La mafia

Dalle note di viaggio di René Bazin

 

 

Il narratore René Bazin nasce ad Angers nel 1853 e muore a Parigi nel 1932. Fra i suoi romanzi: La terre qui meurt del 1899 e Les Oberlé del 1901. Ai costumi italiani dedica nel 1894 Les Italiens d'aujourd'hui. È in Sicilia nel 1891 dopo un breve soggiorno a Tunisi e a Malta. La sua escursione nell'isola parte da Siracusa, attratto dalla storia della città antica, per chiudersi a Messina, dopo aver fatto tappa a Catania e a Palermo. Al pari di Guy de Maupassant, chiosa come ormai inesistente il brigantaggio siciliano, ma diversamente dal romanziere normanno riconosce la mafia, dedicandole un capitolo, sebbene cerchi di darle un rilievo secondario. Come altri visitatori mostra di conoscere la letteratura e le opinioni italiane sul fenomeno, citando Pasquale Villari, Giuseppe Pitrè, le tesi antisiciliane del deputato Torraca. Conosce gli atti di un noto processo di Messina, è informato sull'assassinio dell'ufficiale Giovanni Leone nella villa palermitana dei baroni Villarosa. Al viaggio dedica La Sicile, le pays et ses habitants, in "Réforme sociale", 1891, e Sicile. Cronique italiens, Parigi 1893. Il brano seguente è tratto dall'edizione Sicilia. Bozzetti italiani, Palermo 1979, recante la traduzione di Pierre Thomas.

 

La Mafia siciliana

Ho sotto gli occhi un opuscolo, metà storia, metà romanzo, dal titolo: La Mafia siciliana. La copertina è azzurra, attraversata da una fascia dorata. Nella parte superiore, una bella ragazza, con una mano nell'anca e l'altra che trattiene una brocca poggiata sul capo, avanza sorridente. Ha dei fiori nel grembiule e fichidindia sotto i piedi. In basso due uomini lottano col coltello. I loro due muli, fermi nella pianura, attendono l'esito della lotta. Infine, sbarrando tutto il frontespizio e tagliando l'azzurro e l'oro, un ramo capriccioso di prugna reca, a mo' di frutti, un bastone, un rasoio ed un pugnale.

Questa è una copertina simbolica. Si incontrano infatti, nelle storie di mafia, sia quelle del libro che le altre, molte donne, coltellate, colpi di rasoio o di bastone, e tutto questo avviene sotto il cielo azzurro della Sicilia.

Si è dissertato a lungo sull'origine della parola, e pare che questa si sia alquanto allontanata dal significato primitivo. Si dice di una bella ragazza che possiede mafia, di bei frutti che sono mafiosi, e si chiama anche mafioso chi si dedica a certe piccole industrie di cui parlerò fra poco. Questo proviene dal fatto che il mafioso è, anzitutto, qualcuno di importante, un realizzatore, qualcuno che ha fiducia nella propria stella e va avanti, per conquistare influenza e fortuna, con ogni mezzo.

Ma cos'è precisamente la mafia? Qual è la sua storia, la sua organizzazione? Quali tipi di operazioni abituali le si possono attribuire? Ecco una cosa estremamente difficile da decidere. L'eminente dottore Pitrè, una delle glorie di Palermo, che ha scritto tanti volumi curiosi sui costumi, le tradizioni, la letteratura popolare siciliana, arrivato al capitolo della mafia, si limita ad osservazioni linguistiche e dichiara che non si vuole occupare del resto.

Se avete trascorso una sola settimana a Palermo, il fatto non vi meraviglierà per nulla.

Prendo tre abitanti di questa grande e bella città. Il primo è un maggiordomo. Se lo interrogate sulla mafia, vi manda cortesemente al diavolo, dicendovi, con espressioni di commiserazione perfettamente riuscite, che la mafia non esiste, che la Sicilia è il paese più sicuro d'Europa, più civile, più…, insomma la solita solfa.

