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Henry Smyth (1788-1865) fu un profondo conoscitore del Mediterraneo. Iniziò
la carriera durante le guerre napoleoniche e raggiunse il grado di ammiraglio
restando in servizio fino al 1824. Dopo la caduta di Napoleone, si dedicò
al rilievo idrografico della Sicilia al comando del brigantino "Scylla"
e produsse delle carte e disegni che riscossero l'ammirazione dell'Ammiragliato
per la loro bellezza e precisione. In seguito fu impegnato in attività
idrografiche nell'Adriatico, collaborando con le autorità austriache e
con l'Officio Topografico del Regno di Napoli alla produzione della Carta di cabotaggio
dell'Adriatico, pubblicata a Napoli nel 1822-1824. All'inizio degli anni Venti,
al comando della nave "Adventure", eseguì il rilievo delle coste
nord-africane e, successivamente, in aggiunta alle numerose carte della Spagna,
della Francia, delle coste italiane e greche, fu autore di varie opere a sfondo
nautico. Ricordiamo, oltre la "Memoir descriptive of the resources, inhabitants
and hydrography of Sicily" la "Sketch of Sardinia" (1828), "A
cycle of celestial objects" (1844), "The Mediterranean: a memoir physical,
historical and nautical" (1854) e "The sailors word - book", pubblicato
postumo nel 1867. Fu tra i fondatori della Royal Geographical Society, di cui
divenne presidente, e della Royal Astronomical Society (G.C.).
Nell'estate del 1815 salpava
da Messina un'imbarcazione destinata ad effettuare dei rilievi lungo le coste
dell'isola, per conto della Royal Navy, la Marina militare inglese. A bordo, insieme
ad alcuni funzionari dell'ufficio idrografico inglese, c'era William Henry Smyth.
Arruolatosi a diciassette anni, Smyth aveva compiuto una carriera brillante
nella Marina di sua Maestà britannica. Svolgendo servizio come guardiamarina,
nelle acque dell'Oceano indiano prima, dei Caraibi poi e dell'Atlantico in ultimo,
Smyth s'era guadagnato la stima dei superiori e numerose promozioni. L'ultima,
al grado di tenente, era arrivata nel marzo 1813 non per azioni militari, nelle
quali pure s'era distinto, ma per meriti scientifici. Oltre che uomo di mare
e di guerra, Smyth, era studioso di geografia, astronomia e appassionato di archeologia.
Inviato in Sicilia come vice comandante della flotta anglo-sicula, dopo l'abdicazione
di Napoleone (1815), nell'attesa che arrivassero nuovi ordini da Londra, Smyth
aveva intrapreso il rilevamento delle coste e delle acque siciliane, al fine di
costruire una mappa più attendibile dell'isola. All'epoca, lo stato
della cartografia delle coste siciliane era assai lacunoso. Da ciò scaturiva
l'esigenza militare, ma anche commerciale, di acquisire una maggiore e più
esatta conoscenza dei fondali, delle secche, degli scogli, delle insenature, dei
corsi d'acqua e delle fortificazioni presenti lungo le coste, soprattutto per
i versanti Sud e Ovest dell'isola, dove in passato c'erano stati numerosi naufragi.
Le carte geografiche elaborate dallo Smyth furono pubblicate nel "The hydrography
of Sicily, Malta and the adjacencies islands" (Londra, 1823), un'opera che
gli valse la stima della Royal Society e della Geographical Society di Londra.
L'anno dopo Smyth pubblicò la "Memoir descriptive of the resources,
inhabitants and hydrography of Sicily", uno studio degli aspetti geografici
ed economici, che sarà oggetto della nostra attenzione. L'opera è
apparsa in lingua italiana col titolo "La Sicilia e le sue isole. Risorse,
abitanti, idrografia, con cenni di archeologia ed altri appunti" per le Edizioni
Giada di Palermo nel 1989 (a cura di Salvatore Mazzarella). Nei sette capitoli
che la compongono, si descrivono le coste e le principali città dell'interno,
seguendo un percorso che va da nord-est a sud-ovest. Oltre alla descrizione dei
caratteri naturali dell'isola, l'autore si sofferma sui costumi e sull'indole
dei suoi abitanti. Senza lesinare pregiudizi e luoghi comuni. "La principale
caratteristica [dei siciliani] - scrive - è un'indolenza effeminata che
essi imputano, tra le altre scuse che si sforzano di trovare, all'eccessivo calore
del clima, senza prendere esempio dalle più calde regioni dell'Egitto e
dell'India, o dall'energia dei colonizzatori britannici che vivono nelle zone
torride; del resto hanno un esempio pratico nel lavoro tenace e nella paziente
laboriosità dei contadini, dei vetturini e dei facchini di Malta".
Per Smyth, questa indolenza non dipende dal clima ma dalla mancanza di competizione
tra gli individui. Del resto, il governo borbonico non fa nulla per riscattare
la popolazione dall'oscurantismo né per promuovere la libertà d'opinione,
sia in campo religioso che politico. Creduloni e superstiziosi, cerimoniosi
e ipocriti, insofferenti verso l'autorità, i siciliani erano, secondo Smyth,
anche violenti ed irascibili: "per una parola detta con rabbia, per insignificante
gelosia o per una lite tra ubriachi, [...] non esitano ad abbandonarsi al crimine
e a praticare le vendette più sommarie e sanguinarie". E ciò,
in un clima di omertà e d'indifferenza: "un omicidio poteva essere
effettuato in pieno giorno e l'assassinio riuscire a fuggire perché per
una superstiziosa paura, piuttosto che per impulso d'umanità, nessun testimone
contribuirebbe al suo arresto, con la scusa che è compito della polizia".
