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18 luglio 2004 Un documento d'eccezione: minacce e ricatti di Bruno Bianchi, direttore vicario dell'Antonveneta, in nome e per conto di Silvano Pontello. Le parole testuali di Bruno Bianchi, già braccio destro di Silvano Pontello e attuale dirigente dell'Antonveneta, rivolte ad Armando Zagari, condirettore della Banca Popolare Cooperativa di Palmi, nel corso di una conversazione cruciale avvenuta il 6 novembre 1996, prima che tale istituto venisse assorbito dal gruppo padovano, già lanciato verso il top bancario nazionale. Offese, provocazioni, atteggiamenti ricattatori, minacce a cielo aperto, che testimoniano, come l'intervista che segue subito dopo, la storia fosca di tale acquisizione.
Il colloquio, presenti Bruno Bianchi, Armando Zagari e Gualtiero Morato, quest'ultimo amministratore delegato dell'Antoniana Veneta, avviene il 6 novembre 1996 presso l'ufficio fidi della ex Banca Popolare Cooperativa di Palmi. Motivo della riunione è la "proposta" che Silvano Pontello, potente direttore generale dell'istituto di Padova, ha rivolto a Zagari perché rassegni le dimissioni da condirettore della banca calabrese, dietro alcune contropartite. L'alternativa è il licenziamento in tronco. Sin da subito, Bianchi si mostra perentorio: “Allora, il dottor Pontello aspetta una risposta: o sì o no". Zagari, consapevole del destino che va profilandosi, chiede tempo. Dice di voler parlare con la famiglia, per sentirsi rispondere dal Bianchi: "No ...no... lasciamo stare la famiglia ... lei ne aveva già parlato con la sua famiglia, è un bel po’ di tempo che parla". E ribadisce: “il dottor Pontello le ha chiesto semplicemente di dire sì alla sua proposta o no. Se è sì va bene ed eventualmente qualche limatura si trova, se è no, non c’è problema. Le abbiamo dato la possibilità ...". Il condirettore della Popolare di Palmi ribatte: “Questo equivale a un ricatto bello e buono?". E Bianchi, imperturbabile, replica: “Lo chiami come vuole". La discussione procede animatamente. Bianchi riepiloga i termini della contropartita proposta da Pontello alle dimissioni "volontarie" di Zagari entro il 30 novembre 1996: un contratto di collaborazione di quattro anni, per 70.000.000 di lire lordi ogni anno, perché il condirettore della Popolare di Palmi possa "salvare la faccia", e l'assunzione di due figlie del medesimo presso agenzie del nord, con uno stipendio iniziale di 1.800.000 nette al mese, con la possibilità del loro trasferimento al sud dopo un periodo di formazione. Precisa poi: " l’alternativa a questa situazione lei sa benissimo qual è ... una lettera di licenziamento che arriva entro una settimana". A voler marcare il rilievo intimidatorio, avverte inoltre che in proposito ha già sentito i legali della banca. Dopo altri convulsi passaggi, Zagari accusa: “... questo tipo di discorso equivale a quello del più mafioso della zona che viene qui e mi dice: 'se tu non mi dai la tua macchina per 300.000 lire io te la faccio saltare'. Allora io che cosa faccio? Mi devo pigliare le 300.000 lire perché sennò me la fa saltare con tutte le conseguenze". Ma a tale affermazione Bianchi non si scompone: “lei non vuole ascoltarmi, perché anche prima le ho detto che non siamo abituati a parlare a vanvera ...". Più avanti, compreso di avere portato l'interlocutore alle corde, Bianchi cambia tono, dicendosi disponibile a "intercedere" presso il direttore generale dell'Antoniana, perché alcune divergenze di fondo vengano risolte. Spiega in particolare: "Se lei dice sì a questa linea io dirò al dottor Pontello: 'Tenga presente che Zagari in qualche modo vorrebbe essere un po’ agevolato visto che tutto sommato si è trovato costretto a fare questa scelta'. Ecco che allora si può aprire uno spiraglio, perché me lo gestirò io l’uomo, vorrà dire che le dimissioni anziché il 30 novembre, troveremo il modo di spostarle un poco". Consapevole del corso spregiudicato che va seguendo l'operazione Palmi, e dei pericoli conseguenti sotto più profili, malgrado le vicinanze istituzionali, Bianchi rimbrotta pesantemente Zagari per aver introdotto, come è in realtà legittimo, un avvocato nella vicenda. Quindi lancia all'interlocutore precisi avvertimenti sulle condotte da tenere, perché siano improntate al massimo riserbo. Dice: “... io non posso venire da Padova, alzarmi al mattino alle 7 in albergo e sentirmi avvicinare dall’avvocato del Comitato di Sorveglianza che mi fa tutta una serie di discorsi che avevo fatto per telefono con lei ieri mattina. Queste sono cose che vanno trattate con riservatezza, per cortesia. ... A me del commissario, dell’avvocato Leprux non me ne frega un cazzo, giusto? ". E alle giustificazioni di Zagari, Bianchi, dopo aver chiosato la presenza del legale con un perentorio "non ci rompa i coglioni!", si chiarisce meglio: “Io le dico solo una cosa, a me che un estraneo che non conosco ci venga in mezzo a rompere le palle ... per perorare una causa che non è sua e su cui non ha nessun tipo di competenza, mi dà estremo fastidio. L’ha fatto con me, se lo avesse fatto col dottor Pontello le posso garantire che non sarei qua a parlare io eh! Lei avrebbe già la lettera di licenziamento in mano, questo se lo stampi bene in testa ...". Zagari cerca di far capire al Bianchi e al Morato che dopo decenni di onesto servizio alla Popolare è assurdo che finisca così, recando una dignità da difendere, dinanzi alla famiglia e al paese. Al che Bianchi incalza: “Ma pensi ai fatti suoi