Allora, voi fate quello che vi è sembrato vi consigliasse: andate a fare una passeggiata col secondo. Costui è un cittadino agiato, un brav'uomo che non sospetta le vostre curiosità di straniero. Bighellonando con lui per le strade, vi sentite afferrare il braccio. Con vivacità, guardate in su per vedere se non siete minacciato dalla caduta di un comignolo, oppure vi voltate, credendo che una vettura vi stia venendo addosso. Lui sorride dei vostri gesti inopportuni degni di un Francese. E quando avete ripreso a camminare normalmente, quando nessuno bada più a voi, vi mostra col mignolo orientato in modo discreto, curandosi bene di guardare dalla parte opposta, un signore giovane, vestito di una giacchetta chiara e con in testa una bombetta scura, molto elegante, che entra nel salone di un barbiere.

"Questo signore", mormora, "è un mafioso".

"Davvero?"

"Mafiosissimo!"

Eccovi con le orecchie bene aperte. Lo pressate con le vostre domande. Risponde appena, parlando di cose vaghe, con aria impacciata. Non si parla di cose del genere per le strade. Cinque minuti dopo, ha sviato la conversazione; è felice, sorridente, gentilissimo. Ma è finita: non lo coglierete più in fallo.

Se incontrate il terzo, - il che non è del tutto certo - vi racconterà delle storie molto curiose, tratti di costumi locali che vi daranno da pensare. Si lamenterà del fatto che la mafia abbia ancora quell'autorità usurpata, e che il governo tolleri tanti abusi. Beninteso, vi parlerà con una tale libertà soltanto nel suo studio. Poi, al momento in cui lo lascerete, vi dirà:

"Sì, signore, ecco l'esatta verità. Tutto quanto Le ho appena raccontato è capitato a me, a mio fratello oppure ad amici miei. Solo che, se Lei deve ripeterlo, mi comprenda, non faccia il mio nome. È poco piacevole passare per un uomo che parla troppo. Si può urtare la suscettibilità di qualcuno. Capisce?"

Capisco così bene che, per non essere tacciato di invenzione o di maldicenza, preferisco citare semplicemente alcune caratteristiche della vita siciliana che sono di pubblica notorietà o che sono già state riferite in pubblicazioni locali, ad esempio in quell'opuscolo molto spiritoso, stampato a Palermo nel 1878: Profili e Fotografie per collezione. In tal modo, anche il Siciliano più ombroso non potrà accusarmi di essere ingiusto, poiché dirò sul delicato argomento quel che gli stessi Palermitani ne hanno detto.

È stata annunciata una aggiudicazione. Si venderà all'asta il raccolto di limoni del cavaliere N…, grosso proprietario. La mafia mette gli occhi sulla faccenda. Fa sapere che intende essere dichiarata aggiudicataria; o meglio, un personaggio molto noto, molto in vista, annuncia che offrirà tale prezzo per la partita di agrumi. Non aggiunge nulla e non ha bisogno di aggiungere nulla. Nessuno farà un'offerta maggiore. Si sa quel che verrebbe a costare il fargli concorrenza o il disturbarlo nelle sue operazioni.

Lo stesso cavaliere N… perde il proprio giardiniere, suo factotum. Un candidato giardiniere si presenta. È raccomandato da qualcuno della mafia che si è impegnato a fargli ottenere quel posto e che non ha rifiutato di accettare un po' di denaro, come premio per la sua mediazione. È un onesto operaio? Possibilissimo. Il cavaliere N… potrà anche non essere contento dei suoi servigi, ma lo assumerà comunque. Mi direte che egli è padronissimo di assumerne un altro? Evidentemente. Ma il nuovo impiegato rischierebbe molto, passeggiando una sera al chiaro di luna tra un campo di fichidindia ed un boschetto di agrumi, di sentire il sibilo delle pallottole, vicinissime al suo orecchio.

Un ricco banchiere possiede, nella periferia della città, il più bel frutteto che ci sia. Purtroppo, appena le arance maturano, i ladri intervengono; anche il raccolto di fichidindia viene sottratto; stanno saccheggiando l'uva. Cosa fare? Il rimedio è ben noto. Il banchiere non ha esitazioni. Va a trovare la persona indispensabile, un vicino alloggiato molto bene, "inteso", gentilissimo, e lo prega di interessarsi alla piantagione devastata. Sono espressioni che si usano volentieri in casi del genere, perché precisamente hanno la necessaria trasparenza. Fin dall'indomani, cessano le depredazioni, e le guardie, impotenti il giorno precedente, possono dormire in pace. La mafia veglia per conto loro, perché attacca la proprietà, ma sa anche difenderla se è il caso.

