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Tre
lettere dalla Sicilia del viceré Domenico Caracciolo
Nota
introduttiva
Domenico Caracciolo (1715-1789) è un notista atipico. Le sue lettere da
Palermo, nei quattro anni che lo hanno veduto viceré, a partire dal 1781,
non recano fini editoriali, resteranno perciò lungamente inedite: paiono
tuttavia indicative dell'humus corrente nei circoli illuministici di Napoli, riguardo
alla Sicilia. Le considerazioni che indirizza a Galiani, Filangieri, Acton, Caramanico
e altri non sono in effetti quelle di un potente, ma di un osservatore equanime,
niente affatto assolutorio dei mali siciliani e distante dai locali ceti dirigenti,
che replicano con stizza assimilandolo al ceto dei paglietti. Allievo già
di Antonio Genovesi e diviso fra l'illuminismo francese e quello partenopeo, in
tali lettere il viceré mostra un profondo senso della politica e un contatto
forte con l'Europa, mentre dipana lungo varie direttrici il suo concetto dell'isola,
le sue opinioni sulla locale economia, le sue intime tensioni. Amico di Diderot
e d'Alembert dagli anni parigini, Caracciolo è un innovatore, quando le
corti del cosiddetto ancien régime, prima che l'89 francese le faccia
sussultare, si aprono con cautela ai correttivi, che non toccano beninteso i cardini
dell'assolutismo, e sovente alle riforme. Ma una volta in Sicilia, che con irrisione
reputa sauvage, il viceré napoletano partecipa a suo modo alle politiche
dei lumi, con una radicalità che non passa inosservata nelle capitali.
In realtà, sin dagli anni di Bernardo Tanucci, c'è nel regno
urgenza di sperimentare le riforme, per impinguare anzitutto le casse dello Stato,
mentre l'Europa corre con le cadenze dell'in-dustria. Si tratta di ridurre l'indigenza,
tassare adeguatamente i ceti alti, contenere il prepotere e le avidità
degli ordini ecclesiastici. E, a onta delle resistenze, il 1767 marca un periodo
cruciale, quando vengono cacciati i gesuiti e divisi i loro averi. In tale iter,
Caracciolo si mostra deciso e irruento, dispotico quando occorre, capace di colpire
il baronaggio pure nel prestigio, mentre mortifica l'alto clero con l'abolizione
del Santo Uffizio nel 1782, che dà un tono di dirompente civiltà,
del tutto inedito, alla contesa fra i poteri locali e la corona. Carlo
Ruta
Lettera
a Ferdinando Galiani Palermo,
21 decembre 1781
[
] Eccomi, caro amico, relegato sur les arides bords de la sauvage Sicile,
e sono occupato toto Marte a procurare il ben publico. Ma incontro difficoltà
grandi e des entraves ad ogni passo, e forse le più forti derivano da un
vizio del governo medesimo. Tanti fori, tante giurisdizioni, tanti ordini e dispacci
opposti da codeste segreterie, tanta debolezza e connivenza nel ministero, tanta
rilasciatezza di disciplina e tanto disprezzo delle leggi farebbero cadere le
braccia al Cristo del Carmine. Oltre che, il paese per se medesimo è male
organizzato. È abitata la Sicilia da gran signori e da miserabili, senza
classe intermedia, vale a dire è abitata da oppressori e da oppressi, perché
la gente del foro servono qui d'istrumento dell'oppressore. Nel regno di Napoli
vi è lo stesso vizio radicale di costituzione, perché qualche negoziante
ricco, che di tempo in tempo sorge, si pone anch'esso subito nel rango dei signori;
e, nonostante, costà il pagliettismo è quello che sempre per addietro
si è opposto e fa argine alla violenza dei prepotenti, per la qual cosa
si è più conservato un tal quale equilibrio nell'economia civile.
