Verso gli Iblei

Dal Voyage en Sicile

di Vivant Denon

 

Dominique Vivant Denon nasce a Chalon-sur-Saône nel 1747. Dopo gli studi di diritto all'università di Parigi diviene il maestro incisore di Madame de Pompadour e, con i favori di Luigi XV, intraprende la carriera diplomatica. Nel 1779 è segretario d'ambasciata a Napoli. Nel 1778 viene inviato in Sicilia con il compito di stendere un resoconto sulle antichità dell'isola. Dal 1781 al 1786, sulla scorta delle indicazioni contenute nella relazione, Richard Saint-Non dà alle stampe il Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de Sicile, in cinque volumi in-folio. Il diario viene pubblicato invece nel 1788, a Parigi, con il titolo Voyage in Sicile. Nel 1798 Denon partecipa con Napoleone alla spedizione d'Egitto, da cui trae il Voyage en Egypte, che ottiene un gran successo. Viene nominato poi direttore generale dei Musei di Francia. Il brano è tratto dal Voyage en Sicile. La traduzione dal francese è di Laura Mascoli.

 

Viaggio a Ispica

Tutti mi parlavano delle cave di Ispica e nessuno mi diceva mai di averle viste. Benché sovente ingannato in materia di grotte, non so quale ispirazione venne a tormentare la mia curiosità. Il timore di aver poi dei rimorsi mi fece alla svelta partire un mattino con i miei compagni. Attraversammo la piana di Siracusa che produce attualmente grandi quantità di vino e che è piantata ad olivi antichi quanto l'antica città. In seguito trovammo una campagna pietrosa fino in prossimità del fiume "Casibile" (Cassibile), che scorre in una piccola valle e la rende fertile. A poca distanza dal mare, su di una piccola altura, c'è una brutta masseria, dove alcuni anni fa, si scoprirono le rovine di una casa di campagna; si scavò e furono ritrovati una figura intera di marmo ed un bel busto che il conte "Gaetano" (Gaetani) mandò al re di Napoli. Negli scavi si trovò anche una stanza termale, rivestita di marmo; poi, improvvisamente, come se si fosse addirittura temuto di trovare altro, si ricoprì rapidamente il tutto in modo da non distinguere più nulla di questi scavi che avrebbero potuto essere molto interessanti e far conoscere il gusto dei Greci nella distribuzione delle loro casa di campagna e la loro magnificenza in questo campo. Percorsi tutta la campagna per cercare la via Helorina, che, però, non riuscii a trovare. Tre miglia più lontano, scorgemmo sulle rive del mare dei campi grandi e di un verde tenero e fresco; erano le piantagioni di zucchero del Principe di Monte Leone, il solo che pratichi, per proprio gusto e piacere, questa coltura in Sicilia, dove era nota e praticata dalla più remota antichità e fino al tempo in cui il suolo americano, così adatto a questa pianta, ne fece abbandonare la coltura in tutte le altre parti dell'universo. La pianta è sottile e raggiunge l'altezza di solo sette piedi. Cresce a ciuffi separati, somiglia al giunco per la foglia ed alla canna per il germoglio. I nodi si allontanano gli uni dagli altri, ma mano che il germoglio si allontana dalla terra. Ogni cespo deve essere continuamente bagnato come il riso. Lavorando il terreno, si rialza la terra tutt'intorno alla pianta, ciò che la rinforza, sviluppa le gemme dei primi nodi e produce nuovi polloni. Comincia a crescere nel mese di febbraio e non si raccoglie che nel mese di dicembre ed è poco prima di Natale che si taglia la canna a quattro pollici da terra. Per riprodurre la pianta, si staccano dal ciuffo i giovani germogli che si trapiantano senza radici, come un pezzo di legno che si affondasse nel terreno. Benché le canne non fossero giunte a maturazione perfetta, ne masticammo alcune con piacere. La parte superiore ha un gusto acido che risponde ben poco alla natura della pianta: la si taglia e la si dà agli animali che l'amano molto. Tutta la parte vicina alla terra è legnosa e non ha quasi gusto. Nel fusto della pianta è contenuto, in una sostanza morbida, un liquido mielato e glutinoso, di un gusto gradevole, da cui si ottiene lo zucchero con la macinazione, la cottura e la depurazione. Il fabbricato dove era lavorato lo zucchero era abbandonato e non trovammo nessuno per farci aprire i laboratori. Andammo poi ad Avola, situata a un miglio di distanza, e a sedici da Siracusa. Questa città che, in tempi andati, era costruita su di una montagna, si vantava di essere Hybla major, tanto celebre per il suo miele; ma tante città pretendono di essere Hybla, oppure esistevano tante città dello stesso nome che non si può decidere nulla a questo proposito. Io ne ho trovate tre: questa, "Hybla Megara" (Megara Iblea) vicino a Melilli e Paternò nei pressi dell'Etna. Avola, essendo stata distrutta dal terremoto del 1693, gli abitanti pensarono bene di ricostruirla più comodamente in pianura, su di un territorio fertile, ricco di grani e frutta e, soprattutto di mandorle di cui fanno un notevole commercio. Le case di Avola risentono tuttora della paura del terremoto: sono basse, le strade larghe ed allineate. Cenammo e ripartimmo per Noto, che si trova a solo sei miglia da Avola su di un territorio ricco e ricoperto di alberi. L'antica Noto, capitale della zona che porta questo nome, era costruita a sei miglia dalla nuova, sulla cima di un'arida montagna, ciò che rendeva l'arrivarci penoso e la posizione sgradevole. Fu distrutta da capo a piedi dal medesimo terremoto che rase al suolo Catania, Lentini ed Avola; gli abitanti, come quelli di Avola, spostarono di colpo le loro dimore dove si trovano adesso. La città fu tracciata su di una piattaforma e, come se non ci si dovesse alloggiare che un popolo di preti e di monache, sembra che si sia fatto il progetto di costruire solo chiese e conventi: sono talmente grandi e talmente numerosi che si pensa di non poter vedere nient'altro. Per un'altra stranezza, i ricchi privati hanno lasciato l'ubicazione naturale della città che è esposta all'aria buona per venirsi a costruire i palazzi lungo il pendio della collina, su di un piano inclinato, difficile, scomodo e dove l'aria non è affatto salubre. Si rimpiange qui, come a Catania, che una spesa tanto considerevole e dei materiali così magnifici come quelli che si trovano a Noto vi siano stati impiegati con tanto poco gusto e che una città completamente nuova sia costruita come una vera offesa all'arte, e per giunta in un secolo dove sembra che si facciano tanti sforzi per conoscere e per imitare i buoni modelli dell'architettura semplice, nobile e saggia. Raccomandati dal vescovo di Siracusa, fummo accolti dal suo gran vicario D. Pascale Zapara (Zapalà) che ci dette tutti i ragguagli possibili su Ispica; questo si tradusse nell'aggiungere un altro campiere al campiere che già avevamo e che, l'indomani ci condusse a Rosolini, villaggio distante quattordici miglia. Il notaio del posto al quale eravamo indirizzati aggiunse ai nostri due campieri una guida che doveva raccoglierne un'altra che, in effetti, incontrammo sulla nostra strada e che ci accompagnò per ulteriori sei miglia in mezzo ad una vasta zona deserta, pietrosa ed incolta, dove si vedono solo pochi carrubbi sparsi.

