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Difesa
della Sicilia. Considerazioni di Luigi Capuana sul brigantaggio nell'isola.
Il
pamphlet La Sicilia e il brigantaggio venne steso e pubblicato nel 1892,
"in giorni di agitazione elettorale giolittiana", come ebbe a precisare
lo stesso Capuana. Venne riproposto nel 1898 per la collana "Semprevivi"
di Giannotta ne L'isola del sole, comprendente pure il discorso La
Sicilia nei canti popolari e nella novellistica contemporanea, del 1894. L'intento
dell'autore era quello di prendere posizione contro le "diffamazioni"
che, per le considerazioni che brigantaggio e mafia avevano presso l'informazione
nazionale e soprattutto estera, l'isola, a dire del medesimo, subiva dai primi
primi anni dall'unità. Naturalmente, Capuana si oppose con veemenza agli
esiti delle inchieste ufficiali, e tanto più alle conclusioni dell'inchiesta
di Franchetti e Sonnino del 1876. Si presenta un brano del testo del 1892. Carlo
Ruta
E torno al mio
siciliano sofisticato che prosegue la sua controinchiesta e ricorda, interroga,
indaga, legge libri, opuscoli, giornali di ogni specie per tranquillizzarsi la
coscienza. Ormai egli è così spregiudicato che non gl'importerebbe
di trovarsi faccia a faccia con un disinganno, di esser condotto ad accusare più
che scusare e difendere l'isola natìa. Nuovo Diogine, vorrebbe trovare
non l'uomo ma la verità; e se non tutta, perché gli sembra quasi
impossibile, qualcosa di approssimativo ad essa, una verità così
così, quale insomma non è assolutamente vietata all'umano intelletto
dalla propria deficiente e limitata natura. Senza essere sociologo, psicologo
né scienziato di consimil genere, per istinto però ama le nozioni
esatte, i fatti precisi. A un poeta, a un novelliere e a un romanziere egli è
disposto a perdonar molto, scusandoli con le tiranniche necessità dell'arte
loro. Sa che l'arte condensa sensazioni e sentimenti, proprio come una lente i
raggi solari; sa che predilige i fatti poco comuni, eccezionali, dove le varie
energie della vita sono germogliate, e fiorite meglio, per fortunate coincidenze
di clima e di suolo; sa che l'arte scevra, sceglie aggruppa, combina sentimenti
e fatti, per ottenere un particolare effetto d'interesse, di commozione; e non
la incolpa del lumeggiare qua con insistenza, del toccare là di volo, fisionomie,
azioni, avvenimenti. Insomma egli non è di quegli sciocchi che pretendono
limitare il diritto dell'arte e interdirle di rappresentare soltanto il male,
quasi la parziale rappresentazione del male implichi una precisa negazione del
bene. Egli prende l'arte per quella che è, e non le chiede niente oltre
a quel che essa può promettere e dare. Col sociologo, con lo psicologo,
con l'uomo politico è più esigente; non si contenta del press'a
poco; non gli permette di generalizzare a casaccio, d'indurre e di dedurre alla
spiccia, di sentenziare come uno spoliticante da caffè. Di una sociologia,
di una psicologia, di una scienza politica così campate in aria non sa
che farsene. Allo stesso modo che egli prende l'arte per quella che è,
gli par giusto che la scienza sia quella che dev'essere. L'arte, pei suoi fini,
può maneggiare senza danno le eccezioni; la scienza, no. Ora, gli sembra
che i due sociologi dell'inchiesta del 1876 non abbiano fatto altro; e che i politici
delle inchieste governative, scambio di evitare lo scoglio, vi abbiano urtato
peggio di loro. Il pover'uomo si stupisce di vedere un siciliano, l'onorevole
Damiani, relatore dell'Inchiesta Agraria, assalito anche lui dalla vertigine generalizzatrice,
stordito forse da un'indigestione di dolicocefalia occipitale dovuta prendere
in quell'occasione per dare qualche tinta scientifica alla relazione parlamentare;
si stupisce di vedergli scrivere, con ingenuità assai più enorme
di quella dei suoi futuri colleghi Franchetti e Sidney Sonnino, che nella provincia
di Girgenti "il mantenere una concubina non è ritenuta cosa vergognosa
ma naturalissima; tanto che gli stessi preti, come riferisce il pretore di Campobello
di Licata, ne sono provvisti e non lo nascondono; il pretore di Ravanusa dice
che i padri vendono le figlie e i figli, verso cui non nutrono nessun amore. Lo
sposo in generale cerca nella sposa il gruzzolo e non altro". E più
giù: "Se gli stupri sono rari, gli è che la facilità
con cui le donne si abbandonano alla richiesta ne rende impossibile la frequenza.
