Impressioni su Siracusa di Bernhard Berenson

 

Nato nel 1865 a Vilna, in Lituania, Bernhard Berenson emigra negli Stati Uniti a dieci anni e trascorre la giovinezza a Boston. Nel 1887 si laurea all'università di Harward, per continuare poi gli studi in Europa: a Budapest, Dresda, Berlino. Studioso dell'arte italiana, in particolare medievale e rinascimentale, si stabilisce quindi a Settignano, presso Firenze, dove morirà nel 1959. Dà alle stampe numerose opere, tra cui: Italian painters of the Renaissance, in tre volumi, fra il 1894 e il '97; Study and criticism of italian art, in tre volumi, fra il 1901 e il 1915; Caravaggio nel 1953. Dopo avervi soggiornato da giovane, nel 1888, lo storico dell'arte si reca in Sicilia numerose volte. E dell'escursione realizzata nel 1953 lascia un ampio resoconto, Sicily revisited, pubblicato a New York nel 1955, e proposto nello stesso anno in Italia dalla milanese Electa, con il titolo Viaggio in Sicilia e la traduzione di Arturo Loria. Il brano che segue è tratto da tale opera.

Carlo Ruta

   

 

Siracusa

Com'è diversa la Siracusa d'oggi da quella che conobbi nel 1888! La città era allora tutta confinata nell'isoletta di Ortigia, e sulla riva, dirò così, continentale, esisteva solo la stazione ferroviaria. Di là si andava in sgangherate carrozzelle entro la vecchia Siracusa, passando sopra un ponte turrito e ornato dello stemma di Carlo V. Con gli anni, una vasta città moderna è sorta sulle due sponde dello specchio d'acqua ora attraversato da un ponte tanto largo che a percorrerlo appare come un tratto di strada ordinaria; e perciò il carattere di insularità è abolito insieme col senso di compatta completezza che ne derivava.
Immutati sono il lungomare e le deliziose terrazze che portano alla fonte di Aretusa piena di papiri (a parte la novità della sua notturna illuminazione al neon), per me congiunta sempre con l'evocativa di Shelley, il cui canto s'inizia con i versi indimenticabili: Arethsa arose / From her couch of snows / In the Acrocerauniam mountains.
Nulla ha aspetto più classico della veduta del Plemmirio, al di là del porto Grande, e dei monti Iblei; eppure, qualcuno che sta cenando accanto al nostro tavolo afferma a voce alta, e forse convincente per i suoi compagni, che chiunque è stato una volta a Lucerna deve riconoscere come questa veduta sia identica a quella che si gode là sul lago. Non posso affliggermene.

Un violentissimo libeccio mi ha impedito di rivisitare i luoghi più celebrati di Siracusa: il teatro Greco, il castello Eurialo, la zona degli antichi quartieri di Acradina e di Epipoli e la romantica sorgente del fiume Ciane con i papiri mossi dalla brezza e la sua trasparente profondità multicolore. Ho dovuto limitarmi al duomo e ai due musei. Le colonne doriche così meravigliosamente conservate del duomo che un vescovo del VII secolo costruì sugli avanzi del tempio di Atena, danno il senso, spesso mancante nelle frammentarie rovine all'aperto, di quale vasto spazio occupassero quei templi. Il museo medievale, allogato in un interessante palazzo aragonese-catalano, è ricco di frammenti bizantini tra i quali osservo molte colonnette che possono essere giunte bell'e fatte dal Proconneso, sul mare di Marmara, da dove venivano esportate in ogni parte del mondo mediterraneo, compresa l'Andalusia. Infatti se ne trova un gran numero nel palazzo califfale di San Jeronimo, nei pressi di Cordova.
Il museo Classico è famosissimo per la sua Venere nuda, sorella gemella, direi, della Venere di Cirene. L'una e l'altra mi lasciano freddo. Qui, m'attira maggiormente un gran sarcofago d'epoca cristiana primitiva, per il modo in cui son trattate scene del Vangelo, e più ancora per l'insolita qualità della scultura.
Sale e sale in fila contengono vasi attici. Molti sono di un'assoluta bellezza, ma stanchevoli, almeno per me: se ne vedono troppi insieme e, dopo averli guardati, non si possono toccare come sarebbe mio desiderio per meglio goderli. Il museo custodisce anche la famosa collezione di monete antiche nella fabbricazione delle quali Siracusa non aveva rivali. Tuttavia, solo a pochi privilegiati è concessa la speranza di vederla: a celebri archeologi, devo supporre, piuttosto che a meri amatori d'arte del mio tipo.

Il cameriere che a noi in questo ottimo albergo sul lungomare, parla con rimpianto del tempo in cui i viaggiatori si trattenevano per più giorni, mutavano d'abiti, la sera, e si prendevano l'agio necessario per ben conoscere e godere le bellezze naturali e artistiche di un luogo. Ora, la maggioranza arriva qui in Sicilia in grandi autobus e la visita tutta in sei giorni. "Che cosa vedranno mai?" chiede il vecchio cameriere. "Al massimo potranno assicurarsi che una città di cui hanno sentito parlare non è scappata via!" gli rispondo con parole simili ad altre che i lettori di queste mie note di viaggio forse ricordano.
Il viaggiare, il continuo mutar luoghi, sono da considerarsi come conseguenza di un bisogno fisico, del resto riscontrabile in molti animali. Per quanto riguarda l'umanità, essa sembra aver avuto la smania di muoversi in tutti i tempi; e, in mancanza di più impellenti ragioni, magari per pellegrinaggi o addirittura per crociate. Ricordo che, quand'ero un ragazzo di sei o sette anni, io sospiravo, anelavo di staccarmi dai luoghi soliti per andare a scoprire ciò che era al di là dell'orizzonte. La partenza, alla fine, il sentirmi in moto verso un'altra città o solo un altro villaggio, mi eccitavano tanto da darmi la febbre. E adesso che ho quasi ottantotto anni, mi ritroverei forse qui a sopportare fatiche, scomodità, e talvolta a soffrire di tedio, se non fossi incalzato dalla spinta di compiere, a mio modo, un pellegrinaggio?
Fra i progetti che il rabbioso vento di oggi mi ha buttato all'aria, c'era anche quello di visitar devotamente la casa, che spero esista ancora, nella quale un grande poeta tedesco, il conte von Platen, bersaglio di ripetuti e acerrimi attacchi da parte di Heine, visse sul finire dei suoi giorni. Morì nel 1835 e fu sepolto nel giardino della casa stessa. Di lui rileggo sempre con piacere i bei sonetti, i versi alla maniera dei poeti arabi, e una delle più nostalgiche ballate che siano mai state scritte: quella sul seppellimento di Alarico nel Busento, a Cosenza.

 

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