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Banditi e viceré in Sicilia fonti scritte e ricerche sull'ordine pubblico nell'isola, in epoca feudale |
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nota
introduttiva
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Ordine pubblico e leggi nella Sicilia feudale Nel suo lungo feudalesimo, la Sicilia espresse un banditismo di rilievo, a tratti ruggente e capace di tenere militarmente testa alle autorità. Le cause, comuni in tutto il continente, richiamano le carestie, le guerre, i disastri naturali, il ricorrere dei morbi. A incentivare il fenomeno nell'isola giunsero tuttavia motivi locali, in particolare la lontananza della corte e i caratteri impervi delle plaghe. I viceré e i monarchi spagnoli, come poi i napoletani, intendevano ovviamente quanto fossero pregiudizievoli tali resistenze all'esercizio dell'autorità, in un'isola in tormento come quella siciliana: potendo venire dalle bande uno sprone aggiuntivo alla rivolta. Nei luoghi interessati dalle scorrerie, tornava poi considerevole il danno economico, causato dalle difficoltà di viaggio, e per ciò stesso degli scambi. In diversi frangenti, il contrasto fu quindi risoluto, con vincite significative ed eccessi. Con esecuzioni spettacolari, che fossero di monito, come quella cui fu sottoposto Giangiorgio Lancia, bandito del XVI secolo, ridotto a brani da quattro galee al porto di Palermo. Là dove si presentava, il fenomeno appariva ostico, difficile da sradicare, per la scarsa percorribilità dei luoghi, i favori di cui godevano i banditi nel contado, le cautele più o meno interessate dei capitani d'Armi e degli organi locali di giustizia. Nelle situazioni estreme, era allora d'obbligo conferire a un feudatario facoltoso, dietro compensi, il compito di armare compagnie e reprimere, con mezzi d'eccezione, solitamente con successo: come nei casi di Francesco Moncada, principe di Paternò, cui spettò di catturare il Lancia, e di Giuseppe Lanza, principe di Trabia, castigatore nel secondo Settecento di Antonino di Blasi, detto Testalonga. E questo finiva con il tornare doppiamente utile allo statu quo, rinsaldando i contatti operativi fra i casati più in vista e la corte vicereale. D'altra parte, in quei secoli fu pressoché regolare l'applicazione del "bando delle teste", i cui antecedenti nell'isola risalgono a Federico II: in particolare alla costituzione Poenam eorum, riguardante coloro che si erano sottratti alla giustizia. Largamente praticato in Europa, e con riferimenti solo lontani al diritto romano, tale istituto prevedeva di fatto un compromesso: la concessione cioè della grazia al reo che consegnava all'autorità una persona, viva o morta, colpevole di delitti superiori. Ma a dispetto delle taglie, che pure consentivano esiti di riguardo, il banditismo siciliano si è ciclicamente ripreso, tornando capace di nessi significativi con le città e il contado. Nel crogiolo delle ingiustizie che traversano l'età feudale, il fenomeno reca naturalmente un nesso con il ribellismo che cova nell'isola, fino a risolversi in alcuni passaggi in rivolta dichiarata. Come altrove, si mostra comunque sfaccettato. Largamente coeso appare l'iter di Giangiorgio Lancia, portatore di una radicalità irriducibile, così come, nel medesimo secolo, quello del brigante Agnello, pure lui a capo di centinaia di armati e protetto quanto basta dal riserbo del contado. Più tortuosi appaiono invece gli stili e le movenze del brigante Saponara, che nel medesimo periodo entra in combutta con individui di alto rango, verosimilmente i medesimi che gli chiudono la bocca una volta preso, col veleno. Del resto, la storia qui sembra produrre un curioso canovaccio, che tornerà pari pari in taluni snodi convulsi, nei secoli venturi. Di là da tali esperienze, che marcano una suppurazione, o una violazione impudente, il brigantaggio, ricondotto a un preciso limite, riesce a interpretare tuttavia precise parti, a beneficio dell'ufficialità. Torna utile nelle ricorrenti guerre di casato, come quelle che nel Cinquecento e oltre op-pongono