 

Ispica

Nel mezzo di questa vasta distesa che somiglia ad una pianura uniforme, venendo tutto ad un tratto a mancare il terreno, si scopre una vallata profonda, tortuosa, così ricca, tanto abbondante di prodotti quanto il resto è arido. Discendemmo un sentiero rischioso, lungo la roccia a picco che fiancheggia questa vallata, il fondo della quale è a cento piedi più in basso. Qui, una sorgente abbondante bagna dei grandi alberi e scorre in canali tagliati nella roccia; ciò dà a questo luogo situato nella parte più aspra e scottante della Sicilia Meridionale tutta la verzura e la freschezza di certi panorami alpini d'estate. Godevo in pieno del fascino di questa vallata, mentre cercavo ancora di scoprire che cosa avesse di straordinario, quando, esaminando da più vicino, vidi nella parte laterale esposta a mezzogiorno, che era maggiormente sciupata dai cambiamenti del clima, l'interno di un'infinita moltitudine di piccole camere, l'una sull'altra, scavate nella roccia in piani da dieci a dodici piedi. Dubitai un momento che fosse solo effetto della natura della roccia che, a strati più o meno friabili, avesse creato quell'ordine di deterioramento; ma ne fui ben presto dissuaso quando, esaminando più da vicino, ritrovai lo stampo dell'arnese in una pietra della stessa durezza, trovai altrettante porte per altrettante camere, tutte della stessa grandezza, quasi tutte senza comunicazione, con la stessa forma, lo stesso lavoro, le stesse disposizioni e per gli stessi usi. Cercammo nella parte opposta e notammo, osservando più da vicino, che questo lato non era stato meno lavorato ed abitato, ma che verso l'ombra, era meno deteriorato. Si vedevano soltanto le aperture strette delle grotte che servivano loro da entrata e qui, per la maggior parte, erano mascherate dalla loro stessa direzione. Da questa parte trovammo delle camere intere, il vano delle porte conservato, una guida di scorrimento ad ogni lato della cornice, dove gli abitanti facevano probabilmente scivolare delle tavole, l'una sull'altra, e due fori dove veniva posta una traversa per assicurare la chiusura. Ogni vano formava un quadrato con gli angoli smussati, di diciotto piedi di lunghezza su sei di altezza e di larghezza. Di fronte all'ingresso di quelli dei primi piani, ci sono delle specie di nicchie nelle quali è appena accennata una mangiatoia con un anello incastrato per attaccare la vacca; a sinistra della porta, una specie di vasca o di bacino, scavato nel suolo, con un'apertura al di fuori che sembra destinata a dare scolo alle acque; un'altra apertura ad altezza di appoggio, per lasciare entrare la luce e l'aria, quando la porta era chiusa; di fronte uno scavo di alcuni pollici, dove si può pensare che fosse il letto; tutt'intorno ai lati, degli anelli intagliati per attaccare delle capre o sospendervi degli utensili, e dei fori dove, senza dubbio, erano fissati dei sostegni che portavano delle tavole che formavano dei ripiani; dei piccoli incavi di qualche pollice di profondità per appoggiarvi delle lampade o altri piccoli oggetti; in certi altri vani, una specie di credenza nella quale si inserivano dei vasi, e sotto una piccola piattaforma rotonda con intorno un piccolo canale ed uno scarico per le acque; ma tutto questo era talmente consunto ed originariamente tanto mal costruito che è difficile stabilirne l'uso, a meno che non fosse adibito a fare ed a conservare il formaggio.

