Dalla Storia della Sicilia di Giovanni Evangelista di Blasi

 

Nota bio-bibliografica

Il palermitano Giovanni Evangelista di Blasi (1721-1812) insegna a lungo teologia all'università di Perugia, poi in quella di Palermo. Nel 1790, dopo sedici anni di ricerche, pubblica in cinque tomi la Storia cronologica dei viceré, luogotenenti e presidenti del regno di Sicilia: un percorso di quasi quattro secoli, da Bianca di Navarra, vicaria del regno nel 1409, alla presidenza dell'arcivescovo di Palermo Serafino Filangieri, nel 1774. La prima edizione della Storia del regno di Sicilia, scritta su disposizione di Ferdinando III di Napoli, si ha dal 1811 al 1821, in 17 volumi impressi dalla Stamperia reale di Palermo. La seconda edizione, in 23 volumi, appare fra il 1830 e il 1834. Ne seguono poi altre, fra cui una in tre volumi, dal 1844 al 1847, a cura del sacerdote Girolamo di Marzo Ferro. Per forza di cose di Blasi non si distacca dall'ufficialità, come già il Fazello e il Mongitore. Il profilo complessivo delle due opere rimane tuttavia notevole, per la messe di notizie offerte, la compostezza dei giudizi, le lunghe pause sui costumi, la definizione delle fonti. Le pagine qui raccolte sono tratte dalla Storia del Regno di Sicilia, in tre volumi, impressa dal 1844-47 dalla stamperia Oretea di Palermo. Le note in corsivo sono del curatore, al pari dei titoli entro parentesi.

carlo ruta

 

Costumi dei Siciliani e tribunali

I costumi, che si erano alquanto addolciti, regnando il re Carlo d'Angiò, all'arrivo dei principi aragonesi, non si trovaron conformi al genio pacifico degli Spagnuoli. Si erano i Siciliani già assuefatti a spargere del sangue, e ad usare delle inudite crudeltà. Avvezzo che sia una volta l'uomo alla carneficina, perde l'orrore, che suole avere a spargere il sangue, e per vendicarsi, per qualunque menoma cagione, si disfà dei suoi simili. Allora si verifica, che l'uomo talvolta diventa come una fiera contro l'uomo, homo homini leo. Il massacro terribile fatto mentre dominavano gli Angioini, che noi abbiamo descritto nel libro VIII, li fe' incallire nel delitto, e su i primi anni che giunse a reggerli il re aragonese Pietro, durante la guerra, che Carlo cominciò a fare, si continuò il macello dei Francesi, il cui esterminio voleasi dai Siciliani.

Peraltro a parlare con ischiettezza, eglino aveano qualche ragione di essere così inumani contro i Francesi; gli aggravii, che giornalmente soffrivano da costoro, i quali abusando della potestà confidata loro, si faceano lecita ogni ostilità, caricando la nazione di pesi e contribuzioni intollerabili, insignorendosi anche dei loro beni, senza tenere in mano la bilancia della giustizia, ed attaccando in quella età, in cui regnava la gelosia, l'onestà delle loro mogli e delle figlie, davano un giusto diritto di prenderne vendetta e di cacciarli dal regno. Ma poteano farlo senza usare la crudeltà, che mentovate abbiamo, quando si rifletta, che poteano riparare alle soperchierie, che soffrivano da coloro, che reggevano la Sicilia; e dal loro mal costume, facendo delle rappresentanze al re Carlo d'Angiò, che non era tiranno, e messo al giorno dell'abuso, che i suoi ministri faceano dell'autorità loro confidata, non avrebbe intralasciato di reprimerli. Questo genio distruttivo della razza umana durò nella nazione, dopo ancora che la famiglia dei principi d'Aragona allontanarono i Francesi dalla Sicilia. Vi conferì non poco a farvelo radicare il re Giacomo, quando divenuto egli re di Aragona, dopo la morte del re Pietro suo padre, in vece di cedere il regno a Federigo suo fratello, giusta la determinazione del detto suo genitore, tenne per sé anche la Sicilia, lasciandovi solo per suo vicario il mentovato Federigo, e poi cedendo al re di Napoli i diritti sulla contrastata nostra isola, ed essendo per sino venuto egli stesso con unarmata per toglierla al fratello, cui di ragione appartenea, che i Siciliani aveano già acclamato per sovrano. Prese allora fomento la nimistà contro i Francesi, e ricominciò di nuovo la micidiale guerra contro Roberto d'Angiò re di Napoli, che durò finché visse il re Federigo. Questa guerra divenne più ostinata per l'intestine discordie nate fra i Ventimigli ed i Chiaramontani, il capo dei quali abbandonando il proprio sovrano su buttò dal partito del re di Napoli, ed allora trovossi la Sicilia ancora involta nelle guerre intestine dei nazionali. Questa discordia fra i baroni siciliani continuò negl'infelici anni, nei quali regnarono Pietro II, Ludovico e Federigo III detto il semplice: principi, che non sapeano con giusta bilancia pagare il merito di ciascheduno, ammettevano alle cure del governo coloro, che non cercavano che il loro utile, escludendo quelli, che resi aveano dei vantaggi al regno, e usando delle parzialità verso certe famiglie, e facendo poco conto di quelle, che dominato aveano, fomentavano le nimicizie fra i nobili, accrescevano gli odii fra loro, ed il desiderio di opprimersi scambievolmente.

