| | Garibaldi
a Palermo nel resoconto di Alexandre Dumas L'autore
de Il conte di Montecristo, compì due importanti viaggi in Sicilia.
Il primo, in veliero nel 1835, sortì un resoconto volutamente ludico che,
incluso nell'opera Impressions de voyage, appare più attento alla
buona tavola e agli aneddoti locali che alle sostanze del paese. Ed è curioso
se si considera che l'escursione nell'isola era parte di un'impresa con cui il
romanziere francese si impegnava a rileggere da più versanti le civiltà
mediterranee. Il secondo viaggio cadde in pieno 1860, quando Dumas, come altri
uomini di lettere del continente, volle seguire di persona l'impresa di Garibaldi,
cui offerse addirittura un contributo economico, per l'acquisto di una partita
di fucili. Di tale viaggio il celebre scrittore lasciò un ampio racconto,
Les Garibaldiens. Rèvolution de Sicile et de Naples, pubblicato
a Parigi nel 1861, da cui è tratto il brano che qui si presenta, tradotto
per Editori Riuniti da Antonello Trombadori. Carlo
Ruta Palermo,
15 giugno [1860]
E adesso: quali fatti erano accaduti dal momento in cui lasciammo Garibaldi, mentre
tornava a bordo nel porto di Talamone, al giorno del mio sbarco a Palermo, vale
a dire dal 9 maggio al 10 giugno? È di questi fatti che desidero scrivere,
non senza però aver gettato, per l'intelligenza dei fatti stessi, un rapido
sguardo su ciò che accadeva in Sicilia. Dall'inizio della guerra del
1859 fu evidente che una viva agitazione stava penetrando fino al cuore della
Sicilia e che un comune sussulto stava ravvicinando le tre ben distinte classi
della società siciliana, i nobili, i borghesi, il popolo. A quei tempi
il capo della polizia era Salvatore Maniscalco, diventato, in seguito, tristemente
famoso. Veniva dalla gendarmeria ed era il pupillo di Del Carretto del quale curava
la protezione personale. Giunto in Sicilia col principe di Satriano, figlio del
celebre Filangeri, in qualità di prevosto dell'armata, aveva presto ottenuto
la sorveglianza della città. Continuando nella carriera, era stato poi
nominato direttore generale della polizia dell'isola. Spettava dunque a lui,
per questa sua qualità, il compito di reprimere il moto che minacciava
di scoppiare. Gli esordi di Maniscalco a Palermo s'erano tutti risolti a suo
profitto. Colto, cortese, pieno d'attenzioni per l'aristocrazia, era stato accolto
nei salotti più sofisticati e rispettosi dell'etichetta; a un certo punto,
però, scoccò l'ora in cui bisognava scegliere tra la vita di società
e gli ordini che egli diceva di aver ricevuto dal governo. Optò per questi
ultimi. A Palermo tutti cospiravano, se non attivamente almeno con le intenzioni;
i cospiratori più in vista erano i nobili. Maniscalco si decise a rompere
ogni rapporto con loro; quando i sintomi d'agitazione, ispirati dalle vittorie
di Montebello e di Magenta, si trasformarono in più aperte manifestazioni
dell'aristocrazia, egli prese una ventina di sbirri, che, col pretesto di disperdere
un assembramento di faziosi, invasero il Casinò, fracassarono i vetri,
spensero i doppieri, e, disposta l'evacuazione del luogo, ne chiusero per sempre
le porte. Era l'epoca delle nomine dei nostri generali al maresciallato e
dei titoli dati col nome di una vittoria. Il capo della polizia ricevette il soprannome
di Conte di Smuccia Candela, vale a dire di Spegni Candela. La brutale aggressione
di Maniscalco dette i suoi frutti. Vuoi per la forza dei nobili, vuoi per
la forza stessa delle cose, una insurrezione armata scoppiò a Santa Flavia,
piccolo villaggio a undici miglia di Palermo. La polizia ha la meglio, reprime
il movimento e fa un centinaio di arresti. Un doppio sentimento si sviluppa
allora fra i siciliani: bisogno politico di miglioramento delle condizioni del
paese; odio personale contro la polizia e il suo capo. Inutile aggiungere
che sopra tutto ciò aleggia, sempre crescente, l'antagonismo fra siciliani
e napoletani. Vediamo lo sviluppo e seguiamo il corso di questi due sentimenti.