Protegge anche le persone, a volte loro malgrado. Qui cito testualmente l'autore di Profili e Fotografie: "Il cavaliere Tramonte, nominato agente giudiziario di alcuni possedimenti nelle vicinanze di Palermo, fa una passeggiata in calesse per vedere il terreno, ed è giorno festivo. Il malandrino - l'autore fa una distinzione tra malandrino e mafioso, ma credo che la distinzione sia sottile - osserva il nuovo venuto, si avvicina a lui ed entra in conversazione. È giorno festivo. Gli affari ristagnano, o dovrebbero ristagnare ma, grazie alla passeggiata del cavaliere Tramonte, c'è un bell'affare da concludere. L'indomani, di buon mattino, il malandrino è nell'anticamera del cavaliere, il quale è felicissimo di riceverlo, anche se ignora del tutto l'oggetto della visita. Sta in piedi, col berretto in mano, un sorriso sulle labbra:

"Sua Eccellenza è soddisfatta dell'accoglienza che ha ricevuto ieri in paese?"

"Ma sì. Del resto…

". "Scusi, desidero sapere se è rimasta soddisfatta e se è stata rispettata?"

"Ma sì, cioè…"

"Il cavaliere Tramonte è stato e sarà sempre rispettato tra noi. È padrone di andare e venire a suo piacimento, di giorno, di notte, in inverno, in estate… Rispetto per il cavaliere Tramonte in tutta la zona, e guai a chi osasse toccarlo… Sempre rispetto… E adesso, mi ritiro e prego Sua Eccellenza di darmi qualcosa per i bravi ragazzi che l'hanno rispettata".

"Il cavaliere, confuso, perplesso, esita a capire e, come senza sapere e senza volere, offre cento lire al malandrino".

Non c'è altra decisione da prendere. Quest'uomo d'affari è un saggio, una persona accorta. Vedete ciò che capita a quelli che non fanno come lui.

"Il malandrino ha fatto colazione. Ecco compare Peppino, col naso lungo e gli occhi pieni di lacrime che si presenta davanti al satrapo. Quest'ultimo conosce del resto lo scopo della visita mattutina di compare Peppino, ma finge di ignorarlo".

"Ma che succede, compare Peppino?"

"Cosa ci succede, don Gaetano! Non vogliono lasciarci in pace, né di giorno, né di notte. Vedete in me un uomo che ha perduto il riposo e che viene a chiedervi assistenza".

"Voi avrete sicuramente dei torti, comunque vedremo… Siete padre di una famiglia numerosa… C'è qualcosa da fare per voi".

"Oh sì!, vi prego, fate qualcosa, voi che ci sapete fare! Nessuno vi dice di no, ed io vi affido la mia tranquillità e la mia vita".

"Tutto finirà con una pace solida. Ma, lo sapete, per potere celebrare la conclusione del trattato, ci vogliono trecento lire".

"Trecento lire! Preferisco morire piuttosto che togliere trecento lire ai miei poveri figli!"

"E, entro tre giorni, la morte coglie compare Peppino che non ha voluto pagare trecento lire la vita che il malandrino gli offriva a così buon mercato".

Non la finirei mai, se volessi anche soltanto tentare di enumerare le operazioni, finanziarie e altre, attribuite alla mafia, sia in città che in campagna. Bisognerebbe parlare delle vendette particolari, tanto numerose in Sicilia, e delle sopratasse stupefacenti sulla farina menzionate dall'economista Turiello, dei sequestri ancora abbastanza frequenti, nello stile antico, col calesse tirato da due vigorosi cavalli, che filano a gran velocità, dei sequestri in montagna, affari che rendono in modo superbo, ma alquanto pericolosi e che si fanno più rari: ci vorrebbe l'informazione dettagliata di un Siciliano.

