|
Lettera aperta al Sindaco di Ragusa
Egregio Sindaco, La Sua decisione
di erigere, con i soldi della collettività, un monumento a Filippo
Pennavaria ha suscitato forti opposizioni. Le scrivo non per associarmi
al coro delle polemiche ma allo scopo di complimentarmi con Lei per l'acume
e la tempestività della Sua decisione. Lei ha infatti trovato il
modo più sintetico e, potremmo dire, "plastico" per indicare
una forma in cui una classe dirigente, un ceto politico, una provincia
intera possano riconoscersi, specchiarsi, giungere alla coscienza di ciò
che essi oggi veramente sono. Sulla prima pagina del "Corriere della
Sera" del 27 dicembre 2001 Ernesto Galli Della Loggia, in un editoriale
intitolato La memoria degli italiani, ha proposto l'allestimento
di un grande museo storico della nazione italiana con sede a Roma e varie
sedi decentrate nelle regioni; questa rete di musei dovrebbe dimostrare
che l'Italia "è ormai capace di riconoscersi per intero nel
proprio passato, nelle sue ombre come nelle sue luci
". Una
statua alta 7 metri di Filippo Pennavaria, possibilmente dotata di manganello
e gagliardetto, collocata nella ex piazza Impero di Ragusa costituirebbe
senz'altro un originale contributo a questo progetto, almeno per la sezione
"ombre". Quale migliore simbolo del passato e del presente di
questa provincia se non la figura, la vita, le opere di un campione del
trasformismo e dell'opportunismo politico come Filippo Pennavaria? Che
cos'altro di meglio c'è per incarnare un modo di intendere la politica
come ambito di gestione e potenziamento degli interessi di singoli o gruppi,
nonché un'idea di rapporto con lo Stato fondata sull'ossequio ai
potenti di turno e sul drenaggio di risorse dal centro alla periferia
per distribuirle in loco rafforzando clientele e nutrendo mandrie di fedeli?
Pennavaria merita certamente un monumento da parte di una classe dirigente
e di un ceto politico cresciuti alla sua scuola, ai quali egli ha indicato
un modello di imprenditorialità politica e di commistione tra potere
e affari che nel dopoguerra, e fino a tempi recentissimi, ha trovato non
pochi e validi continuatori. Questo modello non si è certo affermato
senza spargimento di sangue, laddove è stato necessario distruggere
manu militari forme di socialità o circuiti di potere antagonisti,
radicati nella vita e nei bisogni degli ultimi. Ciò non toglie
che ad esso sia alla fine toccata la vittoria, e questo deve bastare,
ammesso e non concesso che la storia debba essere sempre scritta dai vincitori.
Il fascismo fu, ha scritto Piero Gobetti, "l'autobiografia della
nazione", il modo in cui l'Italia dei primi del Novecento si rivelò
a se stessa; fatte le dovute proporzioni, perché non pensare che
Pennavaria possa diventare l'autobiografia di una provincia? Modica, 4 gennaio
2002
|