Dominique Vivant Denon a Palermo

Dominique Vivant Denon nasce a Chalon-sur-Saône nel 1747. Dopo gli studi di diritto all'università di Parigi diviene il maestro incisore di Madame de Pompadour e, con i favori di Luigi XV, intraprende la carriera diplomatica. S'interessa al contempo di teatro, firmando una pièce di ispirazione roussoviana, Julie ou le bon père, che viene rappresentata nel 1769 senza alcun successo. Nel 1778 viene inviato in Sicilia con il compito di stendere un resoconto sulle antichità dell'isola. L'escursione dura circa sei mesi, da maggio a ottobre, interrotta da un breve viaggio a Malta, dal 4 al 17 settembre, e da una quarantena di ventotto giorni a Siracusa. Sono con lui uno stuolo di paesisti francesi, fra cui Despres, Cassas e Châtelet. Nel 1779 è segretario d'ambasciata a Napoli. Dal 1781 al 1786, sulla scorta delle indicazioni contenute nella relazione, Richard Saint-Non dà alle stampe il Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de Sicile, in cinque volumi in-folio. Il diario viene pubblicato invece nel 1788, con il titolo Voyage en Sicile. Nel 1798 Denon partecipa con Napoleone alla spedizione d'Egitto, da cui trae il Voyage dans la Basse et la Haute Egypte, che viene dato alle stampe nel 1802, con successo. Viene nominato poi direttore generale dei musei di Francia. Nel 1811 viene inviato in Italia per esaminare i fondi d'arte costituiti dopo la soppressione dei conventi, sancita dai decreti napoleonici del 1810. Muore nel 1825.

Il brano che segue è tratto dal Voyage en Sicile del 1788.

Carlo Ruta

 

   


Palermo

Vista da questo lato, la città di Palermo, non si presenta sotto la sua luce migliore. Costruita su di un terreno che non ha altro movimento se non un lieve avvallamento nella parte centrale, le case, viste dall'esterno, non si distaccano le une dalle altre; lo stesso vale anche per l'insieme del sito che, svolgendosi su di una piattaforma di livello costante, viene annientato dalle montagne scoscese che lo circondano e sembrano toccare le mura della città.
La città moderna è completamente diversa da quella che fu un tempo: dell'antica Panormo non rimane che il sito che era diviso in tre parti. Quella centrale, la più antica, fu chiamata dai Greci Panormo, totus Portus, cioè porto di tutte le nazioni. Era una penisola, formata da un lato dal mare che penetrava profondamente nelle terre, attraverso un canale che va da oriente a ponente e bagna le mura della città. A nord il fiume "Orethe" [Oreto] scorre nella medesima direzione e la circonda dalla parte di mezzogiorno. Al di là del fiume, era stato costruito un sobborgo, denominato Neapolis o città nuova. Questa fu la parte che i Romani circondarono di palizzate, quando, all'epoca della prima guerra punica, la strapparono ai Cartaginesi (anno di Roma 502). Appena si furono impadroniti di una torre che chiudeva l'accesso al porto della vecchia città, Panormo si arrese senza condizioni. Dall'altra parte della vecchia città, c'è un altro quartiere di cui le fondamenta esistono ancora e si possono vedere e sulle quali sono state costruite le moderne mura. Con una tale sistemazione, l'antica città usufruiva di un porto interno che, attraverso il canale ed il percorso del fiume, poteva accogliere le navi di quel tempo fin nel suo centro e, quasi ovunque, intorno alle mura dell'antica città. Il tempo, i terremoti, le frane hanno man mano colmato questi due canali che si sarebbero poi rivelati inutili, a causa delle nuove costruzioni. Il fiume ha deviato il suo corso, allontanandosi dalla città ed il suo letto è stato colmato così come il canale parallelo, per costruirvi dei fabbricati che, più bassi degli altri, permettono di distinguere ancora, attraverso la sinuosità delle strade che li attraversano, l'antico suolo da quello moderno. Dell'antico porto è rimasta solo una piccola insenatura per accogliervi le barche siciliane ed alcune navi che, comunque, non vi si potrebbero lasciare durante l'inverno, a causa dei venti del nord che le spingerebbero a terra. Questa insenatura, come la stessa Palermo, si trova in fondo ad un gran golfo naturale, delimitato ad oriente dal capo "Zofarano" [Zafarano] e dalla montagna di Catalfano ed a ponente dal monte "Erecta" [Ercta], oggi Monte Pellegrino. Sotto questa montagna è stato creato un molo che fa di Palermo un riparo sicuro per le navi di qualsiasi tonnellaggio. Il territorio della città, situato alle spalle, è notevole, ricco per la natura della sua terra e reso ancor molto più fertile dalla gran quantità di sorgenti che permettono un rigoglioso sviluppo di alberi che danno ombra e frescura. In tutti i tempi questa regione fu coltivata ad alberi. Tito Livio narra che i Romani costruirono tanto più facilmente la palizzata di cui circondarono il quartiere di Neapolis, in quanto la zona era coperta di boschi. Oggi è invece cosparsa di giardini e ville che sono tanto più gradevoli in quanto creano un piacevole contrasto con lo sfondo maestoso del mare o con le vicine scoscese ed aride montagne.
