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Per
una comunità virtuale di docenti-ricercatori di storia
di Antonino Criscione
Il sito http://www.novecento.org
è nato nel 1999 per iniziativa della Commissione didattica dell'Insmli,
che coordina le attività svolte in questo settore dei 62 Istituti
di storia della Resistenza. Il sito nasce come "rivista telematica"
di didattica della storia del Novecento, anche se la sua evoluzione successiva
ha oscillato tra questa caratterizzazione iniziale e l'essere una sorta
di centro di risorse su questi temi, al quale gli insegnanti possono attingere
per il loro lavoro. In questa doppia veste esso rappresenta la proiezione
sul Web della riflessione e delle iniziative messe in campo da una rete
di gruppi di lavoro e di attività relative alla didattica della
storia, coordinata dalla Commissione didattica degli Istituti a partire
dalla fine degli anni '70. Punto di partenza di questa elaborazione e
di questa rete è stato il Convegno su "L'insegnamento dell'antifascismo
e della Resistenza: didattica e fonti orali", organizzato da Insmli,
Università e Comune di Venezia il 12-15 febbraio 1981, con relazioni
e interventi di Guido Quazza, Luisa Passerini, Ivo Mattozzi, Peppino Ortoleva,
Scipione Guarracino, David Ellwood, e altri, e i cui atti vennero pubblicati
da Marsilio nel 1982 con il titolo La storia: fonti orali nella scuola.
In questo Convegno sono confluiti vari filoni di ricerca e di elaborazione
maturati negli anni precedenti nella rete degli Istituti, da questo Convegno
sono partite molte iniziative che nel corso del tempo hanno prodotto esperienze
e innovazione nel campo della didattica della storia in Italia. Nel 1983
si costituì a Bologna il Laboratorio nazionale di didattica della
storia, un Istituto della rete dedicato a questi temi. Attualmente l'Insmli
e il Landis sono agenzie di formazione accreditate presso il Ministero
dell'Istruzione. Nel corso di questi 4 anni il sito ha seguito e documentato
il dibattito sull'insegnamento/apprendimento della storia e sulle proposte
di nuovi curricula, ha pubblicato interventi di storici e di insegnanti,
è diventato in qualche modo un punto di riferimento del dibattito
sui temi della didattica della storia del Novecento.
Un chiarimento va fatto riguardo a due termini presenti nel titolo di
questa comunicazione: che cosa si intende per "comunità virtuale"?;
che cosa si intende per "docente-ricercatore" di storia? Il
termine e il concetto di "comunità" costituiscono un
tema classico di discussione nelle scienze sociali, nella filosofia politica,
nella storiografia. A questo dibattito faccio riferimento senza entrare
nel merito per ragioni di tempo e di competenza. Mi limito qui a sottolineare
come l'avvento e l'espansione di Internet abbiano in qualche modo riattualizzato
e
trasformato questo dibattito nel momento in cui hanno prospettato un'idea
di "comunità" priva di alcuni dei suoi riferimenti tradizionali
come il legame con un luogo, dei confini fisici, un territorio e le connesse
"radici". La "comunità" di cui stiamo parlando
si caratterizza per il suo essere sganciata dall'appartenenza a un luogo,
per il suo essere incentrata sulla comunanza di interessi, per il suo
essere "virtuale". Qui "virtuale" non sta per l'opposto
di "reale",
ma indica un'altra modalità del reale, e precisamente il suo aspetto
di "potenza", "virtus", "dynamis". Howard
Rheingold, in un libro del 1993 che può essere considerato un classico
su questo argomento (Howard Rheingold, Comunità virtuali, Milano,
Sperling & Kupfer, 1994), afferma che una "comunità virtuale"
rappresenta un nuovo modello di socialità. Essa si
costruisce attorno a tre "beni collettivi": a) un capitale sociale,
e cioe la fiducia reciproca tra i suoi componenti; b) un capitale di conoscenze
su determinati aspetti del sapere, sui quali insistono le competenze e
gli interessi di che ne fa parte; c) un'interazione intensa tra i suoi
membri, fondata su relazioni di tipo simmetrico. A questi elementi si
connette l'uso delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione
che per molti aspetti giocano in
queste comunità un ruolo fondativo: esse da una parte rendono possibile
la loro esistenza e dall'altra ne condizionano vita ed esiti per gli elementi
che caratterizzano la comunicazione mediata dal computer. Una "comunità
virtuale" è dunque una realtà particolare e di non
facile costruzione. Essa per vivere ha bisogno di essere immaginata, ha
bisogno cioè di esistere nella mente dei suoi componenti cosi come
la nazione per esistere deve prima esistere nelle menti dei cittadini.