Ed in mezzo a tutto questo, non mancano meretrici invereconde, superstizione immensa,
fede superficiale, immagini di santi ad ogni svolta di via ed in ogni tugurio,
ed infine tutto il turno di inconvenienti che sogliono accompagnare l'ignoranza
spinta fino all'abbrutimento". E si direbbe che in questo punto la nausea
gli abbia mozzo il fiato. Ah quel pudico pretore di Campobello di Licata!
Ah quel non meno pudico pretore di Ravanusa! Dovevano essere assolutamente due
San Luigi Gonsaga da ignorare che in tutto il mondo c'è gente che non si
meraviglia, come loro, di vedere stimato cosa ovvia e naturalissima fin il concubinato
di qualche prete. Quel pudico pretore di Campobello di Licata e il non meno pudico
pretore di Ravanusa - peccato che l'onorevole Damiani non ne abbia tramandato
i nomi alla storia! - non avevano certamente mai posto piede in certe case anche
del continente dove, quantunque non vi si celebri il culto della verginità,
stanno accese giorno e notte parecchie lampadine davani le immagini della Madonna
e dei Santi più riputati in strette relazioni con la divina provvidenza.
Ma l'onorevole Damiani e i suoi colleghi dell'Inchiesta Agraria, se non per personale
esperimento - l'aver potuto trascrivere o permesso di trascrivere con serietà
quelle preziose rivelazioni vieta supporlo - almeno per mezzo di qualche collega
che non isdegna intrecciare gli arruffati fili dei partiti parlamentari con quelli
più facili della galanteria della capitale, non si eran mai sentiti giungere
all'orecchio le boccaccesche o balzacchiane storielle di babbi che fanno da portinai,
e di mamme che funzionano da cameriere e da cuoche presso le proprie figlie, salite
dal tugurio o dalla bottega agli elevati posti di cortigiane o di mantenute? Ignoravano
essi talmente le profonde miserie della bassa corruttela delle grandi città,
da generalizzare pochi fatti deplorevoli, sì, degni della più severa
riprovazione, ma non speciali, non assolutamente locali, né senza alcun
riscontro in nessuna parte delle provincie italiane e del mondo intero? Il
mio pover'uomo non sa capacitarsene. Egli ricorda di essere passato di stupore
in stupore leggendo uno dei più terrificanti romanzi dello Zola, la Terre.
Senza i nomi stranieri dei personaggi e la intensa visione del paesaggio di quella
provincia francese appena velata da un nome di fantasia; senza la certezza che
lo Zola non è mai uscito di Francia e che non poteva aver raccolto, per
terribile inconseguenza, i suoi documenti umani fra gente di altra nazione; avrebbe
dovuto stentar molto prima di persuadersi che soltanto la parentela di razza poteva
spiegargli le straordinarie rassomiglianze dei personaggi e le identità
di alcuni casi di quel romanzo con personaggi da lui conosciuti e tuttavia viventi,
con casi avvenuti sotto i suoi occhi in una cittaduzza siciliana. Procedendo nella
lettura, poco oltre la metà del libro, l'illusione era divenuta così
forte, che egli andava sostituendo mentalmente nomi a lui noti ai nomi immaginari
dei personaggi; e quando l'epico cannoneggiamento di Giacinto Bonteau, soprannominato
Gesù-Cristo, scoppiò, lo sbalordimento del pover'uomo aveva passato
ogni limite. Non si tratta forse di quel tal contadino del suo comune, che
per vendicarsi di una sentenza, stimata ingiusta, del vice-pretore, lo perseguitava
salutandolo dovunque con salve prodigiose, non meno epiche di quelle del Gesù-Cristo
zoliano? Egli ne aveva riso tante volte nella vita reale, vedendo impallidire
dalla rabbia l'innocente e permaloso vice-pretore, proprio come allora rideva
pei rumorosi capricci del personaggio creato dall'arte; e rifletteva che unicamente
per mero caso il personaggio reale non portava lo stesso nomignolo o uno dei consimili
di Padreterno o di Signuruzzu, molto in voga laggiù. La grande potenza
dell'artista però non gli aveva impedito di osservare che il romanziere,
questa volta, si era proprio lasciato vincere dall'umor nero o dall'esagerata
condensazione stimata necessaria all'arte sua. Il mio siciliano, guardando attorno
a sé e scorgendo, tra i personaggi avidi, carnali, quasi bestiali della
realtà, a cui aveva trovato un riscontro nel romanzo, anche gente buona,
lavoratrice, paziente, rassegnata, onesta, disinteressata, capace di sacrifici
degni di essere ammirati, aveva giudicato che pure in Francia doveva essere così;
e che la rigida eliminazione praticata dall'artista non permetteva di arguire
che tutti i contadini della Beauce fossero un branco di gente senza cuore, senza
coscienza, maleducata come quel Gesù-Cristo, o animalesca come il cretino
Ilarione e la sua miserabile sorella. Perché mai intanto - egli si
domanda ora - non è passato per la mente dei sociologi, degli psicologi,
degli uomini politici, che occorreva fare uguale distinzione a proposito di notizie
raccolte senza discernimento e senza criteri scientifici, da persone di mezzana
cultura, d'immaginazione pregiudicata; notizie che avrebbero dovuto essere accettate
col beneficio di diligente vagliatura, di attento riscontro? Perché mai
non è passato per la loro mente che, a questo modo, basterebbero due sole
colonne di cronaca del Messaggero, prese a caso, per vituperare la intera popolazione
della capitale e delle province limitrofe? E vedendo che persone, su le quali
gravava l'obbligo della massima esattezza e del calcolo più preciso, sono
incorse in esagerazioni, in isbagli di questa fatta, egli si perde di animo e
torna a credere che la fatalità incombente su le cose siciliane è
assolutamente inesplicabile.