Più si osserva Palermo e sempre più l'abbelliscono i suoi particolari: belle strade, grandi e belle piazze, fontane pubbliche e fontane private fino al quarto piano di ogni casa, chiese splendide e passeggiate deliziose, un'aria pura; una densa popolazione e, tuttavia, una pulizia che non si riscontra in nessun'altra città del regno; un commercio fiorente, benché non raggiunga ancora che la dodicesima parte delle sue possibilità, una gran quantità di nobili dimore ricche e fastose; un clima caldo, delle passioni vive, delle donne gradevoli e dei costumi sibaritici. Tutto questo lascia immaginare se il soggiorno qui non debba essere preferito a quello delle altre città del regno. Vi arrivammo il 2 luglio, due giorni prima della festività di S. Rosalia, donna dell'antica Palermo il cui corpo è stato ritrovato sepolto in una grotta del monte Pellegrino, tra le sepolture e le gigantesche ossa dei Saraceni interrate nello stesso luogo. La sua salma è stata traslata a Palermo, dove non passa giorno o anno che non compia numerosi miracoli: e, senza dubbio, il miracolo maggiore è quello di far muovere, per cinque giorni all'anno, uno dei popoli più indolenti che vi siano in Europa.
Visitammo dapprima la chiesa madre, la matrice, così infatti chiamano le cattedrali in Italia. L'esterno è uno dei più bei monumenti che ci restano del XII secolo, per lo stile e per la perfezione degli infiniti dettagli. È perfettamente conservata e conferisce alla piazza un'aria asiatica che non ho riscontrato in nessun posto, al di fuori dI Bruxelles. Fu costruita da Gualtiero, arcivescovo di Palermo, sotto il regno di Guglielmo II. L'interno non corrisponde all'esterno. Sebbene la pianta sia molto bella, la decorazione presenta una mescolanza di stili che non è piacevole; ogni pilastro, composto da quattro colonne, corte ed accoppiate, sostiene un arco gigantesco, sormontato da un grande attico e completato da un'ossatura di legno. D'altronde, questo interno minaccia di crollare e sta per essere restaurato senza guadagnarvi molto: l'impiego delle stesse colonne che ha già alterato la loro iniziale disposizione, guasterà anche la seconda. Sono troppo
corte per far parte della decorazione principale di un grande edificio e rappresenteranno un elemento discordante in qualsiasi progetto. Tuttavia, poiché sono di granito, e, nell'immaginazione dei Palermitani, di grande pregio, essi vogliono vederle utilizzate ed hanno scelto un progetto per la ricostruzione, in cui queste colonne rappresenteranno un'ingiuria per il nuovo edificio, come per il precedente. A destra del coro si trovano le tombe dei quattro imperatori: sono di una rara bellezza per il materiale impiegato ed anche per lo stile per cui sovente sono state scambiate per antiche. Tutte e quattro sono in porfido rosso e tre di esse di un unico e solo blocco, di una forma somigliante a quella del famoso sepolcro di Agrippa, che si trova alla Rotonda e che, adesso, è stato trasferito in S. Giovanni in Laterano, a Roma. La grandezza e la bellezza di questi blocchi di porfido hanno fatto credere che questi principi avessero sloggiato gli eroi romani, così come Papa Corsini sloggiò Agrippa. Ma come escludere che, nell'undicesimo e dodicesimo secolo, quando il fasto delle sepolture era tornato in auge, questi principi non avessero riportato dalle crociate o fatto venire, con le navi che vi andavano, questi blocchi tagliati in Oriente e che la somiglianza stessa della materiali abbia spinti a far eseguire delle copie, tutt'altro che fedeli, della famosa tomba di Agrippa? Il pessimo