24-27 aprile 2003

Giù il sipario sullo sciclitano Umberto Carbone

Gli affari e la "strana" morte di un boss atipico, che dava ordini ai Ruggieri e tramava con le istituzioni. Chi lo ha protetto e legittimato si assuma adesso le sue responsabilità.

 

Per le cronache di questi giorni, Umberto Carbone è stato un normale imprenditore, noto in città per la sua intraprendenza e la sua opposizione ai racket, un onesto quindi, che ha deciso di sopprimersi perché non in grado di sopportare l'onta di debiti ingovernabili. In realtà lo sciclitano recava dietro una storia complessa ed estrema: quella di un atipico capobastone, capace di tutto, che si è snodata lungo varie direttrici, in stretta relazione con ambienti che non dovrebbero recare punti di contatto. Di certo è stato un cardine, a tratti il collante della consorteria che a partire da Scicli è riuscita a porre ipoteche ovunque negli iblei.

Sin dagli anni ottanta, Umberto Carbone si trova a vivere pericolosamente. Organizza gioco d'azzardo, per il quale si ritroverà una condanna definitiva. Dimorante a lungo a Serra San Bruno, nella Sila, entra in relazione con il patriarca della 'ndrangheta Peppino Tripodi, da cui si allontana definitivamente intorno al 1985, dopo un fatto di sangue che probabilmente lo pone in pericolo di vita. Ritornato a Scicli, dove si occupa di prodotti per l'agricoltura, stabilisce importanti contatti con il "cugino" Pietro Ruggieri, esecutore per tutti gli usi. Frequenta la segheria del killer, dove operano picciotti di Palma di Montechiaro. Dà direttive per conto terzi. Si espone personalmente quando serve. Nei primi anni novanta viene occupato da oscuri traffici, verosimilmente narcotici e armi, che in casse sigillate pare faccia trasportare dalla costa iblea a Piazza Armerina. Nel 1994, aperta una sede commerciale a Pachino, entra in contatto con il clan dei Pinnintula. A costoro si rivolge in particolare per il recupero di importanti crediti a usura. Ma per spettanze non pagate dal Carbone ne esce presto un conflitto, che evolve con la condanna a morte del medesimo. Intanto è avvenuta l'uscita di scena del Ruggieri che, nonostante il "pentimento", manterrà sul "cugino" un impenetrabile riserbo. Negli ultimi anni viene intrigato dagli affari finanziari, in contatto con banche e agenzie di fidi, senza tuttavia rompere i contatti con la mala. Perfeziona inoltre la macchina dell'usura, che sin dagli inizi è riuscito ad associare ad altri traffici.

Tutto questo basterebbe a compendiare l'iter di una vita spericolata. Ma Carbone non si pone limiti, sviluppando un inquietante percorso parallelo. Diventa compare dell'allora ispettore di polizia Giuseppe Bracchini. Dal 1986 annoda un vincolo con il dirigente sindacale Rocco Verdirame. Diviene intimo del maresciallo Biagio Crisanti, al punto da riceverne la visita durante un ricovero in ospedale. Dall'autunno 1994 intrattiene contatti "investigativi" con il capo della Squadra Mobile Giuseppe Bellassai. E da allora circola armato ai sensi di legge. Con il benestare del questore Canale Parola e del prefetto Ingrao, riceve infatti il porto d'armi e viene dotato di una pistola-mitraglietta, malgrado la condanna per conduzione di gioco d'azzardo e le denunzie di cui è destinatario. Nel medesimo periodo stabilisce un rapporto fiduciario con l'antiracket modicano, in particolare con la presidente Patrizia Terranova. Negli ultimi anni novanta gode dell'amicizia del capitano Luciano Zarbano, che guida il comando dei carabinieri di Modica. Con l'ovvio conforto della Terranova e di altri amici nelle istituzioni, dal dicembre 1999 è presidente dell'antiracket di Scicli, senza che demordano le sue attività in ombra. Nel 2001 viene indotto però a dimettersi, mentre si delineano, nella vicenda che si dipana da Scicli, le prime sbavature e, fra i "contraenti", importanti dissapori.

Quanto riportato fin qui, pur non potendo esaurire l'intricata esperienza di Carbone, né l'ampiezza della consorteria di cui è stato un cardine, basta a dare una nozione dell'uomo che le cronache danno per "suicida". E qui occorre fare delle considerazioni. L'imprenditore sciclitano recava, come si è visto, un decennale adattamento al pericolo. Era intimamente un abile navigatore delle paludi. Appare perciò inverosimile che dei debiti, per quanto gravosi, abbiano potuto smontarlo fino al suicidio. In realtà, di là dalla situazione patrimoniale, Carbone manteneva un gioco non indifferente. Sapeva troppo di tante persone, ed era in grado di fare buon uso di tali cognizioni. In sostanza costituiva un pericolo ineludibile per coloro che più vi si erano compromessi. La sua fine era quindi nelle cose.