Per definire chi siano i "docenti-ricercatori" di storia occorre
chiarire che qui si fa riferimento alla ricerca didattica, che è
cosa diversa dalla ricerca scientifica. Essa infatti ha come oggetto le
attività di mediazione didattica che governano i rapporti tra tre
entità distinte: l´insegnante di storia; le conoscenze e
le concettualizzazioni prodotte dalla storiografia; i bisogni di conoscenza
e di formazione presenti tra gli studenti. L`insegnante-ricercatore di
storia e prima di tutto uno specialista dell'apprendimento; lo specifico
del suo lavoro consiste nello sperimentare strategie efficaci per la promozione
di conoscenze e competenze proprie del sapere storico. Più che
la "didattica" della storia, e cioè che cosa e come insegnare,
a questo tipo di insegnante interessa la "matetica" della storia,
e cioè che cosa sia l'apprendimento di storia, quali operazioni
lo possano favorire, quali strutture e quali regole della disciplina siano
principalmente coinvolte in queste operazioni, etc. L`insegnante-ricercatore
di storia assume come punto di partenza e riferimento costante del suo
lavoro la crisi evidente del paradigma didattico che ha plasmato per più
di un secolo contenuti e metodi dell'insegnamento/apprendimento della
storia. Tale paradigma indicava come scopo dell'insegnamento della storia
la formazione dei cittadini (o dei sudditi, a seconda dei casi) dello
stato-nazione, come compito dell'insegnante di storia quello di trasmettere
la storia e la memoria condivise della nazione, come compito degli studenti
quello di aderire alle verità scientifiche trasmesse dall'insegnante
e di dimostrare tale adesione riproducendole. Le ragioni per cui questo
paradigma è entrato in crisi sono varie, mi limito a citarne tre:
a) il divorzio dalla storiografia, e cioè il fatto che questo paradigma
non ha più molti rapporti con la storiografia, i suoi metodi, i
suoi risultati. La storiografia alla quale esso faceva riferimento non
c'è più; b) il divorzio dai destinatari, e cioè il
fatto che questo paradigma didattico non è in grado di confrontarsi
con bisogni e aspettative di conoscenza presenti tra gli studenti; c)
il divorzio dagli insegnanti, e cioè il fatto che esso, nella scuola
di massa, non è in grado di offrire soluzioni ai problemi che qualunque
insegnante di storia si pone e che riguardano la validità e l´efficacia
dell'apprendimento. E ciò accade in quanto questo paradigma è
essenzialmente un discorso sull'insegnamento e non si pone il problema
dell'apprendimento se non come verifica dei suoi risultati.
In uno dei pochi tentativi finora fatti di analisi del dibattito svoltosi
negli ultimi anni su questi temi nel nostro paese Fabio Fiore ha proposto
uno schema di lettura che individua due modi di reagire alla crisi della
scuola e alla crisi della storia nella scuola: il "partito della
resistenza" e il "partito della rincorsa" (Fabio Fiore,
Rincorrere o resistere? Sulla crisi della scuola e gli usi della storia,
in "Passato e presente, a. XIX, 2001, n. 52, pp. 97-115). Da una
parte vi sarebbe una visione catastrofista della crisi, il rifiuto di
ogni novità, la percezione dei giovani come entità impenetrabile
ed estranea alla cultura storica, la nostalgia per un'idea forte, prescrittiva,
scientista della disciplina; dall'altra parte vi sarebbe un'idea della
crisi come sfida, e quindi rischio e opportunità, una forte spinta
verso il cambiamento, l'accettazione a volte acritica delle nuove tecnologie,
l'attenzione rivolta prevalentemente ai metodi e non ai contenuti. Il
saggio di Fiore esce su "Passato e presente" del gennaio 2001,
io credo che oggi, alla luce dello scontro verificatosi sulla questione
del curricolo De Mauro tra gennaio e marzo 2001 e di ciò che è
accaduto in questi due anni, possiamo riformulare questo schema. A me
sembra che la divisione principale si possa riscontrare tra due prospettive:
la prima ritiene che il problema stia dal lato della offerta di storia,
la seconda ritiene invece che la crisi stia dal lato della domanda di
storia. Secondo quest'ultima impostazione del problema la crisi della
storia nella scuola nascerebbe dal fatto che le trasformazioni sociali
e culturali in corso hanno determinato un progressivo disinteresse dei
giovani per la storia. Ci troveremmo insomma, come afferma Paolo Prodi
su "Il Mulino" del marzo 2001, di fronte ad un "rifiuto
della storia" da parte delle nuove generazioni (Paolo Prodi, Insegnamento
e funzione sociale della storia, in "Il Mulino", 3/2991, a.