invece che al paese ... qui siete abituati a parlare sempre dei cazzi degli altri e non dei vostri", e aggiunge, con la medesima tracotanza: " allora, a questo punto vada in paese a dire 'le mie figlie sono a spasso' ...perché l’alternativa è solo questa". E quando Zagari ribadisce la volontà di intraprendere un'azione legale, che comporterebbe oneri anche per l'Antoniana, l'uomo di Pontello ammonisce: “non ce ne frega niente di questo discorso, quel che costa costa.. siamo disposti anche a spendere 2.000.000.000 di causa". Indifferente alle ragioni dell'interlocutore poi minaccia ancora: “Zagari, è inutile che stiamo qua a perdere tempo ... se è così venerdì lei ha la lettera a casa, non solo a casa.. di sicuro va anche in piazza, non ci sono alternative". Il condirettore della Popolare di Palmi fa presente di sentirsi in estrema difficolta, ma Bianchi è irremovibile: “Non me ne frega niente", e rilancia la proposta: "se mi dice invece cosi, e mi capisca per l’ultima volta, troveremo il sistema a pizzichi e a bocconi di fare cedere il dottor Pontello da certe cose per venire incontro alle sue esigenze. Ecco punto e basta ... dimissioni e via!". Prostrato dalla situazione, tanto da meditare possibili risvolti autolesionistici, Zagari comprende di non avere alternative, e chiede solo una soluzione onorevole. Ma Bianchi lo minaccia ancora, introducendo una inquietante allusività: “Mi scusi ... se usciti da qui vengo a sapere, perché abbiamo anche noi altri sistemi, che qualcuno già conosce queste cose ... padre, figliolo, spirito santo, non me ne frega più un cazzo di Zagari Armando". E ribadisce: “.. ci sono due modi per andare via: o così (cioè con le dimissioni) o con lettera di licenziamento". Poi, per dissuadere definitivamente lo Zagari circa una possibile azione legale torna ad agitare lo spauracchio della fame, dicendogli: "lei ha bisogno di mangiare in questo periodo". Il condirettore della Popolare si piega a quel punto al ricatto dei padovani. Temendo tuttavia il verificarsi di imprevisti, in ordine ai segreti dell'operazione, Bianchi precisa: "Restiamo d’accordo sul discorso del contratto di consulenza, che imposterei come un accordo tra Banca Antoniana Popolare Veneta e lei in esclusiva, nel senso che non si deve sapere nulla in giro, da nessuna parte". In ultimo, la ciliegia sulla torta. Pontello e Bianchi hanno motivi fondati per temere che la frequentazione della banca da parte di Zagari, seppure regolata da un contratto di consulenza esterna, possa arrecare problemi non indifferenti, e aprire addirittura delle sbavature. L'operazione Calabria, come le altre contestuali e successive nel paese tutto e nel sud in particolare, presenta aspetti "irregolari" e l'ormai ex dirigente della Popolare rimane un potenziale nemico. Bianchi detta quindi le regole all'interlocutore, con la consueta spregiudicatezza: "Nel merito di questo contratto, si tratta di recuperare, in qualche modo, le sue esperienze professionali in tema di gestione di sistema informatico al fine di garantire il mantenimento di questo cazzo di sistema in caso di problemi". Intima tuttavia a Zagari di allontanarsi definitivamente dalla banca, in senso fisico, asserendo che la sua presenza non è più necessaria: "Se la società in qualche modo ritiene di poterla consultare telefonicamente lo fa, però la premessa di tutta questa cosa è un’altra: in banca lei non deve più venire". La riunione può procedere quindi con la stesura materiale e la firma del "contratto". Carlo Ruta
3 ottobre 2004 Su uno stage calabrese dell'Antonveneta
Riceviamo dalla Calabria una lettera tanto breve quanto significativa sullo stage realizzato nella regione dall'Antonveneta nel biennio- 2002-2003, con il contributo determinante della Regione e dell'Unione Europea. Ne è autore, ancora una volta, uno stagista. Eccone il contenuto: Caro direttore, lo stage calabrese di cui ho fatto parte ha mandato in rovina parecchia gente, esclusa come me dal progetto, senza nessuna motivazione: gente che ha lavorato in cassa, come me per 14 mesi a Siderno, svolgendo regolarmente funzioni di cassa, in piena e totale autonomia (le buste di cassa sono firmate), con uno stipendio regionale di 2 euro lorde l'ora. Si può fare sfruttare la gente così da questi emeriti delinquenti? Alessandro Si tratta evidentemente una una storia opaca, costruita sul bisogno di lavoro che interessa i giovani calabresi e di altre regioni del sud d'Italia. Ma quello che più serve evidenziare, e questa è la risposta che si può dare ad Alessandro e a tutti coloro che sono stati rimossi, è il disimpegno di chi per compiti istituzionali dovrebbe indagare e assumere dei provvedimenti sul caso. Non è ammissibile che delle persone vengano assegnate a compiti di alta responsabilità in cambio di due euro lorde l'ora, per essere infine allontanate in tronco. E si tratta solo di un aspetto di una vicenda recante, come segnalava lo stagista di Cosenza, numerose sfaccettature, che richiamano un affarismo assai protervo. In sostanza, cose da capire ce ne sarebbero tante. E le due lettere pubblicate ne danno sufficientemente conto. Se esiste allora, come dovrebbe esistere, una magistratura in Calabria, cosa aspetta a darsi da fare? Infine, rivolgiamo l'invito ad altri calabresi a testimoniare, indirizzando ad accadeinsicilia@tiscali.it, perché la vicenda, indice di certe condotte bancarie nel sud e non solo, venga resa pubblica in ogni senso. C.R.
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