| Cesare
Brandi sulla Noto barocca
Fra i maggiori critici e storici dell'arte del Novecento, Cesare Brandi vive fra
il 1906 e il 1987. Nel 1939 fonda, insieme con Giulio Carlo Argan, l'Istituto
Centrale di Restauro, che dirige fino al 1959. Insegna Storia dell'arte medievale
e moderna all'università di Palermo, poi a Roma. Dal 1958 si occupa di
critica d'arte sul "Corriere della sera". È autore di numerosi
saggi, fra cui: Quattrocentisti senesi, Milano 1949; La fine dell'avanguardia
e l'arte oggi, Milano 1952; Teoria generale della critica, Torino 1975;
Struttura e architettura, Torino 1975; Teoria del restauro, Torino
1977; Scritti sull'arte contemporanea, Torino 1977-79. Firma inoltre diversi
scritti odeporici, come Viaggio nella Grecia antica, Firenze 1954. Il testo
che qui si presenta, Noto, giardino di pietra, è del 1949.
c.r.
Noto,
giardino di pietra Mai
fummo in Arabia, nel Tibet o in Persia, né sappiamo di persona se in quelle
località favolose ancora si incontrino città siffattamente conservate
da restituire al presente immediato un passato anche remoto: sulla fede altrui
ci illudiamo che esistano. Ma chi vada semplicemente in quell'estremo lembo di
Sicilia, da cui si scopre il faro del Capo Passero e quasi le creste dei mari
che s'incontrano allo spartiacque, nell'"ingegnosa" Noto vogliamo dire,
niente potrà chiedere di più alle iperboree visioni del sogno: ché,
questa settecentesca Atlantide o Fata morgana, lentamente s'innalza di fra gli
ulivi fitti e i mandorli come da una schiuma verde, pronta a richiudersi sull'apparizione
dorata, ma d'un oro tenero e rosa come il miele. Altre città siciliane
avranno nomi ben più fastosi da porgere, monumenti d'una eternità
inviolata e senza rivali, come Palermo, ma nessuna, neppure Catania, produce simile
apparizione, sicché Venezia sola nel suo perpetuo andare alla deriva d'un
mare appena più pesante dell'aria, può invocarsi con una regalità
maggiore e quasi in perenne levitazione rispetto alla contadinella siciliana.
Potrà credersi che domani, quando sarà investita da una fama universale
e inevitabile, questa straordinaria città diminuisca la sorpresa e si smussi
nel ricordo, sebbene non lo crediamo perché nessuna altra essendo più
totalmente architettonica di Noto, la realtà formale dell'architettura
si trova ad essere assai meno comunicabile per riproduzione grafica che qualsiasi
altra arte. Né fotografia alcuna approssimerà mai l'incontro diretto
col Partenone o col colonnato di San Pietro, sicché le strade di Noto si
appiattiranno anch'esse penosamente nel soffietto della camera, e occorrerà
muoversi di persona, farsele a piedi e passo passo col naso all'aria e con l'orgasmo
che prende dormendo, quando si sente che si è sul punto di svegliarsi e
non si vorrebbe. Codesta città dunque, s'incontra ancor più
come una cosa morta che come cosa viva, restituita da un naufragio, risollevata
da un cataclisma: ed è curioso destino per chi sorgeva in realtà
dalla distruzione totale di quel tremendo terremoto del 1693, durato lo "spatio
di un De Profundis", a cui egualmente si deve la meraviglia di Catania e
il meglio, a parte l'archeologia, di Siracusa; di altre ancora e strabilianti
città siciliane. Né mai ci era stato dato di dover pensare a ritroso
la rovina di Pompei nella perfetta conservazione di una città come Noto,
l'una e l'altra frutto d'un cataclisma di cui il primo distruggeva conservando
e il secondo conserva distruggendo. Ché Noto antica venne proprio rasa
al suolo, e ne cambiarono perfino il posto per ricostruire quella attuale, con
un piano semplice in apparenza, in realtà il più inatteso per chi
conosce e apprezza le precipitose discese che affluiscono sul fianco di via Toledo
a Napoli. La città di Noto, infatti, è a scala, più che a
terrazze, si direbbe, e non come può parere sovrapposta una città
quale Genova o inerpicata come Perugia o Assisi. A Noto si entra per un arco di
trionfo ottocentesco, un piccolo arco che sembra un po' il modellino rustico di
quello dell'Etoile, e s'imbocca una strada drittissima e piana, che già
Sitwell , per farne capire ai lettori inglesi la luce né grande né
piccola, paragonava a Piccadilly dove imbocca in Hyde Park, ma che, su ll'inizio,
non impressiona se non per il rettifilo d'una lunghezza inconsueta, quasi un chilometro,
per un paese. L'altezza modesta delle prime case, questa loro stretta convenienza
alla larghezza della strada, è solo la misura equa, italiana d'un piano
respiro che scandisce il cuore lento di chi può correre senza affanno.
