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29 giugno 2003 Caso Carbone-Antonveneta. Nell'est siciliano si vilipende la legge fino alla vergogna. Le pressioni sui possibili testimoni.Il controllo sulla famiglia Carbone.Le tattiche dell'istituto bancario e dei passati complici dell'ex presidente del Confisi. La posizione a rischio di Emanuele Amenta. Il disagio dentro le istituzioni, che tacciono.
Il caso Carbone sta scuotendo l'opinione pubblica. Nessuna persona fra coloro che conoscevano il presidente del Consorzio Fidi Siciliano crede alla tesi del suicidio. Una serie impressionante di dati testimonia invece la realtà di un assassinio travisato. Ma nell'ufficialità, a tre mesi dalla morte dell'imprenditore-boss non si muove nulla. E la gente a Scicli, a Ragusa, a Pachino, a Siracusa, nel Catanese, si rende conto delle cose. C'è di mezzo una potente banca italiana, che conta oltre un migliaio di sportelli. Fra gli "amici" forti del Carbone risultavano troppe persone di rango, pure ai vertici di istituzioni. Confidando comunque nell'estate, nelle distrazioni canore, nel dipanarsi dei "gialli" balneari, la tattica che si sta usando è quella tradizionale: "abbassati giunco, fino a quando passerà la piena", mentre si cerca di spezzare i contatti "pericolosi", con avvertimenti e consigli sotto traccia. Di certo, la testimonianza di un dirigente della Confesercenti è stata dura da assorbire. E non si può correre il rischio che altri, pubblicamente, seguano l'esempio. Più di quanto sia avvenuto negli ultimi decenni, si oltraggiano in sostanza le leggi della repubblica. Si cerca di coprire un assassinio, un coacervo di trame finanziarie che potrebbe generare un terremoto, un iter decennale di fatti di sangue e illeciti, dai traffici d'armi a quelli di narcotici, su cui l'opinione pubblica di un paese che si dice civile non può non chiedere il rendiconto. Nella vicenda, emblematica rimane la condotta della famiglia Carbone. L'imprenditore boss ha sempre tenuto i congiunti lontani dalle trame. Gliene va dato atto. Ma sin dalle fosche storie di Serra San Bruno, nella Sila, la moglie Mariella Finielli è stata costantemente informata dall'imprenditore boss. Per forza di cose, reca quindi una sufficiente conoscenza dei fatti, inclusi gli intrighi con Amenta. Ma il suo sapere va oltre. Ha avuto nelle mani il messaggio audiovisivo del marito, patentemente accusatorio nei riguardi del dirigente dell'Antonveneta. Il 31 marzo ha sentito per telefono l'urlo soffocato del marito morente. Con il figlio Giuseppe, perito agrario, recante l'età e i dati per capire l'essenziale, dovrebbe essere quindi la prima a dubitare delle versioni ufficiali e reclamare la verita. Ma questo non avviene, dal momento che, marcati già con accortezza dopo la scomparsa dell'imprenditore, i Carbone restano soggetti a pressioni non indifferenti, da parte di "amici", perché tacciano e lascino parlare, quando è il caso, un paio di avvocati. La famiglia, disorientata quanto basta, è esposta in realtà a un serio ricatto, dal momento che, in questo momento, l'unico reddito viene dalla gestione dell'impresa commerciale "Il colloide", di cui è titolare il giovane perito agrario, e da quando è avvenuta la rottura fra Carbone e Amenta, tale azienda risulta in crisi, avendo contratto debiti ingenti con fornitori e ambienti finanziari trapanesi. E' allora verosimile che, mentre viene agitato lo spauracchio della perdita di clientela e del fallimento, nel caso la vicenda assuma una determinata piega, ancora con la mediazione di "amici" stiano pervenendo delle garanzie estrinseche, degli slanci "solidali", fors'anche delle promesse di reddito aggiuntivo. Del resto, il "suicida" non era stato presidente dell'Antiracket, un "campione" di legalità, portato a esempio dalle istituzioni cosiddette di contrasto? Le cose sembrano evolvere intanto dal versante Antonveneta. Quando si sono diffuse le voci sull'accusa videoregistrata del Carbone, che non difettava certo d'astuzia, i vertici siciliani hanno deciso di non muoversi, evitando provvedimenti verso l'Amenta, convinti che tutto potesse facilmente evaporare. E ancora oggi, in via formale, il responsabile del gruppo Catania-Ragusa sembra sufficientemente riparato. Le cose si stanno tuttavia complicando. Si è di fatto a uno scandalo strisciante, che rischia di debordare da un momento all'altro, e nelle fasce medio-alte dell'istituto, di là dall'apparente calma, si colgono tensioni. Di certo, Emanuele Amenta reca facoltà non indifferenti all'interno della BCP-Antonveneta. E qui sono necessarie alcune precisazioni. L'istituto di Padova, che più esprime il protagonismo del nord-est, ha messo radici solide in Sicilia. La presenza nell'isola, con 142 sportelli, segue infatti solo quella del territorio d'origine, il Veneto appunto, dove conta di 298 agenzie, mentre la Lombardia, che pure rimane un punto fermo dell'economia italiana, è terza con 108 sportelli. E tutto questo, alla luce di tante cose, ha un suo significato. Occorre considerare poi altri dati. Poco meno della metà degli sportelli siciliani, cioè 65, sono stati apportati dalla BCP di Siracusa, incorporata dall'Antonveneta nel 2000, non senza contrasti interni. Corroborata da una nutrita presenza nel Messinese, a