Queste abitazioni erano senza comunicazione, quantunque fossero, per la maggior parte, separate soltanto da un masso di sei pollici e il piano superiore non avesse un pavimento di maggiore spessore. I piccoli passaggi che portavano alle porte del piano inferiore erano obliqui e nascosti, che a mezzo di scale di corda. Percorsi una lunghezza di tre miglia in questa vallata e trovai sempre le stesse escavazioni, nello stesso ordine e nello stesso contesto. Tuttavia, alcune avevano una seconda camera dietro la prima e altre comunicavano con il piano superiore a mezzo di un'apertura rotonda, come quella di un pozzo, con dei fori che certamente servivano a metterci dei pioli che sostituivano i gradini delle scale. Visitai tutto quello che era alla mia portata e ovunque potessi arrampicarmi, e non riscontrai nessuna differenza. Non una linea diritta, non un angolo a squadra, neanche una volta stretta, né una superficie piana. Fui molto sorpreso di trovare in queste abitazioni così rustiche dei frammenti di vasi di terracotta greci della massima finezza; in fondo alla vallata, delle tombe ricavate in una pietra incavata di cinque piedi e qualche pollice di lunghezza, su quindici pollici di larghezza, e delle ossa pietrificate; una gran quantità di frammenti di vasi di grossa terracotta rossa, un pezzo di marmo bianco, tagliato grossolanamente a forma di piccolo piedistallo per un busto, due piccole aperture quadrate ed una specie di forno di quattro piedi di diametro su quattro piedi e due pollici di altezza, a volta cilindrica, la sola cosa che sia stata fatta con una forma regolare.

Trovai alcuni di questi rifugi ancora abitati, con lo stesso uso per ogni cosa e, negli abitanti, dei caratteri tanto scontrosi quanto il luogo era selvaggio e solitario. I bambini scappavano al mio avvicinare e gridavano disperatamente vedendomi entrare nella capanna del padre, nonostante tutte le dimostrazioni di amicizia che usavo per dar loro un po' di fiducia. Seguendo la vallata, arrivammo a quello che viene chiamato il castello. Esso è ugualmente scavato nella roccia. Si sale al secondo piano con una scala esterna, la sola che esista nella vallata. Tutte le prime stanze sono state aperte dalla caduta della roccia. Se ne possono contare otto in questo stato, delle quali si vede solo il fondo; la quarta doveva servire da cucina. Si vedono i segni del fuoco che vi è stato acceso, ed una specie di piccolo forno e, davanti, dei mortai scavati nella roccia; nell'ottavo locale, un'apertura rotonda che serve da scala; più oltre due piccoli locali chiusi, a forma di corridoio, uno di otto piedi di lunghezza, l'altro di sette; dopo questo, un locale di ventiquattro piedi per nove, con una finestra; e tre altri, in fila, ed allo stesso livello, comunicanti fra di loro; due altri, in una seconda fila, più incassati nella roccia, in comunicazione con quelli che erano loro paralleli; nel penultimo, esiste un foro che scendeva al piano sottostante, ed un altro che comunicava con il piano superiore; non potemmo salirvi, ma, apparentemente, esso aveva la stessa distribuzione.

