Giugno 2004

Intimidazioni personali, episodi oscuri, rappresaglie, in una intervista rilasciata ad "Accadeinsicilia" dal veneziano Franco Tandin, piccolo azionista dell'Antonveneta

 

Come azionista e conoscitore dell'istituto di Padova, come ha assimilato la vicenda Carbone-Confisi-Antonveneta?

Quando ho acquisito i documenti, la cosa mi ha colpito ma in un certo senso non mi ha stupito, perché il modo di fare della banca, sia localmente sia a livello nazionale, è molto spregiudicato. A livello locale, è riscontrabile che da parte dei clienti c'è una sudditanza assoluta. Si ha paura di denunziare certi atteggiamenti. A livello italiano, da socio, ho dovuto prendere atto che le politiche di gestione e di sviluppo, lungo la linea tracciata da Silvano Pontello, già uomo di Sindona, vengono portate ben oltre i limiti consentiti. Poi, conoscendo il clima che corre nel sud, e non solo nel sud, è nelle cose che determinati modi di essere possano sfociare in fatti di assoluta gravità. Ed è davvero sintomatico che, malgrado sia trascorso oltre un anno, la magistratura siciliana non abbia prodotto atti conseguenti.

Lei, piccolo azionista di una grande banca, in un contesto tanto opaco, come si sente?

Mi reputo uno dei contestatori storici della banca, e come tale non posso che provare frustrazione, dal momento che tutto viene confezionato a priori, a beneficio di una élite votata al raggiro e alla malversazione, che tuttavia pretende e riesce a ottenere dalle assemblee un consenso bulgaro. La realtà è che i piccoli azionisti, che costituiscono l'effettiva maggioranza della proprietà bancaria, non hanno mai avuto alcuna possibilità di controllo sulle scelte dirigenziali. Non hanno mai contato nulla. E per quel che mi riguarda ho sempre trovato davanti un muro impenetrabile, fatto pure di acquiescenze e sottomissioni. Esiste certo l'associazione "Azionisti Antonveneta", che potrebbe e dovrebbe raccogliere i reclami dei piccoli investitori e della società civile, ma non ha mai fatto un'opposizione coerente, trovandosi vocata di più al compromesso.

A causa delle sue denunzie ha subìto ritorsioni da parte dei vertici bancari?

Vede, nel Veneto conviene che tutto taccia, che tutto venga smorzato in silenzio, mentre si trae il massimo beneficio dal dominio pressoché incontrastato sui mezzi d'informazione regionali. In sostanza, qui le rese dei conti non si fanno uccidendo fisicamente, come può accadere in altri territori, e il caso Carbone in tal senso potrebbe insegnare qualcosa, ma annientando economicamente.

Per quello che ha fatto quindi non si è sentito mai in pericolo?

In pericolo no, per quello quanto detto sopra; non sono mancati tuttavia momenti "particolari", in cui ho provato disagio e inquietudine. Potrei dirle che in una occasione, intorno al 2002, mi sono trovato pesantemente minacciato addirittura dal direttore generale dell'istituto, dottor Bruno Bianchi. Tenga presente che molto spesso mi trovo nei piani alti dell'Antonveneta, per acquisire atti o inoltrare reclami presso il collegio sindacale. Ebbene, quella volta sono stato convocato a sorpresa dal Bianchi che, dopo aver chiesto cosa volessi, mi apostrofò con queste parole: "Lo sai che io ti posso rovinare?", con un fare allusivamente provocatorio che mi è giunto come una minaccia di morte. Tanto che risposi d'impeto: "Io non ho paura di morire, in fondo non ho nulla da perdere". Al che, il direttore generale si è subito "corretto", dicendomi che non dovevo dire cose simili. Evidentemente lo avevo disarmato.

Chi è e cosa rappresenta Bruno Bianchi dentro l'Antonveneta?

Bianchi, di scuola sindoniana, è stato il braccio destro di Pontello. Ed è lui ad esprimere oggi l'aspetto più avventuroso dell'Antonveneta. Reca un potere non indifferente perché, oltre a incarnare al meglio la continuità di una linea, è, con la signora Martini, che è stata la segretaria di Pontello, il maggiore depositario dei segreti della banca. E' in sostanza il dirigente che dà gl'input a una certa dirigenza intermedia, cui vengono richiesti servizi "particolari", opportunamente ricambiati.

Qual è in sostanza la sua idea su Silvano Pontello, in relazione alla banca Antonveneta?