completamento della linea ionica, architrave dell'istituto nell'isola è dunque l'area Ragusa-Siracusa-Catania, dove i dirigenti nazionali, da Silvano Pontello a Luigi Montani, certo con calcolo, hanno condisceso alla filosofia BCP di Trigilia Caracciolo e, poi, di Gennaro Cortucci, promuovendo di fatto, con i paraventi che offre il settore agricolo, privilegiato dalla Popolare aretusea, le avventure di un quadro ruggente come Emanuele Amenta. Il responsabile del gruppo Catania-Ragusa da parecchi anni è in effetti protagonista di una macchina complessa, abilmente coperta, mai finita sotto inchiesta. E' riuscito a legare con assessorati chiave della Regione. Da quadro di prima linea, sostenuto quanto basta dai vertici aretusei di via Savoia, ha ben governato l'espansione delle succursali BCP nel Ragusano e nel Catanese. Ha saputo sottrarre alla Popolare di Ragusa importanti casse municipali, accordandosi con istituzioni territoriali. Ha vinto, per certi versi, la competizione in alcune sedi di mercato, come Scicli, dove è riuscito a raddoppiare gli sportelli, e a Vittoria, dove li ha portati a tre. D'altra parte, come detto, ha potuto esprimersi con pienezza dopo l'incorporazione nell'Antonveneta, quando nel consiglio d'amministrazione, a Siracusa, è entrato Pietro Franza, del discusso gruppo armatoriale messinese, e ha assunto la vicepresidenza della BCP il massimo dirigente del gruppo di Padova, quel Silvano Pontello, deceduto nel 2002, che iniziò la sua carriera di dirigente nella Banca Privata Italiana di Sindona. Come si dirà in un prossimo rapporto, il gruppo che fa capo a Padova, divenuto il settimo polo bancario in Italia, ha accentuato via via le scelte temerarie, di pari passo con l'exploit in Sicilia. Nelle succursali di competenza, Amenta ha potuto slargare allora gli orizzonti operativi, già non angusti, amministrando i flussi anomali che da nord-est e da altre aree, non soltanto nazionali, scendono lungo la linea ionica. In tale quadro, ha potuto alimentare progetti tipo Confisi e aggiornare le intese con individui spregiudicati, come l'imprenditore sciclitano. Ora, dinanzi a tutto questo, si capisce che il caso Amenta dentro l'istituto impone delle cautele. Il dirigente d'area non ha giocato per sé, non costituisce un'anomalia, facendo parte a pieno titolo del fondo oscuro del gruppo bancario. Liberarsene non è quindi cosa da poco. Noto per la sua determinazione, il siracusano non è tipo da assumere su di sé responsabilità che richiamano l'apparato. A conoscenza di tutto e di tutti, è in grado di giocare invece carte importanti, ed è troppo accorto per non intendere che una eventuale caduta in disgrazia, lo esporrebbe a rischi notevoli, proprio in ragione delle conoscenze possedute. Malgrado lo stallo, per una curiosa nemesi, finisce con il trovarsi in realtà in una situazione analoga a quella di Carbone. Costituisce oggi l'anello debole della catena. Di là dalle formali coperture, e delle rassicurazioni, è nelle cose allora che sia tenuto sotto controllo. E non appare inverosimile che in certi ambiti, a tutela dell'holding bancaria, si valuti la possibilità di soluzioni estrinseche. Intanto, negli organi di polizia giudiziaria è imbarazzo. Nella questura di Ragusa, come nel commissariato di Modica, operano agenti e funzionari preparati, motivati alla difesa delle leggi, che reclamano atti coerenti alla funzione. Sono i primi a ripudiare gli sconci e le aree interne di complicità e corruzione. Ma la situazione, al momento almeno, non sembra consentire che le cose volgano a loro favore. Si avverte con crescente disagio la pressione dell'opinione pubblica, non priva di disincanto alla luce dei fatti, mentre ai livelli dirigenziali si capisce che, di là dalla scelta di campo di certa magistratura, che reca un significato evidente a chiunque, la vicenda si è fatta troppo corrusca perché possa bastare una chiusura d'ufficio. Da tali inquietudini potrebbero partire allora iniziative autonome, rendiconti, reclami sindacali, che tuttavia tardano a manifestarsi. Nelle linee più compromesse ufficialmente si tace. Ma a mezza voce vengono accampate delle ragioni. Si assicura che si è operato agli orli del consentito, con infiltrazioni e contatti più o meno anomali, solo per mettere le mani su pericolose bande. In realtà si tratta di difese risibili. A un personaggio atipico è stato consentito di operare in un vasto orizzonte criminale, mentre gli si permetteva di circolare armato, di frequentare importanti uffici dello Stato, di prendere parte a riunioni delicatissime, di avere spazio in organismi e operazioni di contrasto. E il finale tragico, che si cerca in tutti i modi di travisare, dà definitivamente conto di tutto questo. E' allora comprensibile il disagio di tanti, a partire dal primo dirigente. Il questore Carmelo Casabona, sia chiaro, non è parte in causa nella vicenda Carbone. Suo malgrado, si trova ad amministrare però una realtà difficile, condizionata da poteri opachi, che vilipendono le leggi. Da persona accorta, certo si rende conto che qualche risposta andrebbe data, in sintonia con i vertici e con il Viminale. A tali livelli, non si scorgono comunque i segnali di una sfida. Carlo Ruta
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