In questa terra oziosa e violenta, la Contea di Modica gli appariva come un'isola
felice, ricca, efficiente e laboriosa. Questa ricchezza non era ottenuta né
grazie alla natura fertile del luogo che, anzi, era roccioso e collinoso, né
in virtù della posizione strategica (essendo, al contrario, decentrata,
priva di strade interne e di collegamenti rapidi con i principali centri dell'isola).
Anche la costa, bassa e sabbiosa, era impraticabile per le grandi navi. La singolarità
della Contea spinse l'inglese a perlustrarne il territorio per rendersi conto
delle cause di tale diversità. Sbarcato a Capo Passero, Smyth visitò
Spaccaforno, "una città fortificata con mura, posta sulla collina,
[
] con molte chiese, conventi ed edifici pubblici ed una popolazione di
8.000 persone". Nonostante un certo attivismo economico ("commercia
con Malta dove invia granaglie, lino, carrube, ghiande, soda e bestiame")
l'aspetto generale non era gradevole: dappertutto si vedevano "poveri e sporchi
derelitti in misere baracche". Gli parve alquanto strana, poi, l'abitudine
della popolazione locale "di escludere gli stranieri dalla città durante
la celebrazione del Giovedì Santo, una festività solenne ed in gran
pompa con certe processioni notturne, che forse per la loro influenza, non possono
essere viste dai non iniziati". Cava d'Ispica, invece, lo colpì per
la sua "profonda vallata, tra selvaggi e romantici dirupi", dall'aspetto
"pittoresco e interessante" che ricordava i villaggi trogloditi dell'Africa
settentrionale. Attraverso un paesaggio "roccioso e collinoso, con strade
di campagna moto brutte" Smyth giunse a dorso d'asino a Modica, anch'essa
"situata tra rocce scoscese". Nonostante il suolo calcareo, poco
fertile e inadatto alla coltivazione, la città - che fino al 1812 era stata
capitale della Contea - era ricca e popolosa, con un'economia agricola, basata
su un'abbondante produzione di "grano, tabacco, olio, vino, soda, canapa,
legno, scagliuola (granaglie, n.d.r.), formaggio, burro e carrube". La produzione
eccedente si esportava a Malta, da cui giungevano in cambio stoffe, alcolici,
manufatti e generi coloniali. Il paesaggio delle campagne circostanti, con
i suoi terrazzamenti e dissodamenti, testimoniava gli sforzi che gli uomini avevano
compiuto per modellare, in modo costante e sistematico, una terra originariamente
accidentata e inospitale ai fini delle proprie attività economiche. Che
l'indole degli abitanti, in questo lembo di Sicilia, fosse diversa dal resto dell'isola,
lo mostrava il fatto che le decisioni del locale Tribunale venivano eseguite prontamente,
senza "quella apatia e falsa clemenza che è appannaggio delle altre
corti siciliane". Anche la polizia, da queste parti, era vigile ed efficiente.
Diversamente, i festini dei due patroni locali, San Giorgio e San Pietro, "sarebbero
stati interrotti da spargimenti di sangue dei fedeli rivali". Smyth individuava
la causa di ciò nell'influsso benefico che gli antichi privilegi autonomistici,
di cui la città aveva goduto fin dall'epoca normanna, avevano esercitato
sullo spirito della popolazione locale, divenuta più "operosa e attiva".
Modica estendeva la sua influenza sui paesi vicini che sembravano condividerne
le caratteristiche di benessere ed efficienza. Pozzallo, per esempio, sebbene
fosse solo "un agglomerato di molti magazzini, con un palazzo baronale e
una chiesa [...] difeso da una torre e [
] 50 o 60 uomini" aveva "un
aspetto florido e gli abitanti [sembravano] sani e operosi". Procedendo lungo
la costa si incontrava la baia di San Pietro (l'odierna Sampieri). Qui, al termine
della spiaggia, c'era un villaggio molto povero, con circa 300 abitanti. "Al
momento del nostro arrivo - scrive Smith - il tempo era così cattivo che
dovemmo tirare l'imbarcazione sulla spiaggia e, ritenendo San Pietro un luogo
troppo misero, ci recammo a Scicli, dove trovammo alloggi decenti e cibo eccellente".
Se sulle cause dell'eccezionalità della Contea di Modica Smyth aveva
in parte colto nel segno, sulla decenza degli alloggi l'inglese di lì a
poco si sarebbe dovuto ricredere. In una visita successiva, infatti, alloggiò
in una torre, "presso una palude, vicino la spiaggia, che, sebbene onorata
col nome di palazzo, era oltremodo sporca e così piena di insetti che Eliogabalo
avrebbe potuto raccogliere più ragni qui che in tutta Roma". Seppur
abituato alla dura vita di mare, Smyth rimase così provato da quell'episodio
che nelle sue memorie lo definì senza mezzi termini "un caso spiacevole
e degradante per Modica".
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