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Da Siracusa a Capo Passero dal Tour through Sicily and Malta di Patrick Brydone |
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Patrick Brydone nasce nel 1741 a Coldingham, nel sud della Scozia, da famiglia aristocratica. Conclusi gli studi universitari, presta servizio nell'esercito. S'interessa dei fenomeni naturali e in particolare dell'elettricità, attratto dalle scoperte di Benjamin Franklin. Dal 1767 al 1771 accompagna in Italia, in Sicilia e a Malta, nella veste di travellig preceptor, il giovane Lord William Fullarton. E la Sicilia, dove giunge nella primavera del 1770, diviene motivo di una incalzante relazione, sotto forma di lettere indirizzate a Mr Beckford di Somerly. Nel 1772 viene ammesso alla Royal Society di Edimburgo. Nel 1773 esce a Londra A tour through Sicily and Malta. L'opera incontra un interesse d'eccezione e viene recensita con favore sulla Monthly Review. Nei due anni successivi, sull'onda del successo, escono le traduzioni in tedesco e in francese. Nel 1799 Brydone è controllore dello Stamp Office. Muore a Lennel House, ancora in Scozia, nel 1818. Il brano è tratto da A Tour through Sicily and Malta in a Series of Letters to William Beckford, Esq., of Somerly in Suffolk. La traduzione dall'originale inglese è di Flavia Marenco e Maria Eugenia Zuppelli.
Lettera XII Siracusa, primo giugno Il trentun maggio ci imbarcammo su una feluca e facemmo vela per la grande Siracusa. Il vento era favorevole, e per un certo tempo si navigò a buona andatura. Durante il breve viaggio si gode una vista meravigliosa dell'Etna, e ci si fa un'idea impressionante delle sue eruzioni osservando la costa, che è formata dalla lava dell'immenso vulcano e continua nera ed erta sul mare per quasi trenta miglia. Non c'è punto del lido che non disti meno di trenta miglia dalla cima del monte, eppure non c'è stata quasi nessuna grande eruzione in cui la lava non abbia raggiunto il mare e respinto le acque a grande distanza, creando alte scogliere e promontori che sfidano per sempre le onde e impongono al mare confini invalicabili. Che spettacolo impressionante deve essere stato lo scontro fra i due elementi avversi! È facile immaginare quanti cambiamenti abbia subito la costa durante alcuni millenni, dato che ogni grande eruzione deve aver portato delle variazioni notevoli. Virgilio è incredibilmente esatto e preciso nella sua geografia della Sicilia, e questa è la sola parte dell'isola che risulti materialmente alterata dai tempi del poeta. Egli dice che v'era un grandissimo porto ai piedi dell'Etna, dove le navi erano al riparo da ogni vento: Portus ab accessu ventorum immotus et ingens. Si tratta probabilmente dello stesso porto chiamato dai siciliani il porto di Ulisse, e spesso menzionato dai loro scrittori. Oggi non esiste più traccia, ma ancora si indica il luogo dove si trovava, tre o quattro miglia nell'interno, in mezzo alle lave dell'Etna. Non riesco però a capire perché lo abbiano chiamato il porto di Ulisse, dal momento che Omero non fa arrivare il suo eroe nelle vicinanze dell'Etna. Anzi mi sembra evidente che il vulcano non deve essere stato attivo ai tempi di Omero, e neppure in età precedenti, altrimenti sarebbe stato impossibile che il poeta parlasse tanto a lungo della Sicilia senza neppure accennare a una cosa di importanza così capitale. All'Etna per prima sarebbe stata impaziente di rivolgersi la sua sublime e audace fantasia. È chiaro invece dal suo racconto che Ulisse prese terra sulla punta occidentale della Sicilia, di fronte all'isola di Lachaea, ora Favignana, a circa duecento miglia di distanza da questo porto. Virgilio, con più criterio, fa sbarcare il suo eroe ai piedi dell'Etna, e coglie l'occasione di inserire una delle più belle descrizioni dell'Eneide. È piuttosto strano però che egli faccia trovare ad Enea uno dei compagni di Ulisse, che aveva passato diversi mesi nei boschi e nelle caverne del monte dopo essere scampato al furore di Polifemo. Virgilio si deve essere reso conto della sua incongruenza, perché sapeva benissimo che Omero aveva situato la grotta di Polifemo e aveva fatto sbarcare Ulisse sulla punta estrema dell'isola. Ma non è stato capace di ignorare l'Etna: era così profondamente persuaso che fosse il posto più adatto per lo sbarco di un eroe epico, e che fosse altresì la sede più adatta per i Ciclopi, che con un'ardita licenza poetica ha finito per considerare come la cosa più naturale del mondo che Omero avesse davvero svolto la vicenda in tal modo. Bisogna dire però che questo passo del poema offre tanto godimento all'immaginazione, da compensare ampiamente il lettore del bisticcio nella logica. Ma torniamo al nostro viaggio. La vista migliore e più soddisfacente del vulcano si ha dal mare, meglio che da qualunque altro punto dell'isola. L'occhio abbraccia una porzione più ampia della sua circonferenza, e si può osservare con maggior precisione come il monte si innalzi simmetricamente da tutti i lati, partendo dall'immensa base cosparsa delle belle montagnole già descritte. Subito si individuano i cambiamenti della vegetazione, da dove è folta e lussureggiante a dove i due poli estremi del caldo e del freddo ne impediscono ogni sviluppo. Le differenti zone del monte sono segnate in modo preciso dai diversi colori e dai prodotti del suolo, ed offrono contemporaneamente all'occhio rapito ogni clima e ogni stagione in tutte le loro varietà: Where blossoms, fruits, and flowers together rise, / And the whole year in gay confusion lies. La prima zona offre tutto ciò che caratterizza l'estate e l'autunno, la seconda quanto è proprio della più deliziosa primavera, la terza un eterno e inesorabile inverno; e la quarta, per completare il contrasto, è la terra del fuoco inestinguibile. Recupero mi ha detto di avere incontrato grandi difficoltà nel cercare di stabilire la circonferenza della grande base dell'Etna. Questa era stata sempre valutata a sole cento miglia o poco più, nonostante che si fosse calcolato che i raggi del cerchio misurassero una trentina di quelle stesse miglia. L'illogicità del calcolo ha dunque costretto il canonico a fare delle ricerche per suo conto. Prese e sommate le distanze approssimate da un punto ad un altro tutto intorno al vulcano, egli ha ottenuto un totale di centottantatré miglia: un cerchio immenso, senza