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novembre 2005 La
banca dei siciliani. I piani espansivi e i bilanci controversi della BAPR. Spunti
d'inchiesta su un potere forte dell'isola Scampata
al sacco perpetrato nell'ultimo decennio dai maggiori gruppi del paese, la BAPR
è oggi la banca più facoltosa fra quelle che recano il centro decisionale
nell'isola. E' fra le prime cinque popolari in Italia. E' la diciottesima banca
nazionale per ROE, reddito netto rapportato ai valori patrimoniali. Viene ricondotta
alle prime venti banche italiane per solidità, rating e rischio. Per capitalizzazione
risulta fra le prime trenta banche italiane in termini assoluti. Si tratta evidentemente
di un istituto ricco, dai cui dati di bilancio emerge un andamento di costante
crescita, fino agli ultimi del 2004, che attestano un patrimonio di 447 milioni
di euro, una raccolta di 2.404 milioni, impieghi creditizi per 1.726 milioni,
un utile netto di 30 milioni, infine sofferenze al 4 per cento quando il dato
medio nazionale si situa oltre il 15. La banca guidata da Giovanni Cartia,
ultima voce di una dinastia di banchieri ragusani, può compiacersi per
altro di esibire una immagine storica di rango, con oltre un secolo di vita vissuta
da protagonista e con slanci sorprendenti, a dispetto delle traumatiche vicende
del paese: due guerre devastatrici, il ventennio fascista, gli anni della ricostruzione.
Basti dire che dal 1945 al 1947, anni fra i più drammatici del dopoguerra,
ha registrato il raddoppio del capitale sociale e realizzato addirittura utili.
E proprio il dato della stabilità, del riuscire a progredire in situazioni
pressoché impossibili, le ha garantito un ruolo non secondario nei processi
territoriali, fino a farne, in coerenza con i rilanci del sud-est, agricoli e
non solo, un mito forte dell'economia dell'isola. Nel 2002 la BAPR ha coniato
uno slogan che ne riassume le proiezioni effettive e le intenzioni: "Il nostro
barocco è patrimonio dell'umanità, la nostra banca è patrimonio
dei siciliani". In effetti, sin dai primi anni novanta, malgrado siano stati
tentati in tutti i modi, Cartia e i suoi collaboratori hanno deciso di rimanere
autonomi e si sono trovati nella necessità di crescere per cercare di fronteggiare
in modo idoneo la concorrenza invasiva dei gruppi nazionali. Se sono riusciti
a consolidare tuttavia le posizioni in tutta la linea jonica, da Pachino a Messina,
con l'aggiunta di decine di agenzie, frutto pure di acquisizioni di banche locali,
sono stati fermati lungamente nel centro-ovest dell'isola. Non sono riusciti ad
acquisire la Banca del Popolo di Trapani, finita poi all'industriale veneto Zonin,
malgrado lo zelo profuso nelle trattative da Salvatore Inghilterra e Vincenzo
Spata, fra i massimi dirigenti della BAPR. Non sono riusciti ad aggiudicarsi una
ventina di sportelli centro-occidentali posti in vendita, per ordine dell'Antitrust,
dal Banco di Sicilia, prima che questo si ritrovasse integrato nella vicenda Capitalia. Qualcosa
è andato movendosi comunque nel 2004 quando la BAPR ha acquistato a Palermo
ai numeri 453-461 della centralissima via Roma un immobile di circa 700 metri
quadrati per quasi due milioni di euro. Si è trattato del primo passo per
l'apertura, ormai imminente, di una sede nella capitale siciliana, che sarà
sicuramente propedeutica al posizionamento strategico nel centro-ovest. Dopo il
posizionamento a Milano, dove la BAPR ha acquisito negli anni novanta la Concordia
Sim dalla famiglia Negri, società di gestione di patrimoni che non ha mai
finito di registrare perdite, il disegno espansivo degli anni novanta va quindi
a compiersi, dietro garanzie e "nulla osta" difficilmente definibili.