Un giorno, mentre Maniscalco stava varcando la porticina laterale della cattedrale,
un uomo con mezza faccia coperta da un cappello a larghe tese e l'altra metà
da una barba rossa, punta diritto contro il capo della polizia, si ferma di colpo
davanti a lui e, pronunciando due sole parole: "Muori, miserabile",
lo colpisce con una coltellata. Maniscalco cade a terra lanciando un grido;
lo credono morto come Pellegrino Rossi: era solo gravemente ferito. L'attentatore
scompare senza che, malgrado tutte le ricerche della polizia, si sia mai potuto
mettergli le mani addosso. Furono eseguiti venti arresti, cinque o sei persone
furono poste alla tortura, ma inutilmente. Il re di Napoli compensa la ferita
di Maniscalco, già ricchissimo, con una rendita annua di duecento once
d'oro. Ha inizio allora un periodo di terrore regio durante il quale Maniscalco
cessa di rappresentare una tesi politica per diventare strumento di odio personale.
È Narciso sotto Nerone; è Olivier le Dain sotto Luigi XI. Recluta
bande di malfattori, le arruola, ne fa un'appendice della sua polizia; questa
orda di ladri e di assassini è sguinzagliata per Palermo e dintorni.
Gli sbirri di Maniscalco hanno l'ordine di arrestare il padrone del caffè
Fiano-Cattolica: in casa sua trovano solo la moglie e la figlia, la moglie ancora
levata, la ragazza coricata; non vogliono credere alle spiegazioni della donna
sull'assenza del marito. - Chi c'è nel letto? - le chiesero. -
Mia figlia, - fu la risposta. - Trattenete questa donna, - disse ridendo uno
degli sbirri, - vediamo di che sesso è la persona coricata. La madre
è costretta con la forza a non muoversi e la figlia viene violata sotto
i suoi occhi. Un contadino, di nome Licata, sfugge alle ricerche di Maniscalco;
sua moglie incinta e i suoi figli vengono gettati in carcere, finché Licata
non si costituisce per restituire a libertà la sua famiglia. Si formò
in quel tempo un triumvirato subalterno; lo componevano il capitano d'armi Chinicce,
il commissario Nealato e il colonnello della gendarmeria De Simone. I triumviri
gareggiavano in fantasia per inventare nuovi supplizi. Inventarono lo strumento
angelico e il berretto del silenzio. Il berretto del silenzio è una
specie di tampone dell'angoscia, di sbadiglio traumatico. Lo strumento angelico
è una maschera di ferro che ingabbia la testa, la comprime per mezzo d'una
vite e la frantuma, così, millimetro per millimetro. Mi hanno mostrato
le manette che, per quanto esili siano i polsi destinati a sopportarle, non possono
chiudersi senza penetrare nelle carni fino all'osso. Fu rinnovata la famosa
tortura usata nel 1809 dagli spagnoli contro i soldati francesi: l'uomo non viene
appeso per il collo e nemmeno per i piedi, ma per la vita. Queste crudeltà
colpirono soprattutto l'aristocrazia, ritenuta da Maniscalco istigatrice di tumulti.
Si ingannava: l'aristocrazia era paga di sollevare il popolo, cospirava essa stessa
contro quel governo che, come disse un inglese, è la negazione di Dio.
