Da Il binomio Giuliano-Scelba

Un mistero della Repubblica?

Rubbettino Editore, 1994

 

Prologo

Sugli scenari che si aprirono con Portella della Ginestra, alcuni quesiti rimangono aperti ancora oggi: fino a che punto quegli eventi tragici videro realmente delle correità di Stato? E quali furono al riguardo le effettive responsabilità, dirette e indirette, di taluni personaggi chiamati in causa per nome dai banditi e da altri?

Fra l'oggi e quei lontani avvenimenti vige, a ben vedere, un preciso nesso. Nel pianoro di Portella venne forgiato infatti un peculiare concetto della politica che giunge in sostanza sino a noi. Riaprire quel "giallo", allora, in un momento come l'attuale, mentre si reclamano da un lato i consuntivi di un'epoca, e si cerca dall'altro di legittimare ogni delitto compiuto nei decenni in nome dello Stato, non può dirsi affatto un esercizio vano.

Su quella vicenda, come è noto, le trame e gl'incantesimi non sono mai finiti. Si è andati costantemente in cerca di verità. Di memoriali. Ma le "rivelazioni" che si sono succedute nei decenni sono servite unicamente a celare meglio le cose: scardinando l'unitarietà dei fatti, e riducendo le chiamate in correità a una sorta di burla banditesca. Tutto è così finito nel binario cieco dell'incongruenza, ove hanno avuto buon gioco scandalismi e amenità d'ogni sorta.

Nondimeno, restano possibili altre soluzioni di lettura, più attinenti alla logica e alle cose. Ed elementi non ne mancano al riguardo. Talune deposizioni in aula, per esempio, prontamente rilanciate dalla stampa dell'epoca, appaiono oggi, alla luce degli accadimenti successivi, d'importanza decisiva, malgrado su di esse si sia equivocato ad arte per decenni. Certe parole di Pisciotta, depurate del superfluo, possono fornire, in particolare, tracce sorprendenti: forse più di quante se ne potrebbero cavare dal supposto terzo memoriale di Giuliano, di cui s'è alimentato ad arte il mito. Nel riscrivere quella storia, fondamentali appaiono poi non pochi documenti, che nel passato si è cercato in tutti i modi d'invalidare o di minimizzare: dalle lettere che Giuliano inviò ai giornali e ai politici, alle memorie in cui il capobanda spiegò le "sue" ragioni dell'eccidio di Portella; dalla relazione immaginifica del capitano Perenze sulla morte del bandito (avallata da Scelba), al carteggio fra Giuliano e l'ispettore di PS Ciro Verdiani. E così via.

Buone ragioni inducono a ritornare insomma su quegli eventi tragici. A riaprire quei fascicoli e a riascoltare quelle voci. Con la consapevolezza, comunque, che nessuna vera riforma morale della politica è oggi realmente possibile, se non si restaura per intero la verità della "prima Repubblica", a partire proprio dal fuoco di Portella, e dal patto delittuoso che in quel pianoro venne consacrato.

 

 

La lettera bruciata

Ombre di Stato

Per introdurci nei labirinti che si diramano da Portella della Ginestra è opportuno partire da una lettera "inesistente": ricordata e testimoniata in vari tempi e luoghi. È quella di cui parlò per primo il bandito Giovanni Genovese, il 20 gennaio 1948, dinanzi al giudice istruttore di Palermo:

La mattina del 27 aprile Giuliano mi venne a trovare nel mio cascinale di Saraceno vicino a Montelepre. C'erano con lui i fratelli Pianelli e Salvatore Ferreri…. Mangiarono, poi si sdraiarono. Cominciammo a chiacchierare. Verso le tre del pomeriggio apparve Pasquale Sciortino, con una lettera per Giuliano; lo chiamò in disparte. Si trassero dietro a una roccia. Lessero insieme la lettera e si misero a bisbigliare fra loro. Doveva essere una lettera importante, perché dopo averla letta Giuliano le diede fuoco e la bruciò. Poi, Sciortino se ne andò. Ed allora, Giuliano si rivolse a me e mi disse: "E' suonata l'ora della nostra liberazione". Al che, io: "Come hai detto?"; E lui: "Bisogna organizzare un'azione contro i comunisti, bisogna sparare in mezzo a loro il primo maggio a Portella della Ginestra".