Si potrebbe, volendo, attribuire dei nomi a ciascuno di questi locali, definirli come camere, anticamere, stanze da letto, alcove, salottini, sale da udienza; ma poiché non vi è ricercatezza maggiore negli uni che negli altri e poiché tutta la differenza consiste nella comunicazione del livello tra i piani superiori e quelli inferiori, penso che si possa ritenere più verosimile che questa dimora, per la sua forma e per la sua ubicazione, dovesse essere l'alloggio del capo della tribù, tribù che doveva essere numerosissima se la si proporziona al numero delle capanne che si trovano in una vallata di otto miglia di superficie; inizia a "Spaca Furno" (Spaccaforno) e termina vicino a Modica. Mi inoltrai ancora nella vallata per più di un miglio, senza trovare alcun cambiamento nella costruzione di questi rifugi, né nel loro ordine né nel loro numero. Poiché non sono affatto dovute al caso, ma sono tutte unicamente opera degli uomini e talmente ravvicinate alla natura non si può fare a meno di pensare che esse risalgono alla più remota antichità e siano forse state fatte dai primi abitanti dell'isola, prima ancora che gli uomini fossero a conoscenza della comodità di una casa e non avessero altra necessità che quella di mettersi al coperto. Il numero infinito di queste capanne non può lasciare alcun dubbio sul fatto che siano state occupate da un popolo estremamente numeroso, esclusivamente di pastori, senza mezzi di difesa, usando, al massimo, e per unica astuzia di guerra, quella di nascondersi, arrampicandosi e, per così dire, incrostandosi nella roccia. La storia ci indica, come primi abitanti della Sicilia, i Lestrigoni, uomini giganteschi, dei quali si ignora l'origine, ed i Sicani venuti dalla Spagna. La storia narra inoltre che i Sicani, disputandosi continuamente le pianure di Lentini e le ricche contrade dell'Etna, furono obbligati a cederle ai Lestrigoni che li scacciarono e li obbligarono ad andare ad occupare la zona del mezzogiorno. Sarebbe dunque nella vallata di Ispica, che è sulla costa meridionale, che i Sicani sarebbero venuti a rifugiarsi, nascondendosi nel deserto, per sfuggire all'inseguimento dei loro giganteschi nemici? Ma fu ben prima di Cocalos e prima del tempo che vi fossero costruite delle città. Il temperamento dell'uomo lo porta ad imitare ciò che ha visto ed a cercare di procurarsi quello che ha già posseduto. Se si mandassero degli Europei in un deserto, vi costruirebbero una città, edificherebbero delle case più o meno simili a quelle nelle quali sono nati, ma non abiterebbero a lungo la tana di un selvaggio.

Se gli abitanti di questi rifugi avessero visto una città qualunque, avrebbero avuto idea di una linea diritta, di un angolo, di una forma regolare ed avrebbero cercato nelle escavazioni le comodità che offrono queste forme stesse. Si può dunque azzardare a far risalire l'epoca nella quale questa valle cominciò ad essere abitata alla più remota antichità, a quando cioè l'isola era abitata soltanto da popoli di pastori o da un popolo soggiogato, senza difesa, costretto a nascondersi per sfuggire ad un vincitore selvaggio o barbaro. In questo caso quelle piccole coppe greche di terracotta ritrovate nelle tombe, quel piccolo piedistallo di marmo, quei particolari forni tagliati in modo regolare sarebbero degli oggetti interessanti e singolari. Allora questi rifugi, abitati dapprima da un popolo intero, sarebbero stati abbandonati per andare a costruire Trinacria, Casmene, Argiro [sic], Enna, Camico ed altre città nel centro dell'isola e sull'alto delle rocce, dove si sa che si erano stabiliti i Sicani e che si difendevano contro i Lestrigoni ed anche contro i greci che occupavano le coste del mare. Di tanto in tanto i greci guerreggiavano con questi popoli che avevano respinto, ma non vinto; ciò che potrebbe provare che le colonie greche in Sicilia, come le nostre in America e in Asia, miravano maggiormente ad arricchirsi con il commercio che al desiderio di espandersi. Queste prime abitazioni, rimaste vuote, avevano potuto, a più riprese, servire da rifugio sconosciuto, sia nei tempi remoti, sia al tempo dei Greci, sia anche in quello dei Romani, quando dovettero mandare in Sicilia dei forti eserciti durante parecchi anni, contro la rivolta degli schiavi che, dopo aver perduto tutte le città che avevano sollevato, occupavano ancora la campagna, sparivano e riapparivano quando si pensava che fossero sgominati. Questi oscuri rifugi erano atti a procurare loro questi mezzi; sono stati sempre occupati, poiché si trovano tuttora dei pastori che vi vivono, senza mutare nulla della primitiva forma, ne fanno il medesimo uso, sono selvaggi come i primi, vivono di latte, di frutta e di cavoli che coltivano in fondo alla vallata, attaccano le loro vacche e le loro capre negli stessi posti ed agli stessi anelli, si coricano nel medesimo luogo ed hanno la stessa paura di un uomo che indossa un vestito, come avrebbero potuto averla i primi abitanti di un uomo che fosse loro apparso con un aspetto diverso. Quelli di oggi, quando per caso vedono degli stranieri, credono che siano degli stregoni che vengono a cercare tesori. Perciò le nostre guide non lasciarono mai soli i nostri disegnatori, perché l'atto del disegnare sembrava in realtà a questa buona gente una qualche operazione di necromanzia. Ero andato avanti da solo; percorrendo quei luoghi solitari e selvaggi, non potevo impedirmi di fantasticare. La mia immaginazione riandava a quei tempi passati, quando la vallata era abitata da quegli uomini semplici che vivevano del latte del loro gregge e si vestivano con le loro pelli. Li vedevo intenti a mungere le capre, a guidare e a chiudere le greggi in quelle tane, a salire ai piani superiori, carichi dei loro bambini o dei capretti che non volevano lasciare con le madri. Li vedevo seduti nell'erba, prendere i loro pasti sulla sponda di quelle belle sorgenti, senza aver idea di altre necessità, senza desiderare nient'altro di più di quello che la terra offriva al loro sguardo ed alle loro mani. Passando dall'immagine dell'uomo appena uscito dalle mani della natura allo stato attuale dell'uomo, posto al centro delle nostre capitali, capace di fare dei gelati e degli arazzi ed ignorando con che cosa si faccia il pane e in che modo le tavole, confrontando queste abitazioni primitive con quelle delle nostre "petites maîtresses" di Parigi, ammiravo lo spazio immenso che i costumi e le società possono far percorrere all'immaginazione umana, ed il tempo infinito che è occorso per realizzare ogni cambiamento, per creare un bisogno cercando un godimento, e, poco a poco, farsi una necessità del superfluo e di non poter più trovare l'indispensabile pur nel concorso dei prodotti dell'intero universo.