*
* * E prosegue
il suo soliloquio, gesticola, porta le mani alla testa quasi per strapparsi i
capelli che forse non ha. Egli non ignora che tre quarti dei suoi coisolani
conoscono la mafia soltanto di nome; e che per l'altro quarto, fino a pochi anni
addietro, le parole mafia e mafiosi significavano: l'una, l'astrazione della cosa;
l'altra, giovanotti, uomini prepotenti, sanguinari all'occorrenza, con particolari
idee di cavalleria nel cervello, incapaci di colpire a tradimento l'avversario,
incapacissimi di togliergli un soldo di tasca dopo averlo ferito o ammazzato;
giovanotti e uomini che le circostanze potevano ridurre abili ladri, briganti
feroci, ma che più spesso, insieme con la baldanza della giovinezza, si
sentivano svaporare dalla testa la spensierata scioperataggine, la vanagloria
della prepotenza e finivano talvolta confidenti di questura o poliziotti con la
divisa. Non ignora che la parola mafia, grazie alle detorsioni ricevute dalla
sua recente popolarità mondiale, già ridotta polisensa fin per gli
stessi siciliani, serve oggidì a significare ora qualcosa di simile alla
camorra napolitana, alla teppa milanese, al bagherinaggio romano; ora qualcosa
che forse altrove non ha nome proprio, e che il codice penale e gli agenti di
pubblica sicurezza chiamano semplicemente: Associazione di malfattori. Di
questa piovra sociale però, mostro dai viscidi tentacoli avvolgenti e stringenti
l'Isola da un capo all'altro; di questa mafia leggendaria dagli statuti solenni,
dall'organizzazione formidabile, dalle cerimonie di massoneria deturpata, Briareo
dalle cento braccia, Argo dai cent'occhi, insinuatasi dappertutto, dappertutto
spadroneggiante e tiranneggiante, intenta sempre a deludere la polizia e a ingannare
la giustizia, per quanto abbia aguzzato lo sguardo, egli non è riuscito
a trovar traccia. Egli non ignora che i mafiosi hanno un certo lor gergo,
un certo lor modo di agire; ma è convinto pure che può diventare
di punto in bianco mafioso chi vuole, purché abbia la persona prestante,
l'audacia, l'improntitudine e la vanità necessarie, senza né presentazioni
né ammissioni in una società più ideale che reale, perché
tutti i ribaldi del mondo se la intendono subito fra loro, e più facilmente
i ribaldi di una stessa regione, di una stessa città, di uno stesso villaggio.
Egli ha letto giorni fa in un giornale di Roma: "Sin
dallo scorso novembre si era costituita una vasta associazione di ladri e manutengoli,
sparsi principalmente nei rioni di Sant'Eustachio e di Trastevere, che è
riuscita a perpetrare un numero rilevante di furti, di cui diciassette sono stati
scoperti. "La banda era composta di dodici ladri e cinque complici.
"La combriccola non aveva un capo propriamente detto, ma principale organizzatore
era il vetturino disoccupato Giovanni Cittadini detto Nottola. "L'orefice
Leopoldo Mirsichelli si occupava della fusione e della vendita degli oggetti preziosi
rubati. "Il fabbro Giovanni Fichettiera una specie di vice-capo addetto
specialmente alla fabbrica di chiavi false sull'impronta di cera che gli portavano
i complici. "Le riunioni e gli accordi si prendevano in casa di certa
Dolcissima Chiodi, che ha un figlio in prigione per associazione di malfattori,
e una figlia, Cecilia, di diciotto anni, nel vicolo dello Struzzo, n. 70, terzo
piano. "Cecilia ebbe per primo amante un certo Antonio Terenzi, condannato
per omicidio e che ella dimenticò per darsi al Fichetti, il fabbricante
di chiavi false. "Nelle assemblee dei ladri, Dolcissima Chiodi faceva
gli onori di casa, distribuendo senza avarizia a tutti il caffè la mattina
e il vino nel pomeriggio" . E dopo aver letto e riletto, il mio
siciliano si è ingenuamente domandato: - Non si dovrebbe chiamar mafia
pure questa? Egli ha letto, giorni fa, in un giornale francese:
"Gli agenti della Pubblica
Sicurezza hanno arrestato ieri sera una banda di Cambrioleurs ricercati da gran
tempo. Si chiamano: Alessandro Cipaire, di anni ventitrè; Giorgio Henaut,
di anni venti; Alessandro Onesine, di anni ventitrè; Luciano Cipaire, di
anni diciassette; e Alberto Fèron, di anni diciotto. "Nel momento
dell'arresto, i primi tre erano forniti di grimaldelli e chiave false; gli altri
portavano pacchi di oggetti rubati. Questa banda aveva la specialità dello
svaligiamento delle camere dei domestici e degli appartamenti mobigliati. Il giorno
avanti aveva lavorato in un appartamento al n. 47 di via Bafroi. Il giovane Luciano
Cipaire è inoltre incolpato d'un tentativo di omicidio ."