Intanto la Sicilia vedeva che mentre la Lombardia, i ducati, la Toscana, le legazioni,
unendosi al Piemonte entravano in un'era di pace e di benessere, le catene di
Napoli continuavano a opprimere l'isola, sotto un regime dilapidatore della proprietà,
disonorante per l'individuo, generatore di avvilimento e di miseria! Era troppo,
la rivoluzione diventava incombente. Maniscalco non tenta neppure di riconquistare
gli animi, disarma le braccia. Le perquisizioni si moltiplicano in ogni casa
per sequestrare fucili, sciabole, baionette. Nel fuoco delle persecuzioni
nasce un cosiddetto comitato siciliano del Bene pubblico; è composto da
esponenti della nobiltà, della borghesia e del popolo. Dappertutto
si aprono sottoscrizioni per l'acquisto di armi e munizioni. Ci si prepara
e si aspetta. La polizia annusa e presagisce la rivoluzione; non era difficile,
la rivoluzione non era più qua o là: era dovunque, era nell'aria.
Arriva, così, la notizia della unificazione della Toscana, dei ducati e
delle legazioni al Piemonte. L'influenza che Vittorio Emanuele esercita con la
sua sola lealtà, e perché è un principe progressista tra
un pugno di monarchici reazionari, penetra in Sicilia. La unificazione della
Sicilia al Piemonte è un patto tra i nobili, la borghesia e il popolo.
Su un solo punto c'è discussione. Occorre insorgere subito? ovvero si deve
attendere ancora? I rappresentanti della nobiltà e della borghesia sono
per l'attesa; i capi del popolo sono per l'insurrezione immediata. Tra i capi
del popolo sostenitori della rivolta era un mastro fontaniere che aveva accumulato
col suo lavoro una certa fortuna. Il suo nome era Riso. Ieri mi hanno mostrato
la sua casa che è già diventata mèta di pellegrinaggio per
i patrioti. Riso afferma che gli altri, i nobili e i borghesi, possono fare
quel che vogliono, ma che egli non attenderà oltre; duecento amici sono
solidali con lui. - Allora cominciate, - dicono i nobili e i borghesi - e,
se la vostra azione prenderà piede, ci uniremo a voi. Riso dà
appuntamento ai suoi amici al monastero della Gancia, un convento di frati minori,
per la notte dal 3 al 4 aprile; la casa di Riso era attigua al monastero.
Tutti i patrioti furono avvertiti che all'alba del 4 aprile sarebbe incominciata
l'insurrezione. Maniscalco dava la testa al muro; si sentiva sotto il peso
d'un avvenimento che non poteva prevenire. Radunò tutti i commissari di
polizia nella notte dal 2 al 3. Dichiarò di non essere in grado di impedire
lo scoppio della rivoluzione e avvertì che bisognava accontentarsi di soffocarla
una volta scoppiata. La città era percorsa come da un fremito ansioso.
Durante la giornata del 3, ognuno fece provviste per l'eventualità di dover
restare molti giorni in casa. La sera, si riuniscono i parenti e si chiudono
le porte. Gli uni sanno ciò che sta per accadere, gli altri sentono
che deve accadere qualcosa. Disgraziatamente, verso le otto di sera, Maniscalco
riceve da un monaco la notizia di ciò che sarebbe accaduto durante la notte:
il nome del traditore è rimasto ignoto. Il capo della polizia si precipita
dal generale Salsano, comandante la piazza, e fa circondare il convento. Riso
era già sul posto con venticinque congiurati, ma gli altri non possono
raggiungerlo. Lo raggiungeranno sicuramente durante la notte, Riso conosce
i suoi compagni, saranno al convento all'ora stabilita. Spunta l'alba; Riso
schiude una finestra e vede la strada bloccata dai soldati e dall'artiglieria.
Gli altri sono del parere di abbandonare tutto e che ciascuno si salvi come può.
