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Edmondo
De Amicis. Ricordo della Sicilia
Non
era un viaggio per terre esotiche e lontane, o per lo meno esotica e lontana poteva
apparire la Sicilia, come ora del resto, ai pigri italiani e agli accaldati tedeschi
che in vacanza s'attestano sulle spiagge, subito vicine ai monti e alle città,
e magari sulle coste lacustri del Nord. Era invece un viaggio sentimentale quello
fatto in Sicilia, nella memoria di una permanenza giovanile appena gustata all'indomani
quasi dell'impresa dei Mille, che tuttavia poteva tornare a proporsi pure come
indagine sociologica al modo del suo vero e proprio ultimo libro di viaggio. Peraltro
Sull'oceano (1889) rimontava a circa vent'anni prima, e veniva dopo più
di un decennio di sedentarietà, tuttavia di strenua partecipazione letteraria,
soprattutto di tipo patriottico-pedagogico, seguito agli anni Settanta così
folti di partenze e di arrivi dai più diversi paesi. L'uomo che tornava
in Sicilia nel 1906, non solo non era più il giovane ufficiale del 1865,
ma non era nemmeno lo scrittore dei primi viaggi, o della rivalsa nazionalistica
di Cuore e dell'omaggio "piemontese" alla città che lo aveva
accolto. Nei quarant'anni trascorsi fra il; 1865 e il 1906, vi era stato tempo
per maturare e declinare le due disposizioni che provenivano, l'una, dall'esperienza
della guerra del '66 e dei primi vent'anni di storia unitaria sotto il segno dei
Savoia, memorizzata e affidata al sentimentalismo nazionalistico del Cuore (1886),
l'altra, dall'adesione al socialismo del 1891, dichiarata tra l'altro con libri
socio-pedagogici e con la scrittura di La carrozza di tutti del 1889 e del romanzo
postumo Primo maggio. Natale
Tedesco (dall'introduzione
a Ricordi d'un viaggio in Sicilia di Edmondo De Amicis, Epos, Palermo,
1984).
Da
Messina a Palermo da
Ricordi d'un viaggio in Sicilia di De Amicis
Non avevo più visto la Sicilia da quarant'anni, niente di meno: dall'anno
di grazia 1865, nel quale avevo fatto la mia prima guarnigione, come si dice in
linguaggio militare, nella città di Messina, di dove ero partito col mio
reggimento nell'aprile del 1866 per la guerra contro l'Austria. E fu appunto Messina
la prima città che rividi venendo da Roma: con quale commozione, possono
immaginare tutti coloro che hanno rivisto dopo circa un mezzo secolo una regione
della patria, a cui erano legati dai più cari ricordi della prima giovinezza.
Quali mutamenti in questi quarant'anni! Basta dire che nel 1865 non c'era ancora
in tutta l'isola un chilometro di strada ferrata in servizio. Si stava costruendo
quella da Messina a Catania, e ricordo bene le grida di maraviglia con cui le
contadine messinesi, dai colli circostanti alla città, salutavano le prime
macchine a vapore messe in esperimento sulla linea, lungo la riva del mare. Ora,
venendo dal continente, si attraversa lo stretto senza discendere dai vagori ferroviarii,
che sono trasportati da una riva all'altra sopra un piroscafo. Le piccole città
e i villaggi della costa calabrese si sono ingranditi per modo che formano quasi
una sola enorme macchia biancastra da San Giovanni a Reggio. Messina s'è
innalzata su per i graziosi colli conici che le sorgono da tergo, ed ha allungato
le sue grandi ali bianche lungo il mare fino a perdita d'occhi. La mia antica
piazza d'armi è scomparsa sotto un nuovo quartiere elegante e ridente;
le antiche vie, che già erano ariose e linde, si sono arricchite di botteghe
splendide; le piazze si sono ornate di palme; la luce elettrica brilla da ogni
parte, i tramway percorrono l'interno della città e si spingon fuori fino
al Faro, distante dal centro parecchie miglia; e il movimento della popolazione,
specialmente sulla grande strada della Marina, su cui si stende una lunga schiera
di grandiosi edifizii uniformi, è pari - in apparenza - a quello delle
più popolose e floride città marittime del continente. Eppure
all'apparenza non corrisponde la realtà. La bella Messina, privilegiata
d'una delle più favorevoli situazioni geografiche del mondo, dove due mari
si congiungono, posta quasi a contatto dell'Italia continentale e dotata d'un
vasto e sicuro porto naturale, è piuttosto in decadenza che in via d'incremento.