Eccettuato questo spirito di vendetta, da cui furono invasi fino al regno dei Castigliani, sotto Ferdinando il giusto ed i suoi figli, nel governo dei quali cominciarono a mancare le fazioni, in tutto il resto erano portati i Siciliani al divertimento, giacché amavano le cacce, le feste, le rappresentazioni teatrali, le conversazioni, e tutto ciò che rallegrar suole gli uomini uniti in società. Di fatti sotto il governo di questi sovrani, i principali capi dei partiti si conciliarono a dare utili leggi per l'amministrazione della giustizia, cessarono gli odii intestini fra le famiglie, le quali rappacificandosi fra loro con parentadi, e con ragionevoli convenzioni, resero al regno l'antica interna tranquillità. Il lusso fu ancora in questa età a genio della nazione. Il fasto, che si osservava nelle solenni cavalcate, che allora erano in moda, così negli abiti ricchi dei cavalieri, come nei destrieri generosi, che montavano, e nel numeroso stuolo di servidori riccamente vestiti, che li accompagnavano; quello ancora che compariva nei tornei e nei varii giuochi, che erano allora in uso; e quello insieme, che compariva nelle nozze e nelle esequie, che vi celebravano nelle morti accadute dei loro congiunti, erano tante riprove dell'eccesso, a cui era arrivato. Fra poco additeremo le leggi, che fu d'uopo di promulgare, per impedirne la esorbitanza.

Amarono anche molto i Siciliani di questa età il giuoco, non meno dei dati, che delle carte, per cui volentieri consumavano il loro denaro. Era tale il danno, che ne soffrivano le famiglie, che fu d'uopo al re Federigo III il vietare con severe leggi tutti i giuochi detti di azzardo, e di gastigare coloro, che tenevano banco pubblico, dove concorrevano quelli, che bramavano di divertirsi, e di profondere il loro danaro

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Intorno ai magistrati e tribunali, che in quest'epoca ebbero luogo, seguirono a mantenersi i posti introdotti dai Normanni di gran giustiziere, di grande ammiraglio, di gran camerario, di gran siniscalco e di gran protonotaro. Ciascheduno di questi principali ministri avea i suoi compagni, coi quali costituivano il tribunale. Il gran giustiziere, che fu poi detto maestro giustiziere, avea i suoi giudici, che in quella età di cui scriviamo, non erano, che quattro, due per le cause civili e due per le criminali, senza che l'uno potesse frammischiarsi nella giurisdizione dell'altro. Il grande ammiraglio aveva i conti, coi quali risolvea ciò che appartenea alla milizia di mare. Le cause dei baroni e dei soldati non erano soggette ai giudici della corte del maestro giustiziere, ma si esaminavano da altri baroni e da dodici nobili uomini, che si sceglievano nei comizii. Il gran cancelliere avea seco i maestri razionali, coi quali decidea ciò che apparteneva al fisco regio, ed amministrava le rendite del sovrano. Questi maestri razionali erano quattro, ed allora aveano un giurisperito, ch'era chiamato il giudice dei maestri razionali, il quale risiedendo con essi, risolvea giusta le leggi ciò che conveniva di fare, ed anche le questioni fra il fisco ed i particolari. Ridotti i maestri razionali a sei, tre dei quali dovevano essere giurisperiti, fu abolito questo impiego di giudice, che veniva esercitato dai tre maestri razionali legali. Ferdinando il giusto però aggiunse al loro tribunale un altro ministro, che fu chiamato conservatore, il cui principale incarico consistea a presedere all'entrate reali ed ai contratti, esazioni e spese, che faceansi giornalmente per conto del sovrano, al qual ministro eran soggetti tutti coloro, che amministravano le rendite reali e le pubbliche, cioè il tesoriere, i maestri portolani ed i maestri segreti, i primi dei quali conservavano il denaro dell'erario regio, i secondi invigilavano ai granai ed ai porti, d'onde doveano estrarsi le derrate, e gli ultimi erano incaricati di esigere i noli e le dogane.

