| |
Il
caso di Giovanni Spampinato: antefatti e humus di
Carlo Ruta
Il
privilegio e l'ordine
La vita pubblica italiana dei primi anni settanta rimaneva legata a un canovaccio
rigido, fissato nell'immediato dopoguerra, con il consolidarsi del vincolo atlantico.
Il paese era traversato da tensioni sociali inevitabili, dinanzi alle quali le
istituzioni dello Stato, a partire da quelle giudiziarie, si trovavano ad assolvere
un ruolo necessariamente protervo, a garanzia dello statu quo. L'indipendenza
della giustizia, sancita dalla Costituzione, che pure motivava non pochi magistrati
alla tutela dei diritti e del bene pubblico, a partire da giudici in prima linea
come Cesare Terranova, costituiva quindi un orizzonte virtuale, che dava ragion
d'essere alle istanze dell'associazione Magistratura Democratica, nata sull'onda
dei movimenti civili degli anni sessanta, con l'esplicito richiamo alla carta
fondamentale dello Stato. I palazzi di giustizia erano evidentemente parte
in causa in tutti i sensi, e lo erano talora in senso estremo. Il procuratore
generale di Palermo Emanuele Pili, già in confidenza privata con Salvatore
Giuliano, era stato sicuramente un protagonista degli equilibri territoriali che
sopravvennero all'assassinio del bandito, quando, come documentato dalla Commissione
Antimafia, divenne un assiduo frequentatore delle tenute di Michele Greco. Allo
stesso modo, e nei medesimi ambiti, da protagonista si mosse il procuratore della
Repubblica Pietro Scaglione: abile amministratore di segreti, a partire da quelli
che era riuscito a raccogliere all'Ucciardone da Gaspare Pisciotta, senza l'inconveniente
di verbali e testimoni. Su un terreno più composito, che vedeva già
in causa personaggi come Sindona e Gelli, nella stessa tradizione andò
a collocarsi ancora il magistrato Carmelo Spagnuolo, procuratore generale della
Corte d'appello di Roma, prima di essere travolto dallo scandalo, nel 1974, quando
venne accusato di aver favorito il boss Frank Coppola. E si potrebbe dire di altri
casi, passati al vaglio dall'Antimafia e resi noti dalle inchieste giornalistiche.
Se tutto questo costituiva un po' il confine, la normalità era quella drammatica
di procure e giudici che, con il codice Rocco a disposizione, promuovevano processi
su misura, atti a colpire con mano pesante manifestanti, scioperanti, oppositori
in genere, con l'ausilio delle questure, sufficientemente coperte e agevolate
da un Testo Unico di paternità fascista. Una adeguata attenzione veniva
prestata poi ai reati d'opinione, che testimoniavano in realtà il dato
di un dissenso irriducibile. Di converso, venivano garantite senza indugio le
illegalità di Stato, che avevano sfioratolo scandalo internazionale a Viterbo,
dove, per l'eccidio di Portella della Ginestra, erano stati condannati un nugolo
di banditi, quelli che si erano sottratti a una morte più o meno misteriosa,
ed espunti arbitrariamente tutti i politici chiamati in correità: Cusumano
Geloso, Leone Marchesano, Vittorio Alliata, Bernardo Mattarella, fino all'uomo
forte della Repubblica, il ministro dell'Interno Mario Scelba. Così
andavano le cose agli esordi come nel pieno della Repubblica, malgrado l'ingresso
dei socialisti di Nenni al governo, i reclami civili del Sessantotto, lo statuto
dei lavoratori. E tutto questo trovava in Sicilia un'applicazione particolarmente
greve, a opera di magistrati che, con caratteri e stili commisurati alle atmosfere
corrusche dell'isola, appena dissimulati da uno studiato formalismo, si confermavano
tenacemente classisti, difensori del privilegio, capaci di licenze che potevano
debordare nell'anacronismo. Un caso di trattamento giudiziario del diritto
di cronaca può darne uno scorcio. Nel dicembre 1972 il triestino Etrio
Fidora, allora redattore capo de "L'Ora", quando ne era direttore Vittorio
Nisticò, venne condannato da un giudice del tribunale di Palermo, Ugo Saito,
a un anno di carcere senza condizionale e all'interdizione temporanea della professione
giornalistica. Aveva solo scritto che il proprietario di una miniera di zolfo
di Lercara, morto da tempo, veniva pubblicamente riconosciuto come fustigatore
di carusi. Come si legge in un comunicato a caldo de "L'Ora", si trattava
di un grossolano attentato alla libertà di stampa, consuetudinario in quella
stagione, che conobbe comunque una larga riprovazione nell'opinione pubblica.