Veniva così fuori una traccia che conterà non poco nel prosieguo della vicenda. Si trattava d'un racconto visivo, limpido, puntato sui dettagli; che dovette perciò apparire assai verosimile a chi lo ascoltava. In effetti, da quella data il Genovese verrà interrogato altre volte sull'argomento, ma non gli accadrà mai di negare, o di "rivedere" quanto detto.

Dopo quella deposizione, conferme della missiva vennero da più parti. Ne disse Giuliano nel secondo memoriale, ma solo per precisare ch'essa riguardava l'espatrio del cognato negli USA. Ne parlò in varie circostanze la madre del bandito (che la consegnò a Sciortino per recapitarla al figlio), asserendo che recava la firma autografa del ministro Mario Scelba. Ma su tali affermazioni s'alzò come un vallo protettivo, e i giudici viterbesi conclusero che la donna era comandata da altri, e anzitutto dall'avvocato di Pisciotta Anselmo Crisafulli. La denunzia, piuttosto clamorosa, venne perciò invalidata come "non rispondente al vero", ed espunta dal processo. Della lettera disse, in vari tempi, anche Gaspare Pisciotta, alterando però i giochi, con lo scopo presumibile di lasciare margini d'accordo con coloro che avevano diretto, nelle ombre, la partita di Portella e il dopo. Nell'interrogatorio del 15 gennaio 1951 (cinque settimane dopo essere stato arrestato dalla PS) dichiarò, in particolare, che Giuliano l'aveva informato d'avere ricevuto, tramite un deputato, una missiva di Scelba che gli prometteva l'amnistia in cambio d'un coinvolgimento elettorale in favore della DC. Al dibattimento di Viterbo, asserì invece di aver letto lui stesso la lettera (posseduta da Giuliano), recante un messaggio autografo del ministro, nei termini seguenti: "Caro Giuliano, noi siamo sull'orlo della sconfitta del comunismo, con il vostro e con il nostro aiuto noi possiamo distruggere il comunismo. Qualora la vittoria sarà nostra, voi avrete l'immunità su tutto". Sostenne inoltre che la missiva era stata portata negli USA da Pasquale Sciortino. A sentenza conclusa (3 maggio 1952), operando una curiosa giravolta, dirà infine: "Verrà il giorno che rivelerò chi ha scritto quella lettera che Sciortino portò a Giuliano il 27 aprile del 1947 e che Giuliano dette immediatamente alle fiamme".

Il mutare versione è una tecnica ordinaria nei processi di banditismo e mafia. È infatti una buona norma per non cadere in fallo; per occultare; resistere agli interrogatori e ai confronti più stringenti; mandare messaggi, dicendo e negando insieme, o alludendo; in ultimo, per chiamare alla trattativa. E così avvenne all'assise di Viterbo, ove tutto si svolse nell'equivoco della parola. Sulle correità politiche, in particolare, fu un continuo altalenare di accuse e di correzioni, atte a intorbidare, affinché solo coloro che intendevano i codici banditeschi, per avere comandato i delitti, potessero cavarne il senso. A questo si sommava poi l'equivoco della scrittura: la sapiente gestione del verbalizzare, che consentiva di falsare oltremodo le dichiarazioni dei banditi, e che fu determinante nella vicenda di Pisciotta, di cui si dirà meglio più avanti. Ci fu tuttavia, come s'è visto sopra, un elemento indiscusso: l'esistenza della lettera. E gli stessi giudici, dinanzi all'assoluto collimare delle deposizioni, e dei documenti via via ricevuti, dovettero prenderne atto, come si ricava dal seguente passo della sentenza:

È da ritenere assolutamente certo il fatto relativo a una lettera che nel pomeriggio di un giorno non esattamente precisato ma che, si disse, non possa andare al di là del 27 oppure del 28 aprile 1947, a Giuliano fu recapitata dal cognato Pasquale Sciortino, mentre il capo dei banditi trovasi presso la masseria dei fratelli Giovanni e Giuseppe Genovese. Che la lettera portata a Giuliano abbia una qualche relazione con il delitto che, a distanza di qualche giorno soltanto fu consumato da Giuliano e dalla banda da lui guidata, pare alla corte non possa essere posto in dubbio. Ne sono indici esatti e precisi i seguenti elementi: la lettera fu letta da Giuliano e dal cognato, fuori della presenza di coloro che, pure facendo parte della banda, trovavansi in quel momento presenti. Appena compiuta la lettera fu bruciata.