Si è allora davanti a un nuovo delitto sciclitano? Pure degli incongrui materiali sembrano corroborare una tale ipotesi. E' il caso della pistola con il colpo in canna, ritrovata accanto alla vittima. La morte da gas di scarico giunge solitamente dopo 15-20 minuti di spasimi indicibili. Ebbene, è verosimile che venga prescelta quando si tiene in mano una pistola carica, con cui poter risolvere tutto in una frazione di secondo? Un duro, temprato decisionista come Carbone, nel caso avesse deciso di farla finita, e la cosa come detto appare inverosimile, che bisogno aveva di sottoporsi a una soluzione tanto macchinosa?

Il fatto presenta sin dalle premesse delle stranezze che paiono sintomatiche. Fondatore dell'antiracket in una città difficile, Carbone scompare il 31 marzo. La cosa, in una chiave ufficiale, potrebbe evocare l'uccisione, il sequestro di persona, la vendetta della malavita. A rigor di logica, dovrebbe trovare mobilitata quindi, in sintonia con gli organi di PG, la stampa siciliana, e interessata l'informazione nazionale. Così è avvenuto meno di un anno fa con la sparizione della modicana Eva Aiello, dirigente della Federcooperative, poi ritrovata viva. Così avviene nella norma. Il fatto viene nascosto invece all'opinione pubblica per tre settimane, fino al rinvenimento del corpo, il 21 aprile. Restano mute evidentemente le fonti ufficiali. E i tre maggiori giornali siciliani, di cui un paio recanti la firma di Santo Vanasia, si associano, per muoversi poi, a ritrovamento del corpo avvenuto, in una comune logica minimalistica. Espongono lo stretto necessario, senza porre alcun interrogativo. Diversamente dal solito, non pubblicano la foto della vittima, che pure godeva di notorietà. Lasciano sfumare il caso in appena tre giorni.

La vicenda conclusiva dello sciclitano si colloca in un quadro complesso, che vede protagonista, all'unisono, la prima consorteria della città e istituzioni del Ragusano. Per chiarire le cose occorre partire dal 1999, quando la tempesta degli attentati e delle uccisioni si chiude con l'artificio dell'operazione Firefox, che vede Carbone nei panni di suggeritore occulto di Bellassai, in bilico fra i "compari" della città e la questura di Ragusa. Nel ritrovato ordine, il "cugino" di Ruggieri reclama un ruolo, che guadagna con facilità. Di promozione in promozione si ritrova, come detto, presidente dell'antiracket, sotto la supervisione di Rocco Verdirame, delle istituzioni di PG di Modica e Ragusa, e, da una posizione più discreta, di Patrizia Terranova, che, da anni in crisi finanziaria, può sempre contare sul sostegno del boss sciclitano. In definitiva, come mai in passato, appare cooptato dall'ufficialità.

Lo sciclitano tuttavia scantona come può, creando allarme negli ambienti che, talora inconsapevoli dei retroscena, gli hanno dato fiducia. E' il caso del Confeserfidi, la cassa della Confesercenti, che nel '99 accoglie Carbone nei propri ranghi, per metterlo alla porta pochi mesi dopo, quando appaiono netti gli intrighi del medesimo. In effetti, mentre assume le nozioni e i contatti che gli servono, il boss atipico fa presto a costituire un'agenzia di fidi "alternativa", il Confisi, nelle rotte e coi metodi che gli sono consueti. Ha dalla sua parte le sedi più spregiudicate della Banca di Credito Popolare, in particolare la potente agenzia ragusana, diretta dal responsabile del gruppo Ragusa-Catania, Emanuele Amenta. Favorisce, non casualmente, famiglie malavitose di Scicli-Pachino, con crediti per centinaia di milioni, di fatto a fondo perduto, mentre per altre partite "inesigibili", anche di poco conto, impiega i suoi picciotti.

In sostanza, il Carbone più ruggente non desiste, con il rinnovato benestare delle istituzioni. A Modica, con il silenzio omertoso della Terranova, che è al corrente di tutto, costringe un'insegnante, Patrizia Amore, a pagare somme iperboliche, dopo ripetuti danneggiamenti e minacce di morte, a mano armata. A nulla valgono le reiterate denunzie agli organi di polizia di Modica. A nulla valgono le prove acquisite della trama, che la vittima è in grado di esibire. Perfeziona inoltre i suoi giri di donne dell'est europeo, a uso degli amici facoltosi, mentre si allarga nell'Agrigentino, dove promuove un racket per la messa in regola degli immigrati, dietro corrispettivo di cinque milioni a pratica, con tanto di timbri e di documenti intestati, fornitigli da complici del ramo. Ma, con l'aprirsi di alcune crepe, nel 2000 partono i primi rendiconti. Il maresciallo Crisanti, uno dei comprimari della storia, esce repentinamente di scena, anticipando il pensionamento di un paio di anni. Contestualmente, il comandante dei carabinieri di Modica, capitano Luciano Zarbano, viene trasferito d'urgenza. Fa sapere: "ci sono guai ... guai seri". In sede di Antiracket, il malanimo erompe infine in dissidio aperto. Bartolomeo Mililli, responsabile della Confesercenti, contesta i metodi con cui Carbone è stato eletto presidente. E altri associati, come lui, reclamano il voto palese. Dalle quinte, Verdirame, la Terranova, certi "tutori" dell'ordine, difendono invece a oltranza l'amico "generoso". Le dimissioni del boss atipico e del compare Bracchini, nel marzo 2001, giungono comunque inevitabili.

Carlo Ruta

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