Singolare destino della città! Una parte della corrente vitale le è
stata detratta dalla vicina Catania, dove sorse un'attività industriale
che a lei manca, e da quella stessa piccola città di San Giovanni, che
le sorge di fronte sulla costa di Calabria, e che non era al tempo della mia giovinezza
che un piccolo villaggio. Un'altra gran cagione di danno le fu la perdita del
privilegio del "porto franco" di cui godeva ancora nei primi anni dell'unificazione
d'Italia. Essa patì inoltre, e forse più d'ogni altra grande città
siciliana, i danni di cui si risentì in generale tutta l'isola dopo il
primo rapido sviluppo di ricchezza seguito al 1860: danni prodotti dalla filossera,
dalla chiusura del mercato francese, dall'aggravamento spropositato delle imposte,
dalla improvvida politica doganale del Governo italiano, tutta rivolta a vantaggio
delle industrie e degli industriali dell'alta Italia e a scapito dell'agricoltura
del mezzogiorno e delle isole. Così è. Con questa malinconica affermazione
ogni cittadino della luminosa Messina interrompe l'inno ammirativo che il viaggiatore
nuovo arrivato scioglie alla bellezza incomparabile della sua città nativa.
Luminosa è l'aggettivo che mi è rimasto nella mente congiunto alla
sua immagine. Come biancheggiava splendidamente fra l'azzurro vivo del mare e
il vivo verde della lussureggiante vegetazione che copre l'anfiteatro dei suoi
colli e dei suoi monti! A traverso l'aria limpidissima apparivano così
vicine le città e le borgate della Calabria da far pensare che il grido
d'un uomo vi dovesse giungere, e la tragica cima d'Aspromonte, - calvario di Garibaldi,
- soprastante a tutte le vette rocciose della catena, mostrava nitida la sua fiera
nudità colorata di viola, dolce e triste come il sorriso dell'Eroe ferito,
che perdonava ai suoi feritori. Da una parte l'orizzonte del mar Jonio, dall'altra
l'orizzonte del mar Tirreno, l'uno turchino carico, l'altro azzurro argentato;
e su quello, al di là di Scilla, ancora la costa calabrese seminata di
villaggi, che si sfuma lontano in un color grigio e rosa chiarissimo, somigliante
a una lunga nuvola immobile. Una veduta immensa, serena, tranquilla. E sul finir
di novembre vi circonda un tepore di primavera, e vi carezza il viso un'aria carica
di profumi confusi d'erbe, di rose, di aranci, della quale ogni soffio vi fa fremere
e sorridere come il bacio d'una donna. Davanti alla giocondità e alla
freschezza di questa città d'aspetto così giovanile, che par sorta
ieri per incanto, quasi vi sembra favola incredibile la sua lunga storia di guerre
atroci e di calamità spaventose. Quale strana e terribile storia di tirannie,
d'assedii, di invasioni, di pesti, di terremoti, dai pirati di Cuma e di Calcide
che la fondarono, alle guerre contro Siracusa, contro Atene, contro Cartagine;
e dai Cartaginesi ai Romani, dai Romani ai Saraceni, dai Saraceni ai Normanni,
agli Spagnuoli, ai Francesi, fino al formidabile bombardamento borbonico del 1848
e all'entrata trionfale di Garibaldi dopo la vittoria di Milazzo! Periodo di libertà
gloriosa e di schiavitù miseranda, epoche di prosperità splendida
come quella della fine del secolo XV, e tempi in cui fu ridotta a poco più
d'un villaggio, come verso la fine del secolo XVII; e una nuova resurrezione nel
secolo passato, e una nuova decadenza nel presente: duemila duecento anni di vita,
una meravigliosa vicenda di distruzioni e di trasformazioni, di catastrofi e di
fortune: unica cosa immutata è rimasta la sua bellezza. Ma non per
questa soltanto ella è attraente ed amabile. I suoi cittadini presentano
i caratteri interessanti delle popolazioni di confine che modificano l'indole
e i costumi proprii sotto l'influenza degli elementi forestieri con cui hanno
più contatti che le altre genti del loro sangue. Nei Messinesi l'indole
isolana appare in certo modo ammorbidita e levigata; l'animo loro si apre più
facilmente con gli stranieri, le loro maniere sono più cerimoniosamente
cortesi, il loro stesso dialetto è più largamente mescolato di vocaboli
e di forme importate e meno sicilianamente accentuato che il dialetto delle altre
popolazioni dell'isola. Un indizio della mescolanza del sangue di questa città
è il numero notevole dei biondi che vi si riscontra. Chi conosce le altre
città siciliane avverte pure che vi è assai meno viva che altrove
quella espressione di curiosità scrutatrice e quasi sospettosa con cui