- Quel che ancora ci manca, - disse Riso, - sono i martiri; diamo alla Sicilia
quel che non ha. E dall'imposta socchiusa fa fuoco sui napoletani. Da
quel momento è cominciata la lotta mortale. I cannoni sono spianati
a zero davanti alla porta. Due salve la fanno saltare in pezzi e vanno a conficcarsi
nella parete del campanile che dà sul chiostro. I napoletani irrompono
alla baionetta. Il superiore del convento si lancia verso di loro; viene sventrato.
I ventisette eroi comandati da Riso fanno miracoli; per due ore si combatte di
corridoio in corridoio, di cella in cella. A un certo momento, Riso raduna
i suoi uomini e tenta una sortita dalla stessa porta che i cannoni avevano abbattuta.
I napoletani ripiegarono; ma ripiegando sparano. Riso cade colpito da una palla
che gli stacca la coscia sopra il ginocchio. Dieci o dodici degli altri restano
prigionieri. Riso tenta di rialzarsi; due uomini gli si avventano addosso
e gli scaricano a bruciapelo i fucili nel ventre. Riso cade una seconda volta,
ma è ancora vivo. Lo prendono, lo caricano su una carretta e lo fanno girare
per le vie della città come un sanguinoso trofeo. La carretta si ferma
a tutti gli incroci, in tutte le piazze; gli sbirri, i gendarmi, gli uomini della
polizia arrampicati sulle ruote sputano sulla faccia del morente. Frattanto,
un secondo monaco viene ucciso e quattro rimangono feriti; un Bambin Gesù
molto venerato dal popolo viene impalato su una baionetta e portato per le strade.
I vasi d'argento della chiesa sono rubati; un soldato scambia per oro massiccio
le sigle di ferro dorato che sormontano le due porte: le stacca e se le mette
nello zaino. Improvvisamente, arriva l'ordine di Maniscalco di trasportare
Riso all'ospedale e di soccorrerlo ad ogni costo. I chirurghi visitano il ferito;
i colpi ricevuti sono mortali ma gli si può allungare la vita di due o
tre giorni. È quel che occorre. Maniscalco ha fatto arrestare il padre
di Riso, che non ha partecipato alla rivolta ma che, impensierito per la sorte
del figlio, s'era affacciato la mattina in camicia da notte da una finestra di
casa sul cortile del convento. Viene processato con altri tredici prigionieri.
La sera del 5 Maniscalco si reca al capezzale di Riso con un plico in mano.
- Ecco, - gli dice, - la sentenza che condanna vostro padre alla pena di morte;
fate delle rivelazioni, dite i nomi dei signori che vi hanno istigato, e vostro
padre avrà salva la vita. Riso esita un istante, ma decide di assumersi
tutte le responsabilità e dichiara di non avere complici. Maniscalco
vuol sapere dai chirurghi quanto il prigioniero potrà ancora sopravvivere:
ventiquattr'ore. - Bene, - dice rivolto a Riso, - tornerò a trovarvi
domattina, la notte porta consiglio. I patrioti vengono a conoscenza dell'infame
tentativo che si sta operando su Riso; riescono a fargli sapere che suo padre
è stato fucilato al mattino e che la vita che egli avrebbe dovuto salvare
con le sue rivelazioni era stata spenta sei ore prima del momento in cui gliela
avevano offerta. Riso spirò durante la notte, dicono alcuni per l'emozione
che gli procurò la notizia della morte del padre, dicono altri perché
s'era strappato di dosso tutta l'apparecchiatura che copriva le ferite. Morto
Riso, fucilati suo padre e i suoi compagni, Maniscalco pensò di avere in
mano la rivoluzione: cominciò l'epoca d'oro dei farabutti; denaro e ricompense
piovevano su ogni atto della polizia. Ma tale sicurezza doveva presto finire:
l'insurrezione palermitana, per quanto così prontamente repressa, non era
rimasta senza eco nelle campagne. I picciotti cominciarono a riunirsi e tentarono
sollevare la rivoluzione offrendole un rifugio inviolabile nelle montagne.
Al segnale del convento della Gancia risposero le campane di tutta la Sicilia.