dubbio, e che continua ad allargarsi ad ogni eruzione importante. È infatti composto essenzialmente da lava e materiale eruttivo, ed ho osservato che lungo il suo bordo esterno devono essere avvenute tante piccole eruzioni che si sono fatte strada attraverso alcuni degli strati di lava più spessi. Queste eruzioni minori, verificatesi a tale distanza dalla fornace immensa del monte, sono dovute probabilmente all'intenso calore della lava che continua per molti anni a rarefare l'aria nelle caverne sottostanti: a un certo momento l'aria esplode dalla sua prigione, e la lava allora, precipitando dentro le grotte, dà fuoco allo zolfo e al nitro di cui sono piene. Si riproduce così in miniatura il fenomeno di una grande eruzione. Alla foce del fiume Simeto, molto a sud di Catania, inizia un lungo tratto di costa sabbiosa, che un tempo continuava probabilmente fino ai piedi della montagna di Taormina (dove sussistono ancora tracce della sua estremità orientale). Ma molte migliaia di anni fa l'arenile venne interrotto dalle lave dell'Etna, che l'hanno trasformato da piatta spiaggia sabbiosa in una costa scoscesa ed erta, di color nero ferrigno. In molti punti, dove sono stati scavati dei pozzi perforando la lava a grande profondità, si sono trovati degli strati di conchiglie e di sabbia marina che ne provano l'esistenza. Non s'incontra gran che di interessante nel viaggio da Catania a Siracusa. Troverai una descrizione molto migliore di quella che potrei dartene io nel terzo libro dell'Eneide, se avrai voglia di leggerlo. La costa scorre bassa, e all'infuori dell'Etna non presenta niente di rilevante. Passammo davanti alle foci di vari fiumi: il primo e più importante è il Giarretta, o fiume di San Paolo, l'antico Simeto celebrato dai poeti. Narra la leggenda che la ninfa, Talia, dopo i suoi amori con Giove, fu trasformata in questo fiume, e per sfuggire all'ira di Giunone sprofondò sotto terra nelle vicinanze dell'Etna, continuando così fino al mare. Il fiume era navigabile al tempo dei romani, e secondo Massa era l'unico in tutta l'isola ad avere questa caratteristica. Nasce sul lato settentrionale dell'Etna, aggira le falde occidentali del monte, e sfocia in mare nei pressi delle rovine dell'antica Murgantia. Non sprofonda più nel sottosuolo come una volta, ma invece è oggi famoso per una caratteristica che non risulta possedere in tempi antichi, dato che nessuno dei classici ne parla: vicino alla foce affiora una grande quantità di ambra molto fine. I contadini dei dintorni la raccolgono con cura, e la portano a Catania, dove se ne fanno le croci, rosari, figure di santi, eccetera, e viene venduta alla gente superstiziosa del continente a prezzi molto alti. Abbiamo comprato parecchie di queste reverende immagini, e le abbiamo trovate altamente elettrogene, capaci di esercitare una forte attrazione su piume, pagliuzze ed altri corpi leggeri: qualità che si sarebbe tentati di qualificare come simbolica di ciò che rappresentano. Alcuni di questi pezzi d'ambra contengono mosche ed altri insetti rimasti stranamente intatti: ci divertì molto l'ingenua soluzione di uno degli artisti, che aveva lasciato un grosso moscone con le ali spiegate proprio sopra la testa di un santo. Era per rappresentare, ci disse, lo Spirito Santo che scendeva su di lui. Mi sono procurato alcuni bei pezzi di quest'ambra, che credo sia più elettrogena di quella del Baltico, ed emani anche un odore più forte. La sua origine è stata a lungo dibattuta dai naturalisti, e credo che non si sia ancora accertato se è un prodotto del mare o della terra. L'opinione che va per la maggiore è che sia una specie di gomma o bitume che emana dalla terra allo stato liquido: le mosche o gli insetti che vi si posano ne rimangono invischiati, e gli sforzi che fanno per liberarsi non servono ad altro che ad immergerli completamente nella sostanza. Questa, indurendosi, li conserva perfettamente per sempre. Grossi e bei pezzi di ambra si trovano di continuo alla foce del Simeto, e si suppone sia stato il fiume a portarli; è strano però che non se ne trovino che sulla spiaggia. Esiste anche una specie di ambra artificiale, fatta col copale, come mi dicono. Però è molto diversa da quella naturale. Non lontano dalla foce del fiume vi sono due dei maggiori laghi della Sicilia. Sono il Beviere e il Pantano, il primo dei quali, secondo la tradizione, sarebbe stato creato da Ercole, ed era perciò considerato sacro dagli antichi. Sono laghi pieni di pesci di varie specie, tra cui i molletti, apprezzatissimi. I pesci vengono salati e venduti fuori di Sicilia, e rappresentano per Lentini, che si trova nelle vicinanze, un notevole cespite di commercio. Lentini è una delle più antiche città dell'isola e l'antica sede immaginaria dei Lestrigoni. I suoi campi erano famosi per la fertilità: sia Diodoro che Plinio affermano che producevano il centuplo in frumento, e che il grano vi cresceva spontaneamente senza bisogno di coltivarlo. Ma queste cose accadevano durante il regno di Cerere, e oggi non è più così. In poche ore di navigazione arrivammo in vista della città di Augusta, che occupa una bellissima posizione su di un'isoletta, anticamente una penisola e perciò detta dai greci Chersoneso. Città e fortificazioni fanno una certa impressione: si dice ospitino novemila abitanti. Le rovine di Hybla minore, tanto famosa per il suo miele, si trovano a poche miglia. Un po' prima di arrivare a Siracusa si fece calma piatta, e a un dato punto scorgemmo sulla superficie una bella tartaruga profondamente addormentata. Il pilota ordinò assoluto silenzio e fece vogare gli uomini con due soli remi, adagio adagio, per cercare di sorprenderla. Tutto fu predisposto a puntino, a prua furono messi due uomini pronti ad afferrarla. Noi eravamo lì tutti tesi ad aspettare, e non osavamo neanche respirare per timore di riscuoterla dal sonno. Avanzammo lentamente. La tartaruga continuava a stare immobile come una pietra. I due uomini si piegarono in giù, avevano già le braccia nell'acqua per afferrarla... Nessun alderman di Londra, sia detto con ogni deferenza, ha mai contemplato la sua tartaruga imbandita davanti a lui con più piacere e sicurezza, né pregustato più deliziosamente con l'immaginazione il bel banchetto. Essa era già nostra nel pensiero, già stavamo pensando ai molteplici modi in cui si sarebbe potuto cucinarla, quando (com'è vano e passeggero tutto ciò che l'uomo possiede!) la tartaruga fece un tuffo, scivolò loro tra le mani, in un attimo scomparve sott'acqua; e con essa tutte le nostre speranze. Rimanemmo a guardarci l'un l'altro come degli allocchi, senza parole, finché Fullarton non mi domandò col fare più provocatorio del mondo se avrei preferito un po' del... clipeo o del piastrone. I due che erano a prua scrollarono le spalle e dissero: "Pazienza"; ma Glover gridò loro furente che tutta la pazienza della terra non valeva una buona tartaruga. Poco dopo comparvero le rovine della grande Siracusa, i cui ricordi di gloria, magnificenza ed imprese illustri sia nelle armi che nelle arti ci fecero dimenticare per un poco addirittura la tartaruga. Ma, ahimè, come son caduti in basso i potenti! La città superba che gareggiò con Roma stessa è ora ridotta a un mucchio di macerie. Quanto rimane non merita nemmeno il nome di città. Percoremmo a remi quasi tutto il giro delle mura senza vedere creatura umana, quelle stesse mura che erano state il terrore delle armi romane, e dalle quali Archimede aveva sconfitto le flotte nemiche sollevando le navi dal mare con le sue macchine e lanciandole poi contro gli scogli. Trovammo che all'interno la città si uniformava anche troppo bene all'apparenza esterna. Non c'era modo di scovare un albergo, e dopo aver visitato tutti i monasteri e le confraternite religiose in cerca di letti, trovammo che erano tutti così miseri e sporchi che alla fine preferimmo dormire sulla paglia. Ma persino quella fu impossibile averla pulita, e fummo divorati da cimici di ogni specie. Avevamo delle lettere per il conte Gaetano, che si scusò di non poterci offrire alloggio, ma per il resto ci usò molte cortesie: in particolare mise a nostra disposizione la sua carrozza e ci illustrò le rovine indicandoci quello che meritava vedere. Ci diede anche delle lettere di raccomandazione per Malta. È un gentiluomo di buon senso, e ha scritto vari trattati sulle antichità siciliane. Delle quattro città che componevano l'antica Siracusa, rimane soltanto Ortigia, che è di gran lunga la più piccola. La città è situata sull'isola omonima, ha un cerchia di due miglia, e la popolazione è valutata a quattordicimila abitanti. Si calcola che le rovine delle altre tre, Tyche, Acradina e Neapolis, occupino una circonferenza di ventidue miglia. Quasi tutta quest'area è ora ricoperta da ricchi vigneti, frutteti e campi di grano: i muri che li dividono sono fatti tutti con dei frammenti di marmo, intagliati e pieni di iscrizioni, ma per la maggior parte sfregiati e rovinati. Le rovine più importanti sono un teatro ed un anfiteatro, molti sepolcri, le latomie, le catacombe, ed il famoso orecchio di Dionisio, cose insomma che era impossibile distruggere. Le latomie formano ora un elegante giardino sprofondato sotto la superficie del terreno e sono senza dubbio uno dei luoghi più belli e romantici che io abbia mai veduto. Si trovano quasi per intero a circa cento piedi sottoterra, e sono incredibilmente vaste. Il giardino è tutto tagliato in una roccia dura come il marmo, composta di un conglomerato di conchiglie, ghiaia ed altro materiale marino. Il fondo dell'immensa cava, da cui fu probabilmente tratta la pietra per costruire quasi tutta Siracusa, è ora ricoperto da un terriccio fertilissimo, e siccome è un luogo assolutamente riparato dal vento, è pieno di ogni sorta di arboscelli e bellissimi alberi da frutto, rigogliosi e imponenti, mai intristiti dalla tempesta. Aranci, limoni, bergamotti, melograni, fichi, eccetera, sono tutti di notevoli dimensioni e di qualità sopraffina. Alcuni di questi alberi, in particolare gli olivi, sorgono dalla viva roccia, senza traccia di terra, ed offrono uno spettacolo insolito e assai gradito all'occhio. Questo strano giardino presenta tutta una serie di scenari selvaggi e romantici; mentre eravamo lì in mezzo scorgemmo improvvisamente con grande sorpresa una figura umana sulla soglia di una delle caverne, tale che accresceva ancora la dignità e la solennità del luogo. Era un vegliardo con una lunga, fluente barba bianca che gli arrivava a metà persona. Il vecchio volto grinzoso e le rade ciocche grigie ne facevano un personaggio di un'età passata oltre che della presente. Le mani, tutte tremanti per la paralisi, reggevano una sorta di bastone da pellegrino, e intorno al collo aveva un rosario a grossi chicchi con un crocifisso appeso in fondo. Se non fosse stato per questi segni della sua seconda esistenza, l'attuale, non so, ma credo che gli avrei chiesto se per caso in gioventù aveva conosciuto Teocrito e Archimede, e se si ricordava del regno del tiranno Dionisio. Ma ci trasse d'impaccio egli stesso, raccontandoci che era l'eremita del luogo e che apparteneva a un convento di cappuccini situato sulle rocce; che ormai aveva detto addio a questo mondo per un altro, ed era deciso a passare il resto della vita in solitudine, pregando per i miseri mortali di quaggiù. Apparizione e scenario erano perfettamente intonati, e ne guadagnavano vicendevolmente. Lasciammo qualche moneta sulla pietra: … per i cappuccini, che sono i più grandi mendicanti del mondo; che non toccano mai denaro, ma che per salvare le loro troppo esili coscienze e mantenere intatti i i voti ricorrono al semplice ripiego di raccogliere le monete con un paio di pinze e portarle poi al mercato nel sacco o nel cappuccio. Che facciano così, l'ho visto io stesso più d'una volta. Rimanemmo incantati dalle latomie, e le lasciammo con rammarico. Sono proprio le stesse che Cicerone ha tanto decantato circa milleottocento anni fa. Un po' più a ovest si trova il punto dove si suppone sorgesse la villa della cui vendita, come ricorderai, egli fa un resoconto così vivo e divertente: è la storia di un orefice (di cui ora mi sfugge il nome) che imbroglia un nobile romano nel più ingegnoso dei modi. L'orecchio di Dionisio è un monumento di perizia e magnificenza non meno che un monumento della crudeltà del tiranno. È un'enorme caverna tagliata nella roccia viva, a forma di orecchio umano. L'altezza misurata perpendicolarmente è di circa ottanta piedi, la lunghezza di questo enorme orecchio non è meno di duecentocinquanta. Si dice che la caverna fosse congegnata in modo da raccogliere e convogliare in un solo punto, come in un centro focale, tutti i suoni prodotti