Archivio sud est

8 giugno 2002

A chi servono gli sconci di Vittoria

 

Aiello sindaco rimane un gran conforto: per le destre legalitarie e no, per i comitati, per le consorterie. Egli incarna un modo d'essere della politica che ha finito con l'accentuare il disagio di Vittoria. Ha dovuto difendere sé e la famiglia, gliene va dato atto. Ma ha mediato, ha condiviso, è sceso a patti. Ed esistono motivi per ritenere che sia andato oltre. E' stato posto reiteratamente sotto accusa, ma ha sempre rifiutato di spiegare, di opporre delle ragioni. In ultimo, con un tardivo atto di stile avrebbe potuto interrompere il tempo del comando, porsi da parte con pacatezza, lasciando ad altri il compito di dirigere una città difficile, dopo sei, sette sindacature, di cui le ultime consecutive, come vuole la legge. Invece no. Rieccolo veemente in piazza del Popolo, ebbro dei voti incettati nei soliti quartieri, al Forcone, al Fanello, a Chiusa Inferno, dove forte arriva il messaggio della società che più ha acceso le cronache degli ultimi decenni. Vittoria, come la maschera che la incarna da tempo, è davvero tragica, infelice.

Di là dalle personali determinazioni, i concorrenti del centrodestra hanno contribuito comunque al risultato. Non hanno inoltrato ricorsi sulla terza candidatura, dicendosi convinti di poter battere Aiello sul campo. Il governo di Cuffaro non si è opposto, benché potesse farlo agevolmente, puntualizzando alcuni paragrafi della legge regionale. Fino all'ultimo la compagine si è mostrata divisa e senza un candidato. E' prevalso in definitiva il disimpegno, e non è la prima volta dal 21 giugno 2001. Uno dei primi atti del governo Berlusconi è stato lo scioglimento del consiglio municipale di Cinisi, a guida diessina, per supposte contiguità mafiose, ma su Vittoria non si è mosso nulla, a onta delle tensioni del passato. Evidentemente, la città delle serre, primo baluardo DS del sud, è un tema troppo importante perchè non si pensi di usarlo negli anni come arma di pressione, prima che alcuni importanti processi alla politica d'affari giungano allo snodo. E la vicenda di Terrasini reca i tempi e i modi corruschi di un segnale.

Sintomatica è al riguardo la prospettiva della Commissione antimafia. Il siracusano Roberto Centaro, che ne è a capo, ha operato lungamente nell'Ippari e nel resto degli Iblei da magistrato. Eletto poi senatore di Forza Italia, è intervenuto ripetutamente sul caso Vittoria. E' stato lui a rendere pubblico il dossier del prefetto Prestipino del 1993. Ha affrontato vicende giudiziarie, uscendone per lo più vincente. Subito dopo l'eccidio vittoriese del 2 gennaio 1999 ha firmato una importante interrogazione in parlamento, in cui nette appaiono le responsabilità municipali, riguardo alla gestione dei mercati. Ebbene, forte delle sue nozioni e dei suoi convincimenti, come mai non si muove adesso che possiede i mezzi, da presidente dell'Antimafia? Centaro è una persona perbene, e il suo passato ne dà conto. Ma è logico ritenere che gli si voglia impedire di essere conseguente. E la medesima influenza si avverte nella Commissione Antimafia dell'ARS, da alcuni mesi presieduta da Carmelo Incardona, esponente della destra legalitaria e figlio di un martire di mafia.

c.r.

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26 marzo 2002

Liria, Sipario, e poi?

Una operazione efficace, quella denominata Liria, promossa a metà marzo dalla Dda catanese, e realizzata sul campo dalla squadra mobile di Ragusa. Importante l'esito: lo smantellamento di una organizzazione albanese-iblea, che muoveva a livello italiano armi, narcotici e prostituzione. Ciò nondimeno necessita un appunto. Nell'area, in particolare nell'asse Modica-Scicli, di certo operano organizzazioni meglio radicate, a direzione iblea. E alcuni elementi di polizia potrebbero esserne a conoscenza, per aver indagato su particolari segmenti, per avere ascoltato delle denunzie, o altro. I magistrati della Dda catanese Fabio Scavone e Carlo Caponcello potrebbero investigare allora in tale direzione, ponendo in campo, come hanno fatto adesso, le notevoli facoltà organizzative e cognitive degli organi territoriali, Ps e CC, che, quando vogliono, sanno intercettare, controllare, utilizzare le tecnologie telematiche, carpire le informazioni che interessano. In particolare, si potrebbe partire da alcune denunzie passate, rimaste curiosamente inascoltate, da alcuni esposti che pare siano pervenuti alla Dda, si potrebbe indurre l'ex boss Pietro Ruggieri a confessare per davvero, e sarebbe per gli Iblei la santabarbara, su taluni imprenditori e notabili che con lui, e non solo, hanno tramato.