In tal senso i magistrati viterbesi, pur ossequiosi ai voleri della politica, parvero mostrarsi conseguenti. In effetti, per comprovare l'esistenza storica d'una persona non è necessario che si ritrovino le spoglie. Ma la lettera venne nel contempo resa nulla. Si sostenne infatti che Giuliano già da tempo meditava lezioni ai comunisti, e che non poteva correre alcuna relazione fra quel messaggio e l'esistenza eventuale di mandanti. La sentenza fu anzi categorica in proposito:

… È necessario porre una limitazione alla ricerca della causale: questa può essere ricercata soltanto in Giuliano, poiché fu in costui che sorse l'idea criminosa di agire, sia a Portella della Ginestra, sia contro le sedi del partito comunista di vari paesi della provincia di Palermo; idea criminosa cui prestarono la loro piena adesione coloro che componevano la banda per il vincolo che legava essi a chi era il capo dell'organizzazione.

E si andò oltre, negando in sostanza ogni politicità all'eccidio anche sul piano delle vittime, giacché erano stati colpiti, in larga parte, contadini che non conducevano militanza di partito.

Già non può dirsi che tutti coloro che parteciparono alla riunione di Portella della Ginestra per la celebrazione del giorno destinato alla festa del lavoro fossero appartenenti a un partito o ad un determinato partito politico; se appartenenti ad un partito politico possono dirsi i più di coloro che si recarono in quel luogo, non può dirsi che tutti partecipavano alla vita politica.

Si trattava, ovviamente, d'una palese incongruenza, dettata dalla volontà di tenere fuori dal processo ogni correità illustre. Prima fra tutte quella di Mario Scelba, il cui nome, come s'è visto, era corso con insistenza in vari momenti dell'assise e prima. In realtà, il carattere insolito e peculiare del bersaglio (contadini che festeggiavano il primo maggio sotto le insegne dei sindacati e del Pci), e gli assalti alle sezioni comuniste dei giorni successivi, dimostrano che a Portella funzionò un patto fra banditi e la politica, con una contropartita esplicita in favore di Giuliano e i suoi: l'azzeramento di tutti i crimini e la libertà. E la lettera del 27 aprile, testimoniata per primo da Genovese, e reputata certa, comprova tutto questo.

Il patto occulto

Se è assodato che l'eccidio di Portella ebbe un movente politico, chi poté comandare a Giuliano di eseguirlo? D'un complotto ordito dai deputati monarchici Gianfranco Alliata, Leone Marchesano e Giacomo Cusumano Geloso, si dirà convinto Giuseppe Montalbano, allora parlamentare comunista. Ipotesi assai caduca, a ben vedere. Ma comoda per chi ordinò la strage. I risultati delle elezioni siciliane del 20 aprile '47 avevano dato un esito imprevisto. Prima forza politica dell'isola era divenuto infatti il blocco del popolo con 567 mila voti, cui seguivano la Democrazia cristiana con 399 mila; il blocco liberal-qualunquista con 312 mila; i monarchici con 185 mila; i separatisti con 170 mila. La meteora di Finocchiaro Aprile, come si vede, volgeva ormai al declino, e in basso dimorava pure il partito monarchico. Come è possibile allora che elementi d'un partito largamente minoritario nell'isola e ben lontano dai palazzi governativi, avessero potuto convincere Giuliano all'eccidio, in cambio d'una amnistia che non potevano garantire in alcun modo? I tre notabili ebbero certo una parte nella vicenda, ma fu solo di raccordo fra i veri mandanti e la mafia, con cui erano già in combutta. E il fatto che uno della terna, Cusumano Geloso, sarebbe stato più in là ucciso (si scriverà di "morte misteriosa", ma Girolamo Li Causi parlerà apertamente di assassinio), per indurre i rimanenti due al silenzio sine die, conferma la loro minorità assoluta in quegli eventi.

I fatti, i documenti e le dichiarazioni dei banditi, portano in realtà assai più in alto: a uomini di governo o contigui ad esso. I soli a poter offrire a Giuliano le opportune garanzie. Se escludiamo allora socialisti e comunisti, ch'erano bersaglio primo di banditi e mafia, i mandanti dell'eccidio vanno ricercati dentro la Dc, che consolidava sempre più il suo dominio, con l'apporto risolutivo dell'amministrazione USA, e che si disponeva a liquidare le sinistre dai punti nodali dello Stato.

