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1 novembre 2004 Mauro De Mauro e Giovanni Spampinato. Il contesto La testimonianza di Giuseppe Casarrubea L’interesse sul tema delle stragi e dei delitti di sangue in Sicilia, molti dei quali senza nome e senza giustizia, ha visto fiorire negli ultimi tempi studi impensabili fino a qualche anno fa. Il recente libro di Vincenzo Vasile[1], è segno del mutamento dei tempi e del rinnovato clima di attenzione per gli esiti più avvertiti della ricerca sulla nostra storia passata, a cominciare da quella che vide nascere la nostra Repubblica e la nostra democrazia. Per quanto sembrerebbe non esserci collegamento alcuno tra fatti accaduti nei trent'anni successivi allo sbarco alleato, tuttavia sarebbe finalmente il caso di trovare gli elementi di continuità di una storia lunga, ancora troppo frammentata. Come se la riduzione degli elementi di continuità tra quanto accaduto, fosse servita a tenere isolati i casi, a non avviarli verso una comprensione globale. Lungo questo itinerario, alla scoperta delle dimensioni e dei caratteri della nostra storia, la lettura del passato dovrebbe essere attenta alle connessioni tra società e potere, alla natura stessa del potere così come si configurò in un momento cruciale dell'Italia e della Sicilia: dall’occupazione alleata al ’48 democristiano. Ma anche dopo occorre seguire il filo conduttore delle ricerche compiute fino agli ultimi esiti derivanti dalle fonti preziose degli archivi nazionali Usa, o di quelle altre conservate presso i nostri archivi di Stato, o dislocate in vari uffici, con gli armadi più o meno rigirati. Fatica improba per molti che, senza riuscire a cavare un ragno dal buco, hanno tentato le vie meno impervie di un cammino romanzato. Altri sono stati dalla parte dei vincitori: uomini come Vincent Scamporino, Max Corvo, Victor Barret che alla temperie del 1943 giungevano con la formazione degli agenti americani allenati alla scuola dei servizi segreti e della politica internazionale; che conoscevano la Sicilia perché ne coglievano il senso strategico nel teatro delle operazioni nel Mediterraneo e che a differenza del generale Patton e dei militaristi puri o degli strateghi di guerra, non pensavano che i siciliani fossero degli islamici da dominare, o espressione di una civiltà inferiore irredimibile. Sul campo di battaglia, o sul suolo liberato, la loro attenzione era rivolta agli uomini, alle loro debolezze e alle loro aspirazioni. Erano spie e abili conoscitori della psicologia umana. Così seppero riferire ai loro superiori, Shepardson, Brennan, Angleton o Donovan, le condizioni reali degli uomini del loro tempo su una terra occupata e conquistata. Furono protagonisti e complici degli intrighi di palazzo e fecero dell’arma dello spionaggio qualcosa di micidiale al servizio dei fini ultimi dei nuovi conquistatori, americani o inglesi che fossero. Col loro comportamento, fecero in modo che avvenisse quello che Croce lamentava in via confidenziale in una lettera a una sua vecchia conoscenza, il celebre giornalista e opinionista americano Walter Lippmann: “In Sicilia, l’amministrazione è, per colpa precipua del capo americano Poletti nelle mani degli ex fascisti”. E qui dovrebbe iniziare un discorso lungo, di scavo. Non ultimo quello che, per conto del giudice Salvini, fu condotto a termine dallo storico Aldo Giannuli sulla strage di piazza Fontana. Lo studioso, indagando su quella vicenda, incrociò le carte del vecchio Sis, dalle quali il connubio fascismo/criminalità (banda Giuliano e mafie locali) risulta confermato e abbastanza documentato. Così il "picciotto dritto" di cui parlano gli agenti segreti, saldò l’anello mancante che lo legava - suo malgrado - all’Italia che molti non volevano. E se tutto questo avviene grazie alle fatiche di studiosi e ricercatori, giornalisti e uomini di buon senso, non si capisce come mai ancora oggi solo per lo Stato la tragedia di allora, intrisa