all'interno: questo punto era chiamato timpano, ed esattamente di fronte il tiranno aveva praticato un pertugio che comunicava con un piccolo appartamento dove egli soleva nascondersi. Applicando l'orecchio al foro egli poteva sentire distintamente ogni parola pronunciata nella caverna sottostante. Non appena l'appartamento fu ultimato e ne fu fatta la prova, egli fece uccidere tutti gli operai che avevano lavorato alla costruzione. Rinchiudeva poi lì dentro quelli che sospettava essergli nemici, e ascoltando di nascosto i loro discorsi li giudicava a seconda di quello che dicevano, condannandoli o assolvendoli. La stanza di Dionisio è posta molto in alto sulla roccia, ed è ora del tutto inaccessibile, per cui non potemmo fare la prova. Le nostre guide ci dissero che l'esperimento era stato tentato alcuni anni prima dal comandante di un bastimento inglese. L'eco nell'orecchio è prodigiosa, più forte che in qualsiasi altra caverna da me vista. Ci sono ancora i buchi nella roccia dov'erano infisse le catene che tenevano legati i prigionieri, e in parecchi rimangono ancora addirittura i piombi e i ferri. Acciuffammo lì dentro un povero porcospino che avevamo sorpreso a bere, una legittima preda per le nostre guide. Nelle vicinanze ci sono altre caverne grandissime, dov'è sorta una manifattura di salnitro: questo sale si trova infatti in abbondanza sulle pareti delle grotte. L'anfiteatro è a forma di ellissi molto allungata ed è assai rovinato; il teatro invece è così ben conservato, che la maggior parte dei gradini o sedili rimangono ancora tali e quali. Ambedue le costruzioni si trovano in quella parte della città che era chiamata Neapolis, ossia Città Nuova. Il teatro è piccolo, paragonato a quello di Taormina. Girammo fra i sepolcri, alcuni dei quali sono molto eleganti, alla ricerca di quello di Archimede, ma non riuscimmo a vedere nulla che potesse rassomigliargli. Per desiderio di Archimede stesso, la sua tomba era stata decorata con una sfera iscritta in un cilindro; ancor prima però che Cicerone diventasse quaestor della Sicilia, la tomba era andata perduta per colpa dei suoi ingrati concittadini. Il grande autore ne intraprese egli stesso la ricerca con fervore, ed è interessante leggere con quanta esultanza descriva il trionfo della scoperta. Le catacombe sono un'opera grandiosa, di poco inferiore di quelle di Roma o di Napoli, e dello stesso genere. Ci sono ruderi di templi in gran numero. Il duca di Montalbano, che ha scritto sulle antichità di Siracusa, ne conta una ventina, ma oggi ce ne sono ben pochi di riconoscibili. Rimane ancora qualche bella colonna di quello dedicato a Giove Olimpio; il tempio di Minerva (ora trasformato in cattedrale della città e dedicato alla Vergine) è quasi intatto. Recentemente ne hanno rifatto la facciata, ma temo che siano riusciti a fare ben poco di meglio di quella antica, semplicissima. Ora è piena di frontoni spezzati che mi sembrano di brutto stile. Ortigia, l'unica parte rimasta di Siracusa, era anticamente un'isola, ed è spesso menzionata come tale da Virgilio, Cicerone, e da molti storici greci e latini. In età più tarda lo stretto che la separava dal continente venne colmato, probabilmente dalle rovine stesse della grande città. Ortigia era già da molti secoli una penisola quando l'attuale re di Spagna affrontò l'enorme spesa di tagliare la lingua di terra che la univa alla Sicilia, riportandola così al suo pristino stato. Sull'isola egli ha fatto erigere un forte imponente, quasi inespugnabile. Vi sono quattro solide porte, una dietro l'altra, ciascuna fornita di spalti, passaggio coperto, scarpa e controscarpa, ed un largo e profondo fossato pieno d'acqua di mare e difeso da un immenso numero di cannoniere… ma senza neppur l'ombra di un cannone. Senza dubbio ciò ti parrà abbastanza ridicolo; ma il ridicolo aumenta ancora se ti dico che in questa nobilissima rocca non c'è una sola bocca da fuoco all'infuori di una piccola batteria di pezzi da sei destinati a sparare le salve di saluto alle navi che entrano ed escono dal porto. Se non sai che pensare di questa stranezza, ricordati che c'è di mezzo il re di Spagna. Ad ogni modo i fossati si dimostrano molto utili, giacché sono costantemente affollati di barche da pesca che possono qui impiegare reti e lenze con gran profitto, anche con i tempi più cattivi: con ciò non voglio dire che furono questi i motivi che indussero sua maestà a costruirli. La nobiltà del luogo approfitta anch'essa dei fossati per tenervi le barche da diporto. La celebre fonte di Aretusa è sempre stata considerata come una delle maggiori curiosità di Siracusa, e puoi immaginarti come fossimo impazienti di vederla. E invece bastò che richiamassimo alla mente il passo in cui Cicerone la descrive, e la scovammo subito. La fonte è ancora quella, eccetto che per i pesci, che un tempo conteneva in gran numero e che ora sembrano averla abbandonata. L'Aretusa era dedicata a Diana, che aveva lì presso un magnifico tempio dove ogni anno si celebravano grandi feste in suo onore. Trovammo un certo numero di ninfe immerse fino al ginocchio nella fontana, intente a lavarsi i vestiti, e paventammo la sorte di Atteone e di Alfeo; ma se appartenevano al seguito di Diana, bisogna dire che non erano certo altrettanto timide che a quei tempi, e difficilmente uno si deciderebbe a correre il rischio di essere mutato in cervo o in fiume per la più bella. La fonte è veramente straordinaria: sgorga da terra con un filone d'acqua unico, delle proporzioni di un fiume. Le leggende poetiche che la riguardano sono troppo note perché debba enumerarle. Molta della gente del luogo crede ancor oggi che questo sia lo stesso fiume Aretusa che si perde sotterra nei pressi di Olimpia in Grecia e che continua il suo corso per cinque o seicento miglia sotto il mare, ricomparendo in questo punto. È incredibile che una storia come questa abbia acquistato tanto credito presso gli antichi: infatti non sono soltanto i poeti a parlarne, ma anche naturalisti e filosofi. Plinio riporta la leggenda più di una volta, e si può dire non esista poeta latino cui sia sfuggita. Questa strana credenza è stata trasmessa agli autori siciliani, e la cosa più sbalorditiva è che non c'è quasi nessuno che la metta in dubbio. Pomponio Mela, Pausania, Massa e Fazzello sono tutti della stessa opinione, e per sostenerla ti raccontano la