3 ottobre 2004

Antonveneta. La cronaca di una faccenda strettamente riservata che coinvolge l'amministratore delegato Piero Luigi Montani e il direttore vicario Bruno Bianchi. Rivelazioni dell'azionista veneziano Franco Tandin.

 

L'episodio, assai significativo delle tattiche e delle consuetudini dell'Antonveneta, cade il mercoledì 5 maggio 2004, tre giorni prima dello svolgimento dell'assemblea dei soci per l'approvazione del bilancio. Ne è sede l'edificio direzionale della banca, a Padova, fra il piano terra, dove sosta e si muove molta gente, in entrata e in uscita, e l'ottavo piano, dove sono sistemati gli uffici che contano, come quello dell'AD Piero Luigi Montani e quello del potente direttore vicario Bruno Bianchi. A farne la cronaca è un testimone diretto: il veneziano Franco Tandin, piccolo azionista dell'istituto padovano, che si batte da anni contro un certo far banca, che richiama i modi d'essere di Silvano Pontello, già braccio destro di Sindona. Tandin comincia il suo racconto.

"Il 5 maggio di quest'anno mi ritrovo presso la sede centrale della banca per l'assemblea ordinaria in seconda convocazione, che è andata deserta. Allora ne approfitto per andare a richiedere il bilancio di Interbanca. E in attesa di riceverlo, cosa alquanto disagevole per gli ostruzionismi che volta a volta vengono posti in essere, mi siedo nella sala d'aspetto, in piano terra. Dopo un po' arriva una persona che mi saluta. Si tratta in effetti di un mio conoscente, il milanese Angelo Vago, in servizio presso una filiale Antonveneta della sua città, e da alcuni anni sindacalista del FASIB, una organizzazione che non incontra il gradimento della banca. E' il caso di dire che su tale persona, nello specifico della sua posizione sindacale, ho acquisito delle notizie che ritengo attendibili. In particolare ho saputo che il capo del personale della banca, signor Papette, ha passato copia dei conti correnti personali del Vago a un sindacalista concorrente. Tutto questo al fine di screditare il sindacalista del FASIB, dal momento che si voleva far intendere che lo stesso si fosse impossessato indebitamente di soldi spettanti al sindacato, cosa che io peraltro non ritengo veritiera. Ho saputo inoltre che il Vago, venuto a conoscenza della trama, ha querelato il sindacalista concorrente e ha manifestato l'intenzione di denunciare la banca per violazione della privacy. Ritornando allora all'episodio in discussione, quella mattina apprendo dal Lago, e dall'avvocato milanese che lo accompagna, che in effetti si trovano lì per tale faccenda. Costoro hanno chiesto un appuntamento con l'AD Montani, ma la signora Berto, della direzione del Personale, in mia presenza dice al Vago che il Montani può ricevere lui ma non l'avvocato. Questo insorge, ma alla fine il Vago è costretto a salire da solo all'ottavo piano, lasciando giù l'avvocato, che rimane vicino a me, a lamentarsi per l'umiliazione inflitta.

"Ebbene, mentre restavo lì in attesa del materiale richiesto, passa accanto a noi, cosa del tutto anomala, Bruno Bianchi, che, con un fare piuttosto strano, scambia con me qualche battuta. Andato via il Bianchi, dall'ottavo piano il Vago chiama al cellulare l'avvocato, che indugia accanto a me. Sono quindi in grado di ascoltare la conversazione. Il Vago afferma testualmente: 'Il dottor Montani mi sta dicendo che io lo sto ricattando'. L'avvocato gli risponde: 'Dica al signor Montani che lei sta reclamando i suoi diritti, e venga via subito'. Passa qualche minuto, quando, sicuramente per ordine del Bianchi, che ha veduto me accanto all'avvocato milanese, uno dei capi della sicurezza della banca, Di Ciaula, mi invita a prendere con lui un caffè al bar della banca, al primo piano". Io capisco a volo la situazione e sto al gioco. Prendo il caffè, poi ricevo i verbali di Interbanca ed esco dall'istituto, per aspettare il sindacalista e il suo avvocato, che non vedo più in sala d'attesa. Dopo un po' li vedo uscire, con l'aria estremamente soddisfatta. A significare che tutto è andato bene. E dopo ho avuto la conferma di quel che era effettivamente avvenuto. In sostanza, sono stato invitato al caffè per distanziarmi dall'avvocato, che a quel punto è stato invitato a salire dall'AD Montani per definire conclusivamente la faccenda.

"Qualche giorno dopo, sento per telefono il Vago, che di fatto mi conferma tutto. E non manca uno strascico durante l'assemblea del sabato 8 maggio, quando il sindacalista, dopo essersi intrattenuto sulle situazioni bancarie, lancia un messaggio preciso, sotto forma di una domanda rivolta all'amministratore delegato Montani. Queste più o meno le sue parole: la banca ha posto un fondo per le azioni giudiziarie che, nei suoi confronti, vengono promosse dai dipendenti? Come a voler dire: attenti, perché se non siete di parola vi faccio causa".

Fin qui il racconto di Franco Tandin, che risponde adesso ad alcuni quesiti su altri profili della banca del nord-est, a partire da una domanda d'obbligo su cosa sta avvenendo di nuovo nell'Antonveneta di Piero Luigi Montani e di Tommaso Cartone.