Se la città s'aprisse su uno dei suoi spettacolari monumenti non c'è
dubbio che annullerebbe la metà dell'incontro. Così come s'inizia,
è un paese gentile e modesto; ma non si son fatti pochi passi che subito
sulla destra cominciano ad aprirsi le piazze vaste e inclinate come palcoscenici,
salgono le facciate diritte come canne d'organo, e le strade, le prodigiose strade
laterali si impennano come le ripide prospettive del primo Quattrocento. Ancora
non si sa, ed è incredibile che i ricercatori abbiano atteso tanto a frugare
gli archivi, chi furono gli architetti di Noto, se non in una laconica lista che
uno studioso pubblicò su un giornale: nomi che, se si eccettua quello,
del resto oscurissimo del Labisi o Alabisi, sono tutti perfettamente sconosciuti:
Domenico Landolina, Antonio Mazza, Filippo Sortino, Rosario Gagliardi, Antonino
Di Mauro, Giacomo Nicolaci. Di questi alcuni sembra che effettuassero viaggi nella
penisola e anche in Francia: ma non vi è dubbio che l'eccezionale fioritura
di Noto corrisponda ad un'eccezionale fioritura d'ingegni. Ingegnosa, appunto,
è qualificata nel Settecento, la città di Noto, che già aveva
fornito all'architettura palermitana il più famoso Matteo Carnelivari.
Comunque, nell'attesa che il dare e l'avere, fra tutti quegli ignoti, si chiarisca,
noi ci limiteremo a sottolineare quegli degli aspetti di Noto, che ancor più
dei singoli monumenti contribuiscono a fissare la fisionomia inconfondibile e
inarrivabile della città. In questo senso nulla è più straordinario
di queste strade laterali, in salita, meravigliosamente lastricate a quadrettature
di lava e di pietra bianca; né, per quanto ripide, sembrano in salita,
ma come si è accennato, traducono la salita in prospettiva, nelle sdrucciolevoli,
precipiti prospettive masolinesche, a risucchio, a imbuto come tramogge rovesciate.
Oppure si pensi alla prospettiva del Teatro Olimpico a Vicenza, e alla sorpresa
che fa, se vi è capitato di camminarci dentro, quel nostro corpo refrattario
al veloce rimpicciolimento che la finta prospettiva comanda. Da questa trasposizione
di una prospettiva reale in finta prospettiva il ritmo architettonico riceve un'accelerazione
straordinaria, una messa in evidenza che è come se la strada venisse incontro
a noi piuttosto che noi a lei. Le passatoie di pietra del pavimento, le cornici
dei tetti, i davanzali, i balconi rinfilano con una tale velocità nel remoto
punto dell'orizzonte in cui confluiscono, vi è una tale piacevole infallibilità
come di tiro a segno, in codesta convergenza, che veramente neppure un'architettura
di getti d'acqua, come quella del grande viale di Villa d'Este a Tivoli, può
raggiungere una maggiore interna mobilità. Simili al corrimano dei tapits-roulants
sembrano snodarsi le guide di pietra e trascinare irresistibilmente lo spettatore
come entro una pittura. Questa immagine allora ci aiuta ad aggredire più
utilmente il mistero d'un'emozione per altro ineffabile. L'effetto di finta prospettiva,
insieme con questo senso di entrare in una pittura, ci rendono conto della spazialità
propria dell'architettura, altrettando inviolabile che quella della pittura e
della scultura. Onde la sorpresa e l'incanto di potersi aggirare per quelle strade,
come se fosse concesso di oltrepassare, alla Farnesina, la soglia delle colonne
dipinte del Peruzzi. Queste strade dunque, nonché risolversi come certa
facile critica potrebbe dedurre, in un effetto più decorativo che strutturale,
esasperano la qualità stessa dell'architettura, di creare una spazialità
propria e di precluderla all'esistenza, che vi sarà solo tollerata.