vecchia storia della tazza d'oro vinta ai giochi olimpici, che dopo essere stata gettata nell'Aretusa greca riemerse poco tempo dopo da quella siciliana. E aggiungono anche che si era sempre notato che dopo i grandi sacrifici olimpici, quando il sangue colava in quel fiume, le acque della fonte continuavano a gonfiarsi per vari giorni e si tingevano di rosso. Al pari di molti miracoli moderni, anche questo era probabilmente un trucco dei preti. Era a quelli di Diana che era affidata la fonte di Aretusa, e non v'è dubbio che avessero ogni interesse a dar credito alla storia, perché era stata la loro dea a mutare la ninfa Aretusa in un fiume e a condurla attraverso passaggi sotterranei dalla Grecia alla Sicilia per sfuggire all'inseguimento di Alfeo, il quale subì la stessa sorte. A poca distanza dalla fonte c'è una grande sorgente di acqua dolce che ribolle nel mare. È chiamata Occhio di Zilica, qualche altro la chiama Alfeo, dal nome di colui che secondo i poeti avrebbe inseguito Aretusa sotto il mare fino in Sicilia. Di quest'ultima sorgente non si occupa nessuno dei numerosi scrittori antichi che parlano dell'Aretusa, ed è quindi molto probabile che in quel tempo essa non esistesse, e che sia piuttosto una parte della fonte emersa soltanto più tardi, a una certa distanza da Ortigia. Se fosse stata visibile al tempo dei greci, non v'è dubbio che essi se ne sarebbero serviti come efficace argomento per provare il corso sottomarino dell'Aretusa, in quanto la sorgente emerge dal mare, abbastanza lontano dalla costa e in direzione della Grecia rispetto a Ortigia. Alle volte ribolle così vigorosamente, che pur attraversando l'acqua salata non si mischia a quella, e si può attingerne (così mi dicono) acqua quasi pura. Siracusa ha due porti. Il maggiore, posto a sud-ovest di Ortigia, ha un giro di sei miglia ed era considerato uno dei migliori del Mediterraneo. Secondo Diodoro giungeva quasi nel cuore della città, ed era detto Marmoreo perché completamente circondato da edifici di marmo. L'entrata era potentemente fortificata, tanto che le flotte romane non riuscirono mai a penetrarvi. Il porto piccolo è a nord-est di Ortigia, e tramandano che fosse anch'esso circondato di belle costruzioni. Secondo Fazzello rimangono ancora dei ruderi di un acquedotto sottomarino che lo attraversava nel centro e che doveva servire a convogliare l'acqua della fonte Aretusa alle diverse parti della città. Nelle vicinanze ci fu indicato il punto dove si trovava la casa di Archimede, come pure la torre dalla quale si racconta che abbia appiccato il fuoco alle galee romane con le sue lenti ustorie. Storia questa riportata da diversi autori, ma ora caduta quasi completamente in discredito, dato che sarebbe stato difficilissimo inventare una lente ustoria o specchio concavo con un fuoco adatto allo scopo, ossia estremamente lungo. Se tutto ciò non è un mito (com'è invece più probabile che sia) sarei tentato di credere che in quell'occasione non furono usate delle lenti ustorie rifrangenti, né degli specchi concavi, ma soltanto degli specchi ordinari o delle pietre di metallo molto lucide. Infatti l'ubicazione stessa della torre fa pensare che il sole sia stato sfruttato di riflesso: la torre di Archimede sorgeva a nord del porto piccolo, dove si narra fosse ormeggiata la flotta romana, di modo che le navi venivano a trovarsi in linea retta tra lui e il sole a mezzogiorno, a brevissima distanza dalle mura della città dove sorgeva la torre. Supponendo che siano state usate delle comuni lenti ustorie o delle lenti paraboliche, sarebbe stato necessario innalzare sull'isola di Ortigia una torre altissima, per poter interporre le lenti tra il sole e le galee romane; ed anche allora si sarebbe dovuto aspettare il tardo pomeriggio, quando i raggi solari sono debolissimi. Per contro, sono quasi sicuro che degli specchi piani ordinari sarebbero stati più che sufficienti a produrre il risultato voluto. Supponiamo che mille di questi specchi siano posti in modo da convogliare i raggi nello stesso punto: molto probabilmente il calore prodotto sarebbe più forte di quello che si genera nel punto focale di qualsiasi lente ustoria, e basterebbe senz'altro ad appiccare il fuoco a delle sostanze combustibili. Sarebbe facile fare un esperimento servendosi di un battaglione di uomini, armati ognuno di uno specchietto invece che di un archibugio, e posti a due o trecento iarde da una tavola di legno che serva da bersaglio. Ammetto che ci vorrebbe parecchio tempo prima che gli uomini imparino l'esercizio, ma sono sicuro che con la pratica si potrebbero allenare a centrare istantaneamente il bersaglio su comando. Prendiamo come esempio i cacciatori di allodole: in certi paesi sono così abili a manovrare lo specchietto, che dirigono i raggi luminosi sull'allodola e la colpiscono per quanto alta sia nel cielo; finché il povero animale, come affascinato dal luccichio, finisce nella rete. Tutto questo ti farà ridere, ma può darsi che un giorno uno specchietto possa essere considerato uno strumento altrettanto necessario per un soldato quanto lo è ora per un bellimbusto. Mi preoccupa molto che i francesi non ci precedano in questa invenzione così fuori del comune, perché mi è stato raccontato più e più volte che son pochi quelli che vanno sotto le armi senza provvedersi di uno di questi congegni di guerra, il cui vero uso, fortunatamente per noi, è ancora sconosciuto. Capirai che se questo esperimento riesce, bisognerà cambiare l'intero sistema di fortificazioni, nonché la tattica d'attacco e di difesa, perché tutte le parti di una città visibili agli assedianti potranno facilmente essere messe a fuoco; e gli assediati da parte loro godranno dello stesso vantaggio nei confronti dell'esercito assediante e del suo campo. Siamo già arcistufi di Siracusa, che di tutti i luoghi squallidi incontrati finora è di gran lunga il più squallido. Gli abitanti sono poveri e cenciosi oltre ogni dire, ma, a parte questo, molti sono talmente pieni di scabbia che siamo in continua apprensione, e cominciamo a essere ben contenti di non essere riusciti a trovare un letto. È veramente triste constatare il tragico contrasto fra l'antica magnificenza di questa città e la sua miseria attuale. La grande Siracusa, la più opulenta e potente di tutte le città greche, che con le sue sole forze fu capace in varie occasioni