, dove danzavano borghesia e popolino. Rimanemmo alla Flora fino alle dieci; a quell'ora le porte della cattedrale si aprono per lasciare uscire le confraternite, le corporazioni, le casse dei santi e le reliquie che si fanno la visita gli uni con le altre. Non volevamo di certo mancare a questo spettacolo: ci avviammo quindi verso la cattedrale, dove giungemmo con molti sforzi, a causa della calca enorme.
È un magnifico edificio del XII secolo, di architettura per metà normanna e per metà saracena, ricco di splendidi dettagli, estremamente accurati, e tutto lavorato, traforato, impreziosito come se fosse un immenso ricamo in marmi pregiati. Le porte erano aperte a tutti e il coro, illuminato dall'alto in basso con lampadari appesi al soffitto e sovrapposti gli uni sugli altri, risplendeva di una luce straordinaria: non ho mai visto da nessuna parte uno spettacolo simile. Lo visitammo interamente tre o quattro volte, fermandoci di quando in quando per contare le ottanta colonne in granito orientale che sostengono la volta, e osservare le tombe di marmo e porfido dove dormono alcuni degli antichi sovrani di Sicilia.* In questa nostra visita, passammo circa un'ora e mezza; poi, siccome suonava mezzanotte, risalimmo in carrozza e ci facemmo condurre al Corso, che inizia proprio a quell'ora e si tiene nella strada del Cassero.
È la più bella via di Palermo e l'attraversa in tutta la sua lunghezza: cosa che la fa ben misurare, da un'estremità all'altra, una buona mezza lega. Quando gli emiri si stabilirono nella città, scelsero come loro residenza un vecchio palazzo situato nell'estremità orientale, lo fortificarono e lo chiamarono el Cassaer. Da questo appellativo deriva la denominazione moderna di Cassaro. Si chiama anche, seguendo il nome di un'arteria alla moda di Napoli, via Toledo.
Questa strada è tagliata in perpendicolo con un'altra, fatta costruire dal viceré Macheda, che le diede il suo nome, cambiato poi in quello di Strada Nuova. Nel punto in cui si incrociano, formano una piazza, i cui quattro lati sono ornati d'altrettanti palazzi simili, adorni delle statue dei viceré.
Figuratevi quell'immensa via del Cassero, illuminata da un capo all'altro, non alle finestre, ma su quegli archi e quelle piramidi di legno, da me già notate il giorno prima. Era animata interamente dalle carrozze di principi, duchi, marchesi, conti e baroni, molto numerosi in Palermo: all'interno vi si potevano scorgere donne bellissime e vestite con abiti di gran gala. Da ogni parte della strada, due enormi siepi di popolani, che nascondevano sotto gli abiti della festa gli stracci di sempre; folla a ogni balcone, dappertutto una musica invisibile e suadente. Se si può immaginare, almeno in minima parte, tutto questo si avrà una pallida idea di che cosa era quel Corso notturno di santa Rosalia.


Il brano di Dumas, rilevato dall'opera Impressions de Voyage, è tradotto da Valeria Gianolio.

 

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