15 novembre 2004

Banca Agricola Popolare di Ragusa. Parla un ex socio forte, titolare di migliaia di azioni. Gli affari in Italia e all'estero. Le clientele. Il dissenso interno. Le rappresaglie.

 

Sono pervenuti documenti significativi sugli iter della BAPR negli ultimi anni, che di qui in avanti verranno resi pubblici e spiegati, con approfondimenti, integrazioni su alcuni punti specifici, su cui si sta lavorando. L'inchiesta, puntata su un nodo cardine della finanza siciliana, avrà un decorso lungo. Si dirà di fatti, di documenti riservati, di conti inattendibili, di denunzie trasmesse, senza esito, alla Procura di Ragusa. Si dirà anzitutto di un estremo tentativo di moralizzazione operato da un dirigente dell'istituto, il ragusano Alfredo Garozzo, che per tutta risposta è stato posto prima ai margini, per essere infine espulso, mentre i figli, fatti oggetto di gravissime ritorsioni, hanno dovuto abbandonare l'istituto, dove prestavano servizio da dirigenti e funzionari. Garozzo è morto lo scorso anno, nel silenzio studiato della provincia ufficiale che, manco a dirlo, si è stretta attorno alla banca. E solo adesso, dopo l'apertura dell'inchiesta sul caso Ragusa, "Accade in Sicilia" viene a conoscenza delle sue argomentate denunzie, tramite Enrico Lentini, che con lui ha condiviso i richiami alla trasparenza mossi ai vertici dell'istituto. Già a capo di un'impresa commerciale di Catania, Lentini è stato un socio storico della banca, con la titolarità di diverse migliaia di azioni, fino al 2001, quando con Garozzo è stato espulso. Si tratta d'un uomo determinato, irriducibile a dispetto dei suoi 79 anni e delle rappresaglie subite. Si parte quindi dalla sua testimonianza, messa a punto, nella forma di intervista, il 14 novembre 2004.

Carlo Ruta

La testimonianza

Si presenti per piacere.

Sono Enrico Lentini di 79 anni. Sono residente a Catania in corso delle Province n. 12. Sono stato per decenni socio della Banca Agricola Popolare di Ragusa, fino al novembre 2001, quando io e il dirigente ragusano Alfredo Garozzo, avendo esplicitato il nostro dissenso verso la politica dei vertici bancari, abbiamo ricevuto dall'amministratore delegato Giovanni Cartia la lettera di espulsione. Faccio presente che ho investito gran parte delle mie disponibilità in questa banca, assumendo con il mio gruppo familiare migliaia di azioni, perché credevo nella stabilità e nella correttezza del suo gruppo dirigente. Ma con il tempo mi sono dovuto ricredere. Sono qui allora per chiarire una serie di fatti.

Partiamo dall'assemblea dei soci del 29 aprile 2001. Cosa è successo in quella occasione?

Faccio una premessa. Le assemblee della BAPR sono caratterizzate comunemente da un piatto e unanime assenso alle decisioni dei vertici, nella logica del "non disturbare il manovratore". Tale unanimismo in sede di approvazione di bilancio viene garantito da un congegno che si potrebbe dire perfetto. Dietro "suggerimento" di Giovanni Cartia, gran parte o tutti i dipendenti della banca, controllabili quanto basta, sono diventati, per così dire, soci della medesima, con l'acquisto di qualche azione. E dal momento che in assemblea chi possiede un'azione ha diritto di voto al pari di chi ne possiede diecimila, il gioco è fatto. Chiarito questo, occorre dire che nell'assemblea del 29 aprile 2001, un caso anomalo nella storia della banca, e tuttavia da nessuno registrato, alcune cose non sono andate secondo i piani di Cartia e dei suoi amici. Un socio e ex dirigente della BAPR, Alfredo Garozzo di Ragusa, aveva manifestato infatti l'intento di denunziare in quella sede dei fatti gravissimi, e la cosa ha creato un trambusto generale, tanto che l'inizio della discussione è stato ritardato di almeno un'ora. Pressato in tutti i modi, Garozzo è stato quindi costretto a rinunziare al suo intervento, ma pur avvisato di immancabili ritorsioni nel caso fosse andato avanti, non ha mollato, perché il testo della sua denunzia, che io ho condiviso da subito, è finito pochi giorni dopo in procura della Repubblica a Ragusa.

