Il deputato UDC Giuseppe Drago

Manifesto dei club modicani di Forza Italia contro Drago, prima della pax elettorale

Il sindaco di Modica Pietro Torchi, fedelissimo di Drago

Il senatore di Forza Italia Riccardo Minardo, vicesindaco di Modica

8 marzo 2003

Gli affari dell'ex presidente

Carriera di Giuseppe Drago, condannato a oltre tre anni di carcere per peculato. I contatti con i boss dell'ippari. L'espediente di "Pensare Sicilia". La pax difficile con i Minardo. Gli intrighi nella frontiera sciclitana.

 

La condanna a tre anni e tre mesi di carcere inflitta a Giuseppe Drago dai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo era ipotizzabile, data l'ostentazione degli atti, ed è rilevante che sia stata anticipata dalla sentenza della Corte dei Conti, che impone al politico modicano, come a Giuseppe Provenzano che l'aveva preceduto a Palazzo d'Orleans, il risarcimento di diverse centinaia di milioni di lire tratte dai fondi riservati. L'episodio su cui i magistrati hanno indagato, variamente ripreso dalle cronache, espone del resto le movenze del protagonista, vocato sin dagli esordi alle macchinazioni, non soltanto di provincia.

Le elezioni regionali del 1991 sono un importante snodo, in cui Drago saggia le sue facoltà e delinea il futuro. Il partito socialista è diviso verticalmente, e il dato esteriore è quello di un acerrimo scontro, da cui il medesimo esce vincitore con oltre sedicimila voti su Ignazio Agosta, già sindaco di Modica. Ma dietro il sipario della politica l'emergente modicano si muove a tutto campo. Frequenta il Koala Maxi di Bartolomeo Conti, dove convergono, auspice il titolare, i boss dell'area iblea. E lì, come attesteranno anni dopo alcuni rei confessi, stabilisce contatti con i Carbonaro di Vittoria, autori di decine di omicidi. Ma gli esiti non possono risultare concludenti, perché i malavitosi dell'Ippari hanno contratto in città altri impegni. Drago verrà sottoposto comunque a indagini dalla DDA catanese, che si areneranno, fino al traguardo della prescrizione.

Dopo l'autunno 1992 muta tuttavia il clima generale. Il PSI di Craxi va implodendo sotto le inchieste giudiziarie, e collassano in poco tempo le dirigenze storiche locali. Il modicano comprende allora che per reggere occorre un nuovo gioco, ma per forza di cose si muove stentatamente. Si propone alla Rete di Orlando, ricevendo un secco no. Medita un futuro radicale o in qualche brano della sinistra moderata, ancora senza esito. Ma dal '93, con l'entrata in scena del fattore Berlusconi, imbocca la via che gli è congeniale, incasellandosi, da dirigente di spicco, nel CDC di Casini. A quel punto, a dispetto del clima mosso, sa come muoversi. Si presenta ai ceti che in città contano come capace di riempire il deficit di rappresentanza, d'impedire quindi la dispersione del lascito democristiano, mentre assicura lo spostamento del voto socialista a destra, in tutto il comprensorio. E i numeri gli sono favorevoli.

La posta è alta. Si tratta di mettere le mani su un feudo di primo livello, che nei decenni passati è stato impinguato e garantito da una sorta di triumvirato, di matrice appunto DC: Nino Avola, per varie legislature deputato all'ARS e più volte assessore regionale; il ragusano Vincenzo Giummarra, già capo del governo regionale e presidente della Sicilcassa; Saverio Terranova, lungamente sindaco di Modica e presidente del gruppo AZASI. Modica evoca in effetti tante cose: l'abnorme macchina della sanità pubblica, ruotante attorno all'ospedale Maggiore; i contributi europei all'agricoltura, largamente governabili con il tramite dell'Ispettorato Agrario; l'Azienda Asfalti Siciliani e gli stabilimenti collegati, IMAC e INSICEM, facenti ancora capo alla Regione; l'espansione edilizia e il nascente polo commerciale lungo la Statale 115. Da tale combinarsi di clientele e affari, di pubblico e privato, vengono del resto numerose fortune, a partire da quelle mirabolanti dei fratelli Rosario e Riccardo Minardo, rispettivamente petroliere ed ex sindaco DC di Modica, con cui Drago, se vuole progredire, deve fare i conti.