Pontello è stato un uomo potente, che ha potuto avvalersi di coperture importanti, tanto a livello politico-governativo quanto a livello giudiziario. Recava in realtà un peso ricattatorio enorme: pagava tutto e tutti. E' riuscito a riunire i soci forti con quelli deboli. Ha saputo raccordare i propri disegni con quelli strategici di una delle maggiori banche mondiali, l'olandese Abn Amro. E' riuscito a legare i club della Delta Erre, concedendo agli associati crediti fuori misura, che assommano oggi a più di seimila miliardi di lire. E' riuscito a introdursi da protagonista nell'affare Telecom. E non è poco. Recava certamente un carisma, che però non mi ha mai convinto, trattandosi del carisma di boss e non di quello di un banchiere. Era comunque una persona cauta, che aveva imparato tanto dalla vicenda Sindona. Era in grado di capire le cose, di preservare la propria autorità. Diceva che nel governo della banca gli tornavano più utili diecimila "soldatini" che cento "ufficiali", nel senso che non intendeva dividere il suo potere reale con nessuno. E in effetti comandava a tutto campo, dal momento che neppure il presidente Dino Marchiorello osava opporsi alle sue direttive.

Per farsi una simile idea di Silvano Pontello, si direbbe che lei lo abbia conosciuto personalmente, che abbia avuto modo di studiarlo.

Per risponderle le racconto un episodio, che le darà modo di comprendere alcuni aspetti, rigorosamente in ombra, del personaggio. Nell'aprile 1996, quando era in corso la fusione fra la Banca Antoniana e la Banca Popolare Veneta ebbi modo di incontrare Pontello, cui accennai dei torbidi riguardanti la Popolare, guidata da Antonio Ceola. Gli dissi in particolare delle trame dell'Icomsa Partecipazioni sul terreno delle tangenti, convinto per altro che l'Antoniana fosse esente da simili coinvolgimenti illeciti. E la cosa dovette suscitare qualche timore al Pontello, se poco dopo, alla vigilia della fusione, mi trovai convocato nel suo ufficio. Ricordo che, di primo acchito, mi chiese quali erano le ragioni che mi avevano spinto a cercarlo e a dirgli di quelle cose. Gli risposi, d'impeto, che intendevo lanciare una mia sfida personale ai poteri loschi del Veneto. Richiese e ottenne infine il mio numero di telefono. Ci salutammo. Passò qualche giorno, e venni a sapere da un amico, dirigente di una ditta di trasporti della banca, Franceschini, che il Pontello aveva chiesto informazioni sul mio conto. Voleva sapere se fossi o no un faccendiere. Il mio amico gli disse che ero una persona perbene. Ebbene, alcuni giorni dopo mi arrivò una strana telefonata da parte di un individuo anonimo che, mostrandosi a conoscenza dei colloqui con Pontello, mi propose un incontro presso un bar di Piove di Sacco, senza chiarirne le ragioni. Avvertii però che potesse trattarsi di una trappola, quella volta sì. Quindi non ci andai.

Ma Piove di Sacco, non è un'amena cittadina fra Padova e Venezia?

Sicuramente sì, ma, come tante altre aree tranquille del Veneto, reca un sottofondo. Nel periodo di cui stiamo parlando, era per esempio una delle aree "infeudate" alla banda di quel Felicetto Maniero, che, come attestano gli atti giudiziari, intrattreneva rapporti con prestigiose sedi bancarie, a partire da quelle svizzere dell'Abn Ambro. Certamente, non so se tutto questo possa avere un nesso con l'episodio che ho narrato. In ogni caso ho ritenuto opportuno non recarmi a quello strano appuntamento.

Oltre la sua esperienza personale, esiste nel Triveneto un'area di dissenso e di denunzia? Esiste un impegno della magistratura?

Le posso dire che sui segreti di certa finanza del nord-est le informazioni corrono, per certi versi costituiscono addirittura un patrimonio comune, ma curiosamente si "fermano" sulle scalinate dei palazzi di giustizia e nelle anticamere dei giornali "ufficiali". E lei certo capisce cosa intendo dire. Non sono mancate tuttavia esperienze di effettiva opposizione. Per farle un esempio, potrei dirle del professor Ettore Bentsik, ex sindaco di Padova ed ex presidente della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Sicuramente ha cercato di contrastare i grandi poteri occulti del Veneto, incardinati attorno all'holding bancaria di Padova e alla Delta Erre. Ugualmente, un oppositore è stato, ed ha pagato per questo, l'ex direttore della Fidia Farmaceutici, il dottor Francesco Della Valle, per il quale "c'è più mafia in Veneto che a Palermo".

Intervista a cura di Carlo Ruta

Per contatti con Franco Tandin, cell. 348-2300483