Un tale pensamento della strada come unità architettonica induce allora
la considerazione del sott'in su, non meno che a Lecce, anzi di più, data
la salita: e come a Lecce, infatti, compaiono i grandi mensoloni scolpiti dei
balconi (nella stupenda via Nicolaci), soffittano il cielo, per così dire,
o per meglio dire riquadrano l'unica apertura libera, suggeriscono travature invisibili
da un lato all'altro della strada per convincerla nella spazialità d'interno
che le compete. E in fondo, la Chiesa di Montevergine, concava fra due campanili,
con quell'idea - ancora - del Nicchione del Belvedere, conclude nel diametro di
pochi metri l'orizzonte posticcio, e il solo congruo per una strada, che è
tale superba immagine di pietra. Naturalmente si può bollare tutto
ciò come "scenografico", ma attenti; la scenografia, se ridotta
ad un trucco, se ridotta cioè a sviluppare l'illusionismo d'uno spazio
naturalistico alle spese della spazialità propria dell'immagine, intende
dilatare lo spazio finto in uno spazio vero, mentre qui si rovescia il problema
e d'uno spazio vero se ne fa uno finto: lo spazio naturale viene a trovarsi compigiato
come se si abbassi il soffitto d'un mantice, o come se, d'un colpo, si chiudano
le stecche d'un ventaglio. La forzatura indotta è un effetto squisito,
il frutto quasi d'un leggero incanto. Il quale incanto giunge al fastigio
della piazza del Duomo, ove una scalinata d'altezza imponente, davvero romana,
conduce ad una facciata larga, dilatata come in uno specchio concavo: ed è
singolare questa specie di rallentamento del ritmo in superficie, contrapposto
all'accelerazione prospettica delle strade in salita. Ad accrescere, evidentemente,
l'ascesa e lo sbalzo sia della scala che della chiesa, la loggetta leggerissima
del Comune, ad un sol piano e coronata dalla balaustra, faceva come dire da pedana
di lancio: il contrapposto era così chiaro, che solo cecità e malposto
interesse di un Comune ahimé troppo ricco fra i tanti indebitati che conta
l'Italia, ha potuto promuovere l'iniquo scempio della sopraelevazione in falso
stile settecentesco, e doppiamente falso poiché ricreato di fantasie con
volute e modanature immaginarie. Il danno prodotto è gravissimo, perché
la loggetta doveva servire solo a imbastire la riquadratura dello spazio, senza
tentare di chiudere il vano d'aria prodotto dalla piazza. Un po', per intendersi,
come l'ufficio che nel cortile di San Damaso in Vaticano ha la muraglia bassa
verso la piazza, al fine di non rendere un cortile interno le Logge di Raffaello,
e nello stesso tempo suggellare, suggerendola, la figura geometrica che gli altri
lati predispongono. Pertanto il piano rialzato è ancor più offensivo
del complesso che del monumento singolo, perché ora, la singolare e leggerissima
loggetta, diviene una specie di edificio accovato ai piedi della chiesa, mentre
prima faceva ad un tempo da pedana all'ascesa e da griglia conclusiva di uno spazio
che la forma architettonica esigeva chiuso, senza commistioni paesistiche: sicché
anche le verdi sequoie che compongono i due ferri di cavallo di qua e di là
dalla scalinata sono rigorosamente potate e rinettate come parallelepipedi, come
un'architettura esse stesse. La rottura dell'equilibrio, in questo complesso
straordinario, è dunque ancor più grave, perché qui è
straordinario il complesso più che il monumento preso a sé. E valga
ad esempio la facciata della Cattedrale assai simile, sia o no lo stesso architetto,
a quella del San Domenico di Palermo, la quale, a sua volta interpreta, con variazioni,
la più anziana e berniniana di Sant'Anastasia a Roma. A Palermo quella
facciata, per quanto grandiosa, non accende l'osservatore di particolari fantasie.