Con il consolidamento di Montani a mio avviso è cambiato ben poco. C'è stata certo una ripulitura delle situazioni più pregiudizievoli, si cerca di evitare certe politiche aggressive, rivelatesi onerose, ma i metodi rimangono pontelliani. Del resto lo stesso Montani mi ha detto chiaramente che il progetto di Pontello resta valido, se non altro come riferimento strategico: a testimoniare che nelle movenze operative e, soprattutto, negli obiettivi "invisibili", rimane in vita il nocciolo affaristico rilevato da Sindona. D'altra parte la conferma di ruolo di Bruno Bianchi, nonostante la caduta di Ceola e altri, è il segno tangibile della continuità sostanziale fra il prima e il dopo.

Cosa rappresenta oggi Bruno Bianchi nell'Antonveneta?

"Quello che ha sempre rappresentato. Nello specifico degli interessi di banca, si tratta di una persona che incarna meglio di altre la protervia del potere. Sicuramente è l'uomo più temuto dell'istituto, dentro e fuori. Conosce a regola d'arte le metodologie mafiose, che ancora oggi, come a compensare l'immagine presentabile di Cartone e Montani, nelle logiche del bastone e del doppio petto, non esita a porre in gioco quando ritiene sia utile. Il suo compito rimane quello di sanare ogni possibile sbavatura, non importa se con la transazione, la lusinga o la minaccia. E debbo dire che ha sempre svolto bene il suo mestiere. Proprio su questo giornale on line, "Accadeinsicilia.net", ho potuto acquisire la vicenda, davvero scandalosa, che qualche anno fa lo ha opposto al calabrese Armando Zagari. Ecco, il Bianchi è tutto lì, in quelle intimidazioni, in quei ricatti, in quelle umiliazioni."

Passiamo ad altro. In una recente assemblea dei soci, a settembre, l'unanimità è stata ancora una volta spezzata dal voto tuo e di altri. In particolare, l'informazione italiana si è interrogata sul voto contrario, che si è aggiunto al tuo e a quello di Aldo Cavalli, di un socio forte del gruppo bancario, presentato come anonimo, che detiene circa il 2 per cento del capitale azionario. Si può sapere qualcosa di più al riguardo?

Sì. Il terzo socio che in quella occasione ha votato contro le risoluzioni presentate dai vertici è il signor Cecchinato, che rappresenta una serie di investitori europei e americani, verosimilmente orientati e garantiti dalla banca statunitense J. P. Morgan. Comunque quel voto contrario, su cui vige il massimo riserbo da parte dell'istituto, rimane ancora oggi di difficile interpretazione.

Ritorniamo allora ai modi di essere dell'Antonveneta. Poco fa hai parlato di una continuità fra quel che è la banca oggi e la parabola sindoniana, in particolare nello stile. E molte situazioni effettivamente ne danno prova. Di certo rimane un ampio gioco fra quel che è e quel che appare, fra le sostanze e le forme. Ecco, allora ti chiederei, in questo momento, da quel che ti consta, cosa si muove sotto, di sindoniano?

Si muovono cose di gravità inaudita. Ma ti prego di non chiedermi cosa. Come puoi ben capire, si tratta di materia che scotta. Presto ci risentiremo.

A cura di Carlo Ruta

 

Trattativa segreta

Nell'assemblea di bilancio del 2001, da un azionista siciliano dell'Antonveneta vengono lanciate accuse gravissime. Si tratta di Renato Spina, ex dirigente della banca agricola etnea di Gaetano Graci, che giunge ad impugnare addirittura il bilancio del 2000. Fra la banca e lo Spina si dipana una trattativa, che si conclude con l'esborso di mezzo miliardo di lire da parte della banca al socio catanese. Ecco il testo, quale si legge nel verbale dell'assemblea, redatto dalla notaia Amelia Cuomo.

Renato Spina alla luce delle dimensioni raggiunte dalla banca ritiene che sia necessaria una maggiore trasparenza sui fatti che poi determinano le poste di bilancio, per cui pone tre domande.

In primo luogo chiede se risulta che nel corso del quarto semestre 2000 siano state effettuate in area Sicilia su ordine verbale addebiti per svariati miliardi a titolo di recupero spese telefoniche, senza giustificativo ad ignara clientela e che ai titolari più meritevoli sono stati elargiti premi in denaro mentre ai capigruppo è stata donata un'automobile Alfa Romeo.

In secondo luogo chiede se risulta che sui conti di fusione relativi alla ex Banca Agricola Etnea permane un ammanco du circa 4 miliardi di cui circa 2 determinati da un incauto prelevamento dai medesimi conti utilizzati quali sopravvenienze attive nella formulazione del bilancio '99.

Infine ed in terzo luogo chiede se risulta che il responsabile o i capigruppo di area Sicilia gestiscono il sistema dei budget e quindi il sistema premiante in maniera poco trasparente e senza tenere in alcun conto le precise realtà sociologiche o geografiche esistenti. Talché per il raggiungimento di reali obiettivi vengono spesso imposti ai richiedenti mutui di importi superiori a quelli richiesti, obbligandoli ad utilizzare la differenza per sottoscrivere obbligazioni o altri prodotti bancari.

 

 

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