Cosa contestava Alfredo Garozzo alla banca con la sua denunzia?

Contestava diverse cose. La prima riguardava Giovanni Cartia personalmente. Questo nel 1992 era divenuto consigliere della società finanziaria di Bologna Commissionaria 2000. E profittando di tale ruolo aveva patrocinato una serie di scambi di titoli "pronto contro termine" fra i clienti della banca ragusana e l'anzidetta società emiliana. Si trattava evidentemente di una condotta irregolare, viziata com'era dal conflitto d'interessi.Quale direttore centrale della BAPR e, a un tempo, consigliere della Commissionaria 2000, il Cartia finiva con il rappresentare infatti la parte e la controparte. Ed è andato oltre. Durante l'estate 1992 la società bolognese si è trovata in difficoltà. Cosa ha fatto allora il Cartia, che era stato eletto consigliere qualche mese prima? Si è dimesso precipitosamente, per evitare di essere chiamato in causa penalmente in caso di bancarotta, e, contestualmente, dal 28 agosto, ha fatto acquistare alla banca ragusana BPT per parecchi miliardi di lire detenuti dalla Commissionaria 2000, pagandoli a prezzi assai superiori al valore reale, a danno ovviamente di tutti gli azionisti della BAPR.

E quali altri fatti contestava Garozzo al vertice della BAPR?

Denunziava alcune operazioni della banca avvenuta nel 1999, che hanno comportato, come cercherò di spiegare, il travisamento del bilancio, con implicazioni penali non indifferenti. Partiamo comunque dall'inizio. In quell'anno, su disposizione di Giovanni Cartia, la banca ha acquisito titoli per 93 miliardi di lire interamente strutturati, cioè di provenienza incerta e non quotati in borsa. E si è trattato di operazioni quantomeno avventurose. Non sono state prodotte infatti delle stime da parte dell'ufficio Tesoreria, né sono state richieste certificazioni da società esterne. Il risultato è stato che due titoli in particolare, MC Lombardo e COMIT, che rispettivamente hanno comportato una spesa di circa 24 miliardi e di circa 20 miliardi, sono stati acquistati a un prezzo superiore al valore reale.

Tutto questo ha avuto ripercussioni sul bilancio d'esercizio della banca?

Sì, ha avuto ripercussioni gravissime, nel senso che si è fatto ricorso a una vera e propria falsificazione. Il 31 dicembre 1999 gli amministratori della banca, Cartia in testa, avrebbero dovuto iscrivere a bilancio i titoli anzidetti al giusto valore. Ma questo non è stato fatto, perché, trattandosi di due titoli particolarmente pesanti, che hanno comportato alla banca un costo di oltre 44 miliardi di lire, la minusvalenza che ne è derivata, di circa 9 miliardi di lire, avrebbe sconvolto il bilancio, e avrebbe per ciò stesso determinato, per la prima volta, una drastica riduzione del dividendo, rispetto a quello maturato nel precedente esercizio. Ci sarebbero stati allora due "effetti collaterali". Si sarebbe incrinato, da un lato, il rapporto fiduciario dei soci nei riguardi degli amministratori, con pregiudizi non indifferenti per questi ultimi. Dall'altro, gli amministratori avrebbero potuto godere di minori emolumenti, dal momento che questi vengono commisurati proprio agli utili di esercizio. In sostanza si è fatto ricorso a un raggiro, ancora una volta a danno degli azionisti.