Abbandonandomi così ai miei pensieri, non mi accorgevo né della strada che percorrevo, né del sole che tramontava. Mi ero allontanato dai miei compagni e dovetti affrettarmi a tornare indietro a trovarli. Avevo molto caldo quando rimontai a cavallo; il fresco mi colse nel momento peggiore della giornata, in una zona di aria malsana, ed arrivai a Rosolini con un mal di capo insopportabile. Non dormimmo né gli uni né gli altri.

 

Ritorno a Siracusa

Montai a cavallo con la febbre e un dolore nelle ossa, come se avessi la gotta. Ci incamminammo dalla parte del mare e scendemmo nel ricco vallone, dove scorre il fiume Eloro che lo bagna nell'estate e l'inonda nell'inverno, facendone una delle campagne più fertili della Sicilia; vi trovai l'abituale verità delle descrizioni geografiche di Virgilio. Attraversammo il fiume e vi riscontrammo quattro piedi di acqua anche dopo cinque mesi di siccità, su di un'altura terrazzata, tra l'Eloro e l'Asinaro, dove, dopo tre giorni di marcia ed altrettante sconfitte, gli Ateniesi furono fatti prigionieri dai Siracusani e dove l'armata ateniese, estenuata dalla stanchezza e dalla sete, fu fermata dalle paludi e dove l'infelice Nicia, venendo a sapere della disfatta di Demostene, restituì a Gilippo il suo scudo. Trovammo una colonna in parte distrutta che si ritiene fosse un trofeo innalzato in memoria di questa celebre vittoria. Questo trofeo, costruito nel luogo più in vista, è uno zoccolo quadrato di circa quindici piedi di lunghezza su sette di altezza, sul quale si eleva una specie di colonna senza base né scalanatura, formata da quattro blocchi ad ogni assise che raggiungono ancora un'altezza di quaranta, quarantacinque piedi e la cui sommità è rovinata dalle intemperie ed i terremoti che ne hanno spostato le assise prive di cemento. Immaginavo l'infelice Nicia, questo generale incaricato della più grande spedizione che gli Ateniesi avessero mai intrapreso e che era stato sul punto di vedere coronata la sua reputazione dalla più celebre vittoria: lo vedevo oppresso dalle sventure e dagli anni, con i capelli bianchi, in ginocchio e la testa bassa, rassegnarsi alla vergogna della schiavitù per salvare la vita dei pochi soldati che gli erano rimasti, abbracciando le ginocchia del vincitore e consegnandogli il suo scudo. È risaputo che i Siracusani tenevano in gran conto questa testimonianza della loro vittoria: la prova ne è che innalzarono a Siracusa una colonna ove posero quello scudo, e, nello stesso tempo, elevarono una colonna trionfale (probabilmente quella che esiste tuttora) e che infine ritornarono trionfanti nella loro città liberata, avendo incoronato di fiori perfino i loro cavalli. Consacrarono per sempre il giorno di questa vittoria con dei festeggiamenti che sono stati celebrati di secolo in secolo, anche nel tempo in cui l'origine ed il motivo non erano più conosciuti da nessuno. Non è passato ancora un secolo da quando, il 10 maggio, si innalzava un albero enorme che veniva portato nella grande piazza e che i cittadini accompagnavano con delle palme in mano. Questa cerimonia è stata abolita, ma resta ancora un'usanza bizzarra: per questa data del 10 maggio, ogni cittadino arrestato per debiti viene liberato a condizione che tornerà in prigione alla fine del mese, se, in quell'arco di tempo, non avrà potuto sistemare le sue pendenze; e in quel giorno tutti si rallegrano a Siracusa, senza saperne la ragione. Sarebbe davvero molto singolare che fosse ancora in memoria della sconfitta di Nicia!