E la cosa può leggersi in un certo modo se si considera che da varie prospettive,
più o meno in ombra, può essere avvertito come vantaggioso il contatto
forte con l'unico istituto di nome che non ha demandato ad altri, lontani dall'isola,
le proprie facoltà decisionali. Forte di una capitalizzazione in crescita,
che richiama principalmente le risorse dell'agricoltura trasformata e del terziario,
oltre che di alcune linee imprenditoriali catanesi e messinesi, la BAPR evolve
comunque in tutti i sensi, su piste che hanno fatto la fortuna di altre Popolari,
sull'esempio magari della Bipielle di Fiorani, balzata in pochi anni, di trama
in trama, sulla scena più convulsa della finanza nazionale. Al confronto
con altre esperienze, le sue risorse in gioco permangono beninteso contenute,
dovendo scontare una difficile condizione di terreno, nel sud estremo del paese,
ma gli orientamenti sono chiari. Il gruppo di Ragusa va assumendo partecipazioni
a largo raggio. Oltre che la milanese Concordia Sim, divenuta poi Finsud, ha incorporato
la Banca Popolare di Augusta, la Banca di Credito Cooperativo di Linera e la omologa
di Belpasso. Reca partecipazioni azionarie di qualche peso alla Italease, a Centrobanca,
all'IRFIS e in numerose altre società. E in virtù di tali presenze,
come della considerazione di cui gode l'istituto, Giovanni Cartia si ritrova nel
consiglio di amministrazione di Centrobanca e del Fondo Interbancario di Tutela
dei Depositi, mentre ricopre cariche sociali all'IRFIS ed è vice presidente
dell'Associazione Nazionale fra le Banche Popolari. Tali processi espansivi
hanno avuto un protagonista motivato nel direttore generale Vincenzo Spata, che
pure non ha mancato di contestare, più o meno cautamente, la linea autonomistica
di Cartia e del vice direttore generale Salvatore Inghilterra. Un particolare
rilievo ha assunto comunque il lavorìo del trapanese Francesco De Stefano,
chiamato a dirigere l'Ufficio Finanziario, in virtù delle esperienze maturate
in istituti internazionali come Banque Indosuez e la giapponese Yamaichi. De Stefano
è stato in effetti l'artefice indiscusso dell'operazione Concordia Sim,
quindi dell'insediamento milanese della BAPR. E non mancano su tale linea aspetti
singolari. Ufficialmente Concordia è stata acquisita per creare a medio-lungo
termine una rete commerciale incentrata su negozi finanziari "in tutta la
Sicilia", come ebbe a dichiarare De Stefano nel giugno 2000, e per creare
una "testa di ponte in Lombardia". Ma si dà il caso che finora
ha registrato solo deficit: di oltre 800 milioni di lire nel 1991, di oltre 3
miliardi nel 2002 e nel 2003, di 240 mila euro nel 2004. Qual è allora
la sua funzione reale? Come mai dopo cinque anni di perdite, dovute anzitutto
agli ingenti costi di gestione, viene mantenuta? Evidentemente, non può
essere scartata l'ipotesi che in tale società, in cui convergono patrimoni
di differenti aree siciliane possano esistere dei fondi sottintesi. E le condotte
mosse del De Stefano, negli anni di permanenza alla BAPR, potrebbero esserne un
correlato. Il trapanese è stato il responsabile materiale di talune
equivoche negoziazioni in titoli effettuate nel 1999 dall'istituto siciliano,
di concerto con la sede di Londra di una banca giapponese, la Industrial Bank
of Japan, dove lavorava un amico fidato, il napoletano Gennaro Buonocore. In sostanza
diverse partite di titoli strutturati, cioè non quotati in borsa, sono
state acquistate dalla BAPR a un prezzo assai superiore a quello di mercato. E
nessuno, ovviamente, è riuscito a spiegarne le ragioni. Non solo: la conseguente
minusvalenza, multimiliardaria, è stata dolosamente nascosta in sede di
bilancio, con l'avallo della società di revisione Arthur Andersen, per
evitare che venisse incrinato il rapporto "fiduciario" con gli azionisti.
Nell'aprile 2001 De Stefano ha potuto congedarsi comunque dalla BAPR con una buonuscita
di mezzo miliardo di lire, a fronte di un paio di anni di servizio, e, per motivi
impliciti, una aggiunta di 270 milioni "fuori sacco". E pare sia stato
netto nell'avvertire che, nel caso fossero stati compiuti atti a suo danno, non
avrebbe esitato a mandare in galera i vertici della BAPR, a partire dal Cartia.
Si è riposto quindi in gioco già dal luglio 2001 quale gestore responsabile
per il mercato obbligazionario di Gestione di Patrimoni Sim di Milano, controllata
dal gruppo elvetico Gestion de Patrimoines, che fa capo all'imprenditore Roberto
Villa. L'esperienza rutilante del De Stefano presso il gruppo siciliano si
è collocata evidentemente in un preciso sfondo. E serie anomalie emergono
pure dai bilanci precedenti e successivi. Grazie alle denunce presentate nel 2001
da due soci storici, il ragusano Alfredo Garozzo e il catanese Enrico Lentini,
i falsi in bilancio dell'esercizio 1999 riescono a ricevere comunque la prima
certificazione giudiziaria, seppure con significative incoerenze. Dal PM Marco
Rota e dal giudice Vincenzo Saito del tribunale di Ragusa è stato riconosciuto
in particolare che la dirigenza Cartia ha tradito la fiducia di migliaia di soci,
quando il travisamento dei conti costituiva in sé, senza limite alcuno,
un gravissimo reato. L'esito è stato però quello di un'archiviazione
che non fa giustizia, consentita dalle norme in materia introdotte dal governo
Berlusconi.
Carlo Ruta
Una
banca fascista Nata
negli ultimi anni dell'Ottocento, ufficialmente per sostenere la piccola proprietà
contadina, la Banca Popolare Cooperativa di Ragusa, come si chiamava in origine,
divenne rapidamente la cassaforte degli agrari, che nei primi anni venti costituirono
in Sicilia la quintessenza della reazione fascista. Retta da Luigi Cartia e poi
dal nipote Giovambattista, fece quindi affari d'oro durante il ventennio. Sospinta
dalle leggi che incentivavano la riunione degli sportelli di tipo cooperativo,
nel 1935 si fuse con altre tre realtà presenti nel territorio ragusano:
la Banca Popolare Agricola Cooperativa, legata al gerarca Filippo Pennavaria,
la Banca Popolare Agricola Commerciale e la Banca Agraria e Commerciale. Negli
anni trenta la comunione fra l'istituto con il regime divenne assoluta. Numerosi
azionisti e dirigenti si trovarono a occupare infatti cariche nel PNF o negli
enti locali, a partire dal federale Giorgio Turlà, esponente fra i più
inquietanti del fascismo sud-orientale, che fu socio di spicco, insieme con il
padre, della banca e direttore dell'unica agenzia di Modica, a quel tempo la città
più popolosa degli Iblei. |
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