gusto della cornice, la differenza nella finitezza ed il cattivo stile delle sculture rivelano il secolo in cui l'opera è stata eseguita. D'altronde, la quarta tomba, con le colonne che sostengono il frontone, che ricopre gli altri due e che sono, anch'essi, dello stesso porfido, è di un gusto che conferma appieno questa idea. Malgrado la spesa del trasporto e del lavoro di questi sarcofagi, c'è da credere che non siano più antichi dei principi che racchiudono. La tomba del re Boemondo, che ha vissuto a Canosa, eseguita nella stessa epoca e nelle medesime circostanze, attesta quanto questi principi si occupassero dell'abbellimento delle loro sepolture.
Molto vicino si trova l'altare del Santo Sacramento, il cui tabernacolo è in lapislazzoli di gran valore. Le sculture del coro sono del "Caggini" [Gagini], meno virtuoso nello scolpire figure che non bassorilievi in arabesco, che sono di una varietà e di un gusto squisiti. Visitammo le altre innumerevoli chiese, generalmente belle, ed, in particolare, la chiesa di San Giuseppe, ricca e superba. Le sue colonne sono di marmo grigio locale; hanno un'altezza di sessanta piedi e sono ricavate in un solo blocco. Questo marmo, molto comune a Palermo, come il marmo rosso, orna quasi tutti gli edifici della città. L'oratorio di San Filippo è un'opera del tutto moderna e di un gusto molto gradevole; la cappella del Cristo, nella chiesa superiore dello stesso convento, è una ricca collezione di pietre preziose. Parecchie di queste belle chiese sono danneggiate dal rivestimento ad intarsio in marmo, con una sovrabbondanza di ricchezze che sfavillano, stancano la vista e nuocciono al buon gusto che è sempre semplice. La chiesa della casa professa dei Gesuiti ne è un esempio. Ci sono in questa chiesa, nella seconda cappella a destra, due quadri del Monrealese che sono di grande bellezza. A questo pittore che, da solo, rappresenta l'intera scuola siciliana, vanno attribuiti tutti i bei quadri di Palermo e dintorni. Artista abile, si era dapprima formato alla scuola dell'"Espagnolet", poi, avendo conosciuto nel corso dei suoi viaggi il celebre Van Dyck, adottò il genere gentile di questo pittore ed unì la pennellata vigorosa del primo alla grazia ed alla realistica eleganza del secondo. I quadri del secondo periodo sono superiori a quelli del primo e lo fanno considerare uno dei più importanti pittori italiani. Anche la sua figlia era una valente pittrice; esistono numerosi quadri, iniziati da lei, poi terminati dal padre che sono tra i più piacevoli di questo pittore.
Avevo con me numerose lettere di raccomandazione, ma, in un sol giorno appresi che una soltanto serviva per ottenere dai Palermitani tutto quello che uno straniero possa desiderare dalla società. Ero raccomandato al Principe di "Pietre Percia" [Pietraperzia] che volle, anzi pretese che la sua casa fosse mia. Atto, più di chiunque altro, ad istruirmi su tutto quello che potevo desiderare di apprendere sul suo paese, soddisfece ogni mia curiosità, non mi lasciò mai e mi fece partecipare a tutti i piaceri che può offrire una città che, come questa, ben li conosce e ben ne sa godere.
Mi condusse alla "società generale", un genere di club, tenuto magnificamente pur con spese modeste, dalla nobiltà maschile e femminile che vi contribuisce: in tal modo essa può godere della decorosa libertà che la gente onesta gode nella propria casa, senza aver l'imbarazzo di fare o di ricevere gli onori del padrone o della padrona di casa. Qui il Principe mi presentò a tutti i suoi amici che divennero per me altrettante conoscenze.