Altro appunto merita poi l'operazione Sipario, che a pochi giorni dalla Liria ha sortito nel vittoriese 43 arresti. Dà atto da un lato della forza aggregativa dei gruppi malavitosi nel sud-est siciliano, che da anni appare perfino anomala rispetto quanto avviene in altre aree dell'sola. Dall'altro, una volta ancora, testimonia le notevoli facoltà degli organi di PG, quando decidono di fare risultato. Si perpetua nondimeno un paradosso. A tali successi nell'attività di contrasto alla malavita, più o meno organizzata, corrisponde una patente inefficienza riguardo ai livelli superiori del crimine, a partire dal grande riciclaggio di denaro, che pure, come si evince da numerosi indizi, è nell'area in notevole incremento. I magistrati catanesi della Dda, Fonzo, Caponcello, Licata, e altri, se non vogliono alimentare dubbi e riserve, potrebbero allora decidersi a riordinare, in piena autonomia dalle logiche territoriali e di fazione, la scaletta delle priorità.

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6 aprile 2002

Vittoria. Adesso basta

Lettera alla sinistra

 

Negli Iblei, da anni si assiste a incongrui che tolgono il fiato, che aggiungono danno a danno, orrori a quelli che già si conoscono. Adesso è il momento di dire basta. La ricandidatura di Francesco Aiello a sindaco di Vittoria, per la terza volta consecutiva, costituisce un nuovo, definitivo smacco per la città, che resta con Gela la più tragica d'Italia, e per tutti coloro che, a sinistra e no, credono ancora nei valori della correttezza e della ragione.

La mole degli indizi è impressionante. I riscontri non si contano. Le sedi dell'accusa e del dubbio sono le più varie: magistrati, commissioni parlamentari antimafia, giornali, organi di polizia, prefetti, gruppi di cittadini, uomini di chiesa, associazioni civili, esponenti della cultura. Le condotte che vigono nell'Ippari da oltre un ventennio sono in sostanza note a tutti, al pari degli effetti, calamitosi. Ciò nondimeno, un'accorta trama di scambi consente al politico di Vittoria di fare le regole, sottrarsi a ogni chiarimento, rimanere in auge, forte di un'area moralmente corriva e delle sordine che cingono il sud-est. La cosa è davvero intollerabile.

In realtà, pure negli Iblei mancano guide sicure, mentre l'affarismo, coi risvolti criminosi che si sanno, serra l'area come mai in passato. E in tale notte, che appare interminabile, tutto è possibile. Come altrove in Sicilia e nel paese, il prezzo è manco a dirlo cocente: la disaffezione alla politica, lo scoramento diffuso, in ultimo la débacle del giugno 2001, che ha tolto al ragusano l'attributo, quasi centenario e unico nell'isola, di provincia rossa.

Tutto questo a beneficio dei concorrenti della destra, impudenti quanto basta e sempre meglio inseriti nelle trame affaristiche dell'isola: i fratelli Minardo, divisi fra politica e petrolio; l'ex presidente di regione Giuseppe Drago, che esce da Palazzo d'Orleans con accuse di ladrocinio; il deputato Mauro, sul cui capo pendono decine di reati, dall'associazione a delinquere alla truffa. Tutti vincenti guarda caso, tutti a Roma, a dispetto dei fatti e delle evidenze giudiziarie.

Ci si indigna, a ragione, per la statua del gerarca fascista Pennavaria che il sindaco ragusano vorrebbe imporre alla città, ma curiosamente il dileggio delle regole civili e le soperchierie non costituiscono un problema. E' congruo tutto questo? Ci si mobilita contro gli orridi del passato, che qualcuno vorrebbe stoltamente legittimare, mentre vengono elusi ad arte quelli del presente. Si pensa così, con il cinismo, di riacquistare dignità?