Etrio Fidora, che divenne direttore del quotidiano negli ultimi anni settanta,
ricorda oggi che il giornalismo d'inchiesta veniva a trovarsi in Sicilia fra due
fuochi: da un lato le rappresaglie della mafia, che a "L'Ora" causarono
tre morti e un devastante attentato al tritolo, dall'altro le immancabili ritorsioni
giudiziarie, che comportarono, per legittima suspicione, il trasferimento di gran
parte dei processi in varie città della penisola. Giudici
di provincia
I due tribunali e le cinque preture che amministravano la giustizia in provincia
di Ragusa, aderivano sostanzialmente a tali regole, e fino agli anni sessanta
non avevano dimostrato impeti degni di nota, in conformità, si direbbe,
con i tepori, presunti, che il sud-est cercava di consegnare alle cronache del
tempo. Già sul finire del decennio, come testimoniò l'eccidio di
Avola, e soprattutto nei primi anni settanta, nell'intera cuspide il clima era
tuttavia mutato. Basti dire che proprio a Ragusa la Confagricoltura organizzò
nel 1971 un minaccioso raduno degli agrari siciliani, in risposta alla legge De
Marzi-Cipolla, che, innovando i contratti di affitto e mezzadria, colpiva alla
radice i loro privilegi. D'altra parte, era il contenzioso fra passato e presente,
erano i costumi che mutavano in fretta nel paese, a sollecitare atti ed esposizioni
personali. Pure gli uffici giudiziari della provincia estrema, che avevano goduto
di un'amministrazione piana, conobbero allora momenti di frenetico attivismo.
A rappresentare tali impetuosità fu in particolare il pretore di Ispica
e Scicli, Ignazio Augusto Santangelo, proprietario terriero per tradizione familiare.
Nel 1971 balzò alle cronache per aver inviato alla Corte Costituzionale
la legge De Marzi-Cipolla, provocandone la sospensione nell'intero territorio
nazionale: in perfetta coordinazione, si direbbe, con gli agrari, che, ritenuta
tale legge lesiva della proprietà, replicarono in tutto il paese, e in
particolare al sud, con il voto al MSI di Almirante e lo scatenamento del neo-squadrismo,
in una chiave non soltanto intimidatoria. Nella primavera del 1972, dietro denunzia
dei vigili urbani, emise un provvedimento di sospensione del sindaco di Ispica
Salvatore Stornello, a capo di una giunta di sinistra, con l'effetto di paralizzare
per mesi l'attività amministrativa del centro ibleo: fino a quando, sull'onda
dello scandalo, non intervenne la magistratura superiore. Ma non si fermò
a questo. Nell'autunno del 1972 convocò nel proprio ufficio l'intera giunta
di Ispica, incluso il segretario comunale, perché deliberasse lì
per lì su alcune istanze da lui presentate, riguardanti in particolare
un posteggio per la propria auto e l'istallazione di un telefono. E per tutta
risposta rimediò un procedimento per violenza privata, su denunzia di alcuni
assessori e del vicesindaco. (...)
Ancora su tale linea conveniva il giudice Saverio Campria, originario di Caltagirone,
dal 1965 presidente del tribunale di Ragusa, dopo aver esercitato lo stesso incarico
a Sciacca, in provincia di Agrigento. La Commissione Antimafia, che lo aveva convocato
a una audizione, così lo descriveva:
Il presidente del tribunale, dott. Saverio Campria, oggi trasferito alla più
importante sede di Ragusa, non ha manifestato molta energia né interessamento
per i problemi oggetto della conversazione con lui avuta dai commissari, mostrando
non solo di non conoscere la situazione del suo circondario ma di ignorare quanto
in realtà avveniva intorno a lui. Rapporti di particolare freddezza
sono stati poi rilevati tra il presidente del tribunale e il procuratore della
Repubblica, presumibilmente per il carattere chiuso del primo. Sembra doveroso
segnalare al Consiglio superiore della Magistratura l'opportunità che nel
conferimento di uffici direttivi in Sicilia, la cui efficienza costituisce il
presupposto e la condizione di una positiva azione contro la mafia, si tenga il
massimo conto soprattutto delle abitudini e della personalità dei magistrati
da assegnarvi. La Commissione parlamentare d'inchiesta non può ignorare
o fare a meno di rappresentare simili inconvenienti, ai quali può anche
risalire in determinate circostanze nella mancanza di interessamento, di zelo,
di energia, che ha tanto contribuito in passato alle affermazioni di situazioni
e di ambienti mafiosi.