Le donne sono belle, ma forse ancor più piacevoli, non sembrano aver altra pretesa che quella di voler apparire più attraenti; hanno sufficiente spirito per non dover essere pedanti e dimostrano maggiore curiosità che timidezza; sono accoglienti con gli stranieri, sanno parlare loro e cogliere il loro interesse. Gli uomini, arguti, nobili, fastosi, hanno, nei modi, la disinvoltura propria al nobile mondo cavalleresco. Ci si sposa molto giovani, tanto che, per la maggior parte, i mariti sono ancora dei ragazzi; mi sembrava di vedere i nostri numerosi petits mâitres francesi, tutti occupati dalle livree, dai cani e dai cavalli, ancora meravigliati dal lusso e dal chiasso loro concessi. Le conversazioni che iniziano all'una di notte, il che corrisponde alle nove ore del mese di luglio, terminano verso le quattro o le cinque, cioè un'ora dopo la mezzanotte. Si scende poi alla Marina, passeggiata ideale in riva al mare, dove si dà appuntamento tutta Palermo e dove ci si muove all'ombra e al fresco, dopo le sei pomeridiane. A Palermo non si va mai a letto, prima di aver fatto un giro alla Marina. Sembra si tratti di un posto del tutto privilegiato, di indulgenza plenaria, e che i Siciliani abbiano in suo favore perfino dimenticato il loro stesso carattere, fino a proibirvi l'arrivo delle torce e tutto quello che potrebbe turbare le loro piccole libertà clandestine. Sarebbe alquanto difficile spiegare questo fatto singolare, se non si sapesse che questa usanza, rendendo tutta la gente partecipe del medesimo vantaggio, soffoca i mormorii di tutti coloro, il cui temperamento geloso questo regolamento rappresenta un tormento. Questa passeggiata è dunque avvolta nell'oscurità più misteriosa e rispettata; le persone vi si confondono e vi si sperdono, si cercano, e si ritrovano. Vi si improvvisano cene consumate sul momento come picnic, grazie alla presenza di traiteurs, lungo le mura. Ebbi l'onore di essere ammesso già dalla prima sera, ad uno di questi simpatici trattenimenti e di cenare con la più simpatica delle compagnie di signore e signori: vi ritrovai la stessa libertà nel conversare, fondata sugli stessi principi, una compagnia tanto amena, una spigliatezza tanto generalizzata, che cercavo di distinguere i mariti dagli altri Siciliani, senza potervi riuscire: cominciai allora, a considerare la loro famosa gelosia, fra le cose di cui si parla ancora duecento anni dopo la scomparsa. Ero in questo bell'errore, quando il giorno mi colse e mi meravigliai, alzandomi da tavola, che fossero già le tre e mezzo. Con queste loro abitudini, i Palermitani frodano l'ordine della natura e si fanno illusioni sul loro clima: si alzano a mezzogiorno, allorquando la brezza marina che si alza alle dieci ha già temperato l'ardore del sole e la gran calura che, fino a quell'ora, era soffocante. Poi vanno in giro per i loro affari o i loro piaceri per il Cassaro che è una larga, magnifica strada che attraversa tutta la città da nord a sud e che incrocia un'altra strada, la via nuova, bella come la prima e con la quale suddivide la città in quattro parti. All'incrocio di queste due strade, gli angoli smussati formano una piazza rotonda che è riccamente adornata e dal cui centro si vedono le quattro porte della città, la campagna, le montagne ed il mare. Questa stupefacente veduta della città, la più straordinaria forse che esista nel genere, sarebbe di gran lunga la più bella che ci sia, se la sontuosità dei suoi palazzi fosse di gusto migliore e se queste due strade avessero una maggior larghezza, più proporzionata alla loro lunghezza.
