25 luglio 2002

Dopo quasi quattro mesi dalla morte di Umberto Carbone, il silenzio ufficiale si fa sempre più imbarazzato, mentre si avvertono movimenti all'Antonveneta e si registrano nuove sbavature

 

Sul video che il presidente del Confisi, Umberto Carbone, ha registrato un mese prima della scomparsa, è sempre più imbarazzo. Da un articolo su "La Sicilia" del 10 luglio, sfuggito al controllo del responsabile di Ragusa, assente per ferie, si apprende che tanto i carabinieri di Modica quanto il figlio del "suicida", Giuseppe, confermano l'esistenza di tale testimonianza preventiva. Il documento rimane beninteso un dato di là dalla conferma dell'Arma e del figlio di Carbone. Lasciato in tre copie, è passato infatti attraverso una varietà di mani prima di pervenire agli uffici giudiziari. Tali attestazioni lasciano però un'ulteriore traccia per l'opinione pubblica, mentre viene ancora più difficile legittimare la volontà di archiviazione che incombe sul caso. E' opportuno ribadire che attraverso tale video l'imprenditore di Scicli ha denunziato un colossale giro di illeciti bancari, muovendo accuse precise al responsabile del gruppo Catania-Ragusa dell'Antonveneta Emanuele Amenta, con cui intrigava da anni, e ha dichiarato contestualmente di temere per la propria vita. In sostanza, sin dall'inizio esistono i presupposti perché venga intrapresa da Modica, di concerto con altre procure, una importante azione giudiziaria, che viene tuttavia impedita con ogni mezzo, fuori e dentro le istituzioni, da individui facoltosi, già complici dell'imprenditore boss.

Da altre prospettive, meno condizionanti, la procura modicana di Domenico Platania torna ad accendersi invece di un attivismo calcolato, in sintonia con alcuni uffici della questura ragusana. Il 7 luglio scatta l'operazione "Hot money" che porta all'arresto di dieci persone, fra cui il direttore di un'agenzia modicana del Banco di Sicilia, accusate di avere organizzato un giro di estorsioni e usura. In conferenza si presenta l'iniziativa con l'impeto delle grandi vincite, vantando un anno e mezzo d'indagini, la messa in opera di tecniche sofisticate, lunghi periodi di intercettazione. L'organizzazione viene definita solida, ramificata, capace di piegare, se non fosse stata fermata in tempo, l'intera economia di Modica. In realtà si tratta di meno, ma poco conta. Per forza di cose viene incrinata in città qualche certezza, forse più che con le operazioni "Liria" e "Impero". E' indicativo che la camera penale di Modica, solitamente tacita e prudente, censuri ad alta voce le ostentazioni scenografiche del blitz, trovandole anomale, lesive della dignità delle persone. Comunque, a dispetto delle intenzioni, risaltano ancora una volta, con le facoltà e i mezzi che si è in grado di porre in gioco, i distinguo che passano nelle cose giudiziarie.

Dal versante dell'Antonveneta-BCP si avverte intanto una certa agitazione, che investe in primo luogo l'agenzia ragusana di piazza Vann'Antò, divenuta negli anni il centro operativo dei transiti coperti lungo il sud-est siciliano, da Catania a Pachino. In tale sede il riserbo viene rispettato fino in fondo, ma i fatti e le condotte dicono qualcosa. Da qualche tempo non risulta in sede il direttore Emanuele Amenta, che dalla plancia iblea, con la fiducia piena dell'avvocato Trigilia, poi di Cortucci, Franza e Pontello, infine degli attuali vertici del gruppo, ha tirato le fila degli affari più spericolati. Si potrebbe trattare di uno spostamento tattico, in qualche modo "concordato": il responsabile del gruppo Catania-Ragusa è in grado di amministrare un potere di conoscenza troppo esteso perché gli si possa imporre sacrifici senza condizioni. Dall'agenzia "storica" di Ragusa risultano rimossi, inoltre, diversi funzionari e impiegati, ma i dati disponibili al momento non consentono di trarre conclusioni.

 

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Carlo Ruta