i Perollo e i De Luna a Sciacca, i Landolina e i Deodato a Noto, i San Clemente e i Fardella a Trapani. E in tali casi, essendo i nobili stessi a governare lo scenario banditesco, è scontato l'esito dell'impunità. Viene recuperato inoltre nel quotidiano, con un ruolo eminentemente d'ordine, sotto i simboli dell'aristocrazia. Basti dire che ancora nel secondo Settecento, mentre si spandono in Europa i lumi, il principe di Villafranca si compiace di ostentare la sua guardia di fuorilegge, in livrea e in armi. E per il viaggiatore inglese Patrick Brydone, che ne scrive incuriosito, non è un'eccezione. D'altra parte, il banditismo è solo un aspetto, seppure fra i più ridondanti, delle resistenze alla legge che traversano l'isola in età feudale. Sono già i governanti normanni e svevi ad avvertire la precarietà dell'ordine nella sede del regnum, in senso lato, cui fanno fronte con leggi severissime. Ed è naturale che i guasti incalzino dagli aragonesi in su, quando la Sicilia è solo un'appendice, in un Mediterraneo che, riguardo ai commerci, perde via via la sua centralità. Se la campagna resta allora il luogo strategico degli scorridori, lungo i secoli del dominio spagnolo delitti di ogni tipo incalzano le città, a partire dalla capitale. Sono per lo più la falsificazione di monete, il contrabbando, il possesso di armi vietate, il gioco d'azzardo, i furti, l'evasione dei tributi, il prestito a usura, le malversazioni negli uffici. Come nel contado, già nell'ordinario eccedono quindi le sopraffazioni fisiche, fino all'assassinio, di norma per interesse e per vendetta. Evidentemente, pure gli abbienti trovano "naturale" il ricorso al delitto, servendosi all'occorrenza di sicari, numerosi nei tre valli e coperti quanto basta. Del resto, i nobili, sempre più votati allo sperpero e alle pompe, hanno buon gioco nel violare le leggi, per status oltre che per guadagno, soggetti come sono a giurisdizioni separate, e capaci di influire sui processi. A lunghi periodi di lassismo seguono tuttavia densi momenti di contrasto, in particolare quando, al pari del banditismo, il crimine urbano rischia di pregiudicare l'ordine e l'autorità della corona. Marco Antonio Colonna, viceré nell'ultimo Cinquecento, non esita a mandare a morte diversi nobili, autori di delitti gravi, mentre allontana dall'isola le soldatesche spagnole che, chiamate a difendere le coste dai turchi e dai maghribini, hanno vessato le popolazioni in modo banditesco. E nel primo Seicento non è da meno il duca di Ossuna nel fronteggiare il disordine a Palermo, ponendo l'intero senato sulla corda quando si tratta di ritrovare, pena l'arresto, un cassiere che ha rubato il denaro della tavola. Su linee analoghe si ritrovano poi altri viceré: come il duca di Maqueda, che proibisce gli sfarzi con la prammatica de pompa, et luxu moderandis, il duca di Alcalà, che viene riconosciuto negli anni trenta come scelerum implacabilis ultor, cioè vendicatore severo dei delitti, il duca di Veraguas, che combatte allo scadere del secolo la falsificazione delle monete, il principe Corsini, che per difendere la capitale dai furti sperimenta negli anni quaranta del Settecento l'illuminazione notturna del Cassero. Per tutto questo, i regnanti di Spagna insistono a ritenere atipica la situazione nell'isola, rispetto al dato continentale, sulla scorta comunque delle valutazioni e dei rapporti ufficiali, venati per lo più da un ruvido pessimismo: come quello di Ferdinando Gonzaga, viceré di Sicilia a più riprese, dal 1536 al '46. Sotto il peso delle cose, si è indotti in realtà ad avvalorare le differenze, che fanno apparire la Sicilia ondosa, corrusca, votata alle calamità. E tale considerazione è soggetta a rinnovarsi coi Borbone di Napoli, indotta ancora dall'ufficialità e dai fatti, a onta delle rivalutazioni del grand tour. Non è un caso che ancora nel 1781, nell'assumere la funzione di Viceré, l'illuminista Domenico Caracciolo si veda relegato, come lamenta in una lettera a Ferdinando Galiani, in un'isola sauvage. Carlo Ruta
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