Qui si incontra la popolazione di Palermo, pari per numero a quella di Napoli. Qui si possono vedere un gran numero di persone in carrozza: l'essere trasportati è talmente insito nel gusto dei Palermitani che la carrozza è diventata indispensabile e che questa usanza, unicamente dovuta ad un fatto di piacere in una città così pulita, si è imposta, spesso, a scapito di cose di prima necessità. La nobiltà passeggia dunque per il Cassaro fino alle tre del pomeriggio; dopo fa colazione, poi un concerto pubblico la richiama alla Marina, due ore prima della notte. Torna, poi, il momento destinato al piacere della conversazione cui ho accennato o si va all'opera che rappresenta la sola forma di spettacolo con inizio un'ora dopo la notte e finisce così, come il conversare, a mezzanotte o all'una, ora in cui si ritorna alla Marina, ritornello saliente della giornata. Questa vita, voluttuosa e quotidiana, è disturbata solo dai festeggiamenti per il carnevale che mutano l'ordine dei piaceri per renderli più acuti, dalle due stagioni dedicate alla campagna nei mesi di maggio e di ottobre, ed infine, dalla festa di Santa Rosalia che, ogni volta, fa rinascere nel cuore di tutti il più fervido ed il più garbato sentimento di devoto entusiasmo che abbia mai ispirato. Ma, come succede all'opera, quando i balletti e le feste fanno dimenticare il soggetto principale, anche in questi festeggiamenti capita che si perda di vista Santa Rosalia, da cui si potrebbe fare totale astrazione se, al termine della quinta giornata, dopo la più straordinaria processione, il reliquario di questa Santa non venisse salutato da fuochi che, finalmente, avvertono la popolazione della sua presenza. Un carro, trainato da quaranta muli, porta quaranta suonatori che fanno il maggior rumore possibile. La festa inizia con il passaggio di questo carrozzone, il più alto che si sia mai osato far circolare, il cui coronamento supera le case più alte della città. Parte dalla Marina ed attraversa il Cassaro, dalla porta Felice fino al palazzo del viceré, di fronte al quale si sparano dei fuochi d'artificio e termina con l'illuminazione del Cassaro addobbato, alternativamente, con archi e con fontane. Questa strada lunga circa un miglio, che segue un andamento lievemente concavo, si lascia scorgere per tutta la sua estensione ed offre un magnifico colpo d'occhio. È il popolo in festa che occupa la strada fino a mezzanotte quando subentrano le carrozze della nobiltà. È poprio in questa occasione che si può notare la serietà del popolo siciliano che sa gioire senza alcuna manifestazione esteriore di gioia o di entusiasmo. Si rivolterebbe, forse, se il senato volesse sopprimere questa festa, ma, intanto vi assiste a sangue freddo, senza risate, senza gioia, in un ordine perfetto, senza dover ricorrere alla polizia. Non avvengono tumulti: benché vi assistano, nello stesso luogo, più di centomila anime, non formano veri affollamenti. Notai che, proprio nel modo più naturale, per non darsi reciprocamente fastidio gli abitanti si dividevano la strada, metà per coloro che la scendevano e metà per quelli che la salivano. Sono molto diversi dal nostro popolo che arriva, vuol vedere tutto prima che sia cominciato, tutto quando si incomincia e vuol vedere ancora quando tutto è finito; che non trova pace fino a che l'ultimo lampione è acceso e non può risolversi ad andarsene neanche quando tutto è ormai spento. Qui, invece, quando scocca la mezzanotte, ognuno porta via la propria donna che ha tenuto costantemente sotto braccio e cede tranquillamente il posto alla nobiltà, che subentra con eguale ordine e sfoggia, con un fasto all'italiana, le sue splendide carrozze e le sue livree di gala.
Uno degli spettacoli che scuote maggiormente la flemma dei Siciliani è la corsa dei cavalli che amano con passione. La corsa rappresenta il programma della seconda giornata. Dei ragazzini di appena otto anni montano a pelo e senza staffe, stringendo i cavalli con un forza inimmaginabile. Si svolgono tre corse. Assistetti alla prima, fin dalla partenza che si effettua a porta Felice. I cavalli sono piazzati dietro ad una corda ed è difficile contenere il loro ardore: sapendosi in gara, cercano di cimentarsi e di prevenirsi con una partenza anticipata.