Alla Bagheria, le due compagnie di guarnigione venivano attaccate; Misilmeri cacciava
la sua piccola guarnigione fino al ponte dell'Ammiraglio; Altavilla, Castellanza,
inviavano i loro contingenti di contadini armati, e Carini; precedendo l'appello
di Palermo, aveva già, fin dal 3 aprile, vale a dire alla vigilia del combattimento
della Gancia, inalberato la bandiera dell'Italia unitaria. Per tutte le altre
bandiere fu quello il segnale di spiegarsi al vento, e, in effetti, tutte garrirono
al grido di "Via Vittorio Emanuele". Purtroppo la mancanza di armi,
di munizioni e di organizzazione impediva all'insurrezione di diventare generale.
Erano meteore, lampi, non era ancora la tempesta. Palermo aspettava sempre
che la campagna arrivasse fino alle sue mura; terrorizzata dalle esecuzioni, soffocata
dalla stretta di Maniscalco, la città era come schiacciata sotto il peso
del primo insuccesso, ma l'odio suo era fermo e costante: essa volgeva gli occhi
verso tutti i punti dell'orizzonte per chiedere a Dio e agli uomini un aiuto qualsiasi
a risollevarsi. Frattanto, a Gibilrossa, era stato costituito una specie di
quartier generale; si facevano azioni di disturbo e di provocazione per attirare
le truppe verso le colline e infrangere così, ora in un punto, ora nell'altro,
il cerchio di ferro che stava attorno alla città. Maniscalco decise
di estendere alle campagne il terrore che aveva sino allora scatenato solo in
città. Cominciarono le sortite con l'artiglieria in testa; case di
contadini furono saccheggiate; villaggi distrutti; dove non era possibile metter
le mani su uomini armati si sparava sulle donne e sui bambini. Cominciò
allora a volare la fama di alcuni capi partigiani. Essi erano il cavaliere Stefano
Santa Anna, il marchese Fimatore Corteggiani, Pietro Pediscalze, Marinuzzo e Luigi
Della Porta, che dopo dieci anni di esilio e di persecuzioni non avevano mai smesso
di cospirare e di combattere per il loro paese. A Gibilrossa e a Villabole cominciarono
i reclutameni; gli armati si concentrarono a Carini per marciare a Palermo.
Impossibile descrivere lo stato di rabbia e di esasperazione dei cittadini: ogni
giorno avevano luogo scontri e tafferugli tra i provocatori agli ordini di Maniscalco
e pacifici cittadini che attraversavano tranquillamente una strada o una piazza.
Quegli scontri erano il pretesto per far intervenire la polizia; naturalmente
il torto era sempre dei cittadini e, mentre ai provocatori non chiedeva neppure
il motivo dei loro insulti, gli insultati venivano condotti in prigione ammanettati.
In capo a qualche tempo, i negozi cominciarono a chiudere, gli uni dopo gli altri;
il commercio agonizzava e le strade apparivano spopolate. Fu allora che un
raggio di speranza venne a riscaldare gli animi. Un giornale sardo, introdotto
clandestinamente a Palermo, annunciò la formazione di un comitato a Genova.
Lo scopo del comitato era di dar mano forte alla Sicilia con tutti i mezzi possibili.
Il giornale diceva anche che in Alta Italia si stava organizzando un corpo di
spedizione per soccorrere i patrioti siciliani. Tutti i cuori palpitarono.
Un uomo si dedicò a portare la grande notizia in ogni parte dell'isola.
