Angelo Dezio

Matteo Di Martino

Angelo Russello

Francesco Aiello

12 dicembre 2002

I Dezio comandano a Vittoria

Il passato, gli affari, il controllo sulla politica

 

Nell'intrico degli interessi vittoriesi, in particolare negli scambi fra le economie più mosse e il palazzo municipale, l'architetto Angelo Dezio costituisce, con sempre maggiore evidenza, un dominatore della scena. Da quasi un quindicennio conduce il primo studio tecnico in città per volume d'affari. Dalla metà degli anni novanta svolge l'attività di palazzinaro, con esiti avvolgenti, senza che disdegni gli impieghi nei terreni, nelle serre, negli allevamenti, nell'ingrosso ortofrutticolo e floricolo, nell'indotto. Nella gestione di tali aziende si avvale della sua ampia famiglia, che gli fornisce, quando è opportuno, le titolarità. Fanno capo a lui imprese di varia intestazione: Busacca, Caggia, Di Vita, Corbino. Dalla metà degli anni novanta Dezio è consulente del sindaco in materia urbanistica. Dal 2001 è presidente del Vittoria Calcio, militante in quarta serie. Tutto questo richiama evidentemente una elaborazione complessa del potere, che, nel caso in esame, mosso appunto dal binomio affari-politica, reca una maturazione di decenni.

Di famiglia non abbiente, negli anni settanta Angelo Dezio fa tirocinio da geometra presso lo studio di tale Musica, legato all'andreottiano Vincenzo Giummarra, già presidente della Regione e della Sicilcassa. Ma il "praticante" possiede ambizione e idee. Decide quindi di riprendere gli studi, fino a laurearsi a Palermo in architettura. E da tale posizione, intorno alla metà degli anni ottanta, azzarda favorevolmente la scalata. Comprende che il primo affare in città è l'abusivismo, e, da tempo nella cerchia di Aiello, riesce ad avocare a sé una parte cospicua delle pratiche di sanatoria. La voce corrente è che con la sua "mediazione" si passa e si guadagna. E, mentre la città delle serre vive la più rutilante stagione di mafia, fra il 1989 e il '90, tale garanzia non esclude i boss in affari. Dezio è il tecnico di fiducia dei fratelli Matteo e Carmelo Di Martino quando costoro organizzano un ampio giro estorsivo alle porte dell'ortomercato. In particolare, facilita l'iter di sanatoria dei capannoni abusivi da cui si dipana il racket, tanto avvertito in città quanto coperto, e segnalato addirittura nel dossier su Vittoria di Domenico Sica, datato ottobre 1989.

L'intraprendenza di Dezio è in realtà funzionale. Nel mezzo degli anni novanta, quando Francesco Aiello ritorna sindaco, l'architetto viene cooptato nell'ufficialità, e lo sarà senza soluzione negli anni a venire, quale consulente della giunta sulla materia urbanistica e sull'abusivismo. Si tratta di una smaccata anomalia, dal momento che la medesima persona si trova a ricoprire due ruoli che, per definizione, dovrebbero essere distinti: da un lato, per conto dell'amministrazione pubblica, dovrebbe riparare i danni dell'edilizia abusiva, dall'altro, nel privato del suo studio, istruisce e agevola le pratiche di sanatoria. In altre parole, è a un tempo parte e controparte. Il risultato è significativo: l'ottanta per cento delle richieste, come dire l'intero affare dell'abusivismo, finisce nelle mani dell'architetto. L'affare si regge evidentemente su precise logiche "impositive", abilmente dissolte nella liceità dell'onorario. Ma la magistratura, la prefettura del tempo, gli organi investigativi stanno altrove.

In sostanza pagano tutti: la povera gente che ha costruito per necessità, il ceto medio e i nuovi ricchi che hanno mortificato la Riviera Gela, i palazzinari, gli speculatori dei suoli, i boss. Ed è possibile che una parte di tali proventi s'incanali verso le sponde politiche che sono congeniali all'architetto, sotto forma di contributi o altro. Ma pure su tale linea le indagini della procura di Agostino Fera stanno a zero. Quel torrente di denaro muta in ogni caso i destini della famiglia Dezio. Il fratello Salvatore compartecipa alle iniziative, dimostrandosi un oculato amministratore delle proprietà. L'altro fratello, Giuseppe, si adatta al ruolo di politico: con puntualità si trova eletto infatti al consiglio municipale e alla Provincia. Pure il cognato, l'ingegnere Corbino, partecipa convinto all'impresa, e avanza professionalmente, mentre gioca la sua parte dentro la Commissione edilizia, che per forza di cose soggiace all'architetto-consulente.