Un senatore su di un palco suona la campana; allora i piccoli jockeys sono issati sui cavalli: sono seduti in avanti, sulle spalle dell'animale, la testa protesa sul collo e le gambe distese lungo le costole in atteggiamento di batterli sui fianchi con gli speroni che sanno usare con estrema abilità. Al secondo rintocco della campana si toglie la corda ed i cavalli partono; un colpo di cannone avverte la popolazione per tutta la lunghezza del percorso che i cavalli sono in corsa. Immediatamente la folla si divide, al momento esatto e quanto basta per lasciare passare i cavalli che fanno quel che possono, non solo per superarsi, ma per contrastare, pregiudicare o ritardare la corsa di quelli che li incalzano o stanno per raggiungerli. Al termine della corsa, un altro senatore aggiudica il premio al vincitore; il ragazzino è portato in trionfo, decorato con un'insegna rappresentante un'aquila che gli si passa al collo, ed applaudito da tutti i suoi tifosi. I cavalli sono forniti da ricchi privati che li hanno nutriti, tutto l'anno, per questo unico giorno e non sono meno emozionati del loro trionfo di quanto non lo sia il piccolo jockey. Tutto questo si svolge nell'antico spirito dei giuochi olimpionici, per il puro amore della vittoria senza che vi sia immischiato, come altrove, il rovinoso gioco delle scommesse. Il senato provvede alla spesa per l'acquisto dei premi che si limita ad una quarantina di once, cioè ad una spesa di venti luigi per le tre corse. La prima si corre con dei cavalli locali, la seconda con delle giumente e la terza, la più veloce, con dei berberi. Questa seconda giornata termina con il ritorno del carro che parte dal palazzo del viceré e ritorna alla Marina, sostando ogni dieci passi, per fare in modo che si possa ascoltare la musica. In queste giornate il carro è illuminato e questo, aggiunto all'illuminazione della strada, sortisce un effetto più trionfale della luce stessa del sole.
Il terzo giorno, il carro passa nuovamente ed incomincia a diventare fastidioso. Quel giorno sembra che lo si faccia partire solo per farlo poi a pezzi nella piazza antistante il suo palazzo. Quella sera, i fuochi di artificio che si sparano alla Marina, l'illuminazione che rivela appieno tutta la bellezza di questa passeggiata e quella del Cassaro e quella delle navi a mare, si uniscono per fare di Palermo una città incantata.
Il quarto giorno, dopo cena, si dà nuovamente e con eguale entusiasmo inizio alla corsa. La sera si può godere del magnifico e stufacente colpo d'occhio che offre la chiesa principale, magicamente decorata ed illuminata. Avendo l'arcivescovo provveduto a farci scortare, potemmo godere appieno e senza noie questo splendido spettacolo. L'interno dell'immensa chiesa è interamente ricoperto da una nuova decorazione, più consona alla festa e potrebbe davvero costituire un modello per tutte le decorazioni del genere. Frange, ghirlande di carta, cartone argentato e brutti pezzettini di specchio formano l'insieme di questa decorazione che è organizzata ed illuminata con tanta arte che è realmente difficile poterne immaginare la magnificenza. Questa architettura senza ombre appare completamente diafana; sull'argento le luci si riflettono come stelle scintillanti; infine, questo splendore è talmente sfavillante che sbalordisce i sensi e presto li stanca.
Il quinto giorno è celebrato da una lunghissima processione che inizia al calar della notte e termina all'una dopo mezzanotte. Qui si vede il gusto dei Palermitani per questi apparati e quanto la loro devozione sia esaltata dall'adorazione che provano per i loro santi. Ogni congrega trasporta il suo, con delle rappresentazioni di alcune scene del nuovo e dell'antico testamento, raffigurate con dei personaggi a grandezza naturale ed anche con dei bambini. I conventi delle monache si occupano del vestiario di queste figure e fanno sempre molta attenzione a vestire ed a pettinare all'ultima moda Giuditta e la Vergine. Queste figure sono trasportate su delle strutture di legno, sorrette a spalla da trenta a trentasei uomini che si gloriano di far avanzare il loro carro più rapidamente degli altri, di fargli fare delle contromarce e delle giravolte, accompagnate da barbare grida di trionfo. Infine giunge santa Rosalia che avanza con maggior lentezza, si impone alla felicità generale, fa inginocchiare il popolo al suo passaggio e chiude la festa.