Se a Sciacca non aveva lasciato una edificante idea di sé, e le annotazioni
dell'Antimafia chiudevano l'argomento, il giudice Campria a Ragusa, per più
ragioni, si trovò presto in dissidio con l'ambiente cittadino, a partire
dal palazzo di giustizia. Con particolare impegno venne contrastato comunque dagli
avvocati del foro, i quali, intorno al 1971, denunciarono al CSM fatti gravissimi
che lo riguardavano, fino a ottenere l'apertura di un'inchiesta. Il presidente
del tribunale veniva accusato di essersi interessato in maniera non lecita alla
sistemazione dei due figli maschi in uffici pubblici. Il figlio minore, Armando,
aveva trovato posto al provveditorato agli Studi, mentre il maggiore, Roberto,
era stato assunto dall'Amministrazione provinciale di Ragusa, per essere distaccato
presso l'Istituto Igiene Mentale. E soprattutto sulla seconda assunzione si appuntarono
le voci pubbliche e, con forza crescente, i reclami, non privi di secondi fini,
della Camera penale. Senso
unico
Prescindendo
dalle trame di palazzo e dalle ubbie, i magistrati del Ragusano non si sottraevano,
come detto, al loro dovere primario, che era quello di sanzionare gli atti ritenuti
pregiudizievoli allo statu quo. Si trattava in fondo della normale amministrazione.
Dovevano tenere tuttavia conto di un dato ambientale e storico: quella iblea era
per definizione la provincia rossa dell'isola. Uno degli impegni ineludibili diventava
allora quello di contenere il più possibile l'operato delle giunte della
sinistra, che allora venivano chiamate frontiste. Comunque si operasse: con spregiudicatezza,
come nel caso del pretore Santangelo, o con qualche moderazione, come a Modica
e a Ragusa, veniva esaltata quindi la norma delle due misure, che trovava riscontro
soprattutto nel campo già tumultuoso dell'edilizia urbana. Per citare un
caso fra i tanti, il periodico ragusano "L'Opposizione di Sinistra"
dell'aprile 1970, nell'articolo Denunce a sensazione e realtà democristiana,
circa una zelante azione giudiziaria condotta a Scicli, retta appunto da una giunta
"frontista", così si esprimeva: "A Ragusa si sono costruiti
edifici in violazione del regolamento edilizio e delle leggi in materia urbanistica,
su dirupi abissali, ed a Modica in vie centralissime e nella Fiumara. In questi
comuni, non si sa per quale ragione, non vi sono state delle ispezioni né,
ovviamente, dei mandati di comparizione". Nel profondo degli Iblei dei primi
anni settanta, come nel Siracusano e tanto più nel Catanese, si muoveva
tuttavia qualcosa che non poteva ricondursi alla normalità. In tutto
il paese imperversava lo squadrismo neofascista, accudito dai servizi segreti
e da agenzie in ombra di osservanza atlantica. Ma lo strumento, con cui si intendeva
supportare obliquamente lo statu quo, presto risultò di difficile
controllo: per le tensioni che agitavano la proprietà agraria, spaventata
come detto da leggi come la De Marzi-Cipolla; per i timori che andavano alimentandosi
nei ceti abbienti dopo la vittoria di Allende in Cile; per i contatti strategici
che la destra ruggente era riuscita a cucire con le dittature di Spagna, Portogallo,
e soprattutto Grecia. I tentativi di svolta autoritaria che ne vennero, in quella
stagione, non furono quindi da operetta. E fu in tale quadro che la cuspide sud-orientale
divenne un inedito crocevia di trame. Se con le elezioni del 1971 Catania
si ritrovò la città più nera d'Italia, l'estrema destra del
Ragusano prese a vagheggiare il ripristino dei "fasti" del '21, quando
gli agrari iblei avevano armato uno squadrismo tra i più feroci del paese,
tanto da venire guardato con sospetto addirittura dalla tetra ufficialità
fascista. La storia andava ripetendosi beninteso in sedicesimo, ma si aprì
in provincia una stagione di aggressioni, che fecero capo in larga parte al deputato
missino all'ARS Salvatore Cilia, un facinoroso legato a noti esponenti della Decima
Mas, che non disdegnava di coinvolgere nelle operazioni la bassa malavita di Vittoria.
E se tutto questo avveniva con voluta ostentazione, sullo sfondo, assai meno visibili,
assumevano un rilievo inedito i traffici di armi, sigarette, antiquariato, reperti
archeologici, che trovarono un attento investigatore, sulle pagine de "L'Ora"
e de "L'Unità", in Giovanni Spampinato, mentre in tutt'altra
direzione erano rivolti gl'impegni degli uffici giudiziari. Brano
tratto dal libro Morte a Ragusa di Carlo Ruta, Edi.bi.si., 2006 Prima
pagina
| |