E dopo aver letto e riletto, il mio siciliano si è ingenuamente domandato:
- Non si dovrebbe chiamar mafiosi pure costoro? Ma il cliché della
mafia siciliana è fatto da un pezzo; ma la stampa a colori di una mostruosa
mafia-piovra, dai mille viscidi tentacoli avvolgenti e stringenti da un capo all'altro
la Sicilia, è già stata tirata a migliaia e migliaia di copie, e
gli strilloni tornano a spacciarla a ogni propizia occasione per tentar di esaurire
la mercanzia accatastata in fondo dei magazzini. La gente, intronata dalle strida,
spalanca tanto gli occhi alla vista di quel fogliaccio allumacato a più
colori, immagina si tratti di un disegno tolto fedelmente dalla fotografia istantanea
di qualche emulo del conte Luigi Primoli, emulo ignoto ma non inabile, tornato
fresco fresco da un viaggio in Sicilia, e compra il fogliaccio e forse lo mostra
ai bambini, per spauracchio quando sono cattivi. - Ma il travedimento - esclama
il mio pover'uomo - ma il daltonismo morale che sovrappone il suo falso colore
a quello della realtà, ma la calunniatrice fantasia melodrammatica che
ha inventato questa mafia e un brigantaggio di maniera, non avranno mai fine,
non spariranno mai? Più savi gli paiono i bambini che stracciano lo
spauracchio allumacato o vi avvolgono, ridendo, i loro giocattoli. *
* * Ah l'inesplicabile
fatalità! Il tipo brigantesco creato dalla bollente fantasia di Alessandro
Dumas padre era già passato di moda, insieme con tutto il ciarpame del
romanticismo del '30; la storia di Antonio Testalonga, del palermitano Linares,
non aveva potuto varcare lo stretto per far concorrenza al Pasquale Bruno del
romanziere francese; e poi, più semplice, più umana, più
vera, non sarebbe stata sufficiente a scaldare le teste; e non avrebbe contribuito
a formare il tipo leggendario di un brigante siciliano rivendicatore del dritto
delle infime classi contro la prepotenza dei nobili e dei borghesi arricchiti,
sostentatore dei poveri, dotatore di ragazze da marito, quantunque Antonio Testalonga
abbia fatto davvero qualcosa di simile nel secolo passato. Ci voleva la fervida
immaginazione scientifico-socialista di due colte e serie persone per creare di
sana pianta una figura che nessun siciliano riconosce, che mille fatti smentiscono;
per trasformare feroci assassini in eroi da poema, per cingere di un nimbo d'idealità
volgarissimi ladri, indegni fin del nome di mafiosi, secondo il vero e primitivo
significato di questo vocabolo dialettale. Ci voleva questa fervida immaginazione
scientifico-socialista per arrivare a vedere tutti i contadini siciliani dediti
al servizio dei loro amici briganti; pronti a sottrarli alle ricerche della giustizia
nascondendoli nelle loro case, in paese e in campagna; solleciti, quando coloro
solo in azione, ad avvisarli di ogni minima mossa dei carabinieri, dei soldati
e dei militi a cavallo, allora non aboliti; premurosi di fornirli di commestibili,
di vestiti, di armi, di polvere e di palle, perché, ben nutriti e meglio
equipaggiati ed armati, potessero tener testa alla forza del governo negli incontri
e negli assalti, e incutere terrore e spavento ai ricattatori, ai sequestratori
e alle loro timide famiglie. Povere isteriche scandinave, povere nichiliste
russe, che, ingannate, forse, dalla fama e dalla lontananza, inviate al Leone
e ai suoi compagni lettere sororali, come direbbe il D'Annunzio, per consolarli
delle persecuzioni dei tiranni e incoraggiarli nella nobile impresa di rivendicazione
sociale a cui vi sembravano vocati! Se aveste saputo che appunto i fratelli
oppressi, i contadini, erano più offesi e più oltraggiati da costoro
nella roba e nell'onore! Se aveste saputo che appunto allora due dei vostri eroi
tentavano di rapire e vituperare la fidanzata di un giovanotto loro amico; e che
il fido collega, il braccio dritto del vostro ideale Leone, il Salpietra, violava
e rendeva per forza sua amante Maddalena Ippolito, figlia di onesti genitori;
la quale, perduta, costretta a seguire il suo tiranno, a prendere parte ai suoi
pericoli e poi arrestata, conservava ancora tanto pudore da pregare il giudice
istruttore di tener nascosta la disgrazia di lei agli ignari parenti! Se aveste
saputo che una ragazza siciliana, Pasqua Cavoli, di S. Mauro, fidanzata a Nicola
Zito prima di sapere che costui, da lei creduto un bravo contadino, fosse un brigante,
rompeva la sua fede, sfidando la minaccia di due palle che non tardarono a colpirla!