Notate che i capi, quelli che abbiamo visti poco fa all'opera, non sono affatto dei miserabili grossolani, gente senza casa né tetto. Il popolo ha coniato per loro un appellativo pittoresco; li designa con l'espressione "mafia in guanti gialli". Il mafioso d'alto rango "dorme tranquillamente nella propria casa, osserva le usanze, non interviene mai direttamente nelle cose altrui e, il più delle volte, il suo casellario giudiziario è pulito come quello dell'uomo più onesto. È una persona ben educata, che si rispetta e che gode di considerazione. Non porta armi nascoste, chiude la propria porta per una fucilata e sfida l'intera Sicilia a provare che egli si è trovato, foss'anche una sola volta, immischiato in una rissa, un'aggressione, una banda armata".

Come mai, direte, non si riesce a sconfiggere questi mafiosi di alto e basso rango? Forse la polizia non fa il proprio dovere? Mio Dio, sì! Anzi si trovano questori ed ufficiali dei carabinieri molto severi sull'argomento e la maggior parte dei Siciliani non desidera altro che di essere liberati dalla mafia. E allora?

Ebbene, c'è prima di tutto una risposta di ordine psicologico, che non mi permetterei di dare se non mi venisse fornita da Italiani. Villari ha scritto nell'Opinione: "A supporre che domani venissero imprigionati tutti i camorristi, la camorra (sorella napoletana della mafia) sarebbe ricostituita la sera stessa, perché nessuno l'ha creata, perché nasce spontaneamente, come una forma naturale di questa società". E il deputato Torraca diceva nel 1877, trattando lo stesso argomento e ripetendo una frase ben nota di Massimo D'Azeglio: "Il vizio è nel sangue, nel temperamento". Questo è vero per Napoli e più ancora per la Sicilia, dove sono passate tutte le razze, dove diverse di loro hanno lasciato il seme dell'amore per l'indipendenza, per l'avventura e la furbizia. Faticherete inutilmente se fate la predica ad un bracconiere della Borgogna, delle Cévennes o della Normandia. Non convincerete maggiormente un Siciliano del popolo che non è un atto indifferente il fatto di spogliare dei suoi frutti il limone o il ficodindia che cresce sul ciglio della proprietà del vicino, oppure un po' più avanti. Cosa? Un furto, qualche limone o il quattro fichidindia? Ma è cosa che si mangia, è roba da mangiare! Se viene insultato, leso in qualche modo, non impedirete che il suo sangue, in cui si agita un po' di linfa africana, non abbia delle ribellioni terribili. È anche Greco. La sua vanità è grande e la sua coscienza orientata in maniera singolare. È portato a giudicare le cose più dal lato estetico che dal lato morale. Un brutto tiro gli sembra quasi scusabile, se è stato fatto bene. Aggiungete la estrema miseria, l'attrazione dell'oro raddoppiata dalla rarità del metallo e dallo splendore che assume al sole. Pensate che molti di questi bellissimi adolescenti, vestiti con estrema ricercatezza, che incontrate nei giardini pubblici o nei caffè, di giorno, e nei teatri la sera, non lavorano, non hanno cinquecento franchi di rendita, e si conoscono tutti. Allora capirete meglio la ragione di essere della mafia ed una delle cause della sua durata. Quale influenza può avere un processo su ciò che è anzitutto una questione di razza e uno stato d'animo?

Inoltre, la giustizia criminale, in Sicilia, si scontra con difficoltà del tutto particolari. In nessun posto, forse, riesce così difficile stabilire la prova di un delitto. Il giudice istruttore, il presidente della corte d'assise, il procuratore reale, l'avvocato di parte civile hanno contro di sé una temibile potenza che protegge l'accusato, moltiplica le udienze, e finisce col distruggere l'atto di accusa meglio costruito. Intendo l'omertà. Agli occhi del popolo siciliano, è mostrare omertà (omeneità, virilità di carattere) il fatto di non denunciare mai il colpevole, di non tradirlo mai, sia prima dei dibattimenti, sia dinnanzi alla giustizia. Fin dai banchi di scuola, i bambini sanno che il primo dovere di un uomo è di tacere sulle avventure in cui è stato coinvolto. La virità si dici a lu cunfissuri, dice il proverbio, laggiù. Ma la verità non si dice in corte d'assise. Molte volte, la vittima non farà causa. Se fa causa, il derubato non indicherà il ladro che egli sospetta, il ferito non dirà il nome del suo aggressore. Si vedranno degli innocenti che si lasceranno accusare e perfino condannare piuttosto che rivelare il colpevole. Anzi si aiuterà quest'ultimo a fuggire. Ci saranno dei vicini, quando una rissa è scoppiata in una strada, che faranno evadere l'assassino. Non che approvino il delitto, affatto. Ma "il morto è morto, e bisogna aiutare i vivi", tale è la morale popolare.