La sinistra iblea, come tutta quella siciliana, vanta una storia, delle culture, tante pagine esemplari. Ne sono state espressioni, a vario titolo, Rosario Cancellieri, Nannino Terranova, Maria Occhipinti, Feliciano Rossitto, Giovanni Spampinato. Possibile che tutto questo non insegni qualcosa? Possibile che, fra un girotondo e l'altro, le idee giuste e la coerenza non abbiano parola?

C. Ruta

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29 dicembre 2001

Trionfi virtuali e silenzi

Da tempo, a ogni apertura di anno giudiziario e in altre circostanze vengono rimarcati, da Ragusa a Catania, i successi conseguiti dagli organi di PG iblei contro il crimine. Si tratta tuttavia di protocollo, giacché è notorio che le cose, quando non intervengono fattori esterni, vanno diversamente, vigendo nell'azione cosiddetta di contrasto dei precisi distinguo. A titolo di promemoria, e senza andare al tema della grande illegalità finanziaria, rispetto al quale magistratura e organi di polizia dell'area si producono in un interminato nulla, e di cui si dà conto altrove, è bene allora annotare alcuni casi, che restano irrisolti, mentre sembrano valere logiche spiazzanti.

Art. 55 del c.p.p., primo comma

La polizia giudiziaria deve, anche di propria iniziativa, prendere notizia dei reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant'altro possa servire per l'applicazione della legge penale.

Il 25 febbraio 1997 viene denunziata la scomparsa dell'imprenditore vittoriese Carmelo Di Martino, già arrestato, con il fratello Matteo, nell'ambito dell'operazione Squalo. Sono ambedue persone influenti, inserite nella città che conta, legate a politici e a elementi delle istituzioni. L'automobile, recante tracce di sangue, viene trovata dentro l'ortomercato di Vittoria. Seguono indagini blande. Come è tradizione, corrono voci di contese sentimentali. Corroborato dal vuoto investigativo, sulla vicenda cala infine il silenzio.

Il 10 settembre 1998 nelle campagne dello Sciclitano, nei pressi di Donnalucata, viene trovato il corpo di un uomo carbonizzato e incaprettato. I carabinieri del comando modicano e il commissariato di PS recano l'onere di far luce sul fatto e di ricercare i colpevoli. Risultato: non si giunge nemmeno all'identificazione dell'ucciso. Appena sei mesi dopo erompe drammaticamente il caso Scicli, con un crescendo di attentati e agguati.

Il 24 agosto 1999 viene ucciso a Donnalucata il venditore ambulante Carmelo Alessandrello. Nei giorni successivi viene arrestato l'imprenditore edile Guglielmo Nigro, per concorso in omicidio con ignoti, ma viene rapidamente scarcerato. L'esito delle investigazioni rimane pressoché nullo, riguardo al movente, ai mandanti, agli esecutori.

Il 22 marzo 2000 viene ucciso a randellate Filippo Aiello, ex prete, fratello di Michelangelo, già sindaco di Bagheria e inquisito per traffico internazionale di narcotici e di valuta. L'omicidio avviene nei pressi di Acate, entro la proprietà agricola che la vittima ha amministrato dai primi anni ottanta. Il caso imporrebbe delle indagini importanti, alla volta degli interessi dell'ovest che vanno posandosi nell'area. E in tale direzione sembra voler puntare la DDA catanese. Ma curiosamente, "convinti" che il grande crimine non possa usare randelli per compiere delitti, negli Iblei prevale e vige tutt'oggi la pista più vaga: quella dei balordi, che avrebbero ucciso per caso. In definitiva, a quasi due anni dal fatto, tutto è fermo.

Il 24 marzo 2000, due giorni dopo l'assassinio di Filippo Aiello, viene trovata morta, attinta da un colpo di pistola, Emanuela Sansone, convivente di Gaetano Dominante, figlio di Carmelo, capo storico della mafia vittoriese. Il delitto avviene nell'appartamento della vittima, al terzo piano di uno stabile di Scoglitti. Si può ipotizzare un atto seguenziale, o addirittura una replica rispetto a quanto avvenuto due giorni prima. Si può ipotizzare poi lo scenario di una vendetta, nell'intimo della compagine dell'Ippari. E sembra che per la direzione distrettuale catanese siano queste le piste da seguire. Gli organi di PG iblei paiono tuttavia di altro avviso, avanzando pure l'ipotesi balzana del suicidio: per via della pistola che è stata ritrovava accanto al corpo. In realtà, chiunque è in grado di capire la logicità dell'abbandono dell'arma dopo la detonazione, dovendo l'uccisore scendere tre piani. In conclusione, pure in questo caso gli esiti sono desolanti.