è generalmente osservato nell'isola il forestiero, che tutti riconoscono
al primo sguardo. E non di meno anche a Messina ciò che colpisce più
fortemente subito l'Italiano del Settentrione, venuto nell'isola per la prima
volta, sono gli occhi dei suoi abitatori. Disse un illustre napoletano che, venendo
per la prima volta nell'alta Italia, gli parve che la gente non avesse occhi:
noi stessi abbiamo una tale impressione ritornando nel nostro paese dal mezzogiorno;
ma ritornando alla Sicilia in particolar modo. Oh quegli occhi siciliani così
profondi, così acutamente scrutatori, così pieni di sentimento e
di pensiero, e pur così misteriosi quando il loro sguardo non è
spiegato dalla parola o animato da una passione determinata, intorno alla quale
non ci possa esser dubbio! Avete già lasciato l'isola, molti ricordi di
luoghi famosi e di spettacoli incantevoli del suo mare e del suo cielo si sono
già confusi nella vostra mente; ma vedete ancora quegli occhi, un balenìo
di pupille oscure come sparse per l'aria, che vi dicono mille cose non ben chiare,
e par che vi leggano nell'anima, senza svelarvi l'anima che fiammeggia in loro.
Sono esse veramente l'espressione visibile della profondità e della complessità
del carattere del siciliano, così difficile a definirsi, così vario
in sé medesimo, e pieno di contraddizioni, di disarmonie e di lacune; per
cui disse uno scrittore dell'isola che il siciliano "pensa e sente come un
arabo, agisce come un greco, concepisce la vita come uno spagnuolo". Strano
carattere, violento e tenace nella passione, debole e mutevole nella volontà,
facile egualmente all'entusiasmo e allo scetticismo, eroico nei suoi impeti generosi
e pazientissimo nelle sue rassegnazioni indolenti; nel quale quel fortissimo sentimento
individuale, che in altri popoli è il più grande propulsore delle
iniziative, produce l'effetto di far curvare l'individuo dinanzi all'individuo,
di far idolatrare la forza, di assoggettare le moltitudini a pochi padroni, di
perpetuare lo spirito del feudalesimo nella politica, nelle amministrazioni, in
tutti i campi della vita pubblica! L'uomo, dotato di facoltà intellettuali
e morali ammirabili, è capace di far miracoli; ma gli uomini, renitenti
all'associazione e ai sacrifici che la concordia impone, sono collettivamente
inetti e infecondi. Un grande errore è però il giudicare il siciliano
dalla collettività, come la maggior parte di noi italiani facciamo. Egli
ha tutto da guadagnare a esser conosciuto individualmente e da vicino. Lavoratore,
ragionatore, padre di famiglia, amico, ospite, egli si rivela tutt'altro uomo
da quel che pare visto di lontano, nella moltitudine. Per questo c'è una
grande diversità nel giudicarlo fra gli italiani del Continente che hanno
vissuto a lungo tempo nell'isola e quelli che non vi hanno mai posto piede o non
vi passarono che come viaggiatori. Questi sono ingiusti. Questi pensieri mi
sorgevano in mente ogni volta che mi soffermavo a guardare lo Stretto nel punto
in cui le due coste sono più vicine. Che c'è di più maraviglioso
di questo fatto? Poco più di tre chilometri di mare, che si attraversano
in trenta minuti, e quel poco d'acqua divide le due terre come un vasto deserto
o come una formidabile barriera di montagne. Passano continuamente quel breve
spazio, con la maggior facilità, migliaia di persone e carichi enormi di
merci; e nello stesso spazio mantiene quasi immutate per secoli diversità
profonde di idee e di costumanze, perpetua ignoranza e pregiudizii reciprocamente
funesti fra un popolo e l'altro, falsa e deforma mostruosamente le notizie dei
fatti, arresta il cammino di grandi fame, ed è causa che uno dei due popoli,
che pure ha con l'altro tanti legami di sangue, d'indole, d'interessi, di storia,
senta in sé un'indomabile tendenza a viver di vita propria, con leggi proprie,
considerando - e non in tutto a torto - come inconciliabili con la sua natura
ed esiziali ai suoi interessi la maggior parte delle istituzioni e delle norme
che reggono la vita pubblica nella terra posta quasi a contatto della sua! Ed
è forse appunto questa uniformità forzata di leggi e d'obblighi,
su cui si fondarono per tanto tempo tutte le migliori speranze del suo risorgimento,
è forse questa appunto la cagione principale della persistenza delle sue
miserie e dei suoi dolori! Ma queste sue miserie chi potrebbe mai sospettare
viaggiando per quello splendido "paradiso terrestre" delle sue coste?
