Maggio 2004

Vicenda Carbone-Antonveneta. E' passato oltre un anno dalla morte dell'imprenditore siciliano, ma il caso rimane ermeticamente coperto. Diversivi, connivenze e scandalosi silenzi gettano discredito nelle istituzioni.

 

Oltre un anno fa, il 31 marzo 2003, moriva per "suicidio" Umberto Carbone, presidente del Confisi, Consorzio Fidi Sicilia, dopo una lunga stagione di affari con il gruppo Catania-Ragusa dell'Antonveneta, guidato dal siracusano Emanuele Amenta. Si è trattato in fondo della logica conclusione di un iter torbido, che a quello snodo è stato certificato da un reperto tanto schiacciante quanto inatteso: un memoriale video in tre copie, con cui un mese prima del "suicidio" l'operatore economico, dicendosi sotto minaccia di morte, spiegava, a futura memoria, una precisa trama affaristica organizzata dall'Amenta, di cui era stato a un tempo complice e vittima. Di là dalle effettive responsabilità di quella morte, che potrebbero richiamare situazioni complesse, in considerazione del ruolo multiplo giocato dall'imprenditore-boss sin dagli anni ottanta, c'era in sostanza materia sufficiente perché il dirigente dell'Antonveneta venisse posto sotto inchiesta, e perché venissero investigati i retroscena del settimo istituto bancario italiano, dal nord-est alla Sicilia. Si è fatto tanto di più per molto meno. Ma nonostante i richiami alla decenza che a vario titolo sono venuti dall'opinione pubblica, il caso rimane sospeso nella virtualità. Si finisce così con l'alimentare, nelle aree in cui meglio si conoscono i protagonisti e i contesti, il discredito verso le istituzioni. A dispetto delle sordine, nell'anno trascorso è stato nondimeno un succedersi di fatti sintomatici, che, colti nel loro insieme, sempre più dicono dell'ampiezza dell'intrigo. Se ne danno allora degli scorci.

L'inchiesta ufficiale, avviata obbligatoriamente dalla Procura della Repubblica presso il tribunale di Modica, si presenta sin da subito carente, malgrado il puntiglio attivistico del capitano dei carabinieri Federico Reginato, cui viene affidata la guida delle investigazioni. Come nelle fasi del ritrovamento del corpo e venendo meno alle consuetudini, si fa di tutto perché non trapeli nulla, a dispetto della rilevanza del caso e del crescente interesse dell'opinione pubblica. Si direbbe che si tratti di un silenzio imposto. E in tale cornice, nel giugno 2003, si svolgono gli adempimenti di rito. Presso il comando carabinieri di Ragusa, viene interrogato il responsabile di gruppo Emanuele Amenta, nelle vesti di persona informata dei fatti. In altra sede viene ascoltato il ragioniere Carlo Alberto Ferro, pure lui siracusano e dirigente di una sede Antonveneta del Messinese. Presso il comando di Modica vengono interrogati i congiunti del Carbone e altri. Sarebbe oltremodo utile, oltre che logico, ascoltare alcuni esponenti istituzionali che sono stati a vario titolo in contatto con l'imprenditore sciclitano, a partire dal vice questore di Ragusa Giuseppe Bellassai. Ma fin qui il capitano Reginato non può spingersi, mentre recano un loro peso le consonanze operative che legano la procura di Modica e la questura ragusana. Si tenga conto che proprio quell'estate il procuratore Platania e il capo della Squadra Mobile trascorrono insieme alcuni giorni a Malta, per le inchieste sui racket dell'immigrazione, condotte per altro con sollecitudine.

Si dipana indubbiamente un'estate greve, cui concorre tuttavia un altro motivo, che per forza di cose investe ancora gli uffici giudiziari. Si tratta di un'indagine che, su disposizione della Procura, il comando dei carabinieri di Modica si trova a condurre sull'imprenditore Rosario Minardo, capo ufficiale di un impero che si spande dalla Tamoil, di cui è azionista di peso, alle pompe di benzina, dall'edilizia ai villaggi turistici, dai terreni alle attività bancarie. Vanno incrinandosi in realtà determinati patti, a partire dagli ambiti municipali, dove sotto una comune egida affaristica, corroborata dai governi di Palermo e Roma, si confrontano due linee. Il seguito è comunque secondo tradizione: il 18 settembre 2003 il giovane capitano proveniente da Genova, sicuramente distante dalle regìe territoriali, e chissà quanto convinto di poter venire a capo delle due vicende, viene trasferito al comando del gruppo di Ragusa. Protetto da particolari congiunzioni, non soltanto politiche, il Minardo, al pari del fratello senatore, può rimanere quindi intangibile, a dispetto di trent'anni di denunzie e di sospetti, mentre la pratica Carbone-Antonveneta si ritrova azzerata, in spregio al bisogno di chiarezza che viene dall'opinione pubblica.