Il 28 gennaio 2001 nelle campagne di Acate che volgono al Nisseno, in contrada Fondo Valle, viene ucciso e dato alle fiamme Giovanni Cutelli, dentro l'azienda agricola del barone palermitano Arone di Valentino, presso cui la vittima, persona onesta, ha lavorato come fattore. Anche stavolta, sarebbe logico scandagliare lungo varie direttrici, tenendo conto anzitutto degli interessi del centro-ovest che vanno concentrandosi nell'area. Come nel caso di Filippo Aiello, resta unica invece la pista dei balordi, nella fattispecie di una banda d'immigrati. A onta delle ostentazioni, i risultati sono incongrui.

Si potrebbe ovviamente continuare, ma i casi esposti bastano a rimarcare i tarli della PG nel sud-est dell'isola, che pure schiera oltre milleduecento operativi e dispone di mezzi all'avanguardia.

 

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24 settembre 2001

Scicli: il "piromane" e la mafia

 

Finalmente, si è riusciti a sorprendere sul fatto un individuo, tale Calabrese, pregiudicato, mentre cercava di dare fuoco a un impianto balneare dello sciclitano. E' la prima volta che accade, dopo tre anni di atti incendiari: in media uno ogni dieci giorni. Ma attenzione alle false piste. Nelle cronache si dice disinvoltamente di un piromane, dando al termine una evidente cifra riduttiva. Ma si tratta in realtà d'altro, e i risvolti, solo se si volesse, potrebbero essere notevoli. Il Calabrese è semplicemente una pedina, un modesto esecutore fra i tanti che a Scicli, in particolare a Iungi, sono in grado di compiere simili atti. E' stato tuttavia preso, e la cosa costituisce una smagliatura in quella complessa macchina d'interessi che è la mafia sciclitana. In sostanza, si potrebbe essere prossimi a una svolta. Con delle indagini idonee, si potrebbe arrivare presto ai nomi "importanti", da tanti largamente immaginati, che stanno dietro a una lunga serie di atti, omicidi e ferimenti inclusi, dalla metà degli anni ottanta ai nostri giorni. Ma se, per partito preso, si sceglie la pista sbagliata, se si indugia cioè a considerare quanto è avvenuto a Scicli in questi anni opera di incendiari per capriccio, non importa se isolati o con complici, evidentemente c'è, una volta ancora, qualcosa che ostruisce.

 

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23 settembre 2001

Vittoria, una storia che ritorna

Il caso Vittoria ritorna al centro della politica iblea, e in qualche modo siciliana. Alle elezioni del maggio scorso è stata tensione nel centrosinistra e in particolare entro i DS sulle candidature al senato. I segnali che arrivavano da alcune realtà nazionali, filtrati dal segretario siciliano dei DS, erano univoci: costi quel che costi il primo cittadino di Vittoria Francesco Aiello non va candidato. Non venivano espressi i motivi, ma tutti in fondo conoscevano la materia. E un editoriale visivo del "Diario" di Deaglio, indotto probabilmente da ambienti del centrosinistra, e fors'anche dei DS, su una presenza giudicata anomala di piazza Dante Alighieri, dava l'input decisivo. Aiello non è stato candidato. Cosa non da poco, in quanto a determinazione, se si tiene conto che il politico dell'Ippari è stato eletto sindaco, quattro anni fa, con il settanta per cento dei voti. Si sapeva ovviamente che si sarebbe dovuto pagare un prezzo. E il saldo è arrivato puntuale con la debacle elettorale nell'Ippari, che si è aggiunta a quella che la sinistra ha conosciuto nell'isola e nel paese tutto.

Adesso la questione si ripresenta per le candidature alla provincia. La parola d'ordine, che giunge da varie dirigenze di partito, regionali e nazionali, rimane quella di fermare, con la dovuta prudenza, il politico vittoriese, sicuri peraltro che si è ormai allo snodo. Ancora una volta, le cose non evolvono però nella chiarezza. A motivi legittimi di critica, che trovano riferimenti in particolare nelle aree giovanili dei DS, si sovrappongono infatti calcoli privati e di fazione, che vanno esplicandosi con un crescendo di mosse proditorie. Gli esiti saranno quindi deleteri.