Il sistema Dezio, coperto a tutti i livelli, costituisce in realtà una importante garanzia per chiunque voglia correggere i confini dei propri affari. E il nesso solidale con una certa imprenditoria esterna, che dagli ultimi anni ottanta ha trovato a Vittoria l'humus "giusto", ne è il risvolto naturale. I primi a integrarsi sono il bagherese Rosario Purpura, titolare della ditta "Alesa Costruzioni", Calogero e Lillo Bruccoleri di Favara, Angelo e Fabrizio Russello di Gela, i titolari della cooperativa CELI di Santa Ninfa. In quei frangenti, tutti risultano sospettati di mafia. Alcuni hanno subìto processi importanti. Qualcuno è stato condannato. Ma tali trascorsi finiscono con l'essere addirittura d'aiuto nell'Ippari più ruggente. Auspici l'architetto e l'ex contrabbandiere Salvatore Di Natale, pure lui partecipe alla cordata vittoriese, i Bruccoleri riescono ad aggiudicarsi appalti miliardari per l'escavazione del porto di Scoglitti, mentre i Russello, la cooperativa CELI e Rosario Purpura beneficiano di varianti di piano perché possano costruire in zone tradizionalmente vincolate. Ovviamente, ogni parte in gioco, pubblica e privata, trae il suo corrispettivo.

Troppo accorto perché si lasci sorprendere dagli eventi, Angelo Dezio si porta comunque oltre. La vena aurifera dell'abusivismo, le generose parcelle, le mediazioni, gli scambi con gli amici locali ed esterni, gli hanno consentito accumuli d'eccezione, espressi e no, che in qualche modo deve collocare. Dal 1996, e con maggiore impegno negli ultimi anni novanta, comincia in effetti a diversificare le puntate, a partire proprio dall'edilizia, facendo buon uso della posizione di consulente municipale, che nella fattispecie lo rende insieme controllore e controllato, e dei suoi agganci sostanziali con il Genio Civile e l'Ispettorato Agrario di Ragusa. In sostanza, il protagonismo dell'architetto e degli amici alimenta quanto basta il sistema, imprimendo uno stile. Aumentano quindi le adesioni interne e forestiere, mentre, sotto la sferza misurata della DDA catanese, viene a trovarsi fuori campo una certa imprenditoria di "sostegno", partita dal contrabbando dei tabacchi: quella cioè dei Salvatore Di Natale, Pasquale Pizzimenti, Matteo e Carmelo Di Martino.

Dalla prospettiva interna si trovano "promossi" Giovanni Tomasi, che dalla Nuova Linea Verde può allargarsi alle attività edilizie e alberghiere, i costruttori Iapichino, il commerciante di macchine agricole Mario Sciacco e i figli, che si ritrovano proprietari di un lussuoso hotel in via Castelfidardo, grazie a una variante nel piano regolatore, ovviamente pattuita. Mentre si fa ancora più labile il confine fra il bene pubblico e il tornaconto personale, Dezio è ormai la chiave per passare a tutti i livelli. Se ne rendono conto i fratelli Gambina, titolari di una struttura commerciale abusiva nel centro di piazza Dante Alighieri. Tramite lo studio tecnico di Tiziano Scollo, il 14 dicembre 1998 presentano una istanza di regolarizzazione e allargamento dell'impianto, con esito negativo. Passati allo studio tecnico di Dezio, la medesima domanda, presentata il 30 novembre 1999, viene invece sollecitamente accolta. Il malanimo che va insinuandosi nella vita pubblica, nell'occasione si traduce tuttavia in un gesto significativo. Il presidente della Commissione urbanistica, Giambattista Rocca, è rimasto fermo nel suo no al progetto. Sentitosi quindi soverchiato e offeso, si dimette.

Come si diceva, pure dalla prospettiva esterna si colgono fermenti. Cresce l'attenzione di Carmelo Patti, patron di Valtur, già presente nell'Ippari con un centro-vacanze, e recante punti di contatto con il Tomasi dell'ortofrutta, amministratore dell'hotel "Opera" di Scoglitti. In cordata con altri, va in avanscoperta l'ennese Anselmo Crisafulli, sollecitato da una possibile svendita della fiera Emaia, dopo oltre trent'anni di gestione municipale. Si aggiorna infine, cosa non trascurabile per Dezio, il patto con gli imprenditori di prima, a onta delle complicazioni giudiziarie. Il 6 febbraio 2001 Angelo e Fabrizio Russello vengono arrestati, per appalti truccati a Gela, con l'aggravante del 416 bis. Ma a Vittoria insistono a fabbricare senza noie, mentre mantengono le loro posizioni nelle opere portuali di Scoglitti, a partire dall'escavazione, che notoriamente, per come viene condotta, è soggetta a non finire mai. In realtà, nel circolo d'affari più esclusivo della città, tutto è rigidamente combinato. Non si può quindi rinunziare al dare-avere di Rosario Purpura, dei Russello, dei Bruccoleri, senza che si scompensi il gioco.