Il gusto delle colonne esposte, un po' gracili e in aggetto, non contribuisce
a muovere più plasticamente la dilatata muraglia: si svela un po' troppo
il rimedio opposto al bisogno e quasi all'urgenza di ritmare tutto quello spazio,
davvero un mare aperto, fra i due campanili, e le colonne segnano allora la battuta;
che resta una battuta d'aspetto. Ora questi difetti contraddittori di costituzione
gracile su un gran corpo, scompaiono o si rendono inavvertiti non solo per le
varianti ma per il grandioso contrappunto che a Noto si organizza al di sotto
e ai lati del monumento. Quell'enorme gradinata che sale ad ondate dai diversi
ripiani, in realtà continua l'ascesa nei campanili e nella cupola; è
una scalata ininterrotta in cui le suddivisioni verticali della facciata si pongono
in contrappunto con i gradini orizzontali e in questo contrasto recuperano una
funzionalità all'esiguità stessa della loro apparizione. Chi in
Roma, a Trastevere, veda quelle grandi scalee moderne che salgono a Monteverde,
non può non rammaricarsi della bellissima occasione sciupata di dare una
consistenza formale a strutture così inevitabilmente monumentali: a Roma,
dove dalla Trinità dei Monti alla defunta Ripetta non si lasciavano passare
inosservate simili occasioni. Ebbene si pensi che questa grande scalinata di Noto,
se prese a sé nella sua semplicità, è pressappoco una di
quelle di Trastevere. Appunto con ciò si potrà sentire meglio il
collegamento strettissimo che s'è istituito in ogni parte della piazza
stupenda. Le due insenature a ferro di cavallo, di cui s'è detto, servono
a creare, ai piedi della scalea, come due cavee arretrate: e queste, che bilanciano
con le simmetriche sequoie pressappoco l'altezza della loggetta ora scempiata,
danno come la visione dall'alto prima d'esser saliti in alto, e slanciano la scalinata
a guisa d'una traettoria, o arco, o ponte, fino al cacume della cupola rosata.
Spostare qualcosa, in tale equilibrio sapiente, è romperlo per sempre,
e noi non si sa che cosa faremmo per un lume di saggezza che convincesse a demolire
l'orribile sopraelevazione con cui si colpisce al cuore la bellezza di Noto, da
parte di chi, magari, crede con ciò di accrescerne il decoro. Se si pensa
che alla metà dell'Ottocento si era riusciti ad insinuare nella piazza
successiva un delizioso piccolo Teatro, che senza falsi stilistici s'inserisce
nell'aspetto fantasioso di quest'altro nobilissimo complesso, se si pensa che
perfino l'odiato liberty recupera non si sa come, in Sicilia, una certa tradizione
locale e riesce ad amalgamarsi senza ignominia, sicché anche a Noto la
palazzina all'ingresso del paese non vi sfigura, si resta sconfortati dalla nostra
miseria attuale che ha inferto a Noto le offese, le uniche, che nella sua storia
bisecolare ricordi. Se poi, una volta superata la prima meraviglia dell'incontro,
cominciamo a interrogare via via i monumenti che costituiscono l'ininterrotto,
badate bene, ininterrotto tessuto della città, colpisce un certo diffuso
arcaismo che non si trova in nessun'altra delle settecentesche città siciliane.
