| | Carlo
Castellaneta. Soggiorno a Ortigia
Nato
a Milano nel 1930, Carlo Castellaneta pubblica il suo romanzo di esordio, Viaggio
col padre, nel 1958. È tuttavia il romanzo Villa di delizia,
pubblicato nel 1965, a garantirgli l'attenzione di un consistente pubblico, destinato
per altro a crescere con l'uscita di altre opere, come Gli incantesimi
del 1968, La dolce compagna del 1970, La paloma del 1972, Notti
e nebbie del 1975, Da un capo all'altro della città del 1977,
Progetti d'allegria del 1978. Fra i libri dati alle stampe più di
recente: Le donne di una vita nel 1993; La città e gli inganni
nel 1995; L'amore immaginario nel 1998; Racconti d'amore nel 1999.
Il brano che segue è tratto dalle pagine dedicate a Siracusa nel libretto
a sfondo odeporico Una città per due. Dodici città da visitare
e da amare insieme, pubblicato da Rizzoli nel 1987. C.
Ruta
Siracusa
Anche per pochi giorni, avevi detto, non importa, non sono mai stata in Sicilia.
Forse era il nome, il ricordo delle versioni dal latino (Syracusae Syracusarum)
oppure il profumo delle zagare, certo era la prima volta che ti offrivi di accompagnarmi
in un viaggio di lavoro, come ne fanno tutti i mariti, così abbiamo lasciato
i bambini a tua sorella, prenotato una camera doppia all'Hotel Villa Politi, e
adesso guardiamo insieme, dall'alto del Castello Eurialo, il mare da cui giunsero
i greci di Corinto che fondarono Siracusa. - Quando? - Qui c'è
scritto: settecento anni prima di Cristo. Il colle è un belvedere naturale,
perciò il tiranno Dionigi volle costruirvi il castello. Se si cancellano
le torri petrolchimiche che sfregiano il paesaggio, ancora si respira grecità
nello spazio immenso cosparso di massi rovinati dalle mura, e sulla destra, dov'era
la palude Syraka da cui prese il nome la città, l'aria odora di agrumi.
Di quella ciclopica costruzione, ingrandita da Ierone per resistere agli attacchi
cartaginesi, resta poco in piedi, mentre intatti sono i cunicoli e i fossati,
tracce di un'opera militare che non aveva eguali nella sua epoca. Adesso anch'io,
al suo fianco, riscoprivo di Siracusa il profilo antico, come succede quando si
visita con altri una città già conosciuta, così ricca di
evocazioni che Von Platen scelse di abitarvi e poi di morirvi. - Chi era?
- Un poeta tedesco del primo Ottocento. Qui, più che in altre città
d'Italia, si sovrappongono popoli e civiltà, dinastie e culture differenti
solo perché Siracusa, per sopravvivere, ha dovuto chiedere aiuto a qualche
potente: i Bizantini del generale Belisario, poi i Normanni e gli Aragonesi pur
di resistere alla minaccia che viene dall'Africa. Meglio gli Svevi che gli Arabi,
meglio gli Alleati (quando sbarcano a Capo Passero) che i gerarchi di Mussolini.
La leggenda si intreccia alla storia, il mito supera la realtà. Nessuna
prova che Archimede (il siracusano più famoso) abbia davvero usato "specchi
ustori" per incendiare le galere romane, proiettandovi i raggi del sole,
però la leggenda è rimasta. E lo stesso alle Latomie dei Cappuccini,
proprio sotto la nostra finestra all'Hotel Villa Politi, dove settemila invasori
atenieri catturati in battaglia languirono come schiavi. - Settemila? - hai
ripetuto incredula. Le Latomie, cave di pietra da cui i siracusani trassero
i materiali di costruzione, sono oggi una voragine maestosa dove si è spenta
l'eco degli scalpellini. Gli alberi, accanto ai torrioni di arenaria, creano effetti
da quadro fiamminco, simili a straordinari inferni rupestri. Ma alla base delle
rocce cresce l'àcanto, la foglia che decora il capitello corinzio. Cresce
spontaneo in grandi mazzi dal verde intenso. Così ciò che pensavo
classico, libresco, simile a un verso del siracusano Teocrito, risulta vero, vegetale,
frutto di natura. Invece le Latomie del Paradiso, aperte al pubblico, sono
divenute un grande giardino, con le sue tappe d'obbligo e le sue tradizioni. Ecco
l'orecchio di Dionigi, la caverna a cui diede il nome il Caravaggio quando vi
passò da visitatore. Sostiene la leggenda, da allora, che il tiranno Dionigi
potesse ascoltare dall'alto ciò che i prigionieri rinchiusi dicevano di
lui. Cosa poco credibile, poiché avrebbe udito solo un indistinto brusio.