Questa Santa era cresciuta alla corte del re Ruggero, all'inizio del dodicesimo secolo. Inaspettatamente abbandonò la corte e la regina per andare a vivere in contemplazione, in una grotta umida, sul monte Pellegrino, vicino Palermo. Vi è edificato un convento che ha rovinato la grotta ed è stata fatta, con ingenti spese, una strada per facilitare il pellegri-naggio a questo santuario.
Finiti i festeggiamenti, visitammo i dintorni di Palermo. Andammo al monastero di San Martino, dell'ordine di San Benedetto. Questo convento, eretto tra le montagne, somiglia ad una certosa in un deserto; è situato, invece, a solo otto miglia da Palermo e vi si giunge per una bellissima strada. La costruzione, pur non essendo tuttora completata, né particolarmente bella, è piuttosto importante. Vi si trovano dei particolari interessanti e bei corridoi; vi regnano un ordine imponente, una magnificenza più nobile che fastosa, una naturale cortesia verso gli stranieri che, non appena vi sono indirizzati, sono ricevuti, nutriti, alloggiati per il tempo desiderato e ricevono tutti i riguardi possibili. La gran parte dei monaci proviene dalle più importanti famiglie di Palermo ed il loro tono ed il loro tratto lo confermano. La biblioteca è ricca e ben tenuta. La navata è una delle più semplici e delle più belle che abbia visto in questo campo, i dettagli degli intarsi sono perfetti. Vi incontrammo D. "Blazi" (Blasi). Questo instancabile religioso trascorre la sua vita in ricerche, arricchisce ogni giorno la biblioteca ed ha dato inizio ad un "Museum" che già presenta grande interesse e che diventerà molto importante, grazie all'intelligente attività del suo fondatore. Già ci sono dei bei vasi siciliani, uno tra gli altri, su cui è rappresentata una figura di donna in piedi, davanti ad un sedile che parla con un uomo che porta un bastone; dall'altra parte, la stessa figura di donna tiene in mano una spugna davanti ad una bacinella e lo stesso uomo, nudo, mostra una tessera che dà accesso ai bagni; questo potrebbe indicare l'ospitalità con cui è ricevuto il viaggiatore e l'invito al bagno; indicherebbe, inoltre, che questi vasi servivano a quest'uso e non erano soltanto destinati a quello delle tombe. […]
Vedemmo alcune medaglie greche, un candelabro in marmo alto sei piedi, di bella fattura ed alcune tombe dello stesso genere.
Nella sala che precede la biblioteca si trovano alcuni quadri, tra gli altri, uno del Monrealese che rappresenta un'Annunciazione, quadro estremamente grazioso nello stile e nel colore. Nella chiesa c'è un'altro quadro dello stesso autore, di ispirazione del tutto diversa, ma nettamente superiore: è il più bello che abbia visto del Monrealese e, forse, uno dei più bei quadri che si possa ammirare. Il pittore ha dipinto, sul soffitto di uno dei refettori, Daniele nella fossa dei leoni; forse è la prima volta che una fossa è stata dipinta su di un soffitto, ma il pittore ha brillantemente superato questa difficoltà e, stando con il capo alzato, si vede con la massima naturalezza quanto si dovrebbe aver visto solo a volo di uccello. Quest'affresco e le pitture su tela che si trovano nella chiesa dimostrano che questo artista possedeva perfettamente la tecnica dei vari generi di pittura. Fummo condotti, poi, sul luogo dove i monaci conservano i corpi dopo averli fatti essiccare nella calce spenta: ma questo sistema conserva assai male e le facce appaiono deformate ed orride, con delle smorfie grottesche che si avvicinano maggiormente al ridicolo che al sacro terrore che dovrebbe incutere l'immagine della morte. Lo stesso accade per i corpi conservati nel vasto sotterraneo dei Cappuccini a Palermo dove, quattromila o cinquemila corpi, attaccati per il collo in altrettante nicchie, somigliano a degli impiccati, tutti più grotteschi gli uni degli altri.

 

Prima pagina