Mi trovai ai piedi di questa colonna, accasciato quanto il vecchio generale. Ero sdraiato per terra, mentre i nostri disegnatori ritraevano delle vedute del luogo, allo scopo di riuscire a rendere quest'avvenimento. Non riuscivo più a rialzarmi; dovevamo tornare a Noto, ma la paura di ammalarmi in una casa straniera mi fece prendere la decisione di tornare a Siracusa, dove il trattamento che ricevevo al vescovo Mgr. Alagona mi faceva credere di essere tornato a casa; mi rimanevano, tuttavia, da percorrere trenta miglia. Passammo l'Asinaro ed andammo ad Avola per far rinfrescare i cavalli. La mia testa gonfiava a vista d'occhio; mi buttai su di una panca dalla quale fui rialzato per mettermi sul mio cavallo. Vi ebbi un secondo attacco di febbre dopo il quale non riuscivo più a sostenermi. Le miglia mi parevano eterne e temevo di non arrivare mai a Siracusa dove, tuttavia, la mia cavalcatura mi depose sulla soglia della porta, sfigurato e non potendone più. Mettendomi a letto, ebbi un gran brivido: la violenza di questo attacco mi liberò forse da tutto quanto il mio stato presentava di funesto, poiché, dopo tre giorni, fui in piedi ed a cavallo in condizioni di andarmene.

Il gran vicario della casa di Gargallo, quello stesso che era venuto a soccorrerci durante la quarantena, venne nuovamente ad accompagnarci fino ai confini del territorio di Siracusa. Uscimmo dalla porta di "Trogilon". Traversammo tutto il fondo di questo porto e trovammo, di fronte alla penisola di Tapsos, oggi penisola Magnisi, un monumento che si dice sia stato innalzato in memoria della vittoria di Marcello. Quantunque il tempo abbia rovinato questo monumento e che ogni giorno se ne tolgano delle pietre, vi si distingue tuttora il piedistallo che termina con una gola dritta ed una cimasa. Al di sopra, c'è un piccolo zoccolo o un coronamento che serviva da base ad una colonna; restano soltanto alcuni piedi del fusto di questa colonna, anch'essa talmente danneggiata che ci si deve avvicinare per poterne riconoscere la forma circolare. Siccome non esiste alcuna tradizione su questo monumento e poiché il campo di Marcello, durante l'assedio di Siracusa, era in quella zona, nulla contrasta la supposizione che questo trofeo sia stato innalzato in onore di quell'eroe. La struttura è piena, costruita per assise e senza cemento.

Andammo poi a pranzo nel feudo di "Preodo" [Priolo], dove il nostro caro gran vicario ci fece assaggiare nella sua cantina tutti i vini di Siracusa e ci spiegò come li si differenziava, secondo il modo di trattarli.

Si fanno tre raccolti nella medesima vigna, prelevando di settimana in settimana i grappoli più maturi; il secondo è il più pregiato. Si fa il vino senza far fermentare o pressare l'uva; questo è particolarmente leggero: segue poi un'altra qualità di ammostatura. Si lascia che l'uva appassisca al sole prima di spremerla; questo produce una specie di vin cotto che somiglia molto al vin bianco del Cap. Dopo, unendo il vecchio al nuovo, con le diverse qualità, si può variare all'infinito; ma le due uniche e vere diverse qualità sono il rosso fermentato, chiamato calabrese ed il moscato bianco. Una prova dell'eccellenza di questi vini è che si possono lasciare indifferentemente in una botte come in una bottiglia, pieni a metà o solo per un quarto, senza che cambi o diminuisca affatto la sua qualità.

La piantina della vigna somiglia al nostro "gamé" [sic] e si pota nel medesimo modo: una vite che fuoriesce dalla terra di sei pollici forma come una piccola testa, dove ogni anno si conservano una quantità di polloni che si tagliano, lasciando a ciascuno un germoglio o due e questa pota si fa in gennaio per prevenire la linfa.

