Lo Stato che tortura

Testimonianze raccolte da Danilo Dolci

I banditi di Giuliano confessano nelle caserme, per poi ritrattare o contraddirsi davanti ai magistrati. È il canovaccio che affiora a Viterbo, e che viene preso a pretesto per negare ogni attendibilità alle accuse e alle chiamate di correo quando il bersaglio è sotto copertura. Ed eccettuando il calcolo minuto, di mezzo sta la tortura, che viene praticata regolarmente nelle caserme siciliane. È questo uno dei profili meno considerati della vicenda: quello delle confessioni estorte con la "cassetta", sovente dal famigerato don Pasquale, sottufficiale dei carabinieri, su cui pure Giuliano spende qualche parola.

Si tratta in realtà di metodi noti e tollerati, che sono transitati pari pari dal fascismo alla Repubblica. E poco dopo la parabola di Giuliano, nel '56, è Danilo Dolci, animatore di battaglie civili in quella parte dell'isola, a darne conto nel libro Processo all'articolo 4, con la trascrizione di decine di testimonianze di uomini, donne, ragazzini, nei cui confronti la giustizia ha assunto una figura torva. Se ne riporta una.

Carlo Ruta

 

La prima volta fui arrestato nell'agosto del '44 e portato alla Questura di P. Per interrogarmi mi fecero trovare preparata la cassetta che consiste in due casse di legno, messe una sull'altra, della lunghezza di circa un metro. Alla parte dove ci vanno i piedi, ci sono due anelli di ferro per legare i piedi. Le gambe sono stese sul piano della cassa superiore. Dopo i piedi legati, mi legarono le mani di dietro e una cinta di cuoio, che è al centro della cassetta, ma la passavano sopra le cosce, per così tenermi fermo. La corda che era legata alle mani la passavano in un anello di ferro piantato nella cassetta, rasente a terra. Mi applicavano la maschera antigas col tubo svitato, e mi rovesciavano all'indietro tirando la corda legata alle mani. E incominciava la tortura cioè uno sbirro tirava la corda per farmi tenere rovesciato all'indietro. Un altro sbirro con una latta grande piena di acqua e sale (e una mastella piena la tenevano vicina preparata per riempire continuamente la latta) ad-detto a buttare acqua e sale nel tubo della maschera.

Il maresciallo M., messo all'impiedi sulla cassetta, con una frusta piatta, un poco più stretta di due dita, mazziava nei piedi, e un altro sbirro che di tanto in tanto mi torcigliava i testicoli con le mani. Li pigliava con la mano e per farmi provare più dolore attorcigliava forte, ma siccome ero quasi soffocato dalla maschera che mi pareva una salvezza il poter morire quasi, il dolore ai testicoli e ai piedi lo sentivo di meno.

Essi calcolavano il tempo e quando uno arrivava proprio all'estremità, lo sollevavano. Mi domandavano se ero deciso a parlare, e alla risposta negativa, mi rovesciavano di nuovo e rifacevano da capo le stesse cose.

Con l'acqua e sale che mi gettavano nella maschera, io non potendo respirare, inghiottivo acqua. Quando si calcolavano che uno aveva lo stomaco pieno d'acqua, mi slegavano dalla cassetta e uno sbirro mi comprimeva le mani nella pancia per farmi rigettare tutta l'acqua inghiottita.

Non c'era pericolo che un vicino della caserma sentisse grida, perché erano soffocate dalla maschera piena d'acqua. Questo posto dove mi torturavano era vicino a S. Mi tiravano su e giù per quattro o cinque volte. Dopo, quando vedevano che ero ridotto all'estremità, mi slegavano, mi facevano svuotare l'acqua dallo stomaco, due sbirri mi prendevano a braccio, perché l'articolazione era aggranchita, paralizzata, e mi facevano girare nella stessa stanzetta. In fondo alla cassetta dove si appoggiava la schiena, mettevano una coperta in modo che non rimanes-sero segni dal movimento che facevo per divincolarmi, soffocato, terrorizzato com'ero: è l'istinto della salvezza.

Mi facevano girare nella stanzetta fin che potevo reggermi in piedi. Poi mi facevano vestire e mi por-tavano in camera di sicurezza.

Questa vita fu, a P., per sedici giorni continui. Poi mi portarono al carcere denunziato. Aggiungo che negli ultimi giorni avevo i piedi tanto gonfi che le scarpe non mi potevano più entrare nei piedi: mi portarono allora da questa casermetta dove facevano torture alla caserma dove dormivo, con una carrozza di piazza. In particolare il maresciallo M., perché non volevo confessare un delitto che non avevo commesso (e che poi fu pure accertato non a mio carico dai giudici), per sfregio, mi hanno acceso due cerini di cera nei piedi.

Fui arrestato ancora nel '47 e fui portato a P. in Corso. Arrivai circa alle undici di notte. Appena arrivato, senza neanche interrogarmi con le buone, mi prepararono la cassetta che era uguale all'altra di P., però qui non davano frustate ai piedi. Ma torcevano i testicoli e tutte le stesse sevizie facevano, come là. Ed il mio interrogatorio cominciò sulla cassetta: mi interrogavano di parecchi delitti che non avevano potuto trovare gli autori e insistevano, seviziandomi, per farmeli confessare a me, senza guardare se potevo essere colpevole o no.

Pur essendo innocente di tanti delitti, se avessi sa-puto rispondere una cosa qualsiasi, basta che mi avessero levato da quelle torture, avrei confessato qualsiasi cosa, che fui io che avevo ucciso Dio, che avevo incendiato Roma e tutto quello che avrebbero voluto.

Difatti tante e tante persone si sono confessate ree di delitti che non avevano mai commesso, solo per levarsi da quelle torture. E difatti sono stati riconosciuti, dopo quattro o cinque anni di processura, innocenti dalla Magistratura.

Ripiglio dove ero rimasto: alle torture. Dopo circa un'ora, un'ora e mezzo di torture mi slegarono, mi fecero muovere a braccio di due sbirri e poi invece di mettermi in camera di sicurezza, che si preoccupavano che sa m'avrei autolesionato (insomma che uno si sbatte la testa al muro, o che capita un chiodo per sfrangiarsi o un pezzo di vetro) mi legarono in una branda col telo. Mi legarono ai ferri, mani e piedi. E mi facevano andare ogni ventiquattr'ore al gabinetto e poi mi slegavano solamente, alle dieci di sera, per mettermi nuovamente alla cassetta. Questo durò per ventidue giorni escluso due sere che erano indaffarati per i fatti di Portella delle Ginestre.

E. A.

 

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