Voi però, povere zitellone scandinave, agitate da nervi sconvolti per innaturali
astinenze; voi, povere nichiliste, illuse da strampalate teoriche di rivolta e
di redenzione, voi avevate una scusa del vostro errore: la lontananza. Ma
gli altri, ma quei socialisti della cattedra da quali pervertimento della vista
e dell'intelligenza poterono essere indotti a calunniare in massa i contadini
siciliani lavoratori, sobri, rassegnati alla propria sorte, e confonderne la paura
delle violenze dei briganti con la convivenza con costoro; la non ingiustificata
sfiducia dell'azione governativa con l'ostilità, con l'aperta ribellione
a qualunque ordine della legge; a trasformare insomma le vittime in altrettanti
complici dei propri persecutori e carnefici? Eh via! I contadini e i proprietari
siciliani non fanno né più né meno di quel che fanno, nelle
stesse condizioni, i contadini e i proprietari, per esempio, del Viterbese.
Sono quasi venti anni che Anzuini e Tiburzi regnano nella selva dell'Amore e nelle
vicine maremme; sono quasi vent'anni che la forza pubblica si mostra o impotente
o incapace di arrestare quei banditi; e i pastori che se li vedono apparire di
quando in quando davanti a l'uscio delle loro capanne, armati fino ai denti, baldanzosi
ed audaci, non li denunziano, non li tradiscono; dividono con loro il pane, munizioni
e talvolta ricovero e letto; e i proprietari, che non sanno a qual santo votarsi
per vivere sicuri delle loro vigne, delle loro messi, dei loro boschi, dei loro
armenti, delle loro mandrie, vengono a patti, pagano taglie annuali, si rendono
garanti, a quel che si dice, di ogni intervento della forza pubblica. E questi
proprietari tutti i li conoscono, qualche giornale gli ha nominati, se non sbaglio;
tutti li compatiscono, li scusano, li giustificano, e nei panni loro - non ha
vergogna di confessarlo - farebbe lo stesso il mio siciliano sofisticato.
Solamente egli non sa comprendere perché i pastori e i proprietari del
Viterbese debbano essere compatiti; e i contadini siciliani, al contrario, venir
accusati di manutengolismo, se piegano la testa davanti alla prepotenza, se non
si espongono coraggiosamente a inevitabili rappresaglie, a feroci vendette; e
così i proprietari, se insieme coi loro servi e coi loro contadini - gente
pacifica e niente disposta a farsi ammazzare senza costrutto - non distruggono
quegli stessi briganti che guardie, carabinieri e bersaglieri non riuscono a distruggere.
Come? - egli dice: - si è potuto assistere due anni fa, nella capitale
del regno, città di quattrocento e più mila abitanti, al miserando
spettacolo di poche centinaia di scioperanti e di scioperati che frantumavano
vandalicamente i cristalli delle mostre, sfondavano le porte dei negozi, assaltavano
e svaligiavano orologerie e panetterie nei luoghi più centrali e più
frequentati, senza resistenza dei pacifici cittadini, fra l'incredibile impotenza
delle guardie di questura e dei carabinieri, quasi sotto gli occhi delle truppe
consegnate, e degli stessi Ministri; si è potuto vedere queste poche centinaia
di operai spinti dalla fame, o piuttosto sobillate da chi si serviva della loro
ingenuità, rovesciarsi non so con quali intendimenti alle porte della Camera
dei Deputati e tentare di penetrarvi; e diffondere tale spavento da far chiudere
anzi asserragliare in un attimo i negozi, i portoni delle case, e arrestare per
qualche giorno la vita cittadina ordinaria, mentre sarebbe bastato un po' di fermezza,
un po' di coraggio da parte di coloro che poi patirono i danni, e il volenteroso
aiuto d'altrettante poche centinaia di oneste persone, per impedire, anche in
mancanza di guardie, di carabinieri, di truppa, che quello scandalo avvenisse!
