6 giugno 2003

L'Antonveneta è dentro l'affare Carbone. Ma, scandalosamente, si fa finta di nulla. Gli organi dello Stato facciano il loro dovere.

Il responsabile dell'area Catania-Ragusa, Emanuele Amenta, aveva stabilito con lo sciclitano, presidente del Consorzio Fidi Siciliani, un vorticoso giro di illeciti. Un mese prima del "suicidio", è stato lo stesso Carbone a porlo sotto accusa. Dopo un mese e mezzo dal ritrovamento del corpo, in sede ufficiale, tutto rimane però scandalosamente coperto: e la cosa sta turbando profondamente l'opinione pubblica. Non può essere consentito un simile scempio di diritto e di civiltà.

 

Nel sud-est siciliano stanno accadendo cose inaudite. Il "suicidio" di Umberto Carbone, al culmine di una trama che corrode da tempo la vita del sud-est, turba in profondo l'opinione pubblica. Sulla scorta delle accuse a futura memoria del boss atipico sciclitano, al centro dell'intrigo balza una importante banca italiana, l'Antonveneta, in particolare il responsabile dell'area Catania-Ragusa Emanuele Amenta, da cui il Carbone prima del "suicidio" si sentiva cupamente minacciato, dopo anni di bagordi e d'illeciti comuni. E' passato un mese e mezzo dal ritrovamento del corpo del presidente del Consorzio Finanziario Siciliano. Ciò malgrado, le istituzioni obbligate dallo Stato a esercitare un ruolo sembrano chiuse in un incongruo, imbarazzato silenzio, che fa subodorare l'imbocco di un binario morto.

Il procuratore della Repubblica Domenico Platania, che ha competenza del "suicidio" Carbone, ha un curioso modo d'intendere le cose. Nell'agosto 2002 ha posto sotto indagine l'equipaggio di un motopeschereccio, cinque uomini, per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, e sequestrata l'imbarcazione, perché avevano soccorso 151 extracomunitari in difficoltà in acque internazionali. Avrebbe potuto congratularsi con il comandante, Corrado Scala, che riceverà per il suo atto un premio al valor civile. Invece, motivandola come atto dovuto, s'inerpica in un'inchiesta che fa inorridire l'Italia. E c'è altro. Di recente richiede e ottiene l'arresto di un manovale di Scicli, accusandolo di avere assassinato la moglie, scomparsa, si pensi un po', cinque anni fa. Si tenga conto che non è stato ritrovato il cadavere, non è stata ritrovata l'arma del delitto, non sono state ritrovate tracce della vittima, non esistono testimoni sul presunto omicidio. In sostanza, come cerca di far capire a ragione l'avvocato Giuseppe Pitrolo che difende l'inquisito, non esiste nessun appiglio, se non delle incoerenze logiche nelle deposizioni dell'operaio edile, vecchie di cinque anni, che possono recare innumerevoli significati. E la cosa sarebbe esilarante, degna come appare di una scena pirandelliana, se di mezzo non ci fosse il dramma di una madre che scompare e di un uomo incarcerato. Ovviamente, può intravedersi ancora il curioso concetto che il Platania reca dell'atto dovuto. A fronte di tutto questo, veniamo allora al "suicidio" Carbone. Di certo esiste un uomo trovato morto dopo tre settimane dalla scomparsa. Di certo esistono delle stranezze, che in ogni persona di buon senso evocano giocoforza un delitto travisato. Di certo esiste una registrazione in videocassetta in cui il Carbone, un mese prima della sparizione, accusa d'illeciti e di stringenti minacce un potente responsabile d'area dell'Antoveneta, Emanuele Amenta, con cui aveva brigato, di giorno e di notte. Di certo esistono altre testimonianze, come quella di Bartolo Mililli, responsabile della Confesercenti di Ragusa, fatta pervenire ad "Accade in Sicilia". Ma qui, curiosamente, l'atto dovuto del procuratore Platania, a onta delle consistenze e delle evidenze, sembra collassare di botto. E' concepibile che cose del genere accadano in Italia?

A onta di una certa politica, l'Italia non è una repubblica da nulla. Reca una Costituzione che conta. Seppure contrastata, esiste una comune tradizione di civiltà, che non riesce a tollerare le aree di privilegio. Esistono le leggi, che vanno rispettatate in tutto il territorio, Sicilia inclusa, e da tutti i cittadini, magistrati inclusi. Se tutto questo ha allora un senso, il "suicidio" Carbone, alla luce dei fatti, impone almeno tre atti dovuti. Anzitutto, l'apertura di un'istruttoria sul dirigente della BCP-Antoveneta Emanuele Amenta, responsabile dell'area Catania-Ragusa, in relazione alla morte del presidente del Confisi, le cui dinamiche accertabili sconfessano in modo smaccato la pista del suicidio, in favore di quella di un delitto premeditato e accortamente travisato. Contestualmente, un'indagine ufficiale, con ispezioni e opportune acquisizioni di atti, sui traffici finanziari illeciti della BCP-Antoveneta, sulla linea Catania-Ragusa, denunziati dal Carbone e desumibili da altre testimonianze. Infine, l'apertura di un'indagine giudiziaria a tutto campo sui rapporti che, in una chiave anomala che va certamente verificata fino in fondo, sono corsi dalla metà degli anni ottanta fino ai nostri giorni fra il boss atipico Carbone ed elementi dell'ufficialità e della vita pubblica, come il politico Rocco Verdirame, la presidente dell'Assoimpresa modicana Patrizia Terranova, il vice questore di Ragusa Giuseppe Bellassai, l'ex maresciallo dei carabinieri Biagio Crisanti, l'ex ispettore di polizia Giuseppe Bracchini.

Come detto, non pare affatto che tutto questo stia avvenendo. E i cittadini che vengono informati da "Accade in Sicilia" sono in grado di capire il perchè. Dopo il "suicidio" Carbone, l'impressione comune è che si sia varcato ogni limite, con il concorso di tanti. E' allora tempo che si intervenga a vari livelli. Va detto tuttavia senza infingimenti: dalla Direzione distrettuale antimafia di Catania, per come viene governata in questo momento, da taluni versanti in particolare, non si pretende nulla. Non sono in gioco i "potenti clan", i pusher, le bande di estorsori e di ladruncoli su cui mettere le mani. Qui c'è altra materia: può quindi starsene da parte.

Carlo Ruta

 

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