Fino che i nostri re fecero la loro residenza nel regno, durò l'uffizio del gran siniscalco, che coi suoi consultori provvedea al regolamento della casa reale; ma ridotta la Sicilia in provincia questo impiego cessò, sebbene sia rimasto il solo onorifico titolo. Il luogoteta, o sia il protonotaro continuò ad esercitare in tutta la estensione il suo impiego, che consistea non solo nella cura delle elezioni dei magistrati delle città del regno e delle terre, ed in quelle dei notai, ma ancora nel ricevere le suppliche, che faceansi da' vassalli al principe, nel riferirle al sovrano, e nel darne le risposte, giusta l'ordine, che ne ricevea. Finalmente era suo incarico di registrare tutte le leggi e gli atti pubblici; potestà, che fu poi, come si dirà in appresso, ristretta. Quest'è l'unico degli uffizii stabiliti dai Normanni, che continuò a nominarsi, ed esisté con effetto. Eravi un avvocato fiscale per tutte le cause. Qualche volta accadea, che i litiganti non soddisfatti delle sentenze dei giudici ricorrevano al sovrano, ed allora egli facea esaminare la causa da uno, o due diversi giudici, che chiamavansi della regia coscienza, e che oggi noi chiamiamo del concistoro. Questi però non costituivano un tribunale fisso, ma si sceglievano a misura delle circostanze e nelle occasioni, nelle quali si faceano dei ricorsi al sovrano. Oltre i mentovati magistrati e tribunali, nel regno di Ferdinando il cattolico s'introdusse il tribunale del sant'uffizio. Gl'inquisitori, come noi abbiamo osservato nel capo XIII, non aveano sede fissa, ma spediti dal tribunale in Spagna, fatte le loro indagini e dati i dovuti ripari, ritornavano per rendere conto al tribunale spagnuolo. L'anno dunque 1513 fu decretato, che vi fosse in Sicilia un particolare tribunale del sant'uffizio, per conto di questo solo regno, il quale dimorasse in Palermo. Allora crebbe il numero dei nostri magistrati. A parte dei supremi tribunali, che risedevano presso i sovrani e i viceré nelle città, nelle quali dimoravano questi, nelle altre, dove non risedea la corte, eranvi i particolari magistrati, i quali vegliavano ad amministrare la giustizia e le rendite reali. Coloro, che invigilavano sopra i delitti eran chiamati giustizieri, e quelli che badavano al pubblico danaro, eran detti camerlenghi. Fra i giustizieri, il più rispettabile era quello che risedea in Messina, ed era chiamato strategoto, che per la grande autorità, che esercitava in quella città ed in tutto quel ristretto era riputato come un secondo viceré, dal quale onore restò poi priva quella nobile città dal conte di Santo Stefano, come si dirà nell'epoca che segue, e gli fu sostituito quello di governadore, con limitate potestà. Dal giudizio di questi tribunali delle città e terre era permesso di appellarsi ai maggiori magistrati, che risedevano presso il sovrano, o presso colui, che ne facea le veci.

 

[Su Giangiorgio Lancia]

Nel decennio conclusivo del XVI secolo, l'isola intera è stretta dalla carestia. E gli strati più indigenti della popolazione rumoreggiano alla volta del viceré, il conte di Aldabalista, che nel 1592, a conclusione del mandato triennale, per sua stessa decisione viene rimosso e sostituito dal conte di Olivares, mentre si paventa il contagio della peste, scoppiata a Malta. Ma se la carestia sembra attenuarsi in alcune parti dell'isola, e il morbo maltese viene arrestato in tempo, il Val Demone rimane alla fame. E il bandito Giangiorgio Lancia, di cui di Blasi dà una descrizione sommaria, è in fondo, con i suoi duecento armati, un esito di tale situazione.

