24 maggio 2005 Dietro beneficenze e patrocini sportivi, raggiri e bilanci falsi. Il mito della Banca Popolare di Ragusa va in pezzi. Occorre una inchiesta a tutto campo.
Gli intrighi della BAPR di cui si è dato conto attraverso documenti e testimonianze hanno avuto intorno alla metà dello scorso aprile una certificazione giudiziaria, ma con significative incoerenze e, considerato che la presentazione del primo esposto-denunzia è avvenuta nel 2001, con un ritardo che manca di ogni giustificazione. E' stato riconosciuto che la dirigenza Cartia ha tradito la fiducia di migliaia di soci, quando il travisamento dei conti costituiva in sé, senza limite alcuno, un gravissimo reato. L'esito è stato tuttavia quello di un'archiviazione che non fa giustizia, consentita dalle nuove norme in materia introdotte dal governo Berlusconi. Ancora una volta i magistrati di Ragusa recavano in mano il bandolo di una brutta storia da dipanare. Avrebbero potuto farlo in poco tempo. Ma tale lavoro non è stato fatto. La sentenza del gup Vincenzo Saito, che ha accolto senza indugio la proposta del pm Marco Rota, ha stabilito a un tempo l'archiviazione dei procedimenti per aggiotaggio che erano stati avviati nei riguardi del ragusano Afredo Garozzo, scomparso due anni fa, e del catanese Enrico Lentini. E tutto questo, di là dalle intenzioni, sembra recare punti di convergenza con le necessità dell'istituto di risolvere i contenziosi apertisi negli ultimi anni. Le dirigenze hanno in effetti interesse ad accomodare talune cose compromettenti, perché riscontrino il meno possibile di pubblicità all'esterno e restino ininfluenti nelle assemblee annuali di bilancio. Ma i margini restano strettissimi, dal momento che altre lesioni vanno aprendosi. Basti dire che la gestione disinvolta dei fondi relativi alla legge 488, al centro di uno scandalo per adesso solo sussurrato, ha finito con il disarticolare l'ufficio commerciale: con lo spostamento di Giuseppe Tirella e Giancarlo Migliorisi ad altre sedi; con l'individuazione del "colpevole" nel direttore generale Vincenzo Spata, che si appresta adesso a lasciare l'istituto per una nuova importante collocazione bancaria; infine con l'affidamento dell'ufficio a Umberto Occhiuto, proveniente da BNL. In realtà, al punto in cui si è arrivati, l'unanimità in favore di Cartia e i dividendi ostentati dell'ultima assemblea, al pari delle positive disposizioni di varie sedi, non possono garantire, almeno nei termini consueti, che tutto funzioni come prima. La vicenda Garozzo e il distacco difficilmente rimediabile del direttore generale, dopo quasi un decennio di tensioni sotto tono su terreno delle aperture al "nuovo", rischiano di pregiudicare in via definitiva la compattezza monolitica con cui l'istituto si è presentato per decenni ai soci e all'esterno. Di certo il riserbo, risultato essenziale alla stabilità del quadro dirigente, da qualche tempo non regge più. La banca di Ragusa è divenuta motivo di discussione e di censure. Le predilezioni mostrate verso certe cooperative "giovanili", addirittura d'oltre lo stretto, hanno provocato in città un subbuglio mai visto. E non basta l'avere addossato tutto allo Spata e ad alcuni quadri di riferimento di viale Europa, che, candidati pure loro alle dimissioni "volontarie", si ritrovano adesso preposti a Vittoria, terreno assai difficile, e a Sant'Agata li Battiati. Alfredo
Garozzo, l'onesto dirigente ragusano che intendeva moralizzare la BAPR, ha forzato
in definitiva una tradizione vecchia di oltre un secolo, impartendo una lezione
di dignità, per la quale la città dovrebbe essergli grata. Ha testimoniato
su una serie di condotte, alcune gravissime, che, con altre via via evidenziatesi,
avrebbero dovuto suggerire dei percorsi investigativi. Invece sul terreno giudiziario
resta interamente da definire l'essenziale: la responsabilità di Giovanni
Cartia nella turbinosa gestione di "Bologna Commissionaria 2000" prima
che si dimettesse da consigliere d'amministrazione; l'effettiva identità
del trapanese Francesco De Stefano in seno all'istituto ragusano; gli scopi reconditi
di FinSud, endemicamente in perdita, fatto salvo il miracolo, tipicamente italiano,
sortito dall'ultimo bilancio; le condotte della società di revisione Deloitte,
gia Arthur Andersen, nello specifico dei bilanci BAPR. Ma risultano pure eluse,
neppure a dirlo, le mosse spericolate del presente, nate per lo più dal
bisogno di far quadrare i conti, propri e altrui. A dispetto delle compensazioni
su cui può contare lo staff di Cartia, la BAPR si ritrova comunque sul
cratere di un vulcano, capace di erompere da un momento all'altro, tenuto conto
che gli equilibri vanno facendosi precari e che gli uffici giudiziari in Italia
non recano tutti il medesimo concetto. La crisi di fiducia dovrebbe indurre in coloro che l'hanno dolosamente provocata delle assunzioni di responsabilità. Questa è la regola dei sistemi trasparenti. Ma nel caso mancano i presupposti di terreno. Valgono alla fine gli interessi forti, che legano un insieme privilegiato di famiglie e di clubs d'affari al far banca e agli stili sufficientemente disinvolti degli ultimi Cartia. La stessa sede direzionale di viale Europa ne dà il senso, per i modi, tutti da definire, in cui è stata acquisita da Santo Tumino, per decenni interlocutore privilegiato e, a un tempo, dominatore dell'edilizia ragusana. In definitiva, in spregio a migliaia di piccoli investitori, che di fatto non hanno voce, se non per dire "sì" nelle annuali assemblee di bilancio, una ristretta élite economico-finanziaria fa di tutto per rimanere in auge, a difesa del terreno conquistato. E contro tale volontà, alimentata da ogni sorta di abuso, hanno dovuto infrangersi tanto i reclami di legalità di Garozzo quanto le tentazioni aperturistiche di Spata. Caduta la maschera che con tanta cura aveva cucito addosso a sé, fatta di beneficenze, patrocini cultural-sportivi, pacatezze di provincia, l'istituto di Ragusa si rivela una laida macchina di affari, retta all'occorrenza sulla coartazione e sulla rappresaglia. Con il prestigio di una famiglia che è stata storicizzata come la dinastia morale degli Iblei, cede quindi la figura di una finanza che si è voluta a lungo indisponibile alle trame. E tuttavia, con degli accorgimenti ad hoc, la vita continua. Da Milano, il trapanese De Stefano insiste a tessere le sue tele, a una misurata distanza da FinSud e dalla BAPR. Ancora in bilico fra dentro e fuori, Vincenzo Spata, che ha dovuto lasciare intanto la presidenza della Società Sviluppo Ibleo, telaio del patto territoriale, prende tempo. E può comunque contare sul suo sapere immenso su persone e fatti. Con buona probabilità, il giovane Giovanni Cartia insiste a fare l'acrobata finanziario fra l'Italia e l'estero, con i soldi dei soci e il beneplacito del CdA, mentre il padre, affiancato da Totò Inghilterra, rimane il primo garante degli interessi forti e della continuità, potendo fidare ancora sul favore sostanziale della Consob e di Bankitalia. Per i magistrati di Ragusa, infine, il caso è definitivamente chiuso. Carlo Ruta
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