 

Melilli

Passammo, in seguito, sotto Melilli, costruita sul monte "Hybla", famoso per la bontà del suo miele. Ho gustato questo miele che non ho trovato buono come quello di Malta e non superiore al nostro di Narbonne. Credo che questa differenza di qualità dipenda dalla poca cura che gli abitanti mettono nel prepararlo. Hanno, tuttavia, molta cura delle api, le portano in montagna d'estate, le scendono in pianura d'inverno, le separano in primavera, invece di aspettare, come si fa da noi, che si separino spontaneamente. Le si tengono in dei panieri di canne, lunghi cinque piedi su sei pollici quadrati di larghezza che si trasportano facilmente e si ammucchiano comodamente in un piccolo spazio, sotto qualche roccia ed in buona esposizione. Forse sono state la fama del suo miele e la sua abbondanza a dare il nome di Melilli a questa città, oppure le piantagioni di mielate canne da zucchero che vi coltivavano e che non vi si coltivano ormai più. La montagna era chiamata "Hybla Megara" per la città di Megara, che vi fu costruita dai Greci di Megara, città dell'Acaia. Questa colonia, cento anni dopo la sua fondazione, fondò a sua volta Selinunte e fu distrutta da Marcello al tempo dell'assedio di Siracusa. La storia narra che Dedalo vi fece scavare una piscina, attraverso la quale il fiume Alabon passava, prima di gettarsi in mare. Eravamo guidati da un abate erudito del paese che ci declamava i passaggi di Tucidide, vedeva Megara ancora nel suo antico splendore, eppure aveva gran difficoltà a trovarvi due pietre l'una sull'altra. Tuttavia vi era una tale quantità di pezzi di mattoni che non potemmo dubitare che là ci fossero state delle costruzioni. Una grande diga moderna trattiene ancora il fiume Alabon, per fare girare un mulino; ma invece di alimentare la piscina di Dedalo, non forma ormai più che delle fetide paludi che provocano l'aria malsana. Comunque, cercando attentamente, trovammo la traccia delle mura della città, che sono demolite fino al livello del suolo e fanno vedere che la città era quadrata e molto piccola, costruita presso una piccola spiaggia, direi addirittura sul bordo del mare. Non potemmo vedere altro che Megara; dirigemmo i nostri passi direttamente su Carlentini, lasciando alla nostra destra Augusta, costruita nel XIII secolo dall'imperatore Federico, dopo la distruzione di Centorbi.

 

Augusta

Augusta è situata su di una penisola in fondo ad un ampio golfo. Vi è stato aggiunto un castello che difende il porto, il più comodo della Sicilia. Oggigiorno i bei bastioni di Siracusa sono stati spogliati della loro artiglieria per portarne la maggior parte ad Augusta: non perché questa artiglieria possa difendere la città e neanche perché possa impedire che vengano presi i suoi cannoni per andare alla conquista di Siracusa; ma forse fu un puro spirito di politica che, di una città guerriera, ne furono fatte due. Del resto, il re di Napoli con le truppe di cui disponeva, difficilmente avrebbe potuto difendere l'entrata del regno di Sicilia e le piazzeforti esistenti sarebbero servite piuttosto a dei ribelli che non a difenderlo validamente contro un nemico potente che l'invadesse.

Seguimmo uno splendido vallone nel quale un fiume, cadendo di pianoro in pianoro, forma ad ogni momento delle cascate fruscianti o dei piccoli laghi tranquilli, oppure, dividendosi, si nasconde, formando dei graziosi ruscelli che producono, oltre la fertilità, un'eterna primavera.

Arrivammo a "Villa Asmondi" (Villasmundo) una borgata nuova, graziosamente costruita su di una montagnetta, formata da un'antica eruzione vulcanica la cui lava è rossastra, spugnosa e meno dura di quella dell'Etna che ne dista sessanta miglia. Lì di notte ci colse e, quasi a tentoni, arrivammo, per una strada molto difficile, a Carlentini, città costruita da Carlo V che volle farne un quartiere generale delle truppe di Sicilia. Questo progetto, però, è rimasto fermo alle mura. Le case sono talmente basse che le strade somigliano tuttora ad un accampamento; tremila abitanti vi vivono in notevole miseria. Avevamo con noi una lettera di raccomandazione dell'arcivescovo di Siracusa per il suo gran vicario che ci fece alloggiare al convento dei Bernardini. L'indomani scendemmo a Lentini.

 

Lentini

Antica, grande ricca e celebre città, fondata dai Calcidesi al tempo stesso di Catania. Questa città, rivale di Siracusa, è ormai ridotta a quattromila cittadini che abitano su di una piccolissima parte delle rovine dell'antica città. L'aria malsana che si respira tutt'intorno impedisce alla popolazione di accrescersi, malgrado che il territorio abbondi in ogni genere di prodotti.

