Il viaggio in Sicilia di William Henry Smyth

di Giovanni Criscione

Fonte: "La Città", Ragusa, n. 17 - 14 agosto 2004, pag.19

 

 

William Henry Smyth (1788-1865) fu un profondo conoscitore del Mediterraneo. Iniziò la carriera durante le guerre napoleoniche e raggiunse il grado di ammiraglio restando in servizio fino al 1824. Dopo la caduta di Napoleone, si dedicò al rilievo idrografico della Sicilia al comando del brigantino "Scylla" e produsse delle carte e disegni che riscossero l'ammirazione dell'Ammiragliato per la loro bellezza e precisione. In seguito fu impegnato in attività idrografiche nell'Adriatico, collaborando con le autorità austriache e con l'Officio Topografico del Regno di Napoli alla produzione della Carta di cabotaggio dell'Adriatico, pubblicata a Napoli nel 1822-1824. All'inizio degli anni Venti, al comando della nave "Adventure", eseguì il rilievo delle coste nord-africane e, successivamente, in aggiunta alle numerose carte della Spagna, della Francia, delle coste italiane e greche, fu autore di varie opere a sfondo nautico. Ricordiamo, oltre la "Memoir descriptive of the resources, inhabitants and hydrography of Sicily" la "Sketch of Sardinia" (1828), "A cycle of celestial objects" (1844), "The Mediterranean: a memoir physical, historical and nautical" (1854) e "The sailors word - book", pubblicato postumo nel 1867. Fu tra i fondatori della Royal Geographical Society, di cui divenne presidente, e della Royal Astronomical Society (G.C.).