Evidentemente, con l'accorta regia dei Dezio, condivisa quanto basta dal sindaco, il patto, retto per anni dalla provvisorietà, assume un tono strategico, con cui debbono fare i conti le realtà economiche che bussano a Vittoria, al pari di quelle che vi dimorano da decenni. Sta mutando per ciò stesso lo scenario. A onta dei cospicui patrimoni, il centro partita non appartiene più alle note famiglie palermitane e trapanesi che dagli anni sessanta agli ottanta si sono insediate fra Vittoria e Acate. Gli assassinii del bagherese Filippo Aiello e del fattore del barone palermitano Arone di Valentino, avvenuti rispettivamente nel 1999 e nell'anno successivo, di là dalle paternità e dai moventi, sono segno di una vulnerabilità che un quindicennio prima sarebbe stata inconcepibile. Non è possibile parlare beninteso di vincitori e vinti. La parola d'ordine di Dezio e dei suoi amici rimane tuttavia quella di accordarsi. E l'influenza obliqua che i fratelli Giudice, già prossimi ai Salvo di Salemi, possono esercitare sulla giunta Aiello, attraverso il cognato Salvatore Avola, assessore ai Lavori Pubblici e titolare del secondo studio tecnico di Vittoria per affari, potrebbe dare conto di un complesso riordino delle sintonie.

In tale scenario, turbinoso ma regolato con puntiglio, prende forma un affare fra i più significativi degli ultimi anni, recante al centro Rosario Purpura. Alla fine del 2001, in favore dell'Alesa Costruzioni, di cui il bagherese è titolare, viene approvata e inserita nel piano regolatore una lottizzazione di settantamila mq. a ridosso dell'ortomercato, in zona D, a destinazione artigianale. Il terreno è stato acquistato da tale Denno De Sanctis, ex direttore dell'ispettorato agrario di Ragusa. Lo scopo è quello di farne un centro di condizionamento per i prodotti ortofrutticoli. Come è consuetudine, si tratta di un affare concertato, cui partecipano, con Angelo Dezio, che ne è il regista, gli studi tecnici più movimentati della città. Si aprono però delle lesioni, che portano la Vittoria più pacata a interrogarsi ad alta voce. Denunzie non più anonime pervengono all'Antimafia, alla DDA etnea, al prefetto Sandro Calvosa, mentre viene accortamente evitata la procura di Ragusa.

Le cose evolvono ancora. Mentre si dispongono le tattiche per le amministrative, Angelo Dezio assume la presidenza del Vittoria Calcio. Viene così a occupare il posto che fu di Pasquale Pizzimenti, Francesco D'Agosta, Giambattista Molè, quando costoro erano imprenditori in auge. E la cosa reca un suo significato. L'organizzazione del tifo aiuta a riunire, acquistare consenso, tastare il territorio, disponendolo al controllo. In una logica più contenuta, ma non meno importante, l'architetto mira in sostanza ad accordare le consorterie della città, mentre interloquisce, tramite Aiello, con i quartieri popolari, vecchi e nuovi. Offre del resto delle garanzie. Di là dai risultati sportivi, che appaiono problematici, sa trattare nella borsa dei giocatori, sa contare in campo, forte della sua posizione, sa promuovere, è in grado di introdurre gli "amici" imprenditori. Il Vittoria Calcio partecipa dunque a pieno titolo al processo "innovativo" in atto, mentre può offrire un asilo laterale agli impieghi d'avventura.