Immaginate, da quanto precede, l'atteggiamento del testimone. "Non ha visto nulla", dice il sig. Giuseppe Pitrè, "non sa nulla, non conosce quello contro cui lo si vuole far deporre". Quando parla, ci si chiede perché lo si è pregato di venire. Se per caso un giudice abile è riuscito a strappargli qualche ammissione, il testimone ritratta subito, giura per tutti gli dèi - e, in questo paese mitologico, deve essere una cosa seria - che ha sbagliato, oppure che non ha mai pronunciato una sola parola di quelle che risultano scritte nel verbale. Allora il giudice tenta di mettere a confronto due testimoni. Ottiene solo un baccano assordante. Finisce, per concludere, col rinviare la faccenda alla prossima sessione, a meno che la giuria, interrogata e non capendone più niente, assolva l'imputato dopo una ventina di udienze.

Volete degli esempi? Non mancano. Mi basta aprire uno dei resoconti di corti d'assise stampati in fascicoli da uno o due soldi che sono tanto in voga in Sicilia. Ecco il Processo di Messina, celebrato nel 1873, a Trapani. Gli accusati sono ventidue. Ci sono ventiquattro giorni di dibattimenti. In quanto all'oggetto, si tratta di lesioni e ferite, furti, sette o otto omicidi, un po' di tutto.

I testimoni sfilano. Noto, stralciando, alcune risposte.

D. - Lei è stato oggetto di un attentato. Racconti i particolari del fatto. Ha ricercato gli autori? Ha dei sospetti?

R. - Non ho sospetti. Non ho nemici. Non ho tentato di conoscere gli autori e non mi preoccupo di conoscerli. Ero andato, per pochi giorni, a Messina. Una sera, mentre rincasavo, hanno sparato tre colpi di rivoltella. Non ho visto nessuno. Non ho riconosciuto nessuno. Anzi, mi è impossibile dire se i colpi sono stati sparati contro di me oppure contro l'avvocato Mineci che mi accompagnava.

D. - Le hanno mai detto "Tizio faceva parte della banda?"

R. - Non ho mai sentito nominare nessuno.

(...)

A un dato momento, il presidente di corte d'assise crede di essere in possesso di una buona dichiarazione. Interroga due persone che hanno inseguito l'assassino. La prima dice: "L'ho riconosciuto da dietro, dalle spalle, era Musicò. Erano in due a correre". Ma immediatamente interviene la seconda che dice: "C'era un uomo solo che fuggiva, ma non era Musicò".

Si potrebbero citare venti risposte tutte uguali. Il risultato fu quello che doveva essere. Dei ventidue accusati, diciassette furono prosciolti. È pur vero che alcuni avevano fatto trentaquattro mesi di prigione preventiva.

Dal 1873, i costumi giudiziari della Sicilia non sembrano essere cambiati. Ho seguito, nel "Giornale di Sicilia", le fasi di una faccenda recentissima, l'affare Notarbartolo di Villarosa. È un dramma d'amore, fra i più semplici e più tristi del mondo.

Un giovane ufficiale ha visto alla passeggiata, sul Foro Italico, la giovane Caterina di Villarosa. Se ne è innamorato. Glielo ha detto a segni, prima, alla moda siciliana. Poi ha scritto, e le sue lettere sono pubblicate, lunghe lettere d'amore rispettose e ardenti, che iniziano spesso con queste parole: "Mia indicibilmente amata Caterina". La ragazza non è insensibile alle affermazioni di eterna tenerezza mandatele da Giovanni Leone. Ha promesso di sposare solo lui. A volte, la sera, un'ombra appare al balcone della casa dei Villarosa. È la serva che spia un segnale convenuto. Lei scende, apre la porta, così i due fidanzati possono, per qualche istante, conversare a bassa voce del loro amore contrastato. Infatti l'indicibilmente amata ha due fratelli che non vogliono questo matrimonio. Considerano Leone troppo povero, gli hanno ingiunto di non seguire mai la loro sorella, di non scriverle più, di rinunciare per sempre a lei… Una sera in cui la ragazza non era in casa, Leone passa davanti alle finestre della sua amata. L'ombra appare, la porta si apre, il giovane ufficiale entra. Uno sparo echeggia, e qualche tempo dopo, si sparge la voce a Palermo che il corpo di Giovanni Leone, bucato da una pallottola è stato trovato nel giardino dei Villarosa, con una rivoltella scarica a fianco.