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21 agosto 2001

Agguato di mafia nell'Ippari

Nel pomeriggio del 18 agosto, è avvenuto a Vittoria un ennesimo fatto di sangue. In un agguato ha perso la vita Giuseppe Privitera di 20 anni, è stato gravemente ferito Giuseppe Nigito di 32 anni, originario di Niscem e da decenni residente nell'Ippari con la famiglia, mentre un terzo giovane è riuscito a sfuggire al fuoco degli attentatori, che evidentemente volevano la strage.

Una prima sommaria lettura fa ritenere che gli attuali reggenti della compagine che si richiama a Carmelo Dominante abbiano voluto colpire, ancora una volta, il gruppo che da tempo ne contesta maggiormente l'autorità, riconducente ai Russo di Niscemi e guidato dai fratelli Nigito, decisi a conquistare in città la supremazia nel traffico dei narcotici. Notevoli sono peraltro le analogie con la strage, anch'essa tangibilmente dimostrativa, del luglio 1996, quando tre giovani vittoriesi contigui ai Nigito e ai capimafia di Niscemi furono ritrovati uccisi nei pressi di Vizzini.

In definitiva, i boss vittoriesi hanno dato prova di saper governare il territorio e le situazioni di fuoco, come è peraltro nella tradizione. A dispetto dei blitz, delle centinaia di arresti e delle rassicurazioni ufficiali a più livelli.

 

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12 luglio 2001

Il segreto di Scicli

La mafia sciclitana insiste a percuotere, ponendosi in città come il vero ceto dirigente: forte di complicità ufficiali, non soltanto iblee, e di tutele omertose a più livelli. Dopo decine di attentati firmati in pochi mesi nell'area urbana, nelle contrade attigue e nel comprensorio modicano, sono di questi giorni le minacce a vari esponenti municipali e un duplice incendio alla coop Risorgimento. Come è tradizione, tutto avviene con impudenza e puntualità, perché il segnale arrivi nitido alla città "normale", che negando a sé medesima ogni ragione per insorgere, minimizza, depista, tace: anche quando vanta resistenze e impeti civili.

Gli attentati più recenti non recano ovviamente agganci con il processo Firefox, che nasce da un sapiente escamotage e non tocca la sostanza del bubbone, saldamente ancorato alla città. La mafia di Scicli, recante il crisma d'un modello nel sud-est siciliano, è un intrico organizzato di economia, politica, istituzioni. Muove cocaina e prostituzione d'alto bordo. Controlla consorzi, finanziarie, pezzi importanti di antiracket. E' perciò nelle cose che da talune parti si faccia finta di non capire.

 

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10 luglio 2001

La Sicilia dopo il 24 giugno

In Sicilia, dopo il sessantuno a zero alle politiche del 13 maggio, come era nelle cose le destre hanno vinto a iosa le elezioni per il rinnovo dell'assemblea regionale. Gli uomini palermitani di Berlusconi, coordinati dal Micciché, hanno avuto in realtà buon gioco, dichiarando propositi scanzonati e amorali quanto basta, intonati ai tempi e volti a modernizzare comunque in una certa direzione, con il rientro in corsa di risorse finanziarie e "umane" che le Dda, con lo strumento delle confische in particolare, avevano indotto a ripiegare.

Bisognava ovviamente eliminare all'interno quanto potesse costituire impedimento, e per cautela richiamare all'ordine. Di qui l'allontanamento dalla politica della palermitana Cristina Matranga, in fondo speculare a quello della Parenti e della Maiolo in Lombardia. Hanno goduto invece di ogni riguardo Gaspare Giudice, Giuseppe Firrarello e il ragusano Mauro, sui quali gravano importanti procedimenti giudiziari.

In definitiva, un ceto motivato, diviso fra l'economia e la politica, esprimente comunque una avventurosa congerie d'interessi, e capace di incettare consenso in tutti i gangli della società, può governare adesso la Sicilia a tutto campo. Si slargano quindi gli orizzonti che furono dei governi Provenzano e Drago, quando pure hanno assunto sostanza politica alcune rivendicazioni di rottura, oggi al rilancio, come la riduzione di prezzo dei prodotti petroliferi in Sicilia, il recupero edilizio delle coste, il casinò a Taormina e in altri siti. E la nomina di vice ministro dell'economia conferita a Gianfranco Micciché, a testimoniare la condivisione del governo Berlusconi, certo aiuterà l'iter dei siciliani.