Nell'estate del 1815 salpava da Messina un'imbarcazione destinata ad effettuare dei rilievi lungo le coste dell'isola, per conto della Royal Navy, la Marina militare inglese. A bordo, insieme ad alcuni funzionari dell'ufficio idrografico inglese, c'era William Henry Smyth.
Arruolatosi a diciassette anni, Smyth aveva compiuto una carriera brillante nella Marina di sua Maestà britannica. Svolgendo servizio come guardiamarina, nelle acque dell'Oceano indiano prima, dei Caraibi poi e dell'Atlantico in ultimo, Smyth s'era guadagnato la stima dei superiori e numerose promozioni.
L'ultima, al grado di tenente, era arrivata nel marzo 1813 non per azioni militari, nelle quali pure s'era distinto, ma per meriti scientifici.
Oltre che uomo di mare e di guerra, Smyth, era studioso di geografia, astronomia e appassionato di archeologia. Inviato in Sicilia come vice comandante della flotta anglo-sicula, dopo l'abdicazione di Napoleone (1815), nell'attesa che arrivassero nuovi ordini da Londra, Smyth aveva intrapreso il rilevamento delle coste e delle acque siciliane, al fine di costruire una mappa più attendibile dell'isola.
All'epoca, lo stato della cartografia delle coste siciliane era assai lacunoso. Da ciò scaturiva l'esigenza militare, ma anche commerciale, di acquisire una maggiore e più esatta conoscenza dei fondali, delle secche, degli scogli, delle insenature, dei corsi d'acqua e delle fortificazioni presenti lungo le coste, soprattutto per i versanti Sud e Ovest dell'isola, dove in passato c'erano stati numerosi naufragi.
Le carte geografiche elaborate dallo Smyth furono pubblicate nel "The hydrography of Sicily, Malta and the adjacencies islands" (Londra, 1823), un'opera che gli valse la stima della Royal Society e della Geographical Society di Londra. L'anno dopo Smyth pubblicò la "Memoir descriptive of the resources, inhabitants and hydrography of Sicily", uno studio degli aspetti geografici ed economici, che sarà oggetto della nostra attenzione. L'opera è apparsa in lingua italiana col titolo "La Sicilia e le sue isole. Risorse, abitanti, idrografia, con cenni di archeologia ed altri appunti" per le Edizioni Giada di Palermo nel 1989 (a cura di Salvatore Mazzarella).
Nei sette capitoli che la compongono, si descrivono le coste e le principali città dell'interno, seguendo un percorso che va da nord-est a sud-ovest. Oltre alla descrizione dei caratteri naturali dell'isola, l'autore si sofferma sui costumi e sull'indole dei suoi abitanti. Senza lesinare pregiudizi e luoghi comuni.
"La principale caratteristica [dei siciliani] - scrive - è un'indolenza effeminata che essi imputano, tra le altre scuse che si sforzano di trovare, all'eccessivo calore del clima, senza prendere esempio dalle più calde regioni dell'Egitto e dell'India, o dall'energia dei colonizzatori britannici che vivono nelle zone torride; del resto hanno un esempio pratico nel lavoro tenace e nella paziente laboriosità dei contadini, dei vetturini e dei facchini di Malta". Per Smyth, questa indolenza non dipende dal clima ma dalla mancanza di competizione tra gli individui. Del resto, il governo borbonico non fa nulla per riscattare la popolazione dall'oscurantismo né per promuovere la libertà d'opinione, sia in campo religioso che politico.
Creduloni e superstiziosi, cerimoniosi e ipocriti, insofferenti verso l'autorità, i siciliani erano, secondo Smyth, anche violenti ed irascibili: "per una parola detta con rabbia, per insignificante gelosia o per una lite tra ubriachi, [...] non esitano ad abbandonarsi al crimine e a praticare le vendette più sommarie e sanguinarie". E ciò, in un clima di omertà e d'indifferenza: "un omicidio poteva essere effettuato in pieno giorno e l'assassinio riuscire a fuggire perché per una superstiziosa paura, piuttosto che per impulso d'umanità, nessun testimone contribuirebbe al suo arresto, con la scusa che è compito della polizia".
In questa terra oziosa e violenta, la Contea di Modica gli appariva come un'isola felice, ricca, efficiente e laboriosa. Questa ricchezza non era ottenuta né grazie alla natura fertile del luogo che, anzi, era roccioso e collinoso, né in virtù della posizione strategica (essendo, al contrario, decentrata, priva di strade interne e di collegamenti rapidi con i principali centri dell'isola). Anche la costa, bassa e sabbiosa, era impraticabile per le grandi navi. La singolarità della Contea spinse l'inglese a perlustrarne il territorio per rendersi conto delle cause di tale diversità.
Sbarcato a Capo Passero, Smyth visitò Spaccaforno, "una città fortificata con mura, posta sulla collina, […] con molte chiese, conventi ed edifici pubblici ed una popolazione di 8.000 persone". Nonostante un certo attivismo economico ("commercia con Malta dove invia granaglie, lino, carrube, ghiande, soda e bestiame") l'aspetto generale non era gradevole: dappertutto si vedevano "poveri e sporchi derelitti in misere baracche". Gli parve alquanto strana, poi, l'abitudine della popolazione locale "di escludere gli stranieri dalla città durante la celebrazione del Giovedì Santo, una festività solenne ed in gran pompa con certe processioni notturne, che forse per la loro influenza, non possono essere viste dai non iniziati". Cava d'Ispica, invece, lo colpì per la sua "profonda vallata, tra selvaggi e romantici dirupi", dall'aspetto "pittoresco e interessante" che ricordava i villaggi trogloditi dell'Africa settentrionale. Attraverso un paesaggio "roccioso e collinoso, con strade di campagna moto brutte" Smyth giunse a dorso d'asino a Modica, anch'essa "situata tra rocce scoscese".
Nonostante il suolo calcareo, poco fertile e inadatto alla coltivazione, la città - che fino al 1812 era stata capitale della Contea - era ricca e popolosa, con un'economia agricola, basata su un'abbondante produzione di "grano, tabacco, olio, vino, soda, canapa, legno, scagliuola (granaglie, n.d.r.), formaggio, burro e carrube". La produzione eccedente si esportava a Malta, da cui giungevano in cambio stoffe, alcolici, manufatti e generi coloniali.
Il paesaggio delle campagne circostanti, con i suoi terrazzamenti e dissodamenti, testimoniava gli sforzi che gli uomini avevano compiuto per modellare, in modo costante e sistematico, una terra originariamente accidentata e inospitale ai fini delle proprie attività economiche. Che l'indole degli abitanti, in questo lembo di Sicilia, fosse diversa dal resto dell'isola, lo mostrava il fatto che le decisioni del locale Tribunale venivano eseguite prontamente, senza "quella apatia e falsa clemenza che è appannaggio delle altre corti siciliane". Anche la polizia, da queste parti, era vigile ed efficiente. Diversamente, i festini dei due patroni locali, San Giorgio e San Pietro, "sarebbero stati interrotti da spargimenti di sangue dei fedeli rivali".
Smyth individuava la causa di ciò nell'influsso benefico che gli antichi privilegi autonomistici, di cui la città aveva goduto fin dall'epoca normanna, avevano esercitato sullo spirito della popolazione locale, divenuta più "operosa e attiva".
Modica estendeva la sua influenza sui paesi vicini che sembravano condividerne le caratteristiche di benessere ed efficienza. Pozzallo, per esempio, sebbene fosse solo "un agglomerato di molti magazzini, con un palazzo baronale e una chiesa [...] difeso da una torre e […] 50 o 60 uomini" aveva "un aspetto florido e gli abitanti [sembravano] sani e operosi". Procedendo lungo la costa si incontrava la baia di San Pietro (l'odierna Sampieri). Qui, al termine della spiaggia, c'era un villaggio molto povero, con circa 300 abitanti. "Al momento del nostro arrivo - scrive Smith - il tempo era così cattivo che dovemmo tirare l'imbarcazione sulla spiaggia e, ritenendo San Pietro un luogo troppo misero, ci recammo a Scicli, dove trovammo alloggi decenti e cibo eccellente".
Se sulle cause dell'eccezionalità della Contea di Modica Smyth aveva in parte colto nel segno, sulla decenza degli alloggi l'inglese di lì a poco si sarebbe dovuto ricredere. In una visita successiva, infatti, alloggiò in una torre, "presso una palude, vicino la spiaggia, che, sebbene onorata col nome di palazzo, era oltremodo sporca e così piena di insetti che Eliogabalo avrebbe potuto raccogliere più ragni qui che in tutta Roma". Seppur abituato alla dura vita di mare, Smyth rimase così provato da quell'episodio che nelle sue memorie lo definì senza mezzi termini "un caso spiacevole e degradante per Modica".



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