di tenere in scacco le forze di Cartagine e di Roma; che si narra abbia respinto (e non vi riescono oggi gli eserciti riuniti di più nazioni) flotte di duemila vele ed armate di duecentomila uomini; che ospitò entro le sue mura (come nessuna città ha mai fatto né prima né dopo) flotte ed eserciti che erano il terrore del mondo intero; questa superba e magnifica città, dico, è ora ridotta come rango d'importanza addirittura al di sotto del villaggo più meschino! Sic transit gloria mundi. Non sono riuscito a procurarmi nemmeno una tavola per scrivere, e come surrogato sono stato obbligato a sistemare una panca a cavallo fra due seggiole. Alloggiamo nel più misero e sordido tugurio che tu possa immaginare; ma quel che è peggio, è che non si trova nulla da mangiare, e se non avessimo portato con noi dei polli freddi, saremmo potuti morire di fame. Il caldo è assai più forte che a Catania. Il termometro è in questo momento a 78 gradi. C'è un vecchio detto a proposito del clima di questo posto, attribuito a qualcuno degli antichi ma, dicono, sempre buono: che non c'è stata stagione a Siracusa in cui il sole sia rimasto invisibile per un giorno intero. L'ho trovato citato da molti autori siciliani, ma non ci giurerei sopra. Adieu. La mia prossima sarà probabilmente da Malta: salperemo domani, se sarà possibile procurarsi una barca. Capo Passero, 3 giugno Visto che la grande Siracusa era così mal ridotta da non poter offrire letto ed alloggio a tre viaggiatori ormai stremati di forze, decidemmo di abbreviare il nostro soggiorno, e noleggiammo una speronara maltese che ci portasse in quell'isola. Si tratta di una piccola imbarcazione a sei remi, costruita essenzialmente per la velocità, in modo da sfuggire ai pirati africani e agli altri legni barbareschi che infestano questi mari: è però così bassa e stretta che non può reggere il mare grosso, per cui deve tenersi il più possibile vicino alla costa. Il 2 giugno allo spuntar del giorno lasciammo il Marmoreo, o porto grande di Siracusa: nonostante che il vento spirasse in direzione contraria ed abbastanza impetuoso, si procedeva a una velocità di quattro miglia all'ora. I marinai facevano forza sui remi maneggiandoli con grande abilità: non tirano sul remo come facciamo noi, ma lo spingono come i gondolieri veneziani, stando sempre rivolti verso prua. Sfruttano l'intero peso del corpo ad ogni palata, e non si siedono quasi mai durante la voga. Con questo sistema si ottiene un impulso prodigioso e si esercita una forza assai maggiore che non usando i muscoli delle braccia. Verso le dieci il vento si fece favorevole, e allora si cominciò a procedere davvero a grande velocità. Alle dodici il vento infuriava talmente che ci portammo sotto costa, non senza difficoltà; ma anche lì rischiavamo di capovolgerci, e fummo obbligati a prendere terra per metterci in salvo. Una volta sull'arenile, fummo assai molestati dalla sabbia che turbinava intorno; comunque l'uragano si calmò presto e prendemmo nuovamente il mare con un vento favorevole che soffiando ben teso ci portò a Capo Passero in poche ore. Durante la piccola tempesta ci divertimmo molto a osservare le reazioni del nostro servitore siciliano, che a terra è un tipo assolutamente intrepido. Quel coraggio di cui ci aveva dato prova tante volte, in quest'occasione (non so perché) lo abbandonò completamente, benché non si fosse corso in realtà un vero pericolo, non essendoci mai allontanati più di cento iarde da riva. Si abbandonò alla disperazione invocando la protezione di tutti i santi, e non si riprese per tutto il resto della breve traversata, smaniando continuamente che avrebbe voluto essere a Napoli, e giurando e spergiurando che nessuna lusinga terrestre lo avrebbe mai più indotto ad andar per mare. Solo pochi giorni fa questo stesso giovanotto è salito su un cavallo bizzarro, e senza ombra di timore lo ha spinto al galoppo sull'orlo di un precipizio, dove ci aspettavamo da un momento all'altro di vederlo precipitare sfracellandosi. Tante sono le forme strane in cui possono manifestarsi il coraggio e la paura! Capo Passero, anticamente chiamato Pachynus, è l'estrema punta meridionale della Sicilia. Non è una penisola, come viene presentata in tutte le carte, ma un misero isolotto senza vegetazione che misura circa un miglio di circonferenza; sopra c'è un forte, e c'è una piccola guarnigione che ha il compito di proteggere la regione circostante dalle incursioni dei corsari barbareschi, spesso molto molesti su questa parte della costa. L'isolotto con il suo forte giace a circa un miglio e mezzo di distanza dalla piccola cala di cui abbiamo preso possesso, ed è separato dal resto della Sicilia da uno stretto di circa mezzo miglio. Il nostro pilota ci ha detto di non pensare a Malta, che è lontana quasi cento miglia, finché non ci siano segni più sicuri di tempo buono. Di abitazioni lì intorno non ce n'erano, di nessuna specie, così cominciammo a cercare un po' in giro e trovammo una piccola caverna; subito approfittammo per farci un bel pranzetto. Poi uscimmo fuori per dare un'occhiata ai dintorni e per tentare di cacciare qualcosa per la cena. Ci accorgemmo subito che eravamo capitati in un mondo molto differente dai luoghi visitati fino allora. Il suolo è incredibilmente sterile: per quanto lontano si spingesse lo sguardo, non c'erano né colture di grano né vigne; i campi però erano ornati di infiniti fiori e arboscelli fioriti di ogni specie, e le rupi erano letteralmente coperte di capperi, maturi al punto giusto per la raccolta. Se avessimo avuto dell'aceto, avremmo potuto marinarne dei barili. Abbiamo trovato qui, sviluppato in forma perfetta, quel bellissimo arbusto che chiamano palmetta perché assomiglia ad una piccola palma, e che produce un fiore assai fine ed elegante; il seme però non era ancora maturo, con nostro grande disappunto. Abbiamo anche trovato dei fiori azzurri semprevivi, tantissimi, che non ricordo di aver visto nel Miller o in altri libri di botanica. Lo stelo è alto circa un piede ed è coronato da una massa di fiorellini celesti, i cui petali son fatti di un fibra asciutta come l'elicriso o amaranto globoso: ce ne sono di color violetto, ma per lo più sono azzurri. Ne ho raccolti una buona quantità per farli vedere ai nostri botanici quando torneremo in Inghilterra. Abbiamo trovato un buon posto per nuotare: è questa una