Lei sta esponendo effettivamente fatti gravissimi, pure sotto il profilo penale. E diceva che Garozzo, con la sua personale condivisione, ha provveduto a renderli noti, con un esposto, alla Procura della Repubblica presso il tribunale di Ragusa. Può dire cosa è successo in dettaglio?

L'esposto è stato inoltrato in Procura il 12 luglio 2001, con la convinzione che la giustizia avrebbe fatto rapidamente il suo corso. Occorre tener presente che si trattava del reato di falso in bilancio, per il quale, come chiariva Garozzo nel documento, negli anni passati sono state azzerate e incriminate dirigenze di banche importanti come la Popolare di Novara. E le falsificazioni della BAPR erano tali che non potevano essere coperte neppure dal decreto Berlusconi, dal momento che le cifre travisate superavano di gran lunga i margini percentuali consentiti dal decreto medesimo. Comunque Giovanni Cartia, saputo del documento, che avevamo fatto pervenire a tutti i soci, e dell'esposto presentato alla magistratura, non è rimasto a guardare. Il 20 luglio 2001 ha inviato a tutti gli azionisti una lettera per rassicurarli, e ha trasmesso in procura un contro-esposto a sua firma, con cui difendeva in toto le operazioni effettuate, perché risultate, a suo dire, remunerative per la banca. Le sue argomentazioni, sicuramente frutto di una concertazione di vertice, non potevano dare tuttavia sufficiente risposta ai rilievi di Garozzo.

Dopo la presentazione dell'esposto alla Procura di Ragusa cosa è successo?

Io e Garozzo abbiamo aspettato, come detto, che la legge facesse il suo corso. E l'anno successivo, per via dell'imminente varo del decreto Berlusconi sul falso in bilancio, abbiamo pure ritenuto di dover rinforzare l'impianto dell'accusa. In sostanza, abbiamo deciso di inoltrare denunzia penale a tutti gli effetti, che abbiamo formalizzato, ognuno autonomamente dall'altro, nel luglio 2002. Tuttavia sul piano giudiziario non è avvenuto nulla. Non siamo stati convocati, né siamo stati informati su un'eventuale apertura d'inchiesta. Dopo un altro anno, nel novembre 2003, mi sono trovato quindi costretto a trasmettere un'istanza al capo della Procura generale di Catania, dottor Scalzo, perché avocasse a sé il procedimento, che a Ragusa, chissà perché, non progrediva. La risposta comunque è stata negativa.

Per riandare al fronte della banca, lei e Garozzo come avete replicato all'espulsione?

Dopo l'espulsione, comunicataci come detto il 14 novembre 2002, abbiamo fatto ricorso al collegio dei probiviri. Ma questo organo, nel gennaio successivo, ha ratificato il provvedimento di Cartia. E a quel punto ho potuto meglio conoscere colui che la banca ha chiamato a presiedere tale collegio, che per definizione dovrebbe dare garanzia di equanimità e d'imparzialità. Mi riferisco all'avvocato Carmelo Di Paola, di cui si è detto peraltro in codesto giornale a proposito di un discusso affare miliardario a Ragusa. Ebbene, a mie spese, ho scoperto che questa persona, di cui prima ignoravo quasi l'esistenza, non avendoci avuto mai a che fare, ha finito con l'assumere nella BAPR un ruolo cardinale, in diretto contatto con Cartia, Inghilterra e Spata. Ho scoperto, in particolare, che ama giocare a tutto campo, ricoprendo ruoli che dovrebbero essere fra loro incompatibili, sul piano morale prima che sul piano legale. E' un socio forte della banca, e su questo non ho niente da dire. Presiede come detto il collegio dei probiviri, di cui fanno parte il notaio Leonardo Cabibbo e il dottor Giovanni Occhipinti. E tale carica, sinonimo di imparzialità, dovrebbe in qualche modo distrarlo dai contenziosi giudiziari fra gli amministratori e gli azionisti. Lo abbiamo ritrovato invece legale patrocinatore della banca nei processi che questa ha promosso contro Garozzo e me. Adesso si viene a sapere da "Accade in Sicilia" che è pure grande amico e avvocato patrocinatore del procuratore della Repubblica di Ragusa Agostino Fera. Naturalmente non voglio insinuare nulla, non ho alcun elemento per poterlo fare, ma come cittadino italiano debbo dire che, alla luce di tante cose, mi sento profondamente turbato. Mi chiedo, cosa sta succedendo a Ragusa?

