Fra l'isola e il nulla

spunti e motivi per un manifesto civile

 

Fra l'isola e il nulla

Nella Sicilia degli ultimi decenni, il dato che affiora nel computo delle culture è quello d'un incantesimo che rimane. E i numeri ne danno tristemente conto, anno dopo anno. Un incantesimo a due facce. Da una parte una intellettualità che non innova, impegnata in un perenne gioco di posizione e sottomessa a voleri indebiti. Dall'altra una intrapresa che riesce a elaborare idee congrue, senza tuttavia riuscire a insediarsi stabilmente. Che non trova cioè raccordi e motivi di durata.

Al persistere del sortilegio concorrono certo più fattori, d'ordine anche storico, che non sarebbe acconcio approfondire in questa sede. Una parte non secondaria gioca comunque un certo uso obliquo e residuale dell'intelligenza, che negli ultimi decenni ha assunto nell'isola caratteri suoi propri. E questo conduce fatalmente al nodo delle committenze: agli alvei cioè in cui passano per tradizione i rapporti fra i poteri e le culture.

Sappiamo che nelle temperature "normali" le sovvenzioni alle idee reggono mediamente su una sorta di compromesso fra bene comune e volontà di autopromozione, variamente combinati a seconda che il committente sia pubblico o privato. Ma le temperature nel nostro paese sono andate a balzi nell'ultimo Novecento, con scarti notevoli fra le singole regioni, ed è noto che in talune aree del sud, Sicilia in testa, si sono imposte logiche che, sia pure in sedicesimo e con i dovuti distinguo, ricordano in materia quelle dei regimi: nei quali i patrocini culturali, così come i grandi lavori pubblici, servono anzitutto a distogliere e a reclutare.

Se andiamo in particolare alla condotta dei maggiori istituti di credito siciliani e dell'ente Regione nei passati decenni, è difficile non riconoscere, col senno dell'oggi, una calcolata opera d'irretimento e di tutele. Sovvenzioni regolari e bilanciate, a otto e a nove cifre, a un numero ridotto di centri culturali, per così dire doc. Elargizioni a iniziative a sé, purché garantite all'interno dei circuiti. Manciate di spiccioli ai bordi infine, per mitigare comunque le volontà di scandalo. Tutto questo non a sostegno d'un regime o d'un concetto di politica, ma di combinazioni e trame rette sugli affari. E con un uso accorto dei beni culturali, come paletto per marcare il confine fra il consentito e l'inosabile. Cosa che se è già riprovevole in sé, lo e tanto di più dinanzi alle misure di tale patrimonio, che compendia, come viene riconosciuto ovunque, uno dei poli strategici della memoria mediterranea.

Ecco prevalere allora un certo prodotto, patinato e oleografico, che attinge sì al bene culturale, senza tuttavia condividerne i destini. Libri eterei che per una sorta di paradosso pirandelliano prendono il posto delle cose che dovrebbero raccontare. Di quelle cose cioè che nelle logiche del consenso contano per converso poco o niente. Ed è così che, mentre si stampano con lena i volumi-cartolina su Noto, con l'assegno della banca o dell'Ente regionale, i monumenti della città barocca continuano a lesionarsi e rovinare al suolo. Come è ovvio che accada, d'altronde. Perché Noto, con i suoi trampoli, le gabbie, le ferraglie, gl'interni diroccati da Paramound in disuso, abita altrove: nell'isola che c'è, e non in quella immaginifica dei libri-réclame. Abita, con l'intero suo vallo, nella Sicilia delle inadempienze e del disagio. Libri come bambole, insomma. Giocati sul lustro dell'immagine, con perfette dosature di simulazione e di silenzio. E destinati per lo più a comprovare l'appartenenza a un ceto. Lasciando così intatto il paesaggio greve della non lettura.

Non si tratta di impedire, beninteso, ma di capire. Occorrono culture oggi che aggiungano anziché sottrarre. Che aiutino a risolvere i mali anziché negarli. Che non propaghino il santino della Sicilia, ma l'isola che c'è, appunto: con i suoi lasciti superbi e le sue caducità. Giacché è proprio in tale opposizione, celata di solito come un'onta, che il bene culturale siciliano dimora realmente. E non sottovetro. La Sicilia è di tufo, di argille, di legno, di arenarie: non soltanto di maioliche. A fare e disfare la Sicilia, purtroppo, sono pure i terremoti ricorrenti, le sconnessioni del terreno, i venti, la salsedine, la grandine, le maree. Sono le calamità sociali. E non si può non prenderne atto.

Un certo uso mirato delle sovvenzioni ha finito con lo stregare insomma il campo delle culture, confondendone i registri. O per suggerire comunque la corrente in cui lasciarsi andare, in cui assopirsi. Incentivando in tal modo un sapere accattivante, ma di profilo esiguo, mendace e provinciale, e scoraggiando tutto quello che fa ricerca e innovazione. Definendo un capolinea ove fermarsi, se si vuole guadagnare o mantenere la prebenda. Sollecitando le corde più infelici dell'intellettualità. Stringendo la ragione in un difficile confino, fra la Sicilia e il nulla.

Certo, il conformismo non è soltanto parvenza e inanità. Ogni fatto intellettuale reca comunque un suo respiro. Sono però gli esiti che contano. E il quieto vivere di chi pensa e scrive, come la storia insegna, non è raro che precipiti in tragedia. Sarebbe incongruo disconoscere, per esempio, la caratura dell'enciclopedia Treccani, sorretta da Gentile, di là dai fini reconditi del regime che la volle e la ispirò. Non può sfuggire tuttavia che proprio dallo stuolo d'intelligenze che v'impegnarono reputazione e onore vennero gli avalli decisivi alla carta della razza. Possiamo allora giudicare più che dignitosi i venti tomi gialli con cui l'Ars volle chiosare i vent'anni dello statuto. Così come i dieci volumi di storia siciliana curati da Romeo. E via di seguito. A marcare il risultato restano nondimeno i vuoti di memoria e i silenzi dinanzi agli scempi degli ultimi decenni e d'oggi. Sarebbe perciò tempo di portarsi oltre, di porre mente alle cose piuttosto che ai proventi, di attenersi ai paletti della ragione piuttosto che ai suggerimenti dell'ente pagatore. Senza soggezioni e sensi di minorità. Senza vicariati alla politica che lasciano immutato l'ordine delle cose, e senza che si rinunzi alla dote della critica: antefatto logico di ogni libertà. È ancora la storia, infatti, col suo respiro mosso, a dirci che le civiltà avanzano quando le culture si affrancano, per regredire invece quando le idee che contano soggiacciono al potere.

Carlo Ruta, 1996