La macchina vittoriese giunge allo snodo nel maggio 2002, quando cadono le elezioni municipali. La terza proposta a sindaco di Francesco Aiello, inidoneo a recedere dalla sua nozione del comando, non viene a caso. Quando si spegne la candidatura dell'architetto, che avrebbe potuto ricalcare, dal versante opposto, la logica lineare dei Minardo modicani, viene impedito che il gioco passi di mano. Si tratta di fermare, anzitutto, l'impeto di ritorno dell'ex sindaco Paolo Monello, in auge negli anni ottanta, e di altri ex amministratori, come Angelo Curciullo, invisi ai Dezio e ai loro amici. Ad arte si moltiplicano allora le candidature di contrasto, perché alla fine si trovino rimosse tutte. E il gioco, ancora una volta, è fatto. Monello rimane fuori campo. Con un'abile assunzione d'impegni, in tutte le direzioni, l'asse affaristico regge all'urto del centro-destra, non sufficientemente motivato. Aiello rimane sindaco ma, giocoforza consenziente, sempre più si trova soverchiato dalla grande famiglia Dezio, in un passaggio che minaccia risvolti ingovernabili. Consapevole dei possibili rendiconti, il primo cittadino si trova quindi costretto, come non era mai avvenuto, a rinforzare le basi e i contatti esterni. Per tutti, l'orizzonte si rabbuia.

Vinte le elezioni, lo stile e la linea Dezio pervadono la città ufficiale. Il palio, con tutto quel che reca dietro, è l'aspetto più ridondante, ma la sostanza sta ancora nel cemento. L'imperativo che muove l'architetto, con la condivisione necessaria del sindaco e dell'assessore Salvarore Avola, è quello di costruire il più possibile. Occorre rilanciare il sistema Vittoria e a un tempo, perché certi impegni siano mantenuti, rimpinguare le casse comunali prossime al dissesto. Tale logica viene impressa allora al piano regolatore inoltrato alla Regione. Si cerca in particolare di ridurre l'estensione del centro storico, perché cadano alcuni vincoli. E da Palermo giunge l'alt. Il Comitato Regionale Urbanistica nel novembre 2002 emette alcune prescrizioni, riguardanti appunto il centro cittadino, zona A, e le aree prossime, Cs2 e F9. Ma, Dezio in testa, la giunta Aiello insorge, con i toni corruschi della tradizione, giudicando tali divieti limitativi dell'attività edilizia. La verità in fondo, alleggerita però dai retroscena.

La tensione che traversa i partiti finisce comunque con il rischiarare il gioco. Angelo Dezio, che rimane ufficialmente il consulente per la materia urbanistica, attore quindi di due parti contrapposte, può beneficiare, più che in passato, d'una rosa governabile. Conferiti i Lavori Pubblici all'ingegnere Avola, di cui s'è detto, la delega al Territorio viene assunta dal geometra Caldarera, recante sulla materia analogo concetto, per tradizione familiare. Si trova promosso in giunta l'ex socialista Nunzio Lena, recante alle spalle una condanna patteggiata di dodici mesi di carcere, per corruzione. La delega a Scoglitti resta saldamente nelle mani di Pasquale Ferrara, risorto finanziariamente negli ultimi anni, non si sa come, dopo un decennio burrascoso. L'assessorato allo sport viene assunto da Luigi Marchi, già di Forza Italia, disinvolto quanto basta nella scelta di campo, a dire della veemenza con cui conduce il palio. E al riguardo un fatto appare sintomatico: in una sua conferenza stampa del 25 ottobre, trasmessa da una emittente locale, si scorge in prima fila un noto boss vittoriese, organizzatore di combattimenti fra animali.

Ciò malgrado, come è consuetudine, si ostenta legalità, si inscena la farsa del martirio, mentre si leva l'invettiva, anch'essa da copione, contro i "nemici" della città. Venuti meno gli equilibri fra gli schieramenti, si teme in realtà che la costruzione si scompensi del tutto, rovinando al suolo, sotto la pressione dell'opinione pubblica, delle istituzioni antimafia, di alcuni uffici giudiziari. Si teme che la parola passi, stavolta risolutivamente, al Viminale. I Dezio-Aiello sanno che non esistono più le garanzie del '92-'93, quando prono sulla polvere finì un prefetto, in solitudine. Si succedono allora le imboscate. Più che in passato si usa l'arma della ritorsione. Si fa di tutto per indurre alle dimissioni il presidente della Commissione regionale antimafia, vittoriese, non perché dello schieramento opposto, ma per liberarsi di un possibile, pericoloso testimone. Il contenzioso recente sul porto di Scoglitti ne dà l'occasione. Lo scalo marittimo è del resto la parte più scoperta della greppia vittoriese, per tutto quello che reca impresso e racconta: l'insabbiamento mai risolto, i piloni che si sfaldano, le voragini che s'aprono nella panchina, le parti appaltate e mai realizzate, la sabbia e la ghiaia al posto del ferro e del cemento. Il tutto mai venuto all'evidenza giudiziaria.

Carlo Ruta

 

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