L, n. 395, pp. 551-557). Da questa prospettiva non possono nascere soluzioni
diverse dal riproporre le condizioni che hanno fatto nascere il problema
oppure dall'auspicare una decisa svolta in favore di una forte selezione,
soprattutto nella scuola superiore. Gli insegnanti-ricercatori di storia
sembrano più orientati a prendere in considerazione l'altra prospettiva,
e cioè quella che ritiene che la radice della crisi stia dal lato
dell'offerta di storia. Secondo questo punto di vista la questione si
pone nei seguenti termini: che cosa può offrire la scuola in termini
di conoscenze, di cultura storica, di formazione al "pensare storicamente"
alle attuali generazioni di studenti in un'epoca di grandi trasformazioni
sociali, culturali, politiche? In questo quadro gli insegnanti-ricercatori
di storia considerano le nuove tecnologie una possibile risorsa per l'innovazione
e per l´efficacia del loro lavoro.
Per chi lavora a contatto diretto con gli studenti non risulta molto convincente
l'immagine di nuove generazioni in fuga dalla dimensione storica e dalla
dimensione collettiva della cittadinanza, in preda a sordità storica,
non interessati a considerare lo spessore temporale del presente e la
presenza in esso del passato. Si tratta di un'idea del rapporto tra giovani
e storia che coglie alcuni aspetti della realtà ma ne trascura
altri e che diventa fonte di equivoci se adottata come chiave di lettura
esaustiva. A questo proposito io credo che si possano fare due osservazioni:
a) la prima, di carattere generale, e che questa idea del "rifiuto
della storia" da parte delle nuove generazioni sembra avere forti
analogie con un altra idea che, sempre a proposito delle nuove generazioni,
ha goduto in questi anni di largo credito, e cioè l'idea del "rifiuto
della politica". Quattro anni fa un libro della casa editrice de
"Il Sole 24ore", dedicato ai giovani e curato da Ilvo Diamanti
si intitolava, e non a caso, "La generazione invisibile". Nel
saggio introduttivo il curatore poneva ad un certo punto una questione
cruciale: "[
] il distacco che essi esprimono nei confronti
della politica sottende davvero un atteggiamento di rifiuto, oppure segnala
un diverso significato attribuito a questo concetto?" (pg.23). Nella
ricerca IARD del 2000, pubblicata nel 2002 da Il Mulino, l'analisi delle
varie forme di associazionismo giovanile portava gli autori ad affermare:
"sembra corretto affermare che il protagonismo giovanile non è
oggi assente dallo spazio pubblico; piuttosto si può dire che è
sempre meno incanalato nella sfera della politica in senso tradizionale"
(pg. 455). Chi volesse insistere sul "rifiuto della politica"
da parte dei giovani dovrebbe oggi spiegare da quale pianeta siano venuti
molti dei protagonisti delle manifestazioni che, a partire da Genova nel
luglio 2001, hanno animato la cronaca italiana in questi ultimi due anni.;
b) la seconda osservazione ha un carattere più circoscritto e riguarda
vari tentativi svolti nel corso degli ultimi anni di studiare, attraverso
indagini di vario tipo, il rapporto tra giovani e storia. Tra queste va
ricordata la ricerca su "Giovani e storia" promossa dalla Koerber
Stiftung di Amburgo, i cui risultati sono stati pubblicati nel 1997 (Magne
Anvik, Bodo con Borries (eds), Youth and History. A Comparative European
Survey on Historical Consciouness and Political Attitudes among Adolescents,
Koerber Stiftung edition, Hamburg, 1997). Questa ricerca ha coinvolto
ventisette paesi europei, oltre a Turchia, Israele, Palestina. Sono stati
intervistati attraverso un questionario 32.000 studenti di quindici anni
e 1250 insegnanti. Il campione italiano era costituito da 62 scuole con
1288 questionari restituiti. Il quadro che emerge da queste e altre ricerche
di minore rilievo quantitativo e di diverso impianto metodologico non
sembra confermare l'immagine di un netto "rifiuto della storia"
da parte degli studenti. Si evidenzia piuttosto un quadro complesso e
frastagliato, nel quale coesistono tendenze contraddittorie e si riflettono
gli effetti di un'accelerazione sensibile di processi storici di grande
rilievo in atto nel corso dell'ultimo decennio.