La partita è in realtà complessa. I Minardo, già legati a Nino Avola, si sentono gli eredi naturali di quel sistema, cui hanno impresso nel tempo un loro stile, che riunisce ad arte il calcolo e l'estremo. Possono perciò avvertire nel Drago un fastidioso concorrente. Ma con il polarizzarsi della politica, nel paese tutto, l'accordo è inevitabile, mentre il giovane deputato all'ARS ha buon gioco nel presentarsi alla città influente e alle aree economiche vicine come un argine alle mire del petroliere e dell'ex sindaco. Si apre in sostanza un rapporto difficile, ma necessariamente strategico, volto a prendere la città e il comprensorio, per ciò stesso ad avocare i grandi affari nell'area ragusana, tanto più che in quei primi anni novanta sta divenendo operativo il porto di Pozzallo.

Dal CCD di Casini, di cui diviene il leader siciliano, Drago si mostra all'altezza del compito, slargando, sotto lo sguardo vigile dei Minardo, le frontiere dei predecessori. Nel dicembre 1993 è Assessore Regionale al Lavoro, e lo rimane per tre anni, in un quadro istituzionale che fa scandalo, dal momento che oltre metà dei novanta deputati all'ARS sono sotto inchiesta per ladrocinii e mafia. Il politico modicano si trova comunque a proprio agio. S'immerge nei segreti della capitale, tratta con i sindacati, familiarizza con gl'imprenditori. Tutto questo in un momento cruciale, che vede le economie più avventurose turbate per quanto può accadere, dopo le mega-confische ai Piazza, ai Cuntrera, ai Caruano.

Le elezioni del luglio 1996 sono il banco di prova del lavoro svolto. Drago organizza le rocche di Modica Scicli e Pozzallo. Fa funzionare al massimo il reticolo delle clientele. Convinto che l'esibizione del potere paghi e incurante delle inchieste giudiziarie che gravano sul ceto politico, può permettersi una campagna sfarzosa, auto-celebrativa, con ricorrenti puntate al "tempio" del Koala. Infine, come era nelle sue aspirazioni, risulta il primo degli eletti in Sicilia con oltre 17.500 voti. Ed è per lui, che intanto ha ricevuto la nomina di vice segretario nazionale del CCD, l'occasione del rilancio. In effetti, più che in passato offre garanzie a chi guarda al sud-est, mentre acquista ulteriore peso nel polo berlusconiano a Palazzo dei Normanni. Nel gennaio 1998 è quindi presidente del cinquantunesimo governo della Regione siciliana. A causa del magma che governa sala d'Ercole, durerà poco. Ma non perde tempo. Cerca di rinegoziare il ruolo della provincia iblea. Di concerto con i Minardo, pensa a un portofranco degli affari. Ammicca verso coloro che rivendicano, ad arte, la defiscalizzazione delle benzine. Fa le sue mosse sullo scalo marittimo di Pozzallo, che suggerisce scambi con Malta aperti e sottintesi. Si espone sulla utilità di uno o più casinò nel Ragusano.

I dodici mesi di presidenza passano comunque in fretta. E appena uscito da Palazzo d'Orleans, dove ha svuotato con disinvoltura le casse riservate, il politico modicano cerca di far fruttare i nuovi contatti, con il consueto senso d'avventura, mentre rimane discretamente distante dall'opinione nazionale. Dà vita allora a Pensare Sicilia, che si presenta come "movimento politico e culturale", aderente al partito di Casini. Lo spunto viene in qualche modo da Nuova Sicilia, formazione dell'area berlusconiana che si rivelerà negli anni a venire, a partire dalla presidenza, un ricettacolo di torbidi. La tradizione è quella dell'autonomismo tattico, utile a trattare e a imporre condizioni. Il "manifesto" è una rampogna sulla Sicilia tradita e sfruttata. Il progetto reale di Drago è quello di mantenere uno spazio nella politica del centrodestra, in Sicilia e fuori, in rappresentanza di consorterie territoriali e di economie nell'ombra, scampate alle confische delle DDA.

Carlo Ruta

Prima pagina