Come? - egli soggiunge: - lo stesso miserando spettacolo, e in proporzioni più
vaste e con conseguenze più tristi, si è potuto vedere alcuni anni
prima nella capitale britannica, città di tre milioni di abitanti, e con
saccheggi e ferimenti e ammazzamenti di ebrei o di pretesi ebrei, in faccia ad
uguale terrore dei pacifici cittadini, fra uguale incredibile impotenza dei policemen
e della cavalleria - prova significantissima, nell'un caso e nell'altro, che l'irruenza
di pochi malintenzionati basta a intimidire e a far perdere lì per lì
la testa a migliaia e migliaia di persone, alle quali sarebbe ingiustizia dar
taccia di vigliaccheria; - e dopo queste prove che potrebbero venir avvalorate
da altre consimili, c'è ancora non solamente chi fa un torto ai proprietari
siciliani della loro pavida condiscendenza alla pretese dei briganti, cioè:
del ricovero passeggero loro apprestato per forza nelle fattorie, fra la solitudine
sterminata dei feudi; degli approviggionamenti, che si riducono a costose e non
infrequenti requisizioni, il cui rifiuto potrebbe costar loro la strage degli
armenti, l'arsione delle messi, la interruzione dell'industria agricola e, cosa
più cara, la vita; ma c'è pure chi la loro prudenza e il loro adattarsi
alla triste necessità stimmatizza come connivenza e come manutengolismo?
E' facile parlare di resistenza, seduti al caffè Aragno, sorbendo il vermouth
o gustando un gelato; o in un salotto, fumando sigarette davanti al camminetto
e conversando con belle signorine e signore; ma bisogna essere giovanetti senza
esperienza, come il baronello Spitalieri, per tirare da una finestra contro gente
risoluta a tutto e che gli ha sorpreso e circondato il padre quando questi era
lontano mille miglia dal pensare a un'avventura brigantesca; tanto è vero
che gli stessi malfattori ne sono rimasti meravigliati e hanno voluto accarezzare
e baciare, in segno di ammirazione, il focoso giovinetto. Bisogna esser gente
di fegato, come quei cinque fratelli girgentiani di cui parla il Franchetti, per
armarsi alla notizia del sequestro di un altro fratello, e uscire in cerca dei
briganti e liberare il sequestrato; ma c'è anche da ricordarsi che quei
cinque fratelli, dopo, per poter vivere tranquilli e schivare guai, dovettero
entrare in trattative coi malandrini, scusarsi del fatto allegando particolari
necessità, dare un pranzo, pagare una piccola somma e così fare
quasi atto di riconoscimento dell'autorità brigantesca. Ed è
occorsa tutta la sottigliezza di mente del Franchetti per osservare che in Sicilia
"nelle persone di tutte le classi, specialmente se non hanno sofferto dai
malfattori danni maggiori degli ordinari, si sente spesso trapelare una certa
compiacenza per il tipo brigantesco, una tendenza a farne un tipo da leggenda,
un sentimento insomma, che sarebbe abbastanza naturale in un professore di letteratura,
ma si spiega difficilmente in proprietari fondiari che hanno masserie e granai
combustibili ". Il mio pover'uomo però trova spiegabilissima -
non la compiacenza che non è mai trapelata, o la tendenza alla creazione
leggendaria che non è mai esistita - ma la probabile ironia dei siciliani
che il Franchetti ha dovuto scambiare per compiacenza; ma la compassione della
grande semplicità con cui essi hanno visto combattuto il brigantaggio dai
funzionari del Governo, e che egli ha scambiato per sentimento incline alla leggenda,
più da professore di letteratura che da altro: semplicità proprio
leggendaria, la quale sarebbe cosa da opera buffa, se non desse talvolta tragici
e lagrimevoli risultati. E vorrebbe mettergli sotto gli occhi questi brani
di narrazione: "Mastro
Peppino, all'ombra della sua bottega e del lavoro di cui facea pompa nelle ore
del giorno, si credette sicuro e al coverto. Ignorava che il suo nome era già
arrivato in Polizia; e siccome, più che altro, gli coceva l'animo lo abbandono
di quella perfida della Rosalia, se ne stava, cauto bensì, ma a casa. Quando
ecco due carabinieri che, senza dargli sospetto, gli recano un semplice invito
del signor Brigadiere. Mastro Peppino si vide perduto, ma non smarrì né
punto né poco la sua presenza di spirito, e rispose: eccomi; lasciate che
rimetta il giubbone e chiuda il mio negozio. Ciò detto, ripose il giubbone,
chiuse la bottega, e postosi in mezzo ai due carabinieri, cominciò a fare
con loro piacevoli ciarle sulle cose del giorno, così rassicurandoli che
egli non sospettasse cosa alcuna, né cosa alcuna temesse: ma quando furono
proprio sotto la caserma, profittando quivi di una via diretta verso la campagna,
con sorpresa di costoro, e quando meno se lo attendevano, mastro Peppino prese
il volo, e andò a raggiungere nel bosco di S. Maria i suoi compagni, lasciando
i due carabinieri a bocca aperta e con un palmo di naso." .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . "Un
altro giorno, un drappello di non meno di 35 militi, capitanato dal comandante
di Mazzara, giungeva in tutta fretta in Roccamena. "Il comandante chiedeva
notizie di compare Castrenze Tamburello, e compare Castrenze reputò cosa
adatta alla circostanza ricevere il signor comandante da infermo assai, adagiato
nel letto della sua alcova. "Compare Castrenze aveva di recente edificato
la sua casetta, e non avea voluto privarsi del lusso di una bella alcova, fiancheggiata,
com'è uso, da due gabinetti; uno a destra e l'altro a sinistra. "Nel
gabinetto a destra appunto giaceva quel povero Lillì fra gli artigli dei
suoi due carnefici, mentre compare Castrenze finto infermo aveva l'onore di ricevere
il signor comandante. "Il signor comandante da otto giorni si affannava
nella ricerca del sequestrato Lillì, da cui era diviso da una parete di
dieci centimetri appena; e, accostatosi al letto del paziente, prese a dire:
" - Come state, compare Castrenze? " - Come si può, caro
signor comandante. Voi lo vedere, sofferente, assai sofferente per le febbri che
ho prese in Monreale, donde sono testè ritornato. " - Me ne dispiace
davvero, tanto più che avrei da proporvi qualche cosa pel vostro meglio.