Assassinio, dicono alcuni; suicidio d'amore, sostengono gli altri.

L'affare viene portato davanti alla corte d'assise di Palermo. Ma le false testimonianze sono così evidenti e così abbondanti che il pubblico ministero ritiene prudente rinviare gli accusati davanti ad una seconda giuria.

La seconda volta, più di venti udienze giungono soltanto ad appassionanti contraddizioni. I testimoni, con rare eccezioni, si preoccupano visibilmente di non affermare nulla che li possa compromettere. Non ricordano più cosa hanno detto in istruttoria, poi lo ricordano e ritrattano. Se ne vede uno che afferma di non conoscere uno dei suoi migliori amici, il padre di un bambino di cui lui stesso è padrino. Il processo si ingarbuglia sempre di più. Forse lo si concluderà comunque allorché all'ultimo momento una lettera avverte il presidente che sette giurati su dodici sono stati comprati. Il magistrato svolge un'inchiesta, acquisisce la prova che effettivamente alcuni giurati hanno ricevuto ognuno la metà di un biglietto da mille franchi tagliato con delle forbici. Pronunciato il proscioglimento, la seconda metà doveva essere riunita alla prima. Nulla per nulla. Subito la corte si dichiara incompetente e l'affare Villarosa viene rinviato alla corte d'assise di Napoli.

Per la terza volta, i dibattimenti si sono quindi aperti, proprio di recente, e i "baroni siciliani" come diceva il popolo di Napoli, sono comparsi sul banco degli accusati. L'intera Italia seguiva il processo Notarbartolo di Villarosa. Certamente non sono mancati né il colore locale, né gli incidenti, né le arringhe brillanti. C'è il padre del giovane ufficiale Leone, che viene a lamentarsi della lotta oscura, persistente, che ha dovuto impegnare contro la "mafia in guanti gialli" onde ottenere giustizia; vi è poi la deposizione schiacciante del questore di Palermo che denuncia la mafia, l'avvocato Li Donni che dipinge e deplora quelle usanze di un'altra epoca che debbono scomparire e che occorre reprimere; quel testimone di buona famiglia che risponde con la serenità più perfetta: "Nulla è più semplice: un signore corteggia vostra sorella, gli proibite di varcare la soglia di casa vostra, infrange l'ordine… ebbene, viene ucciso!"

Bisognerebbe sottolineare i racconti della povera gente di Palermo, barbieri, droghieri, venditori di lardo che si fanno chiamare gentiluomo e che, resi più liberi del fatto di avere attraversato lo Stretto, parlano più volentieri; le arringhe di un'ampiezza e di una passione inusitate pronunciate da otto o nove fra gli avvocati più famosi del Foro di Napoli o di Palermo; l'atteggiamento della folla e quello degli accusati, sempre alteri nonostante tre anni di prigione preventiva, ed infine quel numero di sessantadue udienze in seguito alle quali uno dei Villarosa viene prosciolto, mentre l'altro, Francesco, viene condannato a cinque anni di detenzione, per omicidio accidentale sopraggiunto durante una rissa.

Ma non voglio insistere sull'argomento. A parlare tanto di mafia, si rischierebbe, il che è capitato a molti, di darle più importanza di quanta ne abbia, si calunnierebbe la Sicilia di cui ci sono, grazie a Dio, tante buone cose da dire. Meglio fermarsi, dopo questo semplice abbozzo di cui si potrà intuire cosa sia la mafia nella vita siciliana: un tratto di antichi costumi, una forma romanzesca della criminalità, ancora viva, già meno comune, destinata probabilmente a scomparire come il grande brigantaggio.