Con l´avvento del governo di centro-destra sono cambiate molte delle
carte in tavola anche per quanto riguarda le questioni di cui stiamo discutendo.
Alle due prospettive di analisi dei problemi della storia nella scuola
sopra riportate se ne è affiancata una terza, che si può
tranquillamente ricavare dai documenti prodotti in sede di Indicazioni
per i nuovi programmi di storia per la scuola di base. Essi, come tutti
i documenti di questo genere, hanno un valore di "segnale politico"
lanciato al mondo della scuola e, in qualche misura, indicano una sorta
di "canone delle conoscenze" ritenute indispensabili per lo
studente. Predomina qui una concezione dell'insegnamento/apprendimento
della storia guidata da finalità di tipo identitario. L´identità,
che è una realtà complessa ed è sempre il risultato
del rapporto con l'altro-da-sé, viene vista secondo un modello
che ne privilegia i tratti di autoreferenzialità e di esclusione.
La dimensione planetaria della storia e del mondo nei rapporti sociali,
economici, culturali, non è oggetto di attenzione e/o di studio:
basti pensare che tra i contenuti del programma di storia indicati per
l'ultimo anno della scuola di base mancano sia il colonialismo sia la
decolonizzazione. Per non parlare poi dell'assenza da questi contenuti
di argomenti "classici" come l'industrializzazione e/o la modernizzazione:
lo studente che uscirà dalla futura scuola di base per andare a
lavorare non riceverà dalla scuola alcuna informazione in merito
a ciò che è stata ed è l'industria per la società
in cui vive e cerca lavoro. Il fascismo scompare, sostituito dal tema
dei "totalitarismi". Stando a quanto dichiarato a questo proposito
dal Presidente del Consiglio nel suo messaggio in occasione della Giornata
della Memoria del gennaio 2003, possiamo essere certi che i totalitarismi
del Novecento certificati dal nostro Governo sono due: il nazismo e il
comunismo. Se ne può dedurre che il fascismo non è mai esistito,
e che sicuramente esso non esiste per quanto riguarda l'insegnamento della
storia nella scuola di base. Si avvera quanto previsto da Emilio Gentile
nella prefazione al suo libro Fascismo. Storia e interpretazione, Bari,
Laterza, 2002 "Qualche studioso ha proposto di mettere al bando dalla
comunità scientifica il concetto di "fascismo", perché
non avrebbe alcun significato preciso, corrispondente a un fenomeno storico
reale. Con lo stesso argomento, altri studiosi hanno chiesto l'adozione
di un eguale provvedimento per il concetto di "totalitarismo".
[
] Non è da escludere, se dovesse diffondersi questa tendenza,
che in un futuro prossimo sentiremo qualche storico o politologo revisionista,
postmodernista o decostruzionista, venirci a dire che neppure il fascismo
è mai esistito." (pp. VI-VII). Diversamente da quanto previsto
da Gentile l'autore di questa negazione non è un maligno storico
decostruzionista ma la massima autorità politica del Paese che
del Fascismo è stata la culla.