delle prime cose di cui andiamo in cerca, dato che il nuoto costituisce uno dei maggiori piaceri della nostra spedizione. Appena si fece buio salimmo a bordo della nostra barchetta e vogammo per un centinaio di iarde al largo, e lì gettammo l'ancora. Il pilota ci aveva detto che questa era una precauzione assolutamente necessaria: la gente di queste parti è poco meglio dei selvaggi, e se fossimo rimasti a terra correvamo il rischio che venissero di notte a rapinarci e assassinarci. Ci raccontò anche che i turchi facevano frequenti scorrerie su questa punta dell'isola, esposta più di ogni altra ai loro saccheggi; che recentemente tre sciabecchi erano penetrati in un piccolo porto a poche miglia da qui ed avevano catturato sei navi mercantili; che molto spesso si vedeva qualche legno leggero incrociare al largo, e che l'unico sistema per porsi al sicuro da questi due nemici di mare e di terra era di scegliere un ancoraggio vicino alla costa dove l'acqua fosse tanto profonda che i banditi di terra non potessero assalirci passando a guado, ed allo stesso tempo tanto bassa da tener lontani anche i banditi di mare. Una volta al sicuro sui due fronti, ci avvolgemmo nei nostri mantelli e ci addormentammo. Ma passammo una notte tutt'altro che comoda: si levò il vento, e il dondolio della barchetta si fece assai spiacevole, tanto che cominciammo a vomitare allegramente. Alle prime luci del giorno ordinammo che si tornasse a terra, dove il mal di mare svanì come per incanto. Il tempo continua ad essere sfavorevole, per cui abbiamo escogitato vari modi per svagarci. Abbiamo fatto il bagno tre volte: l'acqua è gradevolmente calda. Negli intervalli ti ho scritto questa lettera sul coperchio di un grosso paniere dove teniamo le nostre provviste di bordo. Abbiamo anche raccolto delle conchiglie, dei pezzi di corallo e di spugna, e vari esemplari bellissimi di alghe marine. Gli scogli son tutti fatti di sabbia e ghiaia impastate insieme, ormai diventate dure come granito. Mescolate nell'impasto si trovano molte conchiglie e altre sostanze marine, che desterebbero la curiosità e l'interesse del naturalista. Stamattina abbiamo costruito una specie di tenda con una vela tirata in cima a uno scoglio e fissata a un remo a mo' di palo. Lì al riparo ci siamo goduti una lussuosa colazione, tè eccellente e miele di Hybla. Sono stato interrotto a questo punto da un ufficiale del forte di Capo Passero. Ci dice che possiamo abbandonare ogni speranza di riprendere il viaggio nei prossimi sei giorni. Ma quali credi che siano le sue ragioni? Confesso che mi son sentito preoccupato fintanto che non me le ha dette. Il vento si è mosso esattamente quando la luna entrava nel secondo quarto, per cui è sicuro che continuerà fino a luna piena. Eccoti un bell'animale! Se è vero quello che dice, mi metterò senz'altro a studiare astrologia. Ci ha fatto sapere anche che erano state avvistate due galeotte al largo, e ci consigliava di stare in guardia. Ma confesso che la luna e altre circostanze hanno indebolito di molto la mia fiducia nelle sue asserzioni. Dalla conversazione che abbiamo avuto, risulta che il forte di Capo Passero serve come luogo d'esilio per i delinquenti militari, e non ho il minimo dubbio che anche costui sia del numero. Ci disse che due parenti stretti del viceré vi erano stati confinati recentemente per cattiva condotta; lui, dal canto suo, pur trovandosi in una simpaticissima guarnigione, aveva chiesto di accompagnarli perché gli piaceva la solitudine. Comunque sia, il suo modo di fare tradiva ben altro, dichiarava anzi senza mezzi termini che era un très mauvais sujet. Inoltre è uno sciocco, e mi ha seccato. Non c'è niente da imparare da lui. Bisogna riconoscere che questo è un ottimo esilio per un giovane scapestrato che vuole sparire dal beau monde. Nel raggio di molte miglia non ci sono né città né villaggi, sicché il signorino può assaporare la solitudine più perfetta. Sul lido abbiamo trovato con nostra sorpresa una gran quantità di vera pietra pomice: in un primo tempo supponemmo fosse stata trasportata dal mare sin dall'Etna, poi però scoprimmo anche molti grossi pezzi di lava, allora si deve pensare che in questa parte dell'isola sia avvenuta una qualche eruzione. Non vedo tuttavia né montagne coniche né altri indizi della presenza di un vulcano. Se i pronostici del nostro ufficiale si avvereranno e dovremo trattenerci ancora qui, visiterò la zona circostante per un maggior raggio. Il vento continua a soffiare in direzione contraria, il mare è molto grosso nel canale di Malta, e il nostro servitore siciliano è preda di una deprimente tremarella. Ma vedo venire Glover e Fullarton in cerca del pranzo. Mi tocca cedere il paniere. Quest'aria di mare mette un appetito terribile, e devo constatare con dispiacere che siamo già ridotti a razione: un solo pollo freddo in tre, e tutti e tre abbiamo un bell'appetito, te lo posso assicurare. Quegli infami mascalzoni, essersi lasciati scappare la nostra tartaruga! Ora hanno avvistato una barca da pesca, e la stanno chiamando con quanto fiato hanno in corpo: ma ahimè, quella è troppo distante per udirli. Ora tirano un colpo di fucile per farla avvicinare; fortunatamente la barca ubbidisce al segnale. C'è dunque ancora qualche speranza, altrimenti saremo presto ridotti a pane e acqua. Anche il tè e lo zucchero stanno per finire, e questo è il più triste. In compenso abbiamo del buon pane e del miele di Hybla in abbondanza; non rischiamo quindi di morire di fame. Abbiamo anche risolto magnificamente il problema logistico notturno. La speronara è così stretta che è impossibile potercisi sdraiare tutti dentro; per di più siamo divorati dalle cimici e non abbiamo altro che delle dure tavole come giaciglio. Tutte queste considerazioni, aggiunte a quel maledetto dondolio della barca e allo spaventoso mal di mare che provoca, ci hanno fatto decidere che era meglio restare alla mercé dei banditi che passare un'altra notte in mare. Si aggiunga che abbiamo fatto la più gradita scoperta del mondo: una grande quantità di alga marina, fine, soffice e asciutta, che abbiamo trovato ammassata a ridosso di uno scoglio e che sembra esser stata destinata dalla Provvidenza a servirci da letto. Ci stenderemo sopra una vela, ripromettendoci di dormire da re. Per prevenire ogni attacco di sorpresa, ci siamo messi d'accordo di fare