Dopo Portella, in effetti, il clima nel paese diventò rovente. Il capo del Viminale militarizzò i prefetti e i questori di tutta la penisola. Entrò in campo la Celere (ch'era stata dotata di mitragliatori pesanti, autoblindo e financo di mortai) con la consegna esplicita di fiaccare ogni dissenso. Decine e decine di manifestanti vennero colpiti a morte nelle strade.

Nella Sicilia occidentale, animata dalle insorgenze contadine, a regolare l'"ordine" voluto furono invece Giuliano e Cosa nostra. Nel giugno del '47, assalti a sezioni comuniste vennero compiuti a Partinico, Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi, con nove uccisi e diverse decine di feriti. Seguitò inoltre, con virulenza inusitata, la falcidia di sindacalisti e capilega. Era il tempo in cui il bandito spediva al "Giornale di Sicilia" lettere con passaggi del tipo "Ho lottato e lotterò contro i comunisti fintanto che scompariranno dalla faccia della terra". Indotto palesemente da altri.

Messana e Fra Diavolo

Passiamo adesso a una postazione più "ravvicinata". Nel periodo dell'eccidio, come fu attestato all'assise di Viterbo, La PS poteva contare, nella banda Giuliano, sui servigi d'un informatore: Salvatore Ferreri detto Fra Diavolo, "usato" di persona dall'ispettore Ettore Messana, massima autorità di polizia in Sicilia, coordinatore della lotta al banditismo, e già allora individuo discusso per aver legato il proprio nome a un eccidio di 20 venti contadini a Riesi, nel 1919. Ebbene, dalle parole di Giovanni Genovese si sa che il Ferreri era con Giuliano quando costui, il 27 aprile del '47, ricevette la lettera da Sciortino. Sapeva dunque con un certo anticipo della strage da compiere il primo maggio. Un interrogativo a questo punto è d'obbligo: nei tre giorni che mancavano a Portella, informò Messana?

Va detto che i rapporti fra il bandito e l'ispettore, secondo le dichiarazioni del colonnello dei carabinieri Giacinto Paolantonio alla Commissione antimafia, nel '70, risalivano al '45, ed era stato l'Alto commissario per la Sicilia in persona, Salvatore Aldisio a patrocinarli, su richiesta del padre di Fra Diavolo. Si trattava dunque d'un rapporto altamente fiduciario, e ben sperimentato.

L'ispettore fu comunque il primo in Italia ad addebitare a Giuliano l'eccidio, pochi minuti dopo il compimento, nella prefettura di Palermo, dinanzi a un testimone d'eccezione: Girolamo Li Causi (che stringerà il dirigente di PS in una morsa d'accuse, fino a causarne, di lì a poco, la rimozione). E comprese subito, Messana, d'aver commesso una pericolosa gaffe. Due ore dopo, infatti, telefonò a Li Causi, nella sede del PCI, dicendogli: "Senta onorevole, se lei vuole, io resto fuori dalle indagini su Portella. Mi faccio da parte". Poi, non potendo più smentire se stesso, fece pervenire a Scelba il seguente fonogramma:

Confidenti sicuri di cui non è possibile per ovvie ragioni rivelare i nomi avevano avvertito subito l'Ispettorato di Pubblica sicurezza che l'autore del delitto era stato Giuliano con la sua banda. Non si può escludere ma sin'ora, ripetesi, non è stato possibile nulla raccogliere al riguardo, che l'idea di un'azione criminosa contro i partiti di sinistra sia stata anche ispirata e rafforzata specialmente da qualche elemento isolato in strette inconfessabili relazioni col bandito Giuliano.

Che Fra Diavolo abbia potuto informare il suo "protettore" a cose appena fatte è del tutto insostenibile. Per ragioni tecniche, anzitutto. Comunicare per telefono con Palermo, dai luoghi dell'eccidio, era cosa assai difficile. Non esisteva ancora la teleselezione; sarebbero perciò occorse ore. Inconcepibile è poi dal punto di vista logico.