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Editoriale 15 aprile 2001

Perché non sia il silenzio

Negli ultimi anni ho scelto di affiancare agli studi storici e letterari che mi impegnano nell'ordinario un iter di analisi "sul campo" riguardanti alcune realtà della Sicilia. Il percorso, scandito da alcuni libri d'inchiesta, si dipana in particolare dal sud-est, beneficiando di conoscenze dirette e al seguito comunque di numerosi riscontri e valutazioni.

Da oltre un secolo quest'area viene presentata come esente o comunque toccata appena di riflesso dai fenomeni sociali degenerativi che si sono espressi in altre parti dell'isola. Invece, di là dal mito, ha solo saputo nascondere il bubbone: che nell'ultimo Novecento ha avuto però modo di mostrarsi a più livelli, talora con il fragore degli eccidi.

Le lesioni civili che interessano il sud-est richiamano beninteso la storia, che sarà motivo di una pubblicazione prossima, e, più da vicino, lo sfondo economico, politico e istituzionale, che ho cercato di vagliare lungo varie direttrici. Nel computo degli ultimi decenni, il quadro delle responsabilità, dirette e no, si conferma in ogni caso rilevante, e nondimeno coerente con le sordine dell'area, che reggono in definitiva al clamore dei fatti, alle statistiche, alle stesse evidenze giudiziarie.

 

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15 aprile 2001

Allarme a Pozzallo

Un imprenditore modicano nel mirino della mafia

Nel più assoluto silenzio, e senza che sia scattata finora alcuna protezione da parte degli organi preposti, un imprenditore quarantanovenne di Modica, Natale Massenzio, titolare di un'azienda di prodotti per l'agricoltura situata a Pozzallo in contrada Pantanelli, sta vivendo con la sua famiglia momenti drammatici. Dal novembre 2000 è vittima infatti di una incredibile sequela di attentati e azioni malavitose in genere, che riconducono evidentemente a un unico disegno criminale.

Le logiche non appaiono quelle del racket estorsivo: evocano bensì una strategia del terrore, opera di menti raffinate, volta a debilitare e a coartare l'imprenditore modicano, che evidentemente viene considerato da taluni un pericolo o comunque un ostacolo per il raggiungimento di determinati scopi.

Non mancano beninteso indizi, che portano a realtà del comprensorio modicano dove notevole è la contaminazione delle consorterie mafiose. E a maggior ragione appare inquietante che per cinque mesi Natale Massenzio sia stato lasciato solo a sostenere tali assalti. Bisognerà attendere il peggio prima che qualcuno intervenga?

 

 

Atti malavitosi e attentati subiti da Natale Massenzio presso la sua azienda di prodotti per l'agricoltura, ubicata a Pozzallo in contrada Pantanelli.

Notte 16-17 novembre 2000. Nel piazzale retrostante il magazzino, vengono incendiati un'autovettura del titolare, una catasta di legname, alcuni sacchi di concime.

Notte 13-14 febbraio 2001. Qualcuno riesce a introdursi all'interno del locale, danneggiando un'ondulina in cemento, senza tuttavia asportare alcunché: impedito probabilmente dall'entrata in funzione del sistema d'allarme.

Notte 14-15 febbraio 2001. Ignoti danneggiano con un coltello un rotolo di plastica per uso agricolo adagiato sotto la tettoia adiacente il magazzino. Inoltre vengono versati nel terreno cinque tonnellate di concime Liqui-fertflus contenuto in quattro cisterne di plastica.

Notte 26-27 febbraio 2001. Qualcuno cerca d'introdursi nel magazzino. Recatosi al lavoro, il titolare scorge infatti due aperture nel tetto, danni a una finestra, alla rete metallica di recinzione, a un rotolo di plastica.

Notte 2-3 aprile 2001. Ignoti forzano il lucchetto di chiusura del cancello d'ingresso esterno, una delle due porte d'ingresso scorrevoli, sfondano il tetto e, neutralizzando il sistema d'allarme, scendono con una scala di legno all'interno del magazzino, da cui asportano merce, soprattutto fitofarmaci, per un valore di ventiquattro milioni di lire.

10 aprile 2001. Nell'orario di chiusura del primo pomeriggio ignoti danno fuoco a circa tre metri cubi di legname accantonato nel piazzale retrostante il magazzino, e a sei cisternette contenenti concime liquido biologico.

12 aprile 2001. Nella tarda mattinata ignoti danno fuoco a sterpaglie e trucioli di legno all'interno dell'azienda. Gli operai si accorgono di quanto sta accadendo e riescono a spegnere le fiamme prima che arrechino danni alle strutture e alle merci.