La linea di ricerca che prima abbiamo definito come relativa alla "offerta
di storia" ha coinvolto nel corso degli ultimi venti anni un discreto
numero di insegnanti di storia. Sono nate varie forme di aggregazione
e di scambio nelle scuole, nelle associazioni disciplinari, attorno ad
alcuni Istituti di storia della Resistenza. Internet può oggi essere
considerato uno dei nuovi territori in cui questi rapporti e queste aggregazioni
nascono e si sviluppano. In questo quadro può essere considerato
il ruolo di diffusori di materiali e proposte, oltre che di luoghi di
scambio e interazione, svolto da alcuni siti di didattica della storia
come http://www.novecento.org. Non è da escludere che nei prossimi
mesi o anni possiamo assistere alla nascita di "comunità virtuali"
di insegnanti-ricercatori di storia, cosa che porrà in termini
radicalmente nuovi la questione della formazione iniziale e in servizio
degli insegnanti di storia. Su questa prospettiva può essere interessante
quanto dice Rheingold: "Anche se le immagini spaziali e il concetto
di luogo sono utili metafore della vita in una comunità virtuale,
le immagini della biologia sono pero più calzanti per descrivere
l'evoluzione della cybercultura. Il cyberspazio può essere concepito
come una coltura batterica, la Rete come il terreno di coltura e le diverse
comunità virtuali come le colonie di microrganismi che si moltiplicano
nella coltura. Ognuna di queste piccole colonie-comunità e un esperimento
sociale in corso, anche se nessuno scienziato l'ha predisposto" (pg.
6). Le metafore biologiche sembrano essere più adeguate delle metafore
tradizionali, prevalentemente ispirate alla meccanica o all'idraulica,
a rappresentare i processi in corso nell'ambito della formazione degli
insegnanti e della diffusione dell'innovazione su larga scala. Ovviamente
tutto dipende anche dalle variabili di contesto e dalla misura in cui
esse possono incidere in senso positivo o negativo, soprattutto quando
diffondono attorno a sé un vago sentore di censura e/o di minaccia,
come nel caso delle interviste e delle sortite dell'on. Garagnani.
Permettetemi di chiudere con una citazione da L'uomo senza qualità
di Robert Musil, che dedico agli insegnanti-ricercatori di storia: "Chi
voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente
il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima alla quale il vecchio
professore si era sempre attenuto è semplicemente un postulato
del senso della realtà. Ma se il senso della realtà esiste,
e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata,
allora ci dev'essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità.
Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello,
accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere
la tale o talaltra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com'è,
egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche essere diversa. Cosicché
il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità
di pensare tutto quello che potrebbe ugualmente essere, e di non dare
maggiore importanza a quello che è, che a quello che non è.
[
] Un'esperienza possibile o una possibile verità non equivalgono
a un'esperienza reale o a una verità reale meno la loro realtà,
ma hanno, almeno secondo i loro devoti, qualcosa di divino in sé,
un fuoco, uno slancio, una volontà di costruire, un consapevole
utopismo che non si sgomenta della realtà bensì la tratta
come un compito e un'invenzione" (Einaudi 1972, pg. 12).
Una
testimonianza su Nenè
Antonino Criscione
ci ha lasciati e subito, acuto, ne abbiamo sentito il rimpianto. Dell'amico,
del compagno di lavoro e di speranze. Della sua lucida e serena capacità
di andare al cuore delle questioni, della sua ironia siciliana leggera
e profonda, del suo modo di combattere battaglie di civiltà senza
rabbia ma con ferma determinazione, usando l'arma dell'intelligenza colta
e della ricerca di senso. Ci manca la sua meditata esperienza nelle nuove
tecnologie, la sua generosità non ostentata nel risolvere problemi
informatici in cui molti di noi si sono affannati con l'ansia del neofita.
Ci manca la sicurezza che sapeva darci nella gestione delle risorse telematiche,
www.novecento.org prima di tutto.Ci resta quanto ha dato, ci restano le
idee che ci ha comunicato e che non lasceremo dimenticare. E, nel suo
ricordo, siamo vicini a Cettina ed a Francesco, la sua bella famiglia,
con affetto.Offriamo qui, non alla sua memoria, ma alla nostra riflessione,
un articolo che scrisse un po' di tempo fa e che tocca i punti centrali
del nostro discorso con lui. Altro ha fatto, ma di lui altri diranno.
Aurora
Delmonaco
Antonino
Criscione - Indice
prima
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