Non ero mai andato per terra da Messina a Palermo; feci questo viaggio in una
giornata bellissima; ne fui abbagliato e incantato. Questo versante Tirrenico,
che rappresenta la quarta parte dell'area totale dell'isola, e contiene oltre
un terzo dell'intera popolazione, con una densità molto superiore alla
media del regno d'Italia, pure essendo meno meravigliosamente florido del versante
Jonico, compreso fra Messina e Siracusa, è per bellezza di paesaggio e
per ricchezza di vegetazione una delle più ammirabili regioni d'Europa.
È una successione di golfi e di seni dalle curve graziose, dominati da
alti promontori dirupati, che si specchiano nel più maraviglioso azzurro
marino che abbia mai sorriso al sole. Si percorre il primo tratto, lungo il mare,
in vista delle diciassette isole dell'Arcipelago Eolio, che par che sorgano l'una
dopo l'altra dalle acque, con le loro belle forme vulcaniche, ardite e leggere,
tinte di colori soavi, d'un'apparenza quasi vaporosa. E le pianure verdi, solcate
da innumerevoli corsi d'acqua, succedono alle pianure verdi, i boschi ai boschi,
i vigneti ai vigneti, e vaghe città biancheggianti sulle alture, e monti
scoscesi coronati di chiese aeree e di castelli spagnuoli e normanni e d'avanzi
di colonie greche e romane. E fuggono accanto al treno i boschetti d'aranci, le
siepi di fichi d'India, le spalliere di àloi, i gruppi di palme, tutte
le varietà di piante di tutte le terre italiche, accarezzate e mosse da
un'aria imbalsamata che vi desta nel sangue e nell'anima un sentimento delizioso
della vita. E quante grandi immagini del passato vi sorgono dinanzi da ogni parte!
Su quel ridente azzurro del golfo di Spadafora fu distrutta da Agrippa la flotta
di Sesto Pompeo; su quell'altre acque luminose, fra il Capo Orlando e la foce
della Zappulla, fu sconfitta l'armata di Federico dalle armate riunite di Catalogna
e d'Angiò; laggiù riportò Duilio la prima vittoria navale
a Roma; su questa pianura l'esercito cartaginese di Amilcare fu sbaragliato dall'esercito
greco di Gelone e di Terone. A grandi lampi vi passa dinanzi tutta la storia dell'isola
fatale, intorno a cui gravitò per secoli la vita storica e sociale di tre
continenti, e d'in fondo al passato immenso vedete sorgere l'albore d'una speranza:
poiché se l'Italia peninsulare, come fu detto con felicissima immagine,
è un braccio teso dall'Europa nella direzione dell'Africa, la Sicilia è
pur sempre la mano di quel braccio; ed è ancora una grande verità
quella affermata dal Fischer, ch'essa possiede una stoffa di colonizzatori di
primordine "atta a metter radici sopra ogni terra, a prosperare sotto ogni
cielo". Chi sa che nell'avvenire dell'Africa non sia il risorgimento dell'"organo
prensorio" d'Italia? Ed ecco Monte Pellegrino, ecco la Conca d'oro, ecco
Palermo!
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