Ebbe i suoi tiranni come Siracusa e fu sempre la sua nemica. Fu patria del celebre retore Gorgias che stupì perfino gli Areniesi con la sua eloquenza e che ottenne da loro la tragica spedizone di Nicia. In seguito, Lentini cadde in potere dei Siracusani. Ieronimo, figlio di Ierone II, l'ultimo tiranno di Siracusa, vi fu assassinato, mentre scendeva dal castello. La posizione di questo castello, la ricchezza del paese fecero sempre di Lentini una piazzaforte importante per i diversi popoli che occuparono la Sicilia. Fu il terremoto del 1693 che finì di distruggerla e la ridusse nello stato di miseria in cui versa attualmente. Mai rovina fu più completa; il suolo sembra addirittura rivoltato e niente può meglio rappresentare il disastro e la devastazione. L'antica città, costruita su quattro colline, non offre più che un suolo squarciato da quattro burroni che scoprono qualche misera grotta, i soli resti che attestino la sua antica situazione. Il castello era eretto su di una roccia isolata opposta alla città, tagliato nella roccia, ritagliato, costruito e ricostruito successivamente e secondo diverse epoche e secondo i vari metodi di assediare e di difendere le piazzeforti. Le rovine che si possono osservare oggi, benché considerevoli, non possono dare la minima idea della sua forma antica. I suoi fossati e le sue trincee dimostrano con ogni evidenza che queste vestigia non risalgono oltre il quattordicesimo secolo. Mi furono mostrate delle figure su pietre e mi si disse che dei "viaggiatori antiquari" le avevano giudicate cartaginesi; ma io non osservai che qualche figura geometrica tracciata da mani maldestre. Ecco tutto quello che ci fu mostrato come antichità: a queste, come al solito, si mescolarono un gran numero di vecchie storie miracolose che fummo obbligati ad ascoltare fino in fondo, visto che uno spaventoso temporale ci impediva di partire.

A tre miglia da Lentini, c'è un immenso lago, chiamato Bivieri, o lago di Lentini, che appartiene al Principe Butera e gli rende trentaseimila libbre di rendita per l'affitto del diritto di pesca che consiste in anguille, tinche e cefali. La caccia vi è sbalorditiva e la si pratica nella maniera più comoda. Tutte le mattine gli uccelli che si trovano al Bivieri passano ai laghi Pantani, situati a qualche miglio di là. Dopo aver comodamente sparato al loro passaggio, si cacciano durante tutto il giorno con delle piccole barche, girando sul lago, e la sera si spara loro al secondo passaggio, quando ritornano dai Pantani al Bivieri. La selvaggina è così abbondante ed anche così varia che ogni mese vi porta delle nuove specie, in modo tale che gli stessi cacciatori ammazzano ogni giorno degli uccelli che neanche conoscono. All'inizio dell'inverno, al momento delle migrazioni, potrebbe essere uno dei soggiorni ideali per uno studioso che volesse completare un gabinetto di storia naturale di uccelli di fiume. Vi ho visto l'uccello cardinale che non si conta neanche più nel numero degli uccelli d'Europa. Il resto del paese non è meno ricco in altre qualità di selvaggina: alle beccacce, alle lepri, si spara finanche nei piccoli giardini di Lentini.

Partimmo dopo cena e scendemmo ben presto nella ricca contrada di Leontinoi, chiamata adesso la piana di Catania che produce abbondante quantità di grano. Questa pianura, di dodici miglia di larghezza su venti di profondità, rappresentava anticamente i campi dei Lestrigoni, divisa e bagnata dal Simeto, il più grande fiume della Sicilia che trasporta con le sue acque una gran quantità di ambra gialla e nera che si va a cercare al punto del suo sbocco nel mare e che poi viene lavorata a Catania. Attraversammo il fiume su di una chiatta. Cercavo la ragione dell'estrema fertilità di questi campi che rendono da dieci a cinquanta volte il seme che vi si semina. Credetti di trovarne la causa nella natura del suolo formato da un terreno grasso, ricco di una gran quantità di ceneri dell'Etna; i sali, rinnovati continuamente dalle esalazioni nitrose di cui l'aria di questi vulcuni è impregnata, rendono produttiva finanche l'atmosfera. Tutti questi elementi aggiunti alla dolcezza del clima ne hanno fatto una terra talmente fertile ed ubertosa che il grano vi cresce naturalmente ed anche selvaggio, ciò che fa credere che proprio in Sicilia si era cominciato a conoscere l'uso di questa pianta. Ne ho raccolto io stesso al mio primo viaggio e mi sono accertato della sua forma e della differenza con il grano che noi conosciamo.

Quello selvaggio non supera i quattro pollici su di uno stelo nodoso che non è né liscio né diritto come quello dell'altro, e che, quando è maturo, si spezza facilmente nel punto dei nodi e lascia fuoriuscire la spiga che normalmente è composta di tre granelli e termina con una barba corta, ruvida e ferma che, invece di mantenersi diritta, come nella spiga dell'altro grano, si mantiene orizzontalmente ed in senso contrario tra di loro. Il chicco è piccolo, lungo e secco, la pellicola è spessa e la parte farinosa è bianchissima ed ha lo stesso sapore della farina dell'altro grano. Sul posto si sostiene che bastano tre anni di coltura per snaturarlo e renderlo tale e quale a quello di cui si fa uso oggi. Tuttavia, quello che mi fa credere che la specie ne sia diversa è che ne ho trovato non solo in terreni pietrosi, ma anche nei campi più abbondanti di messi e sul bordo dei grandi appezzamenti, misto all'altro grano, senza che abbia mutato la sua natura aspra e selvaggia.