di libertà ma fatta anche di sangue, sia un tabù di cui è meglio non parlare. Anzi da porre sotto silenzio. Così come sono cadute nell’oblio tre strane morti violente avvenute tra il ’70 e il ’72 in Sicilia: quelle di Mauro De Mauro, Pietro Scaglione, Giovanni Spampinato, giornalista dell’ “Ora” e dell’ “L’Unità”. Anche questi delitti sono avvolti nel mistero, come Portella a cui sembrano richiamarsi, sia pure indirettamente. Spampinato infatti indagava sui complotti neofascisti che usavano la Sicilia come “una sorta di laboratorio della strategia della tensione”; De Mauro era stato un elemento di rilievo nella Roma ancora occupata dai nazisti. Fuggito da un ambiente diventato certamente ostile, in Sicilia aveva trovato, come molti altri, una realtà pronta e reinserirlo nel normale consorzio politico e civile.[2] La Sicilia è sempre stata una sorta di panacea, un magma terapeutico, dove tutto può sanarsi, e in termini giudiziari, “aggiustarsi”: dalla sua stessa deviazione da un ‘normale’ cammino, dal suo corso naturale, dal suo destino. Ma in quel caldo autunno del ’70, quando De Mauro scomparve come risucchiato nel vuoto, non tutto era tranquillo in Italia e soprattutto tra le forze armate. Borghese stava preparando la sua operazione ‘Tora Tora’ che sarebbe dovuta scattare la notte dell’Immacolata di quello stesso anno.[3] Era una storia antica, di lunga continuità, nella quale il filo conduttore sembrava essere dato da personaggi che avevano partecipato persino alle operazioni di preparazione dello sbarco degli Alleati, nel luglio del ’43 o che avevano continuato a esercitare il loro grande potere per tutto il ‘900. Alla base di questa storia c’era l’anticomunismo di sempre basato sul triplice connubio tra neofascismo, mafia e servizi deviati. Ne accenna anche il pentito Antonino Calderone: "La contropartita che i golpisti offrivano alla mafia consisteva nella revisione di una serie di processi già definiti, tra cui quello ai Rimi di Alcamo e a Liggio per l’uccisione del medico Navarra di Corleone".[4] D’altra parte la scarsa considerazione data da certa storiografia alla storia delle deviazioni antidemocratiche in Italia, ha impedito di collocare un periodo cruciale della Repubblica come il trentennio che precede l'uccisione di Spampinato, in una visione ampia ed esaustiva, nella quale una molteplicità di dati obiettivi avrebbero dovuto condurre a una lettura di molti delitti come atti tipici del terrorismo politico.[5] Dunque, i pappagalli di Euforione, hanno ripetuto cliché, mai approdati da qualche parte, con l’aggravante che per troppo lungo tempo non si sono battute le piste necessarie. Quella eversiva non è l’unica da seguire, ma la più vicina alla documentazione, la più logica e coerente con i fatti. ---------------------------------------------- [1] Cfr. Vincenzo Vasile, Salvatore Giuliano bandito a stelle e strisce, Baldini Castoldi Dalai, 2004 [2] Cfr. Massimiliano Griner, Nell’ingranaggio. La scomparsa di Mauro De Mauro, Firenze, Vallecchi, 2003, pp. 31-57. [3] Cfr. ibidem, pp. 119-122. [4] Cfr. Pino Arlacchi, Gli uomini del disonore. La mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonino Calderone, Milano, Mondodari, 1992, p 96. [5] Basti pensare che quell’anno si apre con l’assassinio del più grande dirigente sindacale siciliano di quel tempo, Accursio Miraglia di Sciacca, prosegue con Portella e le stragi del 22 giugno, nonché con l’assassinio del segretario della Federterra di Terrasini Giuseppe Maniaci, e di Vito Pipitone, vicesegretario della stessa organizzazione di Marsala. Contemporaneamente si erano registrati a Milano e in altre città d’Italia, attacchi con mitra e bombe a mano, contro le sedi di sinistra. Fatti che Giuseppe Di Vittorio e Giancarlo Pajetta ebbero a denunciare come dovuti al fascismo: Cfr. Assemblea Costituente, seduta del 12 novembre 1947, CCLXXXIX, pp. 20021-2078.
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