Il caso Vittoria

Interventi

 

Il "contesto" vittoriese

 

Brani tratti da "Il Nordest del Sud" di Gianni Barbacetto, uscito su "Diario" di Enrico Deaglio nel numero del 20-26 gennaioo 1999. L'inchiesta prende spunto dall'uccisione di cinque giovani che è avvenuta a Vittoria il 2 gennaio.

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L'uomo che fu ucciso due volte.

Il 19 giugno 1989 venne crivellato di colpi, mentre era al volante della sua auto, Salvatore Incardona, uno dei 56 commissionari del mercato ortofrutticolo. Si era rifiutato di pagare il pizzo. Il figlio, Carmelo Incardona, aveva 25 anni quando suo padre morì. Oggi fa l'avvocato e si è dato alla politica, in Alleanza Nazionale. Ricorda: "Il papà lo diceva apertamente, 'io non pago'. Lo diceva a me, ma anche al bar, in piazza. Ai colleghi che come lui avevano un box al mercato diceva: 'Se ci opponiamo tutti non potranno farci niente'". Ma i suoi colleghi avevano accettato tutti l'estorsione dei Carbonaro-Dominante. L'avevano addirittura istituzionalizzata, come fosse una tassa, un'addizionale da calcolare sulle cassette di legno impiegate: tante cassette usate, tanto pizzo da pagare.

Aveva approvato anche il presidente del consorzio dei commissionari, che si era addirittura recato da Incardona per cercare di convincerlo a non inceppare il sistema. Il commerciante aveva rifiutato. Allora erano entrati in funzione i kalashnikov.

Incardona fu ucciso e tradito due volte. Prima fu lasciato solo a opporsi al racket e consegnato dai colleghi ai suoi killer. poi, da morto, fu abbandonato da chi sapeva e anzi la sua memoria fu inquinata dal sospetto: "Io non sono andato al suo funerale", confessa un politico di Vittoria, "perché se era stato ammazzato poteva essere in qualche modo coinvolto in affari loschi". Invece era un uomo coraggioso, che fu ucciso due anni prima di Libero Grassi, l'imprenditore palermitano che si oppose al pizzo e fu eliminato da Cosa Nostra nel 1991.

A Vittoria il 26 settembre 1998 è stata intitolata una via a Salvatore Incardona: ci sono voluti nove anni.

Mafiosi e mafiogeni

Ciccio Aiello è il sindaco, anzi il supersindaco di Vittoria. La prima volta fu eletto a 31 anni, nel 1978, e da allora è sempre stato l'uomo forte del Pci-Pds-Ds della città. E' nato nel quartiere di San Giovanni, lo stesso da cui provengono molti degli stiddari. unque conosce bene anche le pieghe più nere del suo paese, oltre che i suoi cittadini, che chiama per nome uno per uno. Ci sa fare, con la politica, Sa maneggiarlo, il consenso. Che abbia lavorato molto per Vittoria gli è riconosciuto anche dagli avversari politici. La politica l'ha giocata a tutto campo, Ciccio Aiello.

Ora, dopo la strage di Capodanno, è diventato il paladino dell'antimafia. Ha organizzato la fiaccolata dell'8 gennaio, ha convinto il governo regionale siciliano a venire a riunirsi a Vittoria. Quello nazionale, invece, non si è visto: ha scelto altre emergenze. "Non ho trovato neppure un sottosegretario disposto a venire alla nostra fiaccolata", racconta Aiello. Ma già nel novembre 1983, ricorda con orgoglio, aveva convocato una manifestazione contro il pizzo.