Un male peggiore dal pericolo di contrarre il contagio tenea angustiata in quel tempo quella parte della Sicilia, che dicesi la valle di Demona. Una truppa di ladri la molestava, dimodoché niuna città e terra di quella valle stava sicura. Era capo di questi masnadieri un certo Giangiorgio Lancia, il quale avea sotto i suoi ordini intorno a dugento uomini armati, che ubbidivano ciecamente ai suoi voleri. Era questi un uomo capriccioso, giacché era intento a perseguitare gli usurai ed i ricchi, e quanto loro toglieva lo dispensava a' suoi compagni, e in parte a' poveri. Nel nostro regno è costume di tenersi in ciascheduna valle i capitani d'armi, cui sono assegnati dei soldati, i quali sono in obbligo di girare per la valle loro affidata, affine di tener nette le strade de' ladri, e di render sicuri i viaggi a' passaggieri. Ma il capitano della mentovata valle temea di azzuffarsi col Lancia, che assistito da un considerabile numero di gente lo atterriva, e perciò si astenea di fare il suo dovere nei luoghi, ove sapea, che costoro si ritrovavano. Volendo adunque il conte di Olivares, cui arrivavano i continui ricorsi di quelle contrade, dar riparo a questo male, e render sicuri i viaggiatori in questa valle, destinò un vicario generale, che incaricò di perseguitare questi fuorusciti, dandogli ogni potere di usare qualunque rigore per estirparli, e l'elezione cadde nella persona di Francesco Moncada principe di Paternò.

Era questi uno dei più ragguardevoli baroni del nostro regno, il quale avendo un numeroso vassallaggio, che gli ubbidiva, potea agevolmente riuscire a liberar la Sicilia da questi importuni disturbatori della pubblica quiete. Egli volentieri accettò questa onorifica incombenza, che gli dava il mezzo di rendere un singolar servigio alla corona, e di assicurare la tranquillità di quella valle, e di tutta l'isola ancora. Volle però, che precedesse un dispaccio viceregio, con cui si accordava lo indulto ed il perdono a colui, che ucciso avesse uno dei compagni del Lancia. Questa utile provvidenza produsse il desiato effetto. Nacque la diffidenza fra quei ladri, e temendo ciascheduno che il suo compagno per salvare la vita, ed ottenerne il perdono, non lo uccidesse; si guardavano non più come compagni ed amici, ma come nemici. Ciò apportò la divisione fra loro, e si divisero in piccole partite. Allora riuscì al principe di Paternò di attaccarli, divisi com'erano, e di disfarli a poco a poco. Non si tenne più sicuro il Lancia, vedendosi abbandonato da' suoi, e perciò volendo salvar la vita, s'imbarcò, ed andossene a Napoli. Coloro, che caddero in potere del principe di Paternò, furono severamente puniti, e perciò restò libera quella valle e tutta la Sicilia da' loro ladronecci. Restava solo il Lancia, ma a buona sorte costui tradito in Napoli da un suo amico, fu scoperto, e ben custodito fu mandato in Messina. Il conte di Olivares, volendo dare un esemplare gastigo, ordinò una pena, che fa orrore, e volle, che costui vivo fosse colle braccia, e colle gambe stese legato a quattro galee, le quali ad un dato segno scostandosi, nel distaccarsi, lo squartassero in quattro parti.

 

[Provvedimenti del viceré Ossuna]

Pietro Giron duca di Ossuna eletto viceré, venne subito in Napoli, e dopo essersi trattenuto qualche tempo, passò a Messina per eseguire gli ordini ricevuto dal re cattolico. Fece egli in detta città la sua entrata sullo spirare del mese di marzo 1611, e tosto ordinò, che fossero liberati i senatori ed il sindaco dalle carceri del castello di Milazzo, e spedì in Palermo un messo, perché anche fosse posto in libertà il giudice, e restituì tutti questi condannati dal cardinale nei loro posti. Eseguita la real commessione, si dispose a portarsi in Palermo e partì. Fece il viaggio per terra fino a Termini, dove fe' venire le galee, ed imbarcatosi venne a Palermo, dove giunse al primo del seguente aprile. Era quel giorno appunto un dì di lutto, giacché era il venerdì santo, essendo caduta la Pasqua in quell'anno a' 3 del detto mese, e perciò si sospese l'entrata, che cadde nel seguente sabato santo. Fu questa funzione eseguita giusta il loro solito. Smontò egli allora alla Garita, e montato a cavallo, che ben bardato gli avea regalato la città, passeggiò per la via di Toledo, assistito alla destra dal principe di Castelvetrano, e alla sinistra dal pretore conte di Buscemi, accompagnandolo, e facendogli corte i senatori, la nobiltà ed i magistrati, portossi alla cattedrale, ed ivi prese il solenne possesso. La marchesa sua moglie corteggiata dalle dame recossi al regio palazzo, dove venne, dopo il preso possesso, il viceré suo sposo.