Dopo la ratifica dell'espulsione da parte del collegio dei probiviri, cosa è avvenuto?

Non ho accettato ovviamente il fatto compiuto. Ho denunciato la cosa ai soci della banca, con una lettera in cui ho messo in rilievo la colpevole parzialità del collegio dei probiviri, in particolare del Di Paola. E per tutta risposta costui mi ha citato per diffamazione, chiedendomi un risarcimento di un miliardo di lire per danni patrimoniali. Quando però il mio avvocato, ha richiesto al magistrato la presentazione del modello 740 da parte del Di Paola, perché fosse possibile valutare la congruità della cifra richiesta, questo si è tirato improvvisamente indietro, precisando per iscritto che sarebbe stato disposto ad accettare una cifra minore, su indicazione del magistrato. Evidentemente l'esibizione del 740 gli avrebbe creato qualche problema.

In definitiva, da quello che lei ho potuto constatare, da socio storico e poi da oppositore, cosa è cambiato nella BAPR negli ultimi anni?

Sono cambiate tante cose. Con la compiacenza dei vertici storici, sono andati in auge elementi spregiudicati, capaci di attività "separate", talora di dubbia legalità. Sono cambiati gli scenari operativi. Sono cambiate le mire dirigenziali, in una chiave sempre più privatistica, con i suggerimenti di Di Paola e altri personaggi, mentre si è acutizzato il conflitto, studiatamente taciuto, fra Cartia, Spata e Inghilterra. Dato che siamo in tema posso portare l'esempio del trapanese Francesco Destefano, già distaccato a Londra quale dirigente di una banca Giapponese. Costui ha operato per circa due anni alla BAPR quale direttore finanziario. E in tale veste, sulla scorta di accordi privatissimi, ha avuto un ruolo in alcune delle operazioni anomale di cui si diceva all'inizio di questa conversazione. E in sede d'inchiesta avrete modo di approfondire tale trama sulla scorta di taluni documenti e altro. E' diventato quindi il "beniamino" di Giovanni Cartia. E in tale veste si è fatto notare per l'alterigia, l'eleganza ostentata, la porsche fiammante da centinaia di milioni di lire, in definitiva il fare tipico di certi ambienti. Infine, quando è cominciata a tirare aria di scandalo, ha avuto il benservito con una liquidazione enorme, e l'aggiunta fuori sacco, cioè "riservatissima", di 270 milioni di lire, che gli sono stati pagati dalla cassiera Maria Carmela Rovella, presso l'agenzia 2 di Ragusa.

Vuole dire che aveva una particolare presa su qualcuno?

Intendo dire che ha seguito un percorso pericoloso, per sé e per la banca, ma lo ha fatto con astuzia. Pare che in una occasione abbia affermato che se gli fosse successo qualcosa sarebbe stato in grado di mandare in galera un po' di gente, a partire da Giovanni Cartia. E qui concludo.

La testimonianza, verosimilmente la prima a essere resa pubblicamente dalla prospettiva interna della banca, si chiude qui, con la definizione alcuni modi d'essere di un potentato economico che, a partire da Ragusa, è divenuto, come viene unanimemente riconosciuto, una espressione fra le maggiori della finanza siciliana. L'inchiesta, che potrà pure contare sulle analisi e sugli accurati rapporti lasciati da Alfredo Garozzo, come detto ex dirigente di primo piano dell'istituto, è dunque aperta, lungo quattro direttrici fondamentali: i percorsi lobbistici della BAPR sul terreno civile e finanziario; i gruppi di potere interni; gli affari in Italia; gli affari in campo internazionale.

 

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