"Eppure la situazione di Vittoria, con i suoi morti ammazzati, dimostra il fallimento della politica di Aiello", giudica da destra Carmelo Incardona. Da sinistra gli fa eco Gianni Giudice, ex consigliere comunale della Rete, ora scappato dalla politica e approdato in polizia [...]: "Chi ha governato la città ha assicurato il benessere, d'accordo. Ma ha anche costruito il contesto entro cui è cresciuta la mafia. Hanno diffuso la cultura dell'abusivismo. Hanno permesso la cementificazione della costa. Hanno assegnato appalti a trattativa privata, incrementando la cultura del favore. Tutti sono attenti alla mafia militare, ai ragazzi che sparano e massacrano" continua Giudice, "ma questo è folklore, se non si considera anche quello che c'è a monte dei kalashnikov, della droga, delle estorsioni".

Già, che cosa c'è a monte? Qual è il contesto? Lo scrittore Vincenzo Consolo, dopo la strage di Capodanno, ha di nuovo ricordato che la battaglia a favore degli abusivi fu una campagna che seminò cultura dell'illegalità. Carlo Ruta, scrittore e polemista che vive a Pozzallo, non distante da Vittoria, critica l'amministrazione per la sua "antimafia-fiction, che mette in campo un'accorta cautela per evitare di pagare il conto di quanto si è omesso ieri e si omette ancora oggi. Non sono mafiosi, ma mi sembrano mafiogeni".

A chi ha gestito la sviluppo di Vittoria, la (piccolissima, in verità) fronda di oppositori non perdona il silenzio sulla morte di Incardona e tante, tante altre disattenzioni. Qualche Esempio? Salvatore Di Natale, pregiudicato, fu lasciato diventare battitore d'asta (cioè colui che determina il prezzo di vendita) al mercato dei fiori. Su Di Natale i magistrati antimafia di Catania hanno scritto: "E' l'esponente più anziano della malavita vittoriese, legato prima al boss Cirasa, poi al clan Carbonaro-Dominante, per il quale riscuoteva le estorsioni".

E la squadra del calcio locale? Oggi il Vittoria Calcio ha stampigliato sulle magliette: "Viottoria, città antimafia". Ma Ciccio Aiello fece arrivare finanziamenti al predecessore di quella associazione sportiva, il Vittoria Colonna, che il supersindaco sosteneva attivamente anche con entusiastiche dichiarazioni sul giornalino del club: "E' stata una bella esperienza sedersi in panchina; altrettanto bello vedere nove gol!". Peccato che nella dirigenza della squadra ci fosse lo stato maggiore della cosca, compreso Bruno Carbonaro, poi arrestato.

[...] Ma le disattenzioni investono anche le scelte amministrative. Il piano regolatore di Vittoria, per esempio, è un buco nero: inesistente negli anni della grande cementificazione, fu varato soltanto nel 1985 e infine adottato nel 1988, quando ormai chi voleva costruire lo aveva già fatto. E anche ora, quando serve, è contraddetto dalle varianti di piano,

E gli appalti? Sono spesso assegnati a trattativa privata, con scarsa trasparenza e pericolo di inquinamenti. La ditta Cesea, per esempio, negli anni Ottanta fece il pieno di lavori pubblici, spesso frazionati in piccole tranche da 30 milioni per poterli assegnare senza gara. Il depuratore per gli scarichi della città, invece, iniziato nei primi anni Novanta, ancora non funziona e forse non funzionerà mai. intanto si continua tranquillamente a scaricare i liquami nel fiume Ippari. Quanto al teatro comunale, un gioiellino dall'acustica perfetta, rischia di ripetere, in sedicesimo, lo scandalo del Teatro Massimo di Palermo: chiuso nel 1994 per qualche lavoro di restauro, non è più stato riaperto; e c'è chi dice che sia stato irrimediabilòente rovinato dalle iniezioni di calcestruzzo. Leggende di paese, chissà.

C'è comunque aria d'illegalità diffusa. L'ambiente, per esempio, è regolarmente inquinato dalla plastica delle serre, che deve esser periodicamente sostituita: dove la mettono, la bruciano? E quanti veleni chimici vengono scaricati nella terra, ogni volta che si deve "pompiari 'a serra", cioè irrorare di disinfestanti le primizie ("Noi non le mangiamo", confessa un coltivatore, "troppo chimiche")?