Trovò egli il regno nel più grande disordine. La bacchettoneria, cui si era dato negli ultimi mesi del suo viceregnato il suo predecessore marchese di Vigliena, avea introdotto un'anarchia perniciosissima. I nobili profondendo i danari ai familiari, che nell'indolenza del Vigliena avevano nelle mani le redini del governo, aveano acquistata una indipendenza, per cui ogni cosa diveniva loro lecita. Sotto l'ombra della loro protezione i ladri della città e della campagna commettevano impunemente dei furti e degli omicidii. Ciò però, che atterriva, era il prodigioso numero dei sicarii sparsi in tutta l'isola. Costoro per poco denaro n'erano gl'istrumenti. Se alcuno volea disfarsi del suo nemico, con poca moneta guadagnando un sicario, ne venia tosto a capo. Quando poi uno di questi scellerati cadea nelle mani della giustizia, trovava tanti protettori, che s'impegnavano a fare svolazzare il processo, che talvolta ne sortiva innocente, ed al più era condannato ad una lieve pena. Raccontansi alcuni vizii più orrendi, che regnavano per tutta la Sicilia, che la verecondia non soffre, che sieno svelati

Ad estirpare tanti disordini, e metter freno a tanti vizii e delitti, che teneano afflitta la Sicilia, abbisognava un governante severo amministratore della giustizia e pronto. Tale per sorte fu trovato il duca di Ossuna, il quale quantunque fosse giovane dell'età non più di anni trentuno, era nondimeno ornato di una maturità, che superava ogni aspettazione, e sembrava incallito nella esperienza dei governi. Era poi coraggioso, né si sgomentava alla vista degli ostacoli, che affrontava volentieri per far argine ai delitti. Appena erano scorsi cinque giorni del suo possesso, che con sorpresa si vide la capitale scevra di vagabondi e di malandrini, che aveano fino allora passeggiato per le strade di essa, essendo stati carcerati, e nel dì 8 di aprile ebbero lo sfratto intorno a quaranta persone, alle quali fu prescritto il termine di 15 giorni a partire. Promulgò poi a' 14 dello stesso mese un bando, con cui vietò qualunque sorta di armi, prescrivendo a' birri e agl'inferiori ministri, che trovando alcuno armato, senza formargli altro processo, lo menassero tosto alle galee quando non costasse la di lui buona vita, o non fosse un nobile.

Questa sollecita giustizia esercitata in pochissimi giorni e queste provvidenze date in un fiato, siccome in breve arrecarono la tranquillità alla Sicilia, così atterrirono gli abitanti, che prevedevano un aspro e duro governo. Non avea egli riguardo a persona, qualora la vedea delinquente. Ne diè egli una pruova nel gastigo dato all'intero senato. Era accaduto un fallimento nella tavola, ossia banco della città di Palermo. Un certo Francesco Gatti si era impossessato di somme ingenti dell'erario pubblico, e se n'era fuggito. Considerando il duca di Ossuna, che questo fallimento era accaduto per trascuraggine dei senatori, i quali invece di cercare, che il danaro della città stesse riposto nel tesoro pubblico, aveano lasciata quantità del medesimo in potere di costui, terminato il tempo della loro amministrazione, intimò al conte di Buscemi pretore e a tutti i senatori, che si presentassero carcerati nel castello di Termini, finché non avessero trovato il fuggitivo Gatti vivo o morto, e se mai non eseguivano questo suo comando, nel termine di otto giorni loro minacciò lo sfratto dal regno per quattro anni. Questa severa intimazione fu un antidoto salutare, e prima che spirassero i giorni prescritti, ebbero il pretore ed i senatori in potere il ladro cassiero, ed avendolo consegnato restarono sprigionati .

 

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