la sentinella a turno, col fucile a due canne di Fullarton carico a dovere per ricevere il nemico. Al primo colpo, non prima, l'intera guardia deve uscir fuori con il resto dell'artiglieria e le armi leggere; e siccome ci troviamo in posizione assai vantaggiosa, penso sarà facile difenderci come si deve. Essendo in sei, tra padroni e servitori, i turni di sentinella saranno cosa da nulla, e cinque di noi potranno sempre dormire tranquillamente. Per essere esatti, la guardia avrebbe potuto essere più numerosa, ma l'equipaggio della speronara si rifiuta nel modo più assoluto di essere della partita, avendo molta più fiducia nel loro elemento. Tuttavia hanno promesso che in caso di attacco sarebbero immediatamente accorsi in nostro aiuto. Mi pare che il nostro schieramento non sia mica male, siamo tutti molto fieri della nostra scienza tattica. La barca da pesca è arrivata proprio ora, si son potuti comprare degli eccellenti pesciolini che sono già sul fuoco. Adieu. Gli amici stanno reclamando a gran voce il loro pollo freddo, e non posso più tenere a bada il paniere. Malta, 4 giugno Nonostante tutte le apparenze e le sagge previsioni del nostro ufficiale, nel pomeriggio il vento cambiò, e verso le sei ci mettemmo alla vela. Passammo lo stretto e continuammo a costeggiare fino alle otto. Poi approdammo per cuocere dei maccheroni che avevamo acquistato dai marinai e vedere se si riusciva a cacciare qualcosa da tenere come vettovaglia per la traversata, che si prospetta ancora lunga. Giungemmo alle rive di un lago sulfureo, di cui avevamo percepito l'odore a più di un miglio di distanza, tanto era forte. L'acqua ribolliva con violenza in più punti, nonostante che il calore ai bordi fosse molto modesto. Questo ribollire di acque, dopo la pomice e la lava trovate a Capo Passero, ci conferma che in questa parte dell'isola devono esser state comuni un tempo le eruzioni, proprio come intorno all'Etna. Mi pare più che probabile che si tratti del celebre lago di Camerina, che Enea vide subito dopo aver superato Pachynus (o Capo Passero), e che per decreto del fato non dovrebbe mai venir prosciugato, come dice Virgilio: Hinc altas cautes projectaque saxa Pachyni Radimus; et fatis nunquam concessa moveri Adparet Camarina procul. Virgilio aveva le sue buone ragioni per dire così, perché il livello del lago o pantano (o meglio una via di mezzo tra i due) è altrettanto basso del livello del mare, per cui le acque non potranno mai essere incanalate via. Tutto intorno ci sono moltissimi sempreverdi e arbusti da fiori, tra cui la palmetta e il corbezzolo, che sono i più belli. Vedemmo un gran numero di uccelli selvatici, ma ciò che mi sorprese di più fu che in un posto così poco frequentato fossero così forastici da non poterli avvicinare. Certuni, in particolare, attrassero la nostra attenzione: come forma e dimensioni assomigliavano al piviere grigio, e volavano allo stesso modo; ma avevano un coda lunghissima, che sembrava formata da due sole piume sottili e flessibili, molto strana a vedersi quando erano in volo. Dopo aver impiegato invano tutte le nostre arti cercando di abbatterli, fummo costretti ad abbandonare l'impresa. Sempre lì, uccidemmo un serpentello nero, che mi pare corrisponda come aspetto alla descrizione di un aspide. Ne dissezionammo la lingua, e si vide che aveva una punta aguzza come un pungiglione; e lo sarà davvero, perché la dardeggiava con violenza contro i nostri bastoni, quando glieli mettevamo dinanzi. Visto che tutti gli animali, quando sono attaccati, fanno uso delle armi fornite loro dalla natura per difesa, ci parve evidente (ammesso che la regola sia giusta) che il serpe fosse conscio di poter recare offesa con la lingua; e il risultato della dissezione ce ne ha dato conferma. A vedersi, il pungiglione è molto più grande di quello di un'ape; all'altra estremità della lingua trovammo una piccola vescica, e con l'aiuto di un microscopio avremmo probabilmente scoperto che la lingua era perforata. Invece che denti, il serpe aveva gengive durissime. Ho conservato con gran cura la lingua, in modo che tu la possa esaminare. Se non sbaglio, si è sempre ritenuto che i serpenti feriscano soltanto con i denti. Allora ho pensato che meritava comunicarti questa nostra scoperta. È vero che il saettare della lingua è un trucco comune a tutta la combriccola dei serpenti, ma il nostro animale sembrava farlo con particolare ferocia, avventandosi rabbiosamente contro i nostri bastoni. Tanto che fummo indotti ad esaminarlo meglio. A quanto ricordo, un pungiglione così strano non è menzionato in alcun libro di storia naturale, ma forse sbaglio; non rammento neanche di aver visto o sentito parlare di animali forniti di una tale arma. A meno che tu non mi creda capace di far miei i sentimenti del povero Mr. S..., che da quando si è sposato sostiene che la lingua di molte femmine presenta questa stessa strana caratteristica, ed osserva che prima del matrimonio il pungiglione non si scopre mai, o assai di rado. È un uomo coltissimo in questo campo, e secondo lui la spiegazione di tutto sta nei rapporti che la donna ebbe in origine col serpente. Sia come si vuole, spero sinceramente che né tu né io si debba mai adottare una simile opinione. Ci imbarcammo un po' dopo le nove. La notte era deliziosa, ma il vento era caduto al tramonto e fummo obbligati a dar di piglio ai remi per entrare nel canale di Malta. La costa della Sicilia cominciò ad allontanarsi, ed in breve ci trovammo in alto mare. Il silenzio era profondo; il lontano rumore delle onde che si rompevano sulla spiaggia lo rendeva ancora più solenne. Non spirava un alito di vento, e la luna splendeva viva sull'acqua: le onde della recente burrasca erano ancora alte, ma lisce e compatte, e si susseguivano con un ritmo lento e costante. Di fronte a quello spettacolo cademmo in una specie di meditazione e per quasi un'ora restammo senza pronunciar parola: finché i marinai non intonarono il loro inno di mezzanotte alla Vergine. Il motivo era semplice, solenne e melanconico, in perfetta armonia con la scena e con i nostri sentimenti. Gli uomini battevano il tempo con i remi e seguivano la melodia e la cadenza con la massima precisione. Ascoltammo con infinito diletto il melanconico concerto, e al confronto opere e oratorii ci parvero cose vane.
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