5 marzo 2006 L'uomo
siciliano di Danilo Coppola
Dalle
vicende dell'Antonveneta, come dal contestuale assalto alla BNL e al "Corriere
della Sera", viene un esaustivo compendio di quanto possano celare oggi i
sipari, in apparenza rassicuranti, della grande finanza nazionale. Sono avvenuti
fatti sconvolgenti, che hanno turbato a fondo l'opinione pubblica. E in tale quadro
convulso, sono andate definendosi le movenze di alcuni giovani immobiliaristi,
ben arroccati nella capitale e non solo, capaci di porre in gioco capitali immensi,
tali da riuscire a mettere a soqquadro i poteri forti del paese, e a proporsi
addirittura negli assetti della carta stampata, che rimangono un terreno strategico
per i club che intendono assumere un controllo largo sulle cose. Tali voci recano
movenze per certi versi inedite, e tuttavia s'incasellano senza sforzo in una
tradizione lunga, legandosi, non soltanto sottotraccia, ad assi finanziari recanti
un nome riconoscibile e, soprattutto, una storia. I romani Danilo Coppola e Stefano
Ricucci, ambedue titolari di patrimoni di miliardi di euro, per quanto significativamente
privi di risorse originarie, solo in apparenza vengono dal nulla: è assodato
che recano importanti nessi con i Caltagirone, recanti appunto un passato, lungo,
aggrovigliato, ancora oggi non del tutto dipanato; hanno intessuto accordi con
i vertici di Bipielle; hanno operato a contatto di gomito con il milanese Gnutti,
grande manovratore di Hopa, e con l'emiliano Consorte, che con una disinvoltura
tutta propria ha fatto il nuovo corso di Unipol; hanno lambito infine i territori
off limits di Mediobanca. Avrebbero potuto osare di più, in così
poco tempo? Si
tratta evidentemente di disegni avventurosi, nella stessa misura in cui lo potevano
essere, fatti i dovuti distinguo, quelli del primo Berlusconi, o di altri scalatori
finanziari della penisola. Ponendo insieme una serie di tasselli, si ricava comunque
che tali arricchimenti sono esito di interessi multilaterali, di storie riservatissime,
di patti reconditi, che, secondo tradizione, vanno percorrendo il paese tutto,
dalla Padania alla Sicilia. E proprio la Sicilia, che nella vicenda recita beninteso
una parte discreta, permette di vagliare profili non indifferenti del Coppola,
attualmente il meno colpito sotto l'aspetto giudiziario, per essersi tenuto vagamente
defilato dai "concertisti" dell'operazione Antonveneta, e tuttavia elemento
di primissimo piano di una matassa finanziaria ancora largamente da dipanare.
Come è noto, negli affari dell'immobiliarista romano entrano in gioco un
pugno di fedelissimi, ben piazzati in numerose società immobiliari, di
cui alcune recanti, neppure a dirlo, la sede legale in Lussemburgo. Sono usciti,
fra l'altro, i nomi di Gaetano Bolognese Bonaventura, Ernesto Cannone, Roberto
Repaci: quest'ultimo già tirato in causa da una informativa della GdF per
storie di 'ndrangheta. E in tale rete, occupa una posizione nodale appunto un
signore siciliano poco più che quarantenne: Giancarlo Tumino. Va rilevato
tuttavia un particolare: le strade praticate dal Coppola non portano a Palermo,
né agli oscuri meandri del Trapanese, come poteva avvenire comunemente
ai tempi dei Rimi, dei Lima, dei Liggio, dei Ciancimino, dei Vassallo, e anche
in tempi meno lontani. Il contatto con l'isola non passa attraverso famiglie e
cordate tradizionalmente legate a gruppi delinquenziali riconosciuti come tali.
Le strade praticate dall'immobiliarista romano portano invece all'est dell'isola,
più precisamente nella dimessa Ragusa, la città che, di reticenza
in reticenza, è riuscita a porre la pietra tombale sul caso Tumino-Spampinato. Un
po' come negli iter di Coppola e Ricucci, il ragusano Tumino reca un passato economico
di nessun rilievo. Proveniente da una famiglia di contadini poveri, fino a quasi
tutti gli anni novanta conduce personalmente una serra, saltuariamente fa il ruspista,
perlopiù per conto terzi, per alcuni anni gestisce un bar, con modesti
risultati. L'incontro con l'immobiliarista romano, avvenuto a Ragusa, gli cambia
tuttavia la vita. A renderlo possibile sono del resto alcune circostanze. Negli
ultimi anni novanta una sorella del Coppola si trasferisce nel capoluogo ibleo
per avere sposato un ragusano, tale Ferreri, a sua volta imparentato per via di
un matrimonio con il Tumino. Il contatto fra l'operatore economico romano e il
barista siciliano è quindi nelle cose, agevolato da importanti affinità
di carattere, dalla medesima cultura edonistica, dal comune senso del denaro.
Da quel momento, mentre la sorella dell'immobiliarista si dà da fare localmente,
assumendo una cospicua quota del Caffè Sicilia, uno dei più raffinati
ed esclusivi della città, l'ex ruspista diviene l'uomo di Coppola nell'isola,
e non solo nell'isola, se si considera che a lui il finanziere romano delega il
controllo laterale di alcune società strategiche, divise fra Lussemburgo
e Roma, come la Gabbiano Immobiliare, e la Immobilbi srl. Come è ovvio, da Marina di Ragusa il Tumino si trasferisce a Roma, ma i rientri a Ragusa sono frequenti e piuttosto visibili. Lo si vede in giro in BMW, ma non disdegna di esibire un paio di Bentley e una Ferrari. Si tratta del resto di rientri motivati, in sostanza di lavoro a tutti gli effetti. L'uomo di Coppola si assume infatti il compito di investire negli Iblei capitali ingenti, in terreni, in serre, che a sua volta dà in gestione ad amici fidati, e come è nelle logiche dell'immobiliarista romano, in appartamenti, soprattutto nella frazione di Marina, dove i prezzi degli immobili sono da anni e si prospettano ancora in notevole rialzo. Attraverso il Tumino, il Coppola finisce con il ricavare quindi dal Ragusano delle convenienze finanziarie. Ma è mosso pure da tutt'altri interessi, in una chiave spiccatamente edonistica, se è vero che l'area iblea, in particolare quella ragusana, da alcuni anni è divenuta una tappa irrinunciabile dei suoi viaggi nel Mediterraneo, con il suo Yacht da nababbo. E non mancano aneddoti al riguardo, perfettamente intonati con quello che si conosce già del personaggio, che ama farsi fotografare in un certo modo, e che, al pari dell'amico Ricucci, ma assai diversamente dai Caltagirone, si mostra piuttosto sensibile alle seduzioni della mondanità. Carlo Ruta
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