"Non importa, fa lo stesso; dite dunque, signor comandante; in che cosa posso
servirvi? " - Sentite, compare Castrenze; io tengo a vostra disposizione
un posto di milite, e non è tutto; vi unisco la bella somma di 4 mila lire,
se voi mi rendete il servizio che sto per chiedervi. Certamente, voi sapete, per
la voce che ne è corsa, del sequestro del Signorelli di Castelvetrano;
sapete forse anche che il sequestro è opera del Giulianesi; datemi un filo
per farmi avere tra le mani la banda e il sequestrato, e voi sarete promosso a
milite, col bel regalo di 4 mila lire di entrata in servizio. " - Io
sono gravemente infermo e non son buono a nulla, signor comandante; questa febbre
che mi cuoce mi porterà alla morte; ma per rispondere come si deve alla
fiducia di cui vi piace onorarmi, accetto la proposta. Appena sarò in condizione
di muovermi alcun poco, farò qualche cosa, e come avrò saputo il
luogo in cui trovasi la banda col sequestrato Signorelli, vi avvertirò
tosto, anche per telegramma. "La banda era lì accanto, nell'alcova,
insieme col ricercato Signorelli. Il comandante li aveva tutti tra le mani; ma
pago delle impudenti bugie di compare Castrenze, lasciava la preda che era presso
di lui, e se n'andava contento, contentissimo di aver trovato in compare Castrenze
un confidente di primo ordine, da cui avrebbe ricevuto da lì a poco il
filo conduttore per giungere fino al ricattato Signorelli e ai masnadieri."
Qui il narratore non può fare a meno di manifestare la propria meraviglia,
soggiungendo subito: "I
Tamburello sono dei malandrini di nome e di fatto; in loro casa venne ricoverato
in aprile il sequestrato Saporito di Castelvetrano; si cerca in novembre l'altro
sequestrato Signorelli, anch'egli di Castelvetrano; si ottengono in Corleone notizie
che accennano ai fratelli Tamburello di Roccamena, e dopo tutto ciò, un
drappello di 35 militi va in pompa e in gala in Roccamena, in casa dei malandrini
Tamburello, e questo drappello di polizia non fruga tutti gli angoli e i ripostigli
di casa Tamburello, non batte neanche a un solo dei gabinetti dell'alcova, dove
stanno nascosti un ricattato e due masnadieri!"
E, dietro al vaudeville, ecco la tragedia: "Trentasette
giorni e trentasette notti erano passati al sequestrato Signorelli nel gabinetto
dell'alcova di compare Castrenze in Roccamena, senza che notizia alcuna fosse
pervenuta di papà e delle 100 mila lire di riscatto. "Già
alla prima lettera che il Signorelli avea egli stesso diretta e scritta al padre
suo, una seconda n'era stata aggiunta da compare Castrenze, che si era preso anche
il fastidio di vergarla con le proprie mani, a nome del suo amico capobanda Rosolino
Calabrese. Malgrado ciò, le 100 mila lire non pervenivano ancora nel bosco
di S. Maria; e, a ogni giorno d'indugio, le minaccie dei masnadieri verso il sequestrato
e le sue agonie rendevansi sempre più orribili. "Il 23 novembre
(1876) intanto, alle ore 5 pom. inopinatamente, con generale sorpresa degli abitanti
di Roccamena e un po' anche di compare Castrenze, un drappello misto di bersaglieri
e di carabinieri investiva e circondava la casa di compare Castrenze, che se ne
stava colle mani in saccoccia sulla soglia, come un dabben uomo che non sapesse
davvero che volesse da lui e dalla casa sua la importuna polizia. "Che
è, e che non è, la gente accorre attorno alla casa Tamburello e
il comandante il drappello, presentantosi a compare Castrenze, gli domanda:
" - Siete voi Castrenze Tamburello? " - Sì, signor luogotenente.
