21 luglio 2005

Banca Agricola Popolare di Ragusa. Fatti scandalosi, falsi e oscurità pure nei bilanci del 2002 e 2003, non presi in alcuna considerazione dall'indagine giudiziaria.

 

Uno schiaffo sì, ma alla verità e alla giustizia. Come definire altrimenti la sentenza di archiviazione con cui il tribunale di Ragusa pretende - ad anni di distanza dai fatti e dagli esposti-querela presentati dai soci - di aver chiuso il caso della Banca popolare del capoluogo ibleo rea di falso in bilancio? Falsi talmente marchiani che lasciano traccia indelebile nelle richieste di archiviazione presentate dal pm e accolte dal giudice delle indagini preliminari: "Il mancato superamento della soglia di non punibilità prevista dalla legge scongiura la conseguenza del riconoscimento della responsabilità penale dei vertici dell'istituto di credito ma non elide nei fatti la natura fraudolenta della loro condotta, desumibile dalle operazioni contabili poste in essere (...)". Parole come pietre, ma destinate a non produrre alcun effetto perché appunto - in forza della nuova legge sul falso in bilancio - ai vertici della Bapr (società non quotata in Borsa) è garantita l'impunità e alla procura è evitato l'onere di dover proseguire nell'azione penale. Il dazio da pagare - il riconoscimento esplicito della fondatezza delle accuse mosse dagli ex soci della Bapr Alfredo Garozzo ed Enrico Lentini - però è più alto di quello che l'estensore materiale della richiesta d'archiviazione (il pubblico ministero Marco Rota) potesse supporre. Questo perché la vicenda giudiziaria che ha visto coinvolta la Bapr non si riferisce a un passato più o meno remoto (le operazioni sui Btp del 1992, i bilanci del 1999-2000, vedi i documenti originali pubblicati sul sito), ma riguarda anche la gestione attuale dell'istituto.

Un esempio? Prendiamo il bilancio al 31 dicembre 2003 della Bapr. All'apparenza tutto fila liscio. Dalla lettura della nota integrativa, però, si scopre quanto segue:

"Il Consiglio di Amministrazione con l'assunzione della delibera quadro del 28/12/99 ha individuato le caratteristiche fondamentali del comparto titoli immobilizzato e ne ha fissato i parametri dimensionali. I titoli del portafoglio immobilizzato hanno carattere di stabile investimento, essi possono essere utilizzati per operazioni di pronti contro termine o di smobilizzo temporaneo. In situazioni di carattere eccezionale e/o straordinario, ai fini di una corretta gestione, è consentito il trasferimento dei titoli da un comparto all'altro, che dovrà avvenire al valore di libro del comparto di provenienza, oppure procedere a dismissioni anticipate del portafoglio immobilizzato. Il trasferimento o la dismissione dei titoli deve essere deliberata dal Consiglio di Amministrazione, previa illustrazione delle motivazioni sottostanti e delle caratteristiche di eccezionalità degli eventi giustificativi, nonché la loro influenza sulla rappresentazione della situazione patrimoniale e del conto economico".

Ostrogoto? Proviamo a tradurre: nel 2003, a distanza di quattro anni dai fatti denunciati, la banca si è avvalsa della medesima delibera con cui il consiglio di amministrazione avvallò i falsi in bilancio e le condotte fraudolente così ben dettagliate dal pm nella sua richiesta di archiviazione. Il preambolo citato, che fa bella mostra di sé nella nota integrativa, porta a conseguenze ben precise che si traggono dalla lettura della pagina immediatamente successiva:

"Il portafoglio immobilizzato non potrà superare l'importo di 77.469 migliaia di euro (150 mld di lire) e dovrà essere contenuto entro il limite del 20% del comparto non immobilizzato. La valutazione di detti titoli ad un prezzo teorico di mercato avrebbe comportato minusvalenze per 3.670 migliaia di euro e plusvalenze latenti per 487 migliaia di euro, con un effetto negativo sul conto economico di 2.230 migliaia di euro, al netto dell'onere fiscale, mentre sul patrimonio di vigilanza ha determinato una diminuzione di 1.103 migliaia di euro (...)".

Il dettaglio delle operazioni in titoli non viene fornito, ma le modalità utilizzate per redigere il bilancio 2003 sono sostanzialmente le stesse del periodo 1999/2000. Gli esiti anche, visto che la Bapr ha potuto vantare ufficialmente un conto economico positivo, non avendo contabilizzato ai fini civilistici le perdite registrate sui titoli del comparto immobilizzato, riportate esclusivamente nella nota integrativa. Non basta. Il documento fornisce delle cifre senza specificare se queste derivino da un analisi indipendente, condotta ad esempio dal revisore, o se invece siano il frutto di un'elaborazione interna. In passato Garozzo denunciò forti discrepanze tra le stime di valore di mercato dei titoli fornite dalla direzione finanziaria, quelle del revisore e ancora quelle (decisamente più prudenziali e, in ultima istanza, veritiere) offerte dalla struttura di controllo interna. Inoltre, nonostante il lungo preambolo, la nota integrativa al bilancio non offre ai soci della Bapr la benché minima spiegazione sull'eccezionalità o straordinarietà degli eventi che hanno determinato ancora una volta pesanti minusvalenze per l'istituto, ma sicuramente esiste un verbale del consiglio di amministrazione che dovrebbe dare conto di tutto ciò. Legittimo chiedersi, a questo punto, se la procura lo abbia acquisito, perché dalle carte in nostro possesso non risulta che sia stata svolta alcuna indagine sui bilanci Bapr successivi al 2000. Un vero peccato, visto che la dirigenza della banca non è cambiata e che dunque le stesse persone che hanno beneficiato dell'archiviazione per fatti che non superano "la soglia di punibilità" potrebbero aver tranquillamente reiterato negli anni successivi quelle condotte la cui "natura fraudolenta" è stata così ben stigmatizzata nella richiesta di archiviazione del pm Rota. Stabilito che non stiamo scrivendo al passato remoto ma di fatti (gravissimi) che riguardano anche il presente, vale la pena rilevare - così, per inciso - che al centro della nostra inchiesta non c'è propriamente una banchetta di provincia, ma una popolare con addentellati nazionali e che, per dimensioni, si colloca tra le prime trenta banche italiane. Non è quindi un caso che riguarda una lontana e quasi misconosciuta (al Nord) provincia della Sicilia, pur avendo per sua stessa natura fortissime connotazioni e ricadute locali. L'inchiesta è partita e presto vedremo dove ci porterà. Stay tuned.

Paolo Fior (redattore della rivista "Finanza & Mercati").

 

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