L'aveva già osservato il Sirwell che Noto è più seicentesca
che settecentesca. Né dipende strettamente da Catania, da Siracusa o da
Palermo. Anche con Siracusa, che dista appena una quarantina di chilometri, non
declina un diretto punto di contatto. Né solo per la diversità urbanistica;
Siracusa infatti, dove non è stata barbaramente escussa, è tutta
sforacchiata di stradine strette e scure come canali, con i gentili residui gotici,
e i bei palazzi che si contorcono per seguire il filo delle strade. La piazza
del Duomo, in questo senso, è quanto di più opposto alle geometrie
impeccabili di Noto, e anche architettonicamente se ne distingue. Non tanto lo
diciamo per il più vecchio Palazzo del Comune del Vermexio, così
ancora cinquecentesco, quasi un Alessi primitivo; ma anche la splendida facciata
della Cattedrale, dovuta, come ora si sa, a Andrea Palma, è romana e palermitana:
romana per il ricordo esatto di Santa Maria in Campitelli. L'altro palazzo, Beneventano-Bosco
da riferirsi ad un ignoto, Luciano Alì, con infedeltà rococò
e lo squisitissimo partito delle scale, nel cortile, non ha corrispondenti in
Noto. C'è invece, in Noto, un ricordo, che è quasi l'unico in Sicilia,
dell'architettura del Fontana per il Palazzo Reale di Napoli, ed è quello
che soprattutto rende dignitosamente arcaica la struttura dei suoi palazzi. Un
documento siracusano ci fa sapere che ancora, nel settecento, si richiedeva di
attenersi strettamente al Vignola, e sarà forse da supporsi una richiesta
così esplicita anche in Noto, dove, pur senza neoclassicismi, e pur con
gli estri borrominiani, si avverte un freno costante. Sicché tutto
quel genere di architettura ricca di ornati, che a Lecce, ad Acireale, e a Catania
fiorì con ricchezza locale, inaudita, ha in Noto un solo straordinario
esempio, quello che si è già citato, dei mensoloni scolpiti della
palazzo Villadorata in via Nicolaci. Poiché la rinascita di Noto e
di Catania avviene nel medesimo tempo e per la medesima causa, non c'è
dubbio che si dové a esplicita selezione se tutta quell'architettura del
primo periodo catanese, che si raggruppa intorno ad Alonzo di Benedetto, non fu
accettata, mentre del Vaccarini si notano alcune infiltrazioni, ma sempre sulla
base comune di un gusto borrominiano. Tutto sommato bisogna riconoscere che è
molto più presente il ricordo di Roma che di qualsiasi altra città
siciliana: Maderno e Lunghi, Rainaldi e Borromini: una Roma seicentesca. E, per
quel che si può sapere del Labisi, una certa conoscenza dello Juvara. Una
tale selezione di cultura non può fare a meno di meravigliare, quando si
pensi al maggiore "aggiornamento" che un Vaccarini personifica per le
sue attinenze col Fuga e col Vanvitelli. Noto così appare un'isola
nell'isola, ripete, come Lecce, il miracolo di una scuola locale fatta di locali,
che senza tralignare dal ceppo della grande colata barocca, tuttavia si declina
in modo inconfondibile. In questo senso, occorre dirlo, con un'inflessione dialettale
ancor minore che a Lecce, e proprio per questa riserva che non la fa smarrire
nell'ornato. Rispetto a Catania, che pure fu ricostruita su un rigoroso piano
regolatore, quello di Noto ha il vantaggio d'essere stato pensato non solo in
modo razionale, ma con un costante incanalamento estetico. La sua urbanistica
arieggia ancor più quella delle grandi ville romane, gli accorgimenti,
le paratie, gli squarci improvvisi, le prospettive a perdita d'occhio, le svolte,
le terrazze, gli inviti. Noto, giardino di pietra. Prima
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