La copertura dell'intrigo insiste comunque a più livelli. Ispezionato dalla direzione territoriale della Banca d'Italia nel dicembre 2003, il Consorzio Fidi Sicilia, già presieduto da Umberto Carbone, viene posto in liquidazione, a causa delle irregolarità riscontrate, conosciute e denunziate per altro dagli esordi. Manco a dirlo, non viene comminata alcuna sanzione all'Amenta, che pure ne è stato l'effettivo regista, con il favore del vice presidente della regione siciliana Giuseppe Castiglione. Dal canto suo l'Antonveneta difende in tutti i modi il suo capogruppo, che in realtà nulla di sostanziale ha operato a titolo privato, dal momento che si è limitato ad interpretare e ad applicare in Sicilia il metodo Pontello. Di primo acchito, per ragioni cautelative, Amenta si trova trasferito presso una nuova sede di Ragusa, nell'area residenziale di viale delle Americhe. Poi, come era prevedibile, riceve l'ambita promozione, ed è storia delle ultime settimane, con il recupero di Siracusa, quale capogruppo dell'area sud-orientale che, come è noto, costituisce una combinazione strategica e il secondo agglomerato dell'holding in Italia, dopo quello del nord-est.

Carlo Ruta

 

Documento - Conferma ufficiale sul video-memoriale di Carbone

Si tratta del solo articolo che "La Sicilia", quotidiano catanese, ha pubblicato sulla vicenda Carbone-Antonveneta, contrassegnata da un rigoroso silenzio-stampa, imposto verosimilmente da ambienti istituzionali. Uscito a firma di Rossella Schembri il 10 luglio 2003, cioè oltre tre mesi dopo il "suicidio" di Carbone, il pezzo è importante perché riporta, in qualche modo, la certificazione ufficiale del comando carabinieri di Modica e della famiglia circa l'esistenza memoriale-video del boss atipico che macchinava con le dirigenze territoriali dell'Antonveneta.

Un testamento in tre video

Tre videocassette con un unico protagonista, che è anche il regista di un video-verità e testamento: Umberto Carbone. L'imprenditore, prima di morire, secondo la tesi degli inquirenti per scelta, ha registrato i tre documenti che sono stati consegnati ai carabinieri e alla Procura della Repubblica di Modica, dopo che il cadavere dell'uomo fu rinvenuto il 21 aprile scorso, al posto di guida della sua autovettura, in aperta campagna. Perché un uomo registra delle videocassette in cui dice di temere per la sua vita e poi si uccide? L'interrogativo è ancora senza risposta. Non cerca risposte la famiglia della vittima. "L'autopsia -spiega il figlio Giuseppe Carbone - ha dimostrato che si è trattato di suicidio. Quindi non può essere stata altra la ragione del decesso". Restano però quelle tre scomode videocassette. "Certo sul fatto che le videocassette esistano non ci piove - spiega il figlio - comunque per ulteriori dichiarazioni la rimando ai miei avvocati". La famiglia si è chiusa nel riserbo. Così come gli inquirenti, i quali però ammettono che vi sono queste tre video cassette, in cui il protagonista, cioè il "suicida", lancia delle accuse specifiche. C'è un'inchiesta in corso, che prima o poi dovrà sfociare o in una chiusura d'ufficio oppure nella dichiarazione da parte degli inquirenti di una nuova ipotesi: cioè che non si sia trattato di morte volontaria. La fine di questa vicenda non è stata però ancora scritta. La città di Scicli negli ultimi tempi sembra essersi assuefatta ai suoi misteri. Eppure in questi giorni la storia delle videocassette ha fatto il giro della città. Il cadavere di Carbone venne trovato in avanzato stato di decomposizione dai carabinieri, a seguito della segnalazione di un contadino. Se si avvalora la tesi del suicidio, dal momento che l'imprenditore scomparve il 31 marzo scorso (a questa data risale la denuncia di scomparsa presentata dai suoi familiari), presumibilmente il decesso avvenne parecchi giorni prima del rinvenimento. Se non è stato un suicidio, la morte di Carbone potrebbe essere avvenuta altrove.

Rossella Schembri