" - Ebbene, chi avete in casa, Tamburello? " - Nessuno. "
- Allora, aprite l'uscio di casa. " - Eccolo aperto. " - Bene:
aprite anche l'uscio di quell'altro gabinetto. " - Mi dispiace davvero,
ma non ho la chiave che mio fratello ha portato seco. " - Se non avete
la chiave, io veggo lì una scure, che potrebbe fare l'ufficio di chiave.
Spezzate l'uscio, e sarà aperto. " - Malgrado il danno che ne
viene alla mia proprietà, obbedisco, signor tenente. " Il furbo
con questa prontezza sperava di convincere il comandante che davvero nel gabinetto
non ci fosse nessuno, ed ebbe sino l'impudenza di dare i primi colpi di scure
all'uscio. Ma visto che il comandante aspettava che l'uscio fosse andato a pezzi,
sospese il lavoro, e cercò un'altra risorsa il malandrino. "Sono
un uomo dabbene, disse, e non voglio sulla coscienza i danni che potrebbero seguire.
Sentite, signori miei, vi dico la verità
Lì dentro ci stanno
i picciotti e il sequestrato Signorelli con essi. Se loro signori vorranno darmene
il permesso, per evitare danni alla forza pubblica, andrò dai picciotti
e farò in modo che la faccenda abbia fine in santa pace. "Quella
buona gente che comandava s'illuse troppo facilmente alla studiata dabbenaggine
di compare Castrenze, e alle sue malate parole; neanche i carabinieri compresero
che un malandrino, il quale tiene nascosti in casa un sequestrato e due masnadieri,
non si crede in condizione di uscire a buon mercato anche con la consegna dei
masnadieri. Facendo a fidanza essi lasciarono che rientrasse, chiudesse dietro
a sé l'uscio e si riunisse ai masnadieri che lo attendevano. "La
capitolazione parve assicuratata e certa; ma colui, appena entrato, chiuse ben
bene l'uscio e rivolto ai compagni esclamò: Datemi un fucile e facciamo
fuoco. Infatti il fuoco venne aperto im-mantinente; e la forza pubblica, che attendeva
sicura la capitolazione auspice compare Castrenze, si vide cadere un dopo l'altro,
miseramente colpiti dai masnadieri, il bravo bersagliere Marco Papa, lombardo,
e il non meno prode bersagliere Licata Michele, siciliano ." Il mio pover'uomo
potrebbe rammentargli la dabbenaggine di un tenente che, trovati, presso Monte
Pomeri, Leone e un suo compagno - l'unico in maniche di camicia seduto per terra
ma con l'aria sospettosa di chi stia a spiare attorno, e l'altro sdraiato col
fucile da due colpi accanto - li scambia per due pacifici custodi della contrada,
in amichevole conversazione fra loro; pensa di avvisarli da lontano col chi va
là? e se li vede scappare davanti in un lampo, e ne perde le traccie, dopo
averli inseguiti con gli uomini del suo picchetto tirando fucilate e ricevendone
altre di risposta, fortunatamente innocue quel giorno. Potrebbe rammentargli
la famosa evasione di Salpietra, Randazzo e Passafiume dalla vettura cellulare,
di pieno giorno, quasi davanti il portone della Corte d'Assise, fra carabinieri
e guardie; e ripetergli l'esclamazione del povero prete Don Antonino Romano, che
aveva già testimoniato contro i suoi ricattatori davanti ai giurati e la
Corte: - Sono scappati? Ora tocca a me nascondermi, se non voglio perderci la
pelle! - esclamazione per capire la quale non è uopo ricorrere a leggende,
o a sentimenti strani e da professori di letteratura! Potrebbe rammentargli
cento altri fatti dello stesso genere; ma, infine, a che scopo? Per convincerlo
della cattiva organizzazione della polizia laggiù? Del cieco abuso dei
confidenti, che spesso sono stati riconosciuti malandrini affiliati alle bande,
polizia della polizia? Della poca oculatezza nella scelta del personale, di cui
hanno dato prove i vituperi del furto al Museo palermitano e di altri ingenti
furti, orditi nelle stesse stanze della Questura, eseguiti da una banda posta
all'ombra della legge, e che il Crispi, siciliano dei più autentici e deputato
di Palermo, denunciò al potere giudiziario e sgominò senza i soliti
falsi riguardi all'onore e la dignità governativa? Il Franchetti li
sa meglio degli stessi siciliani; e non avrebbe dovuto ricorrere a leggende che
non esistono, a sentimenti di compiacenza che gli sembrano giustamente inconcepibili,
per intendere che il proprietario isolano è costretto dalla forza delle
cose a provvedere come può ai fatti propri, col doppio pericolo delle vendette
dei briganti se favorisce la legge, e della severità della legge se assume
le apparenze del manutengolo. Prima
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