Vero è però che attualmente avendo le segreterie invasa la potestà
legislativa esecutiva economica, ogni specie di giurisdizione alta media bassa,
ponendo le mani ad ogni cosa pubblica e privata, sino sopra i decreti e le cose
giudicate, e per conseguenza tolgono ogni vigore alle leggi medesime, onde resta
estinta la proprietà e la libertà civile senza niun vantaggio ed
utilità del sovrano, così mi pare eziandio alterata questa specie
di statica nel regno di Napoli, per cui il pagliettismo restava stabilito potenza
intermediaria tra i grandi ed il popolo. Imperoché con l'occasione della
divisata potenza delle segreterie, senza limite alcuno, egualmente i nobili ed
i paglietti temendo il dispotismo de' segretari, che si estende non rare volte
agli ufficiali della segreteria, ed intimoriti ed afflitti dalle battiture, le
quali si dispensano tour à tour e bisogna riceverle senza appellazione,
si sono venuti ad unire insensibilmente; o almeno, mi sembra la nobiltà
e la gente del foro meno disunita, meno opposta de' tempi passati, e più
fra loro concordi a sostenersi scambievolmente contro la forza destruttiva, dispotica
ed illimitata della burocrazia, dalla quale la potenza ed il credito degli uni
e degli altri ora rimane spento. Tornando alla Sicilia, non potete immaginare
che qui, oltre ad un vizio grande della procedura medesima de' tribunali, la magistratura
biennale rende i giudici pensionari ed assalariati dei baroni, perché da
avvocati passano a ministri, e da ministri fanno ritorno ad avvocati; inoltre
l'ignoranza del foro in questo paese è superlativa: sono tutti barbari
barbarissimi, uno o due soli sanno i classici latini e niuno affatto si può
chiamare iurisperito, perché niuno di questi forensi vede e conosce al
di là del rito di Alfonso, in cui consiste tutta la giurisprudenza sicula.
Il papa del foro siciliano è il presidente Airoldi, barbaro e ignorante
come tutti gli altri, però scaltro, souple, immorale, indifferente al sì
ed al no; in somma volete la definizione di quest'uomo tanto celebre e potente
in questo regno, e che è stato vicinissimo ad essere ministro in Napoli,
quando fu eletto il marchese della Sambuca, ed anche poco appresso si parlò
di lui, il presidente Airoldi à la metà dei vizi e delle virtù
d'Ippolito Porcinara. Prima di finire, bisogna ancora dirvi qualche cosa delle
ninfe di cui mi avete fatto cenno. Hélas! mon cher ami. Mi pare di essere
in mezzo a queste donne comme un lapin au milieu des poules. La sola Balducci
mi è sembrata la femina di quelli animali fra' quali io sono maschio. Del
resto bisogna giocare con queste carte, perché io stimo la società
delle donne una salvaguardia per evitare quella troppo intima degli uomini, sempre
qui intenti ou à tirer les vers du nez o pure ad alterare le cose che si
dicono.
Lettera
a Gaetano Filangieri Palermo,
2 marzo 1782
Ricevo la stimatissima di Vostra Eccellenza in data dei 12 dello spirato, da cui
rilevo lì suoi comandi, a' quali darò ogni opera per poterla servire.
