Il caso Vittoria

Interventi

 

Il destino e la mafia

Una vecchia intervista a Giuseppe Campione, quando era presidente dell'Antimafia all'ARS

 

Il 6 novembre 1987 viene pubblicata sulla "Gazzetta del Sud" un'intervista, firmata da Giancarlo Spadoni, al presidente della Commissione antimafia all'Ars Giuseppe Campione. E' intitolata: "Non è un destino cinico e baro ad alimentare la piovra mafiosa". Pochi giorni prima a Vittoria è avvenuto un attentato al presidente della cooperativa Rinascita, cui è seguita una manifestazione organizzata dall'amministrazione comunale. Appena una anno dopo scoccherà la stagione ruggente del gruppo Dominante-Carbonaro. Di là dalle marcature di parte e da alcuni dettagli discutibili, l'intervista, che suscita a Vittoria incontenibili proteste, è importante per il periodo in cui avviene e per quanto riesce a dire dell'humus vittoriese. Se ne propone un passaggio.

D. Esaminiamo adesso il "caso Vittoria", se così si può definire.

R. Non v'è dubbio che si tratta d'una zona calda, limitrofa ad aree che hanno già vissuto aspetti di criminalità mafiosa e che proprio dinanzi ad un processo di sviluppo repentino e tutto sommato distorto, realizza in sé caratteristiche favorevoli, per far sì che si sviluppino i tentacoli della piovra. Un'agricoltura capace di esprimere significative produttività; la conseguente diffusione di processi di arricchimento, hanno attratto protagonisti esterni che hanno accelerato situazioni di crescita della microcriminalità preesistente. Bisogna aggiungere, anche se il tema dovrà essere ulteriormente approfondito, che i processi di reimpiego della ricchezza ottenuta, si sono mossi in maniera disordinata. E' stata favorita, anche per necessità ma anche in nome della logica del "consenso" a tutti i costi, la teoria dell'"arrangiarsi", al limite o al di là dei fatti normativi. Lo scambio politico ha favorito le regole del "fai da te", e sono cresciute corporazioni sul filo del legale. Ora qualunque necessità se non incanalata nei giusti binari delle regole della democrazia, finisce col far germogliare la cultura del "si può fare comunque". [...]

D. Errori politici in generale, ma anche scarsa comprensione del fenomeno, nella sua globalità e per come si stava manifestando?

R. Le "necessità" spesse volte non vengono calibrate con l'interesse generale. Gli "abusivi" non vengono aiutati a capire che esiste il probleòa del rispetto dell'ambiente; i camionisti non vengono aiutati a capire che esiste un bene comune che è quello dei limiti che servono alla sicurezza di tutti. Purché protestino vengono utilizzati perché in gran parte, producono consenso, e questa è una logica perversa. A Vittoria c'è stato chi ha lucrato rendite di posizione, in questo senso, favorendo ed utilizzando specifiche situazioni. E' comunque una spirale, si è ottenuto consenso, ma di riflesso si è prodotto un degrado, che ha fatto saltare il senso dello sviluppo ordinato della comunità, ed in definitiva il senso dello Stato. Se a tutto questo si aggiunge l'arroganza del potere, la violenza verbale, la rissa contro ipotetici nemici in una logica di stampo staliniano, aspetti questi che appartengono alla complessiva vicenda politica di Vittoria, si può capire perché questo degrado civile e politico è destinato ad aumentare. In questo terreno di coltura vanno così a determinarsi situazioni non governabili e la resistenza unitaria delle forze politiche non riesce ad esprimersi compiutamente, si "imbozzola" nelle lamentazioni rituali, ma nella sostanza non appare credibile per una grande battaglia di civiltà.

D. Che senso dare allora al ruolo dei partiti che hanno aderito alla manifestazione contro la criminalità di mercoledì?

Certamente comunisti, democristiani, mondo cattolico, socialisti, espressioni sindacali, sono presenti nel respingere l'aggressione mafiosa, ma il clima ha bisogno anche di comportamenti. Ha anche necessità di autocritica. Quello che c'è adesso è anche fisiologico, come è stato detto, ma tocca in qualche modo anche il modo d'essere della classe dirigente. Eppure non c'è alcun barlume di autocritica, quasi che tutto questo sia il frutto di un destino cinico e baro.