Il bandito così facendo avrebbe arrecato un danno a se stesso, perdendo d'ogni credibilità agli occhi della PS, che lo tutelava, consentendogli di circolare libero nell'isola. In altre parole, se avesse taciuto anzitempo, subodorando magari una trama di Stato che poteva tornargli pericolosa, di certo avrebbe taciuto anche poi. Il fatto che Messana sapesse subito dopo l'eccidio fa pensare, allora, che già da prima fosse comunque a conoscenza del disegno di Giuliano. E il non averlo sventato in tempo fa ritenere inoltre che, al di là delle supponibili notizie di Ferreri, egli fosse già dentro la vicenda. E con lui il capo del Viminale. È improbabile infatti che l'ispettore macchinasse a titolo privato, senza precise indicazioni della politica, e senza alcun raccordo con un ministro decisionista e accentratore qual era Scelba.

Adesso proviamo ad osservare la cosa da un'ulteriore lato. Giuliano, come si saprà appresso con certezza, diffidava già di Fra Diavolo. E aveva affidato a due suoi uomini, i fratelli Pianelli (che risulteranno poi essere confidenti dei carabinieri), il compito di tenerlo d'occhio. In effetti il 27 aprile del '47 alla fattoria del Genovese, quando il capobanda ricevette la lettera da Sciortino, ed esclamò "Bisogna organizzare un'azione contro i comunisti, bisogna sparare in mezzo a loro il primo maggio a Portella della Ginestra", erano testimoni, fra gli altri, Fra Diavolo e i Pianelli, insieme. Se Giuliano dubitava allora di Ferreri, perché non esitò a impartire quel terribile comando, dinanzi a lui? Una sola è la risposta in tale caso: i protettori di Fra Diavolo e i committenti di Portella dovevano essere le medesime entità. E qui non si può non cogliere la sottile astuzia del bandito nel condurre il Ferreri in un condotto cieco. Informarlo voleva dire infatti renderlo un proiettile vagante. Una macchia nell'affaire che si stava aprendo, che i mandanti non avrebbero certo tollerato.

I destini di Fra Diavolo, dopo Portella, sono in tal senso chiarificanti. Dopo l'eccidio, a mettere gli occhi sull'uomo di Messana furono i carabinieri, nella persona del colonnello Giacinto Paolantonio. E dal bandito il 22 giugno, semmai ce ne fosse stato di bisogno, venne la prova risolutiva (il rinvenimento del cadavere d'un testimone fortuito) che autore della strage era Giuliano.

Infine, il 27 giugno del '47, in una imboscata dei carabinieri, in cui caddero quattro banditi, fra cui i fratelli Pianelli, Fra Diavolo fu fatto prigioniero e condotto al comando di Alcamo, dinanzi al capitano Roberto Giallombardo. Era stato un messaggio anonimo ad avvisare la compagnia locale dei CC sul passaggio dei banditi. Evidentemente s'intendeva chiudere in modo definitivo la partita con Fra Diavolo, e i quattro morti sul terreno ne danno atto. Ferreri, unico in vita, s'era arreso al grido: "sono confidente di Messana". Al comando militare aveva poi precisato d'essere un "agente segreto" al servizio della PS, e chiese di parlare urgentemente con l'ispettore. Di certo voleva mettere a frutto quel che sapeva, per riacquistare la libertà. Ma calcolò male. Per tutta risposta, infatti, venne ucciso con un colpo di pistola dallo stesso Giallombardo. Ufficialmente per "legittima difesa". Motivazione risibile se si pensa che il bandito era dentro una caserma ben guarnita, ferito al fianco, disarmato, e controllato a vista. In realtà si trattò d'una esecuzione a freddo. Si parlò, in particolare, d'un ordine perentorio, pervenuto via telefono dal Comando della Legione dei CC di Palermo. Che a sua volta dovette ricevere precise direttive da altre sedi. Fra Diavolo fu insomma il primo testimone di troppo a essere soppresso, dentro un edificio dello Stato.

Il quadro adesso si completa. Con tutta evidenza, il bandito aveva avvertito l'ispettore di PS dell'eccidio prossimo, rendendosi così depositario, con buona probabilità senza volerlo, e senza che altri lo volessero, d'una verità cocente, perfettamente logica: il coinvolgimento di Messana e di tessere di Stato ben riconoscibili nell'affaire di Portella. Era entrato insomma in un gioco troppo grande; il suo permanere in vita costituiva perciò una anomalia; una pericolosa sbavatura che bisognava cancellare in ogni modo.

Carlo Ruta