Ma è bello crederlo, come è bello nominare il tuo nome a voce bassa,
e sentirlo ripetere dall'eco, come se un altro ti chiamasse. Nella Grotta
dei Cordari i cordari sono comparsi da qualche decennio. Qui filavano la canapa
profittando della forte umidità che rafforzava le corde. Ma l'antro è
rimasto una scenografia impressionante, rivedendolo mi ha fatto più effetto
della prima volta, ora che attraverso i tuoi occhi ripassavo queste meraviglie.
La bellezza, ad esempio, del parco archeologico della Neapolis è dovuta
alla vegetazione, a quelle punte di cipresso che tagliano l'orizzonte, al verde
che fa risaltare il biancore della pietra. Intorno all'altare di Ierone, dove
(narrano i cronisti) 450 tori in una sola volta furono sacrificati, crescono cespi
di fichidindia come nei quadri di Guttuso. Dalle gradinate più alte del
teatro greco, scavato nella roccia del colle, lo sguardo abbraccia il Porto Grande
e sulla destra i Monti Iblei, in una cornice di gialli fiori di campo che forse
circondavano già i quindicimila spettatori di Eschilo, il giorno della
prima della tragedia I Persiani, che qui venne rappresentata. Che strano,
hai detto mentre percorrevamo in carrozzella il corso Gelone, anche questa strada
mi ricorda Atene! Non ci avevo mai fatto caso, ma quei palazzi anonimi e senza
storia sono davvero squallidi come la Grecia moderna, con la siepe spartitraffico
che divide due fiumi di veicoli, e il mare laggiù come se non le appartenesse,
assolutamente estraneo al carattere della città. La verità è
che questa, la nuova, non è la Siracusa da vedere. L'autentica è
sul mare, nell'isola Ortigia che i Corinzi scelsero a dimora. Certo che ci puoi
andare da sola, non c'è nessun pericolo. Del resto Siracusa è un
caso atipico, un'anomalia della sicilianità: la gente ha occhi azzurri
e capelli lisci, non c'è mafia, non c'è delinquenza, non ci sono
delitti di gelosia, tanto che i catanesi la chiamano per spregio "provincia
babba", cioè smidollata, proprio come Atene rispetto a Sparta.
- Ma se tu hai da lavorare? Rimanderò appuntamenti, diserterò
riunioni, ma l'isola Ortigia la devi vedere con me, perché questa non è
una città, è un monumento, un'elegia, un frammento di ethnos conservato
chissà come. Dunque ti farò da guida come se fossi un siracusano
dello Scoglio, di quelli che ancora oggi dicono, quando passano il ponte per andare
a Ortigia: "Vado a Siracusa", e cominceremo da piazza Pàncali,
brutta e umbertina come tante piazze del Meridione, con il chiosco delle bibite
e le palme, ma che ha vicino il "Fratelli Bandiera", il miglior ristorante
di pesce della città. Pochi passi e resti senza fiato: è il
Tempio di Apollo, il più antico della Sicilia, con le sue possenti colonne
doriche smozzicate eppure vive, inserite nel paesaggio delle case e dei vicoli.