Era Rosolino Pilo. Il 10 aprile sbarcò a Messina; dopo dieci anni di proscrizione
tornava nella terra natale con la grande notizia che non soltanto stava organizzando
il corpo di spedizione ma che alla testa dei volontari era Garibaldi. Rosolino
Pilo percorse la Sicilia in lungo e in largo. Infaticabile, scriveva su ogni muro:
"Arriva Garibaldi! Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele!". Ogni
villaggio ebbe il suo avvertimento: ogni contadino poté leggerlo o farselo
leggere. Un altro patriota, Giovanni Corrao, fece altrettanto. Ben presto
un solo grido dominò tutta l'isola: "Viva Garibaldi! Viva Vittorio
Emanuele!"; un solo voto: annessione. Fu così che, per rispondere
a quell'immenso grido con un colpo di tuono, Maniscalco fece arrestare, torturare
e tradurre in prigione come volgari malfattori il principe Pignatelli, il principe
Niscemi, il principe Giardinelli, il cavaliere San Giovanni, il padre Ottavio
Lanza, il barone Riso e il figlio maggiore del duca di Legiaro. Ma il nome
di Garibaldi rispondeva a tutto, ricompensava di tutto. I ragazzi cantavano
su tutti i toni passando vicino agli sbirri: "Viene Garibaldi! Garibaldi
viene!". Le mogli orbate dei mariti, le madri dei figli, le sorelle dei
fratelli, invece di piangere levavano invettive. - Garibaldi viene! - gridavano
ai poliziotti. E gli sbirri, al solo udire quel nome temuto da ogni tirannide,
si sentivano passare un brivido nelle vene. Un nuovo astro era sorto sulla
Sicilia: la speranza. C'era finalmente con Garibaldi un nome popolare in
tutta Italia, un capitano geniale, un centro d'azione. Man mano che la notizia
diventava certa, la gente incontrandosi non avea che una parola: - E Garibaldi?
- Viene! Viene! - rispondevano le voci dei passanti. Un giorno si volle accertare
fino a qual punto era possibile contare sulla comune solidarietà. Si
sparse la voce che da una certa ora a un'altra tutti avrebbero dovuto passeggiare
per la via Maqueda. La folla era strabocchevole; tutti a piedi, persino le
donne più eleganti; le carrozze avrebbero disturbato la circolazione e
nessuno le aveva portate. Maniscalco era impazzito; che dire a quei cittadini
inoffensivi che passeggiavano senza armi, senza levare un grido? Il diavolo
gli dette l'idea: dal momento che non gridavano "Viva Garibaldi! Viva Vittorio
Emanuele!", era il caso di far loro gridare "Viva il re di Napoli!".
Soldati e sbirri irruppero nella via Maqueda al grido di: "Viva Francesco
II!". Nessuno rispose. Quelli circondarono un gruppo di cittadini.
- Gridate "Viva Francesco II!" - urlarono. Il silenzio fu ancor
più profondo. Un uomo lanciò in aria il cappello e gridò:
- Viva Vittorio Emanuele! Cadde immediatamente colpito da un colpo di baionetta.
Fucili, baionette e pugnali entrarono in azione; due uomini furono uccisi; trenta
persone, donne e bambini, rimasero ferite. La folla si ritirò senza
dare altra risposta a quegli assassini, a quel massacro, a quel sangue innocente
versato, se non le parole, nella loro minaccia, più tremende dell'odio
stesso dei napoletani: "Viene Garibaldi! Viene Garibaldi!". L'indomani,
il racconto degli orrori passava di bocca in bocca: padri di famiglia che passeggiavano
coi loro figli erano stati bastonati; uomini e donne che s'erano rifugiati in
un caffè erano stati rincorsi e caricati dalla gendarmeria a cavallo.
La vista di Palermo era spaventosa. Come la muraglia di Baldassarre ogni muro
aveva il suo terribile Mane Thecel Pharès: "Garibaldi viene! Garibaldi
viene!". Di giorno le strade erano deserte e le finestre chiuse.
La sera si aprivano le imposte e durante la notte tutti gli sguardi cercavano
sull'anfiteatro di montagne che circonda Palermo i fuochi che dovevano annunciare
il soccorso, da tempo promesso, della campagna alla città. Un mattino
- era il 13 maggio - questo grido esplose per tutta la capitale: - Garibaldi
è sbarcato a Marsala! Era arrivato il vendicatore.
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