Tuttavia è cosa dura e malagevole di far pagare ai debitori in questo paese,
e la difficoltà si rende maggiore quando si procede contro li ricchi; oltre
che le leggi medesime favoriscono il ritardo in danno del creditore. Crede
Vostra Eccellenza che io faccia del bene in Sicilia? mi onora troppo, perché
non ho che la semplice volontà di farlo, e quasi indarno mi sforzo ad adempire
al mio dovere. Non ostante vado innanzi, siccome posso, con la scorta dei lumi,
li quali si ritraggono dalla nobilissima opera della legislazione, la onde se
fo qualche cosa si deve a Vostra Eccellenza, stante che deriva dalli documenti
che imparo da lei. Ma il male è grande, il vizio è profondo e l'ammalato
estremamente indocile ed ostinato. La Sicilia è male organizzata, essendovi
due sole classi d'abitanti, signori e pezzenti, vale a dire oppressori ed oppressi;
si aggiunge poi che li magistrati contemplativi, per non dire di più, sono
gl'istromenti dell'oppressione. Nel nostro regno di Napoli il ceto dei paglietti
ha fatto sempre barriera alla potenza baronale a non opprimere il popolo. Farebbero
qui di bisogno remedi grandi, amministrati da mano intelligente e forte; se Vostra
Eccellenza anderà a sedere in quella sede, siccome io spero, che già
la pubblica fama disegna, ella potrà rimettere regola e norma in questo
regno, e facendo valere le leggi, abrogare gli abusi, frenare l'arbitrio ai giudici
e la prepotenza ai grandi, così ritornerà l'ordine, la giustizia
e la civile libertà in Sicilia. Ritorno all'affare raccomandato. Il
consultore tiene incombenza per la consaputa causa del principe di Satriano; però
esso mi dice che niuno assiste, onde è d'uopo di fare accudire acciò
si possa procedere nelle forme su l'assunto. Dalla mia parte non lascierò
di evitare il disbrigo, alla qual cosa sola si estende la facoltà mia.
Lettera
al Marchese della Sambuca 17
marzo 1783 Niuna
cosa ci deve confortar meglio ad abbracciare qualche progetto ordinato a rimuovere
gli abusi e i disordini, che germogliano in uno stato e ne portano la rovina,
quanto il conoscere e 'I vedere co' propri occhi con quanta facilità sia
stato altrove eseguito e l'utile che n'è ridondato. Poiché dunque
io ho proposto al re una nuova numerazione d'anime e una nuova stima de' beni
in Sicilia, non sarà fuor di proposito che io rammenti a V. E. l'opera
del censimento del ducato di Milano, stampata nel 1750 e ch'è in tanto
pregio, cui, se V. E. si degnerà di dare un'occhiata, le sembrerà
certamente che parli della Sicilia. Impercioché li stessi sconcerti, che
qui si sperimentano nella distribuizione de' pubblici pesi, si soffrivano nel
ducato di Milano o per poca cura o negligenza o per qualunque causa d'una Congregazione
chiamata di Stato, che qui si dice Deputazione del Regno. Onde fu che l'imperator
Carlo VI, dopo le vicende della guerra, rivolgendo le sue cure alla economia dello
stato, eresse una Giunta detta del Censimento, la quale escogitò e propose
i mezzi per riparare i danni, che nascevano dal ripartirsi male i pubblici pesi
e dai danni in cui erano involti per questa cagione i comuni dello stato. I mezzi
proposti dalla Giunta furono finalmente con tutto il buon successo eseguiti sotto
l'imperatrice Maria Teresa d'immortale memoria. Non creda però V. E. che,
appena eretta la giunta del Censimento, non si proposero infinite difficoltà
ed ostacoli per frastornare l'impresa. Vi furono coloro che, temendo che il rimedio
de' pubblici mali non può giovare ai privati interessi di tutti, fecero
credere che non era sperabile la guarigione e che il rimedio poteva essere peggiore
del male medesimo. E tanto più si cercò insinuare negli animi altrui
questa diffidenza, quantonché i ripari che si proponevano rimuovevano ogni
arbitrio nella imposizione delle pubbliche gravezze e nella ripartizione geometrica
delle medesime, ed ogni parzialità nello spendere il pubblico danaro, i
quali salutari effetti pello stato, pel patrimonio di qualunque comune e pel vantaggio