Da anni si va ripetendo che Ortigia, al pari di Venezia, sprofonda e cade in pezzi
per l'incuria dei governanti. Eppure, nonostante i molti stabili puntellati, nonostante
la fuga di molti in palazzi più confortevoli della città alta, nonostante
qualche scempio edilizio, Ortigia resta un catalogo vivente di architetture, un
repertorio di stili dove non solo il barocco, che dà l'impronta alla città
dopo il terremoto del 1693, ma anche il gotico normanno, il catalano, l'aragonese
convivono porta a porta. Per accedere al centro storico vi sono due modi:
dalla piazza Archimede o dalla Porta Marina. Li seguiremo tutti e due, perché
voglio assaggiare con te una cassata alla siciliana nella gelateria che guarda
il porto, contemplando l'arco superbo relitto del bastione spagnolo. In estate,
quando Siracusa esce dal letargo, le panchine del Foro Vittorio Emanuele si riempiono
per tutta la lunghezza del molo. E ugualmente si fa la fila per un tavolo alle
terrazze del ristorante Darsena in Riva Garibaldi, mangiando frittura mista tra
i colpi di sirena dei mercantili per Malta. Adesso invece, risalendo il corso
Matteotti, la via battuta dagli stranieri per i suoi eleganti negozi, fermiamoci
in piazza Archimede. Però non guardare la brutta fontana liberty, guarda
Palazzo Lanza, severa costruzione catalana che sopporta nelle sue mura un barbiere
e una sala di flipper. Ma soprattutto gira alle spalle della piazza per ammirare
Palazzo Montalto, che poi sarebbe solo una facciata trecentesca, ma di una bellezza
così sfrontata da non temere il parcheggio d'automobili che gli è
contiguo, né i pali fatiscenti che lo sorreggono. Nessun altro luogo
come Ortigia invita alla ricognizione individuale, perché ogni portone
può nascondere un gioiello, un tuffo nel passato, come la scalinata quattrocentesca
al n. 50 di via della Maestranza. Travi marce puntellano una grazia che langue,
soffitti a stucchi dorati si intravedono all'interno di edifici cadenti. A
volte le vie sono così strette, come in via dei Candelai, che i balconi
quasi si toccano da una casa all'altra. L'Ortigia di oggi è popolata da
piccoli bottegai che resistono a tener bottega, da proletari senza mestiere e
magari senza lavoro, artigiani nati qui e che da qui non vogliono andarsene.
Una città che era nata greca, e lo era ancora sotto gli Svevi, ha conservato
la sua struttura urbana, lo schema viario dell'epoca ellenistica. Così
via Dione è tuttora la spina dorsale della Siracusa greca. E poi dov'è
un Duomo che contenga un tempio dorico? Cicerone lo aveva già segnalato,
in una delle sue orazioni contro Verre, sorpreso lui per primo di trovare un colonnato
intatto, ancora prima che divenisse basilica bizantina. Una vestigia che aggiunge
sacralità al sacro, nel ricordo della Dea Athena a cui il primitivo tempio
era dedicato. Altre chiese mirabili, come San Filippo Apostolo, sono chiuse
perché pericolanti. A volte il crollo d'un tetto fa interrompere il transito
di una strada. L'insegna colorata del cinematografo "La scaletta" illumina
di notte la chiesa dell'Immacolata. La pubblicità della bibita Trinacria
sporge da un portale aragonese. Solo gli edifici pubblici, Palazzo del Municipio
o Palazzo Beneventano del Bosco, sembrano salvarsi dallo sfacelo, anche se quest'ultimo
edificio ha ancora uno spigolo del tetto amputato da una bomba dell'ultima guerra.
Ma il nostro ha da essere un itinerario più segreto. So che sei stanca,
faremo tappa per un bicchiere di Regaleali ghiacciato in una di queste osterie
del quartiere della Graziella, che sembrano locali algerini. Poi via di nuovo,
a caso, nel gomitolo di strade più ignorate dai turisti, ma dove colpisce,
nonostante la povertà, il lindore dei cortili, gli infissi colorati in
verde o blu, la tendina di pizzo dietro il cartello con la scritta "Vendesi".
O l'altarino fiorito di rose, candele e pizzi, come al n. 16 di via Graziella.
Un impagliatore di sedie ha bottega di fronte alla chiesetta di San Leonardo,
nella piazzetta dei Cavalieri di Malta, candida la chiesa barocca, celesti le
persiane delle case. Palazzo Gargallo, sebbene violentato da un edificio moderno
di sei piani, sembra ancora geloso del suo portico stupendo. Palazzo Bongiovanni,
in via Mirabella, va contemplato al mattino con l'odore del pane appena sfornato
dal forno che sta dirimpetto: le mensole dei balconi, fatte di pietra dolce siracusana,
sono capolavori di scultura. Nella fisionomia barocca di Ortigia bisogna rintracciare
però anche le testimonianze superstite dei catalani e degli aragonesi,
come Palazzo Interlandi o delle Orsoline, o in certi cortili negletti le tracce
di uno splendore remoto, un portale scolpito, una scala a elle che scende da un
terrazzo fiorito. Vicolo dell'Ulivo, un tempo brulicante e festoso di voci,
ora immerso nel silenzio. Un cortile al numero 26 del vicolo. Un cantonale in
muratura all'angolo di via Alagona. Eppure i due terremoti che hanno danneggiato
Ortigia non l'hanno mai messa in ginocchio, come sta facendo l'incuria e lo stato
di abbandono dei giorni nostri. [
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