del real erario sono desiderabili da tutti i buoni cittadini e da tutti gli onesti
amministratori della pubblica economia. Si disseminarono altre false voci,
tanto più insidiose e facili a credersi quanto più difficile era
a comprendersi la scienza delle imposte, tenuta, come qui, in una grande oscurità,
cosicché i più culti paesani non ne possono avere le notizie più
sincere e precise che a gran fatica, e con sommo studio si sono acquistate e con
industria superiore all'autorità di qualunque privato. Si aggiungeva a
questa diffidenza ed a' vecchi pregiudizi l'emulazione tra particolari città
e tra un comune e l'altro, senza riguardarsi mai il bene e sollievo universale
dello stato, ma riguardando ciascuno il circuito del suo luogo. Recava sospetto
e diffidenza, e confermava gli errori popolari, che la Congregazione di Stato
si opponesse alla operazione della Giunta di Censimento, la quale operava con
riserba, e pareva che avesse apparenza di ostilità un benefizio che si
voleva tenere occulto. Fu somma la novità della materia, i pregiudizi volgarmente
sparsi, la mancanza delle cognizioni, la spesa che occorreva pel censimento, l'utile
privato che ne attende chi veglia all'utile pubblico, il timore e la diffidenza
dell'incertezza del rimedio trascinava anche le oneste persone a suspettare con
buona fede quel che si sussurrava. Inoltre ai Milanesi si dava ad intendere che
si volevano sollevare le provincie colla loro depressione; alle provincie, che
i Milanesi si sarebbero procurato tutto il vantaggio nella stima de' loro beni,
ai rustici s'incuteva timore col nome odioso di un nuovo censimento; al popolo,
contristato dalle disgrazie e non avvezzo a sperare il bene, s'insinuava che il
nuovo censimento fosse una macchina fiscale per esigere dai popoli maggiori somme
del solito e che l'uguaglianza delle imposizioni non fosse un benefizio de' sudditi,
ma che si sarebbe convertita in benefizio dell'erario. Dall'altra parte, assumendosi
le parti del fisco, si diceva che non conveniva al principe d'ingerirsi nel ripartimento
delle pubbliche gravezze e che, contento di esigere le somme che richiede, lasciasse
ai pubblici rappresentanti di raccogliere le quote loro contingenti per non rischiare
di perdere con una minuta e superflua ricerca, come se la diseguale distribuzione
de' pesi non portasse l'aggravio di alcuni e la rovina dello stato e come se il
principe, dove i pubblici rappresentanti sono d'accordo, non potesse essere sollecito
ad investigare ciò che il bene de' sudditi dalla sua paterna bontà
a ragione spera e richiede. Si giunse fino a dire che meglio sarebbe stato redimersi
con una qualche offerta dell'erario da ogn'inquietudine e pericolo, come se dovesse
il principe vendere in tal guisa il povero al ricco, il pupillo al tutore e gli
amministratori agli amministrati. A tutte queste obiezioni si aggiunse finalmente
che si pregiudicava la giurisdizione e le prerogative della Congregazione di Stato,
tuttoché il principe, per il bene de' suoi sudditi, ha l'autorità
di stabilire nuovi magistrati e fornirli di mezzi e regolamenti necessari per
esercitare un'autorità tutoria e conoscere se i pubblici rappresentanti
han ripartiti e distribuiti bene i pubblici pesi e suggerire loro i mezzi più
confacenti al bisogno, sentendogli in giudizio e come parte. Queste ed altre
simili difficoltà, che si possono leggere nell'introduzione dell'opera
citata Del censimento di Milano, non solo non ismossero l'animo dell'Augusta Sovrana,
che anzi vieppiù la confirmarono nel proposito; sicché fece pubblicare
quanto su questa materia era stato disposto dalla Giunta del Censimento e lo fece
eseguire con quel successo e plauso che oggi sappiamo. Spero, dunque, che,
a dispetto di queste stesse difficoltà che oggi si promuovono, voglia degnarsi
S. M. di far eseguire quanto da me si è proposto, sentendo, quandoché
si voglia, la Deputazione